Cass. n. 12775/2019

Il riconoscimento dei benefici contributivi previsti dall’art. 8, commi 2 e 4, della I. n. 223 del 1991, in favore delle imprese che assumono personale licenziato a seguito di procedura di mobilità ex artt. 4 e 24 della stessa legge, presuppone che sia accertato che la situazione di esubero sia effettivamente sussistente e che l’assunzione di detto personale da parte di una nuova impresa risponda a reali esigenze economiche e non concreti condotte elusive finalizzate al solo godimento degli incentivi, sicché il diritto ai benefici va escluso ove tra le due imprese sia intervenuto un contratto di affitto del complesso dei beni aziendali, idoneo a configurare un trasferimento di azienda che, ai sensi dell’art. 2112 c.c., importa la continuazione dei rapporti di lavoro con l’acquirente, non avendo rilievo il disposto dell’art. 47, comma 5, della I. n. 428 del 1990, che, nell’escludere l’applicabilità dell’art. 2112 c.c. in caso di trasferimento di azienda in crisi, disciplina la posizione contrattuale dei lavoratori nel passaggio alla nuova impresa, senza aver riguardo agli aspetti contributivi (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che aveva escluso la fruibilità degli sgravi da parte di un’impresa che, stipulato un contratto di affitto con un’azienda fallita, aveva prima assunto i lavoratori in cassa integrazione con contratti a tempo determinato e, poi, a meno di un anno, a tempo indeterminato prelevandoli dalle liste di mobilità).

In tema di sgravi contributivi, ai fini di ottenere l’applicazione dei benefici previsti dall’art. 8 della I. n. 223 del 1991, nell’ipotesi di cessione d’azienda, è onere del datore di lavoro fornire la dimostrazione degli elementi di novità intervenuti nella struttura societaria e delle significative integrazioni apportate al complesso originario per consentire a quello ceduto di svolgere autonomamente la propria funzione produttiva; né rileva che la cessione sia avvenuta nell’ambito di una procedura fallimentare, in quanto il fallimento della società non determina, di per sé, il venir meno del bene giuridico “azienda” inteso come complesso di elementi materiali e giuridici organizzati al fine dell’esercizio dell’impresa (Cass. Sez. Lav., sentenza n. 10428 del 27.4.2017).

La circostanza che il passaggio dei beni sia avvenuto nell’ambito di una procedura fallimentare è del tutto irrilevante, giacché irrilevanti sono le finalità perseguite dal cedente, siano esse quelle dell’incremento dell’attivo fallimentare o della continuazione dell’attività di impresa.

Ciò che rileva è che il fallimento della società non determina di per sé il venir meno del bene giuridico «azienda» inteso come complesso di elementi materiali e giuridici organizzati al fine dell’esercizio dell’impresa, e dunque la possibilità di una sua cessione nell’ambito di un regolare contratto di vendita o affitto di azienda (Cass. 23/6/2001, n. 8621).

E’ onere della parte che intende valersi degli sgravi fornire la prova dei presupposti per la sussistenza del beneficio, poiché il diritto può essere riconosciuto solo ove si accerti che in concreto sussista una diversità oggettiva tra le due imprese: la ritenuta mancanza di prova in ordine al «passaggio dei beni ulteriori rispetto all’insegna e al contratto di locazione dei locali dove si svolgeva l’attività di impresa» non può ridondare in danno dell’istituto previdenziale, essendo piuttosto onere dell’impresa cessionaria dimostrare gli elementi di novità intervenuti nella struttura (così Cass. n.8800/2001, cit., e Cass. 12589/1999), in presenza di significativi elementi di permanenza della preesistente struttura aziendale.


Cass. n. 12646/2019

Presupposto per l’applicabilità dello sgravio contributivo di cui all’art. 3, commi 5 e 6, della I. n. 488 del 1998 è che l’impresa abbia realizzato un incremento occupazionale mediante nuove assunzioni di personale che già risulti iscritto nelle liste di collocamento o di mobilità o fruitore della cassa integrazione guadagni, in coerenza con la finalità delle disposizioni in esame volte ad incentivare l’assunzione di soggetti che non abbiano o abbiano perduto l’occupazione in determinate zone d’Italia e a favorire, al contempo, la ripresa economica nelle stesse zone.

Ne consegue che il beneficio non compete nel caso di trasformazione di un contratto di lavoro a tempo parziale in contratto di lavoro a tempo pieno, trattandosi di una mera modificazione della quantità temporale della prestazione lavorativa già in essere e non di nuova assunzione avente le finalità ed i caratteri indicati dalla disposizione»( Cass. Sez. Lav. n. 20867 del 21.8.2018; conf. a Cass. Sez. lav. n. 16378 del 26.9.2012).


Cass. n. 12645/2019

In tema di sgravi contributivi, i benefici previsti dall’art. 44 della I. n. 448 del 2001 non si applicano alle imprese esercenti attività cantieristica per imbarcazioni da diporto, da equiparare, a tal fine, alle aziende operanti nel settore delle “costruzioni navali”, categoria espressamente esclusa dalla Commissione europea con decisione C/4845 del 6 dicembre 2002, avuto anche riguardo alla natura eccezionale – come tale insuscettibile di interpretazione analogica – delle norme che, in presenza di determinate condizioni, esonerano specifici soggetti dal generale obbligo contributivo.


Cass. n. 9662/2019

Rispetto al diritto di credito alla contribuzione, esso gravi sull’ente previdenziale, con riferimento alla prova delle corresponsione di somme in ragione di un rapporto (di lavoro subordinato o altro titolo) che giustifichi secondo le norme l’obbligo contributivo (Cass. 11 gennaio 2011, n. 461) mentre il datore di lavoro è viceversa onerato di dimostrare che i pagamenti trovino giustificazione in titoli idonei a sottrarli alla contribuzione o che ricorrano altre cause di esonero (Cass. 22 giugno 2018, n. 16579; Cass. 20 febbraio 2012, n. 2419; Cass. 461/2011).

In tema di sgravi, è sul datore di lavoro che insiste l’onere probatorio dei fatti che giustificano la fattispecie totalmente o parzialmente esonerativa (Cass. 18 gennaio 2018, n. 1157; Cass. 26 ottobre 2010, n. 21898).

“Allorquando l’IN.P.S. contesti e dimostri l’esistenza di un collegamento societario o di altre fattispecie di fatto (quali, ad es. i c.d. assetti proprietari sostanzialmente coincidenti) giuridicamente idonee a imporre di valutare gli incrementi occupazionali utili al godimento degli sgravi sulla base di una base aziendale più ampia di quella riguardante una sola impresa o società, spetta al datore di lavoro dimostrare l’esistenza di ulteriori elementi tali da far escludere la ricorrenza di un controllo di diritto o di fatto o comprovare, su tale più ampia base aziendale, il sussistere comunque dell’incremento occupazionale che sia condizione, come è nel caso dell’art. 3, co. 6, lett. d. I. 448/1998, del diritto alla fruizione degli sgravi stessi»

«L’art. 3, co 6, lett. d) della L. 448/1998, secondo un principio generale in tema di sgravi che è comune all’art. 8, co. 4- bis, L. 223/1991 e, poi, all’art. 2, co. 10-bis, L. 92/2012 ed all’art. 31 lett. d) del d. Igs. 150/2015 (c.d. jobs act), ove prevede che l’incremento della base occupazionale venga considerato al netto delle diminuzioni occupazionali in società facenti capo, anche per interposta persona, allo stesso soggetto, va inteso nel senso che rientrano in tale fattispecie anche le ipotesi in cui le diverse società presentino assetti proprietari sostanzialmente coincidenti, ovverosia tutte le situazioni in cui consti la presenza di un comune nucleo proprietario in grado di ideare e attuare operazioni coordinate di assunzione e licenziamento del medesimo personale».


Cass. n. 6145/2019

La concessione degli sgravi contributivi ex art. 3, comma 6, della I. n. 448 del 1998, richiamato dall’art. 44, comma 1, della I. n. 448 del 2001, presuppone che il livello di occupazione raggiunto a seguito delle nuove assunzioni non subisca riduzioni nel periodo agevolato, sicché il venir meno di tale condizione determina l’integrale perdita del diritto al beneficio, anche nei casi in cui la situazione di contrazione del personale non possa essere ricondotta alla volontà datoriale, avendo la norma natura eccezionale, per cui, ove diversamente interpretata, si porrebbe in contrasto con i vincoli in materia di aiuti di Stato imposti dalla Commissione Europea», con principio espresso sia in casi di licenziamento per giustificato motivo obiettivo (Cass. 26 ottobre 2018, n. 27277), sia in caso di dimissioni (Cass. 26 ottobre 2017, n. 25474).


Cass. n. 5636/2019

Non sussistono i requisiti per la fruizione degli sgravi previsti dall’art. 98 comma 9 della L. n. 407 del 1990, nell’ipotesi in cui i nuovi assunti abbiano preso il posto dei lavoratori licenziati per mancato superamento della prova, in considerazione del fatto che anche il recesso unilaterale per mancato superamento della prova rientra nella nozione di licenziamento, ed in particolare nell’eccezionale fattispecie del recesso “ad nutum” di cui all’art. 2096 c.c. (Cass. n. 16214 del 03/08/2016) in mancanza del quale, ex art. 2096 c.c., l’assunzione diviene definitiva e il servizio prestato si computa nell’anzianità del prestatore di lavoro.


Cass. n. 3182/2019

In materia di sgravi contributivi, l’art. 3, comma 6, della I. n. 448 del 1998, nel prevedere le condizioni di applicabilità delle agevolazioni, di cui al comma 5 e nel precisarne l’ambito applicativo, richiede espressamente, alla lett. h), che siano rispettate le prescrizioni sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori di cui al d.lgs. n. 626 del 1994 e successive modificazioni ed integrazioni» e che «l’ambito normativo coperto dal citato d.lgs. coincide con tutte le misure preventive che garantiscono la sicurezza e la salute del lavoratore, ivi comprese quelle previste dagli specifici regolamenti di settore, mentre non è necessario alcun giudizio di sufficiente gravità della violazione delle richiamate disposizioni.

Non può minimamente dubitarsi che la comunicazione all’Ispettorato del Lavoro del nominativo del «responsabile del servizio di prevenzione e protezione» faccia parte del complessivo insieme delle norme di tutela della salute nei luoghi di lavoro atteso che la relativa posizione ha sicuramente funzione di garanzia dell’osservanza delle prescrizioni più spiccatamente tecniche o di cautela generica e che la comunicazione preventiva ai predetti organi amministrativi di personale o soggetti esterni, qualificati anche da esperienze pregresse o da specifiche professionalità (art. 8, co. 11. L. 626/1994), è a propria volta posta al fine di assicurare che la nomina effettivamente vi sia e che lo svolgimento delle relative funzioni risulti suscettibile di controllo, il tutto a salvaguardia appunto dell’effettività della tutela della salute sui posti di lavoro.


Cass. n. 1850/2019

L’azione di recupero degli aiuti di Stato illegittimamente fruiti non costituisce azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ex art. 2033 cod. civ., ma azione volta al pagamento della contribuzione differenziale, pari alla misura dell’aiuto di Stato recuperabile.

Ne consegue che tale azione – alla cui proposizione è legittimato direttamente l’ente istituzionalmente deputato alla riscossione dei contributi – è soggetta al termine prescrizionale ordinario decennale di cui all’art. 2946 cod. civ., e non a quello previsto per l’indebito, né a quello ex art. 3, commi 9 e 10, della legge n. 335 del 1995, attesa l’autonomia giuridica dell’azione di recupero degli aiuti in questione (che è disciplinata da regole specifiche, è finalizzata al mero ripristino dello “status quo ante” e che prevede – a differenza dell’azione volta al pagamento dei contributi omessi – l’applicazione di interessi nella misura stabilita dalla Commissione.

La relativa procedura di recupero, per quanto non disciplinata da regolamenti del Consiglio, rimane attratta dalla normativa nazionale, soggetta alla verifica della Commissione in ordine alla idoneità ed effettività della stessa, dovendo le dette sanzioni ritenersi in linea con la normativa dell’Unione, proprio perché volte a rendere effettivo il recupero in oggetto (cfr., per la sanzionabilità di aiuti di stato illegittimi in materia fiscale, Cass. 27 ottobre 2017, n. 25583).


Cass. n. 1206/2019

Presupposto per l’applicabilità dello sgravio contributivo di cui all’art. 3, commi 5 e 6, della legge n. 448 del 1998, è che l’impresa abbia realizzato un incremento occupazionale mediante nuove assunzioni di personale che già risulti iscritto nelle liste di collocamento o di mobilità o fruitore della cassa integrazione guadagni, in coerenza con la finalità delle disposizioni in esame, volte ad incentivare l’assunzione di soggetti che non abbiano o abbiano perduto l’occupazione in determinate zone d’Italia, e a favorire, al contempo, la ripresa economica nelle stesse zone.

Ne consegue che il beneficio non compete nel caso di trasformazione di un contratto di lavoro a tempo parziale in contratto di lavoro a tempo pieno, trattandosi di una mera modificazione della quantità temporale della prestazione lavorativa già in essere e non di nuova assunzione avente le finalità ed i caratteri indicati dalla disposizione» (Cass. 26 settembre 2012, n. 16378 e numerose successive conformi; tra le più recenti, in riferimento a trasformazione di contratti di formazione e lavoro v. Cass. 21 agosto 2018, n. 20867) .

Questa Corte ha già avuto modo di precisare che, in tema di recupero di aiuti di Stato, le imprese che ne siano beneficiarie non possono fare legittimo affidamento sulla loro fruizione ove gli stessi siano stati concessi senza previa notifica alla Commissione Europea, rientrando nella diligenza dell’operatore economico accertare che la procedura prevista per il controllo di regolarità degli aiuti da parte della Commissione sia stata rispettata (Cass. n. 13479 del 2016) e non rilevando in senso contrario eventuali pronunce dei giudici nazionali, ivi inclusa la Corte costituzionale, essendo la valutazione di compatibilità degli aiuti con il mercato comune di spettanza esclusiva della Commissione europea (Cass. n. 6756 del 2012).

In difetto di incolpevole affidamento, non può l’impresa pretendere di addossare allo Stato e/o all’INPS le conseguenze della propria mancata diligenza; inoltre per costante giurisprudenza di questa Corte, nell’applicazione di sgravi contributivi, compete al datore di lavoro opponente l’onere di provare il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per poter beneficiare della detrazione (cfr., tra le tante, Cass. n. 21898 del 2010), anche in relazione alla regola comunitaria del de minimis.


Cass. n. 7832/2018

Quanto all’esatta individuazione del termine di prescrizione da applicare all’azione di recupero, da parte dell’INPS, di aiuti di Stato, costituiti dagli sgravi contributivi concessi alle imprese su contratti di formazione e lavoro, questa Corte, con le sentenze 3 maggio 2012, nn. 6671, 6672, 6673 e, più di recente, con le sentenze 21 novembre 2016, n. 23654 e 5 dicembre 2016, n. 24808, ha già affermato che, al recupero degli sgravi contributivi integranti aiuti di Stato incompatibili col mercato comune, si applica il termine ordinario di prescrizione decennale, ex art. 2946 cod.civ., decorrente dalla notifica, alla Repubblica Italiana, della decisione comunitaria di recupero, atteso che, ai sensi degli artt. 14 e 15 del Regolamento (CE) n. 659 del 1999, siccome interpretati dalla giurisprudenza comunitaria, le procedure di recupero sono disciplinate dal diritto nazionale, ex art. 14 cit., nel rispetto del principio di equivalenza fra le discipline, comunitaria e interna, nonché del principio di effettività del rimedio (conf. Cass. n. 4432/2019).