Cass. n. 15961/2019

Il TFR deve essere compreso tra i “trattamenti retributivi” previsti dall’art. 29 d. Igs. 276 del 2003, stante la natura di retribuzione differita dell’istituto (cfr. Cass. n. 164 del 2016, Cass. n. 11479 del 2013, Cass. n. 19291 del 2011).

Tale interpretazione ha trovato conferma, sul piano del diritto positivo, nell’esplicita previsione (art. 29 d.lgs. 276 del 2003, come modificato dall’art. 21, primo comma d.l. 5 del 2012, conv. con mod. in I. 35 del 2012) dell’inclusione nei trattamenti retributivi del cui pagamento è solidalmente responsabile il committente, delle quote di TFR maturate in relazione ai periodi di esecuzione dell’appalto (in termini: Cass. 10731 del 2016).


Cass. n. 15756/2019

Nella successione delle disposizioni diversamente regolanti, alla stregua di solidarietà in senso stretto ovvero di sussidiarietà (per la previsione di un beneficio di escussione), in caso di appalto di opere o di servizi, la natura sostanziale della responsabilità del committente ai sensi dell’art. 29, secondo comma 276/2003 comporta l’applicazione del regime di solidarietà vigente al momento di assunzione dell’obbligazione, e quindi di insorgenza del credito del lavoratore (Cass. 13/2/2019 n. 4237, in motivazione).

La previsione ex lege di solidarietà a carico del committente, come già argomentato in relazione a censure di incostituzionalità identiche a quelle in esame da Cass. 31768/2018 (alla quale sul punto si rinvia anche con riferimento ai profili di compatibilità eurounitaria), si sottrae alle censure diincostituzionalità, peraltro genericamente argomentate. In particolare, la manifesta infondatezza della eccezione di incostituzionalità formulata dalla odierna ricorrente deriva dal fatto che il meccanismo prefigurato dal legislatore è in funzione di rafforzamento e di effettività di interessi, connessi allo status di lavoratore, di centrale rilievo costituzionale e che la solidarietà, nel caso di specie, operando in funzione di garanzia del credito di lavoro, contempla, comunque, la giuridica possibilità per la committente di agire, in via di regresso, per l’intero, nei confronti dell’appaltatore.

Con riferimento all’ambito dei crediti da lavoro coperti dalla garanzia della solidarietà è stato puntualizzato che essa concerne i crediti aventi natura strettamente retributiva, con esclusione, quindi, delle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno (Cass. 30/10/2018 n. 27678; Cass. 31768/2018 cit., Cass. 19/05/2016 n. 10354).

Da quanto ora osservato discende l’applicazione del regime della solidarietà sia al credito per tfr che al credito relativo alle mensilità aggiuntive, i quali si pongono in stretta corrispettività con l’espletamento della prestazione lavorativa mentre tale regime è da escludere in relazione all’indennità sostitutiva delle ferie e dei permessi non goduti, in coerenza con la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 29/11/2016 n. 2427; Cass. 31768/2018).


Cass. n. 14051/2019

Il Giudice delle Leggi (Corte Costituzionale n. 254/2017) ha affermato la possibilità di interpretazione analogica della responsabilità solidale del committente anche in ipotesi di subfornitura rispetto al contratto di appalto al fine di “evitare il rischio che meccanismi di decentramento e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione vadano a danno dei lavoratori utilizzati nella esecuzione del contratto commerciale”.

Tale estensione interpretativa è peraltro intervenuta all’esito della disanima che il Giudice delle Leggi ha operato circa le caratteristiche dell’un contratto (appalto) rispetto all’altro (subfornitura), ed alla considerazione dei differenti orientamenti dottrinari e giurisprudenziali che riconducono le due figure contrattuali al medesimo “tipo” contrattuale ovvero le distinguono per l’autonomia delle singole configurazioni. In entrambi i casi , le caratteristiche inerenti i rapporti di lavoro anche quelli che “indirettamente” assicurano la prestazione finale al datore di lavoro a capo della catena del decentramento lavorativo, hanno determinato la possibilità di interpretazione analogica delle disposizioni di cui al richiamato art. 29 (n.d.r.: in base ai suddetti principi la Corte ha rinviato gli atti al giudice dell’appello al fine di verificare l’applicabilità della responsabilità solidale nell’ambito di un contratto che le parti avevano definito di concessione/sub-concessione).


Cass. n. 11536/2019

L’onere probatorio del lavoratore che agisca nei confronti del committente del datore di lavoro per il pagamento del TFR riguarda il fatto costitutivo del suo diritto, rappresentato dal rapporto di lavoro subordinato e dal contratto di appalto ( nel senso dell’impiego nei lavori appaltati) e non anche l’effettivo versamento da parte del datore di lavoro dei contributi dovuti al Fondo di Tesoreria ( a norma della L. n. 296/ 2006, art. 1, comma 756, seconda parte).

Se è vero che il versamento dei contributi al Fondo di Tesoreria costituisce, fatto estintivo della pretesa dei lavoratori nei confronti del datore di lavoro-appaltatore e, di conseguenza, nei confronti della committente, obbligata solidale ex lege, quest’ultima ha l’onere di allegazione e di prova dell’avvenuto versamento ove lo opponga in eccezione.

L’art. 1 della legge 296/06 prevede, infatti, al comma 756, che la liquidazione del trattamento di fine rapporto al lavoratore viene effettuata dal Fondo di cui al precedente comma 755 «limitatamente alla quota corrispondente ai versamenti effettuati al Fondo medesimo, mentre per la parte rimanente resta a carico del datore di lavoro» (Cass n. 10354/2016 ).


Cass. n. 9669/2019

Il committente, solidalmente responsabile con il proprio appaltatore, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 2, non trae la propria posizione in via derivata da un dante causa (nel caso di specie: il lavoratore) come invece il cessionario del suo credito, ma presta una garanzia in favore del datore di lavoro ed a vantaggio del lavoratore, adempiendo alla quale assolve ad un’obbligazione propria, istituita ex lege, che lo legittima, come nei rapporti tra condebitori solidali, ad un’azione di regresso ai sensi dell’art. 1299 c.c., nei confronti dell’appaltatore, obbligato principale.

Pertanto, nei suoi confronti, quando si renda inadempiente, il medesimo committente può agire anche in surrogazione dei diritti del lavoratore, ai sensi dell’art. 1203 c.c., n. 3, in base al diverso titolo del rapporto di appalto assistito dal particolare obbligo di garanzia legale, posto che: “Ai fini dell’operatività della surrogazione legale di cui all’art. 1203 c.c., n. 3, non è necessario nè che il surrogante sia tenuto al pagamento del debito in base allo stesso titolo del debitore surrogato, nè che egli sia direttamente obbligato nei confronti dell’accipiens, richiedendo la norma soltanto che il surrogante abbia un interesse giuridicamente qualificato alla estinzione dell’obbligazione” (cfr. Cass. 16 dicembre 2013, n. 28061) (v. Cass. n. 1619/2019 – infra).


Cass. n. 8205/2019

La distinzione, nel contratto tra un ente pubblico (nella specie, un Comune) ed un imprenditore, tra contratto di appalto e di concessione di servizi risiede nella circostanza che, indipendentemente dal “nomen iuris” attribuitogli dalle parti, nella concessione di servizi il rischio di gestione è assunto integralmente, o in misura significativa, dalla controparte contrattuale (Cass. n. 9139 del 06/05/2015).

Quest’ultima assume la gestione del servizio ed è compensata dai relativi proventi.

In sostanza, mentre nell’appalto si prevede un corrispettivo che è pagato direttamente dall’Amministrazione al prestatore di servizi, nella concessione, invece, la remunerazione del prestatore di servizi proviene dagli importi versati dai terzi per il loro utilizzo, con la conseguenza che il prestatore assume il rischio economico della gestione del servizio (S.U. 12252/2009).

Inoltre (cfr. Cass. n.9139\15) si è in presenza di una concessione, anziché di un appalto di servizi, ove, a differenza dell’appalto, caratterizzato da un rapporto bilaterale, si configura un rapporto trilaterale che vede coinvolti anche gli utenti.


Cass. n. 6943/2019

L’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 non prevedeva, sino alle novelle legislative del 2012, un regime di sussidiarietà, delineando dunque una obbligazione solidale in senso stretto, con conseguente irrilevanza di un litisconsorzio necessario tra debitore principale (datore di lavoro-appaltatore) e condebitore (committente).

La previsione, soprattutto se sorretta da un’interpretazione rigorosa dell’area dei debiti garantiti, può ritenersi compatibile con i principi costituzionali del diritto di difesa e di parità delle parti, considerato che il committente (come dimostrano gli stralci del contratto di appalto contenuti nel ricorso) – in sede di selezione della società appaltatrice – può imporre l’applicazione di condizioni normative e retributive da applicare ai lavoratori dell’appaltatore, generalmente con riferimento ai parametri dettati dalla contrattazione collettiva nazionale e territoriale.

La responsabilità riguarda solo i crediti maturati nel periodo di durata del contratto di appalto e in ragione della prestazione resa per la realizzazione dell’opera o del servizio commissionati.

Seppure la norma (sino alle modifiche del 2012, con particolare riferimento al T.F.R.) non lo specifichi, la responsabilità solidale deve ritenersi limitata solo ai crediti retributivi maturati nel corso dell’esecuzione dell’appalto.

Invero, la logica della solidarietà imposta dall’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 si basa sul rafforzamento della garanzia patrimoniale a favore del lavoratore con riguardo al pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le sue energie lavorative avendo, limitatamente ad esso, come debitore non solo il datore di lavoro ma anche l’impresa appaltante, la quale risulta, peraltro, completamente estranea al rapporto di lavoro svolto al di fuori dell’esecuzione dell’appalto (cfr. Cass. n. 17725 del 2017 seppur con riguardo alla disposizione normativa frutto delle modifiche del 2012).

Il committente risponde esclusivamente della quota parte di T.F.R. maturato dal lavoratore nell’ambito dello specifico appalto.


Cass. n. 6333/2019

In materia di appalto, l’apertura del procedimento fallimentare nei confronti dell’appaltatore non comporta l’improcedibilità dell’azione precedentemente esperita dai dipendenti nei confronti del committente, ai sensi dell’art. 1676 c.c., per il recupero dei loro crediti verso l’appaltatore-datore di lavoro, atteso che la previsione normativa di una tale azione risponde all’esigenza di sottrarre il soddisfacimento dei crediti retributivi al rischio dell’insolvenza del debitore e, d’altra parte, si tratta di un’azione “diretta”, incidente direttamente sul patrimonio di un terzo (il committente) e solo indirettamente su un credito del debitore fallito, sì da doversi escludere che il conseguimento di una somma, che non fa parte del patrimonio del fallito, possa comportare un nocumento delle ragioni degli altri dipendenti dell’appaltatore, che fanno affidamento sulle somme dovute (ma non ancora corrisposte) dal committente per l’esecuzione dell’opera appaltata (conf. Cass. n. 15558/2019; Cass. 14 gennaio 2016, n. 515; Cass. 09/08/2016 n.16834).

In relazione ai periodi di esecuzione dell’appalto le quote di T.f.r. devono essere incluse nei trattamenti retributivi del cui pagamento il committente è solidalmente responsabile ai sensi dell’art. 29 d.lgs. 276/2003 e tale affermazione ha trovato conferma sul piano del diritto positivo per effetto delle modifiche poi apportate dall’art. 21, primo comma d.l. 5/2012 conv. con mod. in L. 35/2012. ( cfr. Cass. n. 10731 del 2016 e sez. VI-L n. 19339 del 2018).

L’onere probatorio del lavoratore, che agisce nei confronti del committente del datore di lavoro per il pagamento del TFR, riguarda il fatto costitutivo del suo diritto, rappresentato dal rapporto di lavoro subordinato e dal contratto di appalto (nel senso dell’impiego nei lavori appaltati).

La prova dell’effettivo versamento da parte del datore di lavoro dei contributi dovuti al Fondo di Tesoreria (a norma della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 756, seconda parte) grava invece sulla parte che opponga il fatto estintivo (conf. Cass. n. 7040/2019).


Cass. n. 5420/2019

Il tenore dell’art. 29, d.lgs. n. 276/2003, a seguito delle modifiche introdotte dal D.L. n. 76/2013, con cui il legislatore ha espressamente previsto la inapplicabilità dell’art. 29 agli appalti stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1 del d. Igs. n. 165/2001, non consente di affermare che l’intervento sia stato finalizzato anche ad imporre una interpretazione della normativa previgente, con efficacia retroattiva, ma che tuttavia non può per ciò solo affermarsi il carattere innovativo della disposizione, giacché il legislatore può anche formulare in modo più chiaro ed appropriato una norma preesistente, dettando una nuova disciplina che provveda a regolare per il futuro la materia attraverso precetti non dissimili da quelli previgenti.

In sintesi, ferma restando la irretroattività della normativa, non è impedito all’interprete, all’esito di una comparazione fra il quadro normativo previgente e quello modificato, escludere il carattere innovativo della disposizione e ritenere che il precetto, reso esplicito, fosse già desumibile dalla norma preesistente (cfr. Cass. 10.10.2016 n. 20327).

Detti principi consentono di affermare la correttezza delle conclusioni cui è giunta la Corte territoriale, dovendo condividersi le osservazioni su richiamate alla cui stregua la norma ha inteso chiarire la portata della disposizione già contenuta nella norma previgente, escludendone la applicabilità alle PP.AA. intese in senso stretto, ma non anche alle società commerciali, come quella per cui è causa, sebbene alle stesse sia applicabile la disciplina di cui al d. Igs. 163/2006 (cfr., tra le altre, Cass. 24.5.2016 n. 10731, Cass. 6.4.2017 n. 8955, Cass. 3.5.2017 n. 10777, Cass. 15.11.2017 n. 27014).


Cass. n. 4237/2019

“Nella successione delle disposizioni diversamente regolanti, alla stregua di solidarietà in senso stretto ovvero sussidiaria (per la previsione di un beneficio di escussione), in caso di appalto di opere o di servizi, la responsabilità del committente imprenditore o datore di lavoro con l’appaltatore, ai sensi dell’art. 29, secondo comma, d.lgs. n. 276/2003, si applica, per la sua natura sostanziale, il regime di solidarietà vigente al momento di assunzione dell’obbligazione, e quindi di insorgenza del credito del lavoratore”.

La disciplina da applicare alla responsabilità solidale in caso di appalto, ai sensi e per gli effetti dell’art. 29, d.lgs. n. 276/2003, è quella vigente al momento dell’assunzione dell’obbligazione, il quale non coincide con la stipulazione dell’appalto, che costituisce il rapporto istitutivo del regime di solidarietà (tra committente imprenditore o datore di lavoro e appaltatore), ma con la maturazione del credito.

Il momento dell’assunzione dell’obbligazione non può neppure essere ravvisato con l’esigibilità del credito (anche nell’ipotesi di accordo fra le parti) in quanto detto elemento è accidentale e non costitutivo dell’obbligazione garantita con il regime di solidarietà.


Cass. n. 4077/2019

Il Codice dei contratti pubblici (d. Lgs n. 163/2006) configura la responsabilità solidale solo nei rapporti tra appaltatore e subappaltatore ( ex art. 118, comma 6, d. Igs n. 13 /2006) mentre i rapporti dei dipendenti dell’impresa appaltatrice con la committente regolati in via esclusiva dall’art. 1676 cod. civ. alla stregua del quale la responsabilità solidale del committente è limitata al valore del corrispettivo dell’appalto eventualmente non ancora liquidato al momento della proposizione della domanda nei suoi confronti.


Cass. n. 2297/2019

La responsabilità riguarda solo i crediti maturati nel periodo di durata del contratto di appalto e in ragione della prestazione resa per la realizzazione dell’opera o del servizio commissionati.

Seppure la norma (sino alle modifiche del 2012, con particolare riferimento al T.F.R.) non lo specifichi, la responsabilità solidale deve ritenersi limitata solo ai crediti retributivi maturati nel corso dell’esecuzione dell’appalto.

Invero, la logica della solidarietà imposta dall’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 si basa sul rafforzamento della garanzia patrimoniale a favore del lavoratore con riguardo al pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le sue energie lavorative avendo, limitatamente ad esso, come debitore non solo il datore di lavoro ma anche l’impresa appaltante, la quale risulta, peraltro, completamente estranea al rapporto di lavoro svolto al di fuori dell’esecuzione dell’appalto (cfr. Cass. n. 17725 del 2017 seppur con riguardo alla disposizione normativa frutto delle modifiche del 2012).

Di conseguenza, il committente risponde solamente per i crediti maturati in relazione al periodo del rapporto di lavoro coinvolto dall’appalto e della sola quota parte di T.F.R. maturato dal lavoratore nell’ambito dello specifico appalto.


Cass. n. 1619/2019

Il divieto posto dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, che esclude l’applicabilità alle pubbliche amministrazioni della responsabilità solidale prevista dall’art. 29, comma 2, del citato decreto, ulteriormente specificato dall’art. 9 del d.l. n. 76 del 2013, (conv., con modif., dalla I. n. 99 del 2013), non trova applicazione nei confronti di soggetti privati , quale è nella specie, Trenitalia s.p.a., ai quali pure si applica il codice dei contratti pubblici quali “enti aggiudicatori”, in quanto non vi è un espresso divieto di legge ed inoltre il d.lgs. n. 276 del 2003, che regola la materia dell’occupazione e del mercato del lavoro, sul piano della tutela delle condizioni dei lavoratori, ed il d.lgs. n. 163 del 2006 che opera, invece, sul piano della disciplina degli appalti pubblici, anche apprestando una tutela ai lavoratori, ma con più intensa concentrazione sull’esecuzione dell’appalto sono tra loro compatibili (cfr. Cass. 24/05/2016 n.10731 e più recentemente Cass. sez. VI-L 06/04/2017 n. 8955 e Cass. sez. VI-L 20/07/2018 n. 19339) (conf. Cass. n. 6342/20195619/2019).

Il T.f.r. deve essere compreso tra i “trattamenti retributivi” previsti dall’art. 29 d. Igs. 276/2003 stante la natura di retribuzione differita dell’istituto (cfr. Cass. 08/01/2016 n. 164, Cass. 14 maggio 2013 n. 11479, Cass. 22/09/2011 n. 19291).

Ne consegue che in relazione ai periodi di esecuzione dell’appalto le quote di T.f.r. devono essere incluse nei trattamenti retributivi del cui pagamento il committente è solidalmente responsabile ai sensi dell’art. 29 d.lgs. 276/2003 e tale affermazione ha trovato conferma sul piano del diritto positivo per effetto delle modifiche poi apportate dall’art. 21, primo comma d.l. 5/2012 conv. con mod. in L. 35/2012. ( cfr. Cass. n. 10731 del 2016 e sez. VI-L n. 19339 del 2018 cit.).

La posizione giuridica soggettiva della committente  che, in forza dell’art. 29 d.lgs. n. 276 del 2003, corrisponda i trattamenti retributivi ed il TFR ai dipendenti del proprio appaltatore non è riconducibile a quella dell’ «avente diritto dal lavoratore», quest’ultimo beneficiario della garanzia del Fondo istituito ai sensi della L. n. 297 del 1982, art. 2 (a tenore del quale il Fondo di Garanzia si sostituisce al datore di lavoro insolvente nel pagamento del TFR spettante ai lavoratori «o loro aventi diritto»).

Il committente adempie ad un’obbligazione propria nascente dalla legge, e, pertanto, non diviene avente diritto dal lavoratore e non ha titolo per ottenere l’intervento del Fondo di garanzia di cui all’art. 2 della L. n. 297 del 1982; è, piuttosto, legittimato a surrogarsi nei diritti del lavoratore verso il datore di lavoro-appaltatore, ex art. 1203, n. 3, cod.civ.”(cfr. in termini di recente Cass. Ord. sez. VI-L 16/02/2018 n. 3884 ed ivi richiami di giurisprudenza) (cfr. Cass. 20/05/2016 nn. 10543 e 10544).


Cass. n. 834/2019

Con la disposizione di cui all’art. 29, d.lgs. n. 276/2003, l’ordinamento ha inteso perseguire l’evidente obiettivo di operare in funzione di una ricomposizione normativa della catena degli appalti, assicurando ai lavoratori delle piccole e micro-imprese subappaltatrici, possibilità di tutela in precedenza non riconosciute, evitando il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale.

Il testo della norma in discorso e la ratio che la sottende, impongono di ritenere che l’ordinamento abbia inteso garantire il lavoratore circa il pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto avendo, limitatamente ad esso, come debitore non solo il datore di lavoro ma anche l’impresa appaltante e gli eventuali subappaltatori, in relazione al periodo del rapporto lavorativo coinvolto dall’appalto.

Si tratta di un compendio normativo che si inserisce nel più ampio disegno volto ad assicurare ai lavoratori margini di tutela più ampi anche in ipotesi di trasferimento d’azienda o di un suo ramo, o nei sempre più frequenti processi di esternalizzazione del lavoro, caratterizzati da un efficace apparato garantistico, analogamente a quanto previsto nel caso di subingresso di un appaltatore ad un altro, secondo lo speciale sistema di tutela approntato dall’art.2112 c.c.; ovvero, analogamente a quanto disposto dall’art.1676 c.c. che prescrive uno speciale sistema di tutela delineante la possibilità di esercitare la cd.azione diretta di rivalsa, in forza del quale i dipendenti dell’appaltatore possono chiamare in giudizio il committente per conseguire quanto è a loro dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l’appaltatore nel tempo in cui essi propongono la domanda.


Cass. n. 444/2019

In un appalto pubblico è ammissibile il concorso, nei confronti di un imprenditore soggetto di diritto privato committente , della disciplina dettata dal codice degli appalti pubblici e del regime di garanzia dei lavoratori dell’appaltatore dettato dall’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003, in assenza di un espresso divieto di legge (cfr. Cass. 10731 del 2016, Cass. n. 20327 del 2016, Cass- 8955 del 2017, Cass. 10777 del 2017, Cass. n. 19339 del 2018, tutte anche con riguardo all’affermata insussistenza di una questione di legittimità in ordine alla disparità di trattamento tra enti pubblici e imprese private e alla limitazione di iniziativa economica).

Invero, il codice dei contratti pubblici non contiene una disciplina di legge autosufficiente, in sé esaustiva, ed è, pertanto, compatibile con disposizioni ad esso esterne, come chiaramente denunciato dal rinvio, per quanto in esso non espressamente previsto in riferimento all’attività contrattuale, alle disposizioni stabilite dal codice civile (art. 2, quarto comma 163/2006) e che, proprio in virtù di un tale rimando, nei confronti delle pubbliche amministrazioni – cui è preclusa per espresso divieto di legge l’integrazione con il d.lgs. 276/2003 – si è ritenuto applicabile il regime di garanzia dei lavoratori (più in generale degli ausiliari) dell’appaltatore previsto dall’art. 1676 c.c. (Cass. n. 15432 del 2014).

Infatti, il d.lgs. n. 163 del 2006 opera sul diverso piano della disciplina degli appalti pubblici, anche apprestando una tutela ai lavoratori in corso d’opera, ma con più intensa concentrazione sull’esecuzione dell’appalto in conformità a tutti gli obblighi previsti dalla legge, mentre il d.lgs. n. 276 del 2003 regola la materia dell’occupazione e del mercato del lavoro, sul piano della tutela delle condizioni dei lavoratori, con riserva di una più forte protezione ad essi, titolari di un’azione diretta nei confronti (in via solidale con il proprio datore di lavoro) del committente per ottenere i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti in dipendenza dell’appalto e non soltanto, come a norma dell’art. 5, comma 1 del d.p.r. 207 del 2010, le retribuzioni arretrate

Il principio di responsabilità solidale ha trovato riconoscimento a livello europeo, posto che il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione di elogio nei confronti degli Stato membri che hanno dato “una risposta ai problemi legati agli obblighi dei subappaltatori in qualità di datori di lavoro attraverso la definizione di meccanismi nazionali di responsabilità” (Risoluzione del 26.3.2009) e, in precedenza, la Corte di Giustizia aveva confermato la compatibilità del principio di solidarietà negli appalti con il diritto europeo, evidenziando che esso è funzionale a consentire una protezione volta a prevenire la riduzione del costo del lavoro al di sotto del livello minimo che deve essere garantito (sentenza 12.10.2004, C-60/2003).

Inoltre, il giudice delle leggi (intervenuto con riguardo al regime di solidarietà del committente nei confronti dei dipendenti del subfornitore) ha sottolineato che la ratio dell’introduzione della responsabilità solidale del committente è quella di evitare il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale (Corte Cost. n. 254 del 2017).

Il committente presta una garanzia in favore del datore di lavoro ed a vantaggio del lavoratore, adempiendo alla quale assolve ad un’obbligazione propria,istituita ex lege” (Cass. n. 10543 del 2016) e che non può ritenersi compresa, nell’area dei debiti garantiti, l’indennità sostitutiva delle ferie non godute che, pur avendo natura mista (di carattere risarcitorio, compensando un danno derivante dalla mancata fruizione del riposo, e di carattere retributivo, attenendo al sinallagma contrattuale), va esclusa dal concetto di “trattamenti retributivi” da interpretarsi in senso restrittivo posto che il committente rimane estraneo alle vicende relative al rapporto tra lavoratore e appaltatore (Cass. n. 10354 del 2016) (conf. Cass. n. 2297/2019).

La responsabilità solidale riguarda solo i crediti maturati nel periodo di durata del contratto di appalto e in ragione della prestazione resa per la realizzazione dell’opera o del servizio commissionati.

Seppure la norma (sino alle modifiche del 2012, con particolare riferimento al T.F.R.) non lo specifichi, la responsabilità solidale deve ritenersi limitata solo ai crediti retributivi maturati nel corso dell’esecuzione dell’appalto.

Invero, la logica della solidarietà imposta dall’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 si basa sul rafforzamento della garanzia patrimoniale a favore del lavoratore con riguardo al pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’appalto cui ha personalmente dedicato le sue energie lavorative avendo, limitatamente ad esso, come debitore non solo il datore di lavoro ma anche l’impresa appaltante, la quale risulta, peraltro, completamente estranea al rapporto di lavoro svolto al di fuori dell’esecuzione dell’appalto (cfr. Cass. n. 17725 del 2017 seppur con riguardo alla disposizione normativa frutto delle modifiche del 2012).

Di conseguenza, il committente risponde solamente per i crediti maturati in relazione al periodo del rapporto di lavoro coinvolto dall’appalto e, nella specie, della sola quota parte di T.F.R. maturato dal lavoratore nell’ambito dello specifico appalto.


Cass. n. 32504/2018

Il principio di responsabilità solidale ha trovato, peraltro, riconoscimento a livello europeo, posto che il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione di elogio nei confronti degli Stato membri che hanno dato “una risposta ai problemi legati agli obblighi dei subappaltatori in qualità di datori di lavoro attraverso la definizione di meccanismi nazionali di responsabilità” (Risoluzione del 26.3.2009) e, in precedenza, la Corte di Giustizia aveva confermato la compatibilità del principio di solidarietà negli appalti con il diritto europeo, evidenziando che esso è funzionale a consentire una protezione volta a prevenire la riduzione del costo del lavoro al di sotto del livello minimo che deve essere garantito (sentenza 12.10.2004, C-60/2003).

Inoltre, il giudice delle leggi (intervenuto con riguardo al regime di solidarietà del committente nei confronti dei dipendenti del subfornitore) ha sottolineato che la ratio dell’introduzione della responsabilità solidale del committente è quella di evitare il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale (Corte Cost. n. 254 del 2017).

Questa Corte, con riguardo all’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003, ha, inoltre, già affermato che il committente “presta una garanzia in favore del datore di lavoro ed a vantaggio del lavoratore, adempiendo alla quale assolve ad un’obbligazione propria, istituita ex lege” (Cass. n. 10543 del 2016) e che non può ritenersi compresa, nell’area dei debiti garantiti, l’indennità sostitutiva delle ferie non godute che, pur avendo natura mista (di carattere risarcitorio, compensando un danno derivante dalla mancata fruizione del riposo, e di carattere retributivo, attenendo al sinallagma contrattuale), va esclusa dal concetto di “trattamenti retributivi” da interpretarsi in senso restrittivo posto che il committente rimane estraneo alle vicende relative al rapporto tra lavoratore e appaltatore (Cass. n. 10354 del 2016).


Cass. n. 28585/2018

Al caso in esame si applica il seguente principio di diritto: “In materia di appalti pubblici, ai sensi dell’art. 1, comma 2, del d.lgs. n.276 del 2003, non è applicabile alle pubbliche amministrazioni la responsabilità solidale prevista dall’art. 29, comma 2, del richiamato decreto, dovendosi ritenere che l’art. 9 del d.l. n.76 del 2013, conv. con modifiche nella I. n.99 del 2013, nella parte in cui prevede la inapplicabilità del suddetto articolo 29 ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1 del d.lgs. n.165 del 2001, non abbia carattere di norma d’interpretazione autentica, dotata di efficacia retroattiva, avendo solo esplicitato, senza innovare il quadro normativo previgente, un precetto già desumibile dal testo originario del richiamato art. 29 e dalle successive integrazioni” (Cass. n. 20327/2016) (conf. Cass. 28925/2018).


Cass. n. 28455/2018

In materia di appalti pubblici, il divieto posto dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, che esclude l’applicabilità alle pubbliche amministrazioni della responsabilità solidale prevista dall’art. 29, comma 2, del citato decreto, ulteriormente specificato dall’art. 9 del d.l. n. 76 del 2013, (conv., con modif., dalla I. n. 99 del 2013), non sussiste nei confronti di soggetti privati (nella specie, Trenitalia s.p.a.), cui pure si applica il codice dei contratti pubblici quali “enti aggiudicatori”, attesa l’assenza di un espresso divieto di legge e la compatibilità tra il d.lgs. n. 276 del 2003, che regola la materia dell’occupazione e del mercato del lavoro, sul piano della tutela delle condizioni dei lavoratori, ed il d.lgs. n. 163 del 2006 che opera, invece, sul piano della disciplina degli appalti pubblici, anche apprestando una tutela ai lavoratori, ma con più intensa concentrazione sull’esecuzione dell’appalto (Cass. n. 8955/2017; conf. Cass. n. 10731/2016)

La Corte ha osservato che, fermo restando il divieto di applicazione della disciplina della solidarietà alla Pubblica Amministrazione non esiste un analogo divieto di applicazione dell’art. 29, secondo comma d.lgs. 276/2003 nei confronti dei soggetti privati, quale Trenitalia s.p.a., cui pure si applica il codice dei contratti pubblici, nella sua qualità di “ente aggiudicatore” (secondo la definizione dell’art. 3, ventinovesimo comma d. Lgs. 163/2006).

E’ stato sottolineato come il codice dei contratti pubblici non contenga una disciplina di legge autosufficiente, in sé esaustiva né aliunde integrabile e che esso, al contrario, è compatibile con disposizioni ad esso esterne, come chiaramente denunciato dal rinvio, per quanto in esso non espressamente previsto in riferimento all’attività contrattuale, alle disposizioni stabilite dal codice civile (art. 2, quarto comma 163/2006) e che, proprio in virtù di un tale rimando, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, cui è preclusa per espresso divieto di legge l’integrazione con il d.lgs. 276/2003, si è ritenuto applicabile il regime di garanzia dei lavoratori (più in generale degli ausiliari) dell’appaltatore previsto dall’art. 1676 c.c. (ancora da Cass. 7 luglio 2014, n. 15432) (conf. Cass. n. 31769/2018 relativa a vertenza con parte Autostrade per l’Italia).

Per i soggetti privati, quale Trenitalia è stato ritenuto a ragione applicabile il regime di responsabilità solidale stabilito dall’art. 29, secondo comma d. Lgs. 276/2003 anche qualora committenti in appalti pubblici, alla cui disciplina pure siano soggetti, essendo stata esclusa ogni incompatibilità tra le due discipline (Cass. n. 10731/2016).


Cass. n. 27678/2018

La logica della solidarietà tra l’ appaltatore ed il committente sancita dall’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, che garantisce il lavoratore circa il pagamento dei trattamenti retributivi dovuti in relazione all’ appalto cui ha personalmente dedicato le proprie energie lavorative, nonché il dato testuale della norma, che fa riferimento al periodo di esecuzione del relativo contratto, impongono di ritenere che la solidarietà sussiste solo per i crediti maturati con riguardo al periodo del rapporto lavorativo coinvolto dall’appalto stesso, con esclusione di quelli sorti in altri periodi, ed il termine biennale dalla cessazione dell’appalto previsto dalla suddetta disposizione ha natura di termine di decadenza per la proposizione dell’azione giudiziale per i crediti per i quali vi sia tale possibilità (Cass. n. 17725/2017; Cass. n. 19740/2015).

Questa Corte ha avuto occasione di chiarire che In tema di responsabilità solidale del committente con l’appaltatore di servizi, la locuzione “trattamenti retributivi” di cui all’art. 29, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, dev’essere interpretata in maniera rigorosa, nel senso della natura strettamente retributiva degli emolumenti che il datore di lavoro risulti tenuto a corrispondere ai propri dipendenti” ( Cass.n. 10354/2016).


Cass. n. 18809/2018

Il termine di decadenza di un anno dalla cessazione dell’appalto, introdotto dall’art. 4 della L. n. 1369 del 1960 (e riferito al regime antecedente a quel introdotto con l’art. 29, d.lgs. n. 276/2003), per l’esercizio dei diritti dei lavoratori dipendenti da imprese appaltatrici nei confronti degli imprenditori appaltanti, ha efficacia limitata ai diritti suscettibili di essere fatti valere direttamente dai lavoratori e non può estendersi ad un soggetto terzo, quale l’ente previdenziale.

Una interpretazione incentrata sulla lettera del combinato disposto degli artt. 3 e 4 della L. n. 1369 del 1960 e sulla ratio sottesa al dato normativo mostra come il legislatore abbia voluto introdurre una obbligazione di carattere solidale al fine di garantire, ai dipendenti delle imprese appaltatrici, un trattamento minimo inderogabile retributivo ed un trattamento normativo non inferiore a quello dei dipendenti degli appaltanti, sempre che si sia in presenza di specifiche prestazioni da effettuarsi all’interno dell’azienda di questi ultimi, ed abbia altresì inteso estendere, sempre a garanzia dei suddetti dipendenti, la solidarietà tra committente ed appaltatore anche alle prestazioni scaturenti dalle leggi di previdenza ed assistenza (conf. Cass. n. 996/2007).


Cass. n. 18751/2018

La ricorrenza di un appalto, anziché di un contratto di trasporto, postula la presenza di un’apposita organizzazione di mezzi apprestata dal trasportatore per l’esecuzione del contratto, in relazione all’importanza e alla durata dei trasporti da effettuare e che connotati rivelatori di detta organizzazione sono, normalmente, da individuarsi nella molteplicità e sistematicità dei trasporti, nella pattuizione di un corrispettivo unitario per le diverse prestazioni, nell’assunzione dell’organizzazione dei rischi da parte del trasportatore (cfr. Cass. 14.7.2015 n. 14670, con richiamo a Cass., Sez. 1, 21 marzo 1980, n. 1902; Cass., 29 aprile 1981, n. 2620).

La presunzione di esistenza di un unitario contratto di appalto nel servizio di trasporto, anziché di una molteplicità di contratti di trasporto, può essere utilmente invocata qualora le modalità di esecuzione dei trasporti medesimi, e, in generale, il comportamento delle parti, siano tali da evidenziare, a prescindere dal contenuto formale dei negozi predisposti dalle parti, un rapporto contrattuale unico ed onnicomprensivo, caratterizzato da continuità e predeterminazione delle rispettive prestazioni (Cass., 11 maggio 1982, n. 2926) e che, ai fini della configurabilità di un contratto di appalto nel servizio di trasporto, occorre attribuire rilievo ad una serie di elementi presuntivi rivelatori del carattere unitario delle prestazioni consistenti in una serie di trasporti collegati al raggiungimento di un risultato complessivo, non limitato all’esecuzione di singole e sporadiche prestazioni di trasporto, ma volto all’esecuzione di un servizio di trasferimento di carattere continuativo.

Si configura la fattispecie dell’appalto in presenza della riscontrata avvenuta pianificazione tra le parti dell’esecuzione di una serie di trasporti, con carattere di prestazioni continuative, soggette ad una disciplina unitaria, per il cui adempimento il sub vettore – appaltatore dispone di un’organizzazione di mezzi propri, finalizzata al raggiungimento del risultato complessivo rispondente alle esigenze del committente, non limitato all’esecuzione di singole e sporadiche prestazioni di trasporto, ma volto a garantire un servizio di trasferimento di carattere continuativo, con tacito rinnovo del contratto in caso di mancata disdetta e con previsto pagamento del compenso a cadenza periodica mensile.


Cass. n. 16259/2018

Questa Corte, con particolare riferimento alla tutela riservata ai lavoratori delle ditte appaltatrici o subappaltatrici, ha affermato che:

– i consorzi, quando contrattano con i terzi, operano quali mandatari dei consorziati, per cui le obbligazioni assunte sorgono direttamene in capo al singolo consorziato senza la necessità della spendita del nome dello stesso (cfr. Cass. n. 16931 del 2014; Cass. n. 3829 del 2001);

– l’assegnazione, da parte dei Consorzi, dei lavori oggetto dell’appalto all’impresa consorziata costituisce una forma di sub-derivazione del contratto d’appalto;

– la legittimazione passiva del Consorzio è stata ritenuta sulla base della qualificazione del negozio di assegnazione in termini di sub-appalto;

– nel caso di subappalto, che altro è se non un contratto “derivato” da altro contratto, trovano applicazione le tutele speciali previste dall’ordinamento ed in particolare quelle speciali previste dall’art. 1676 cod.civ. e dall’art. 29 del d.lgs. n. 276 del 2003 a favore dei lavoratori dipendenti dall’impresa dell’appaltatore nei confronti del committente per preservarli dal rischio di inadempimento dell’appaltatore (cfr. Cass. n. 6208 del 2008, Cass. n. 10439 del 2012; Cass. n. 16931 del 2014; Cass. n. 24368 del 2017).

Pertanto, in relazione ai contratti di appalto stipulati dai Consorzi e poi ceduti all’impresa consorziata, ed ai fini del rapporto con i lavoratori subordinati di quest’ultima, i Consorzi vanno considerati alla stregua di sub-committenti e la vicenda contrattuale va riguardata come un caso di sub-derivazione dal contratto di appalto, e, quindi, di subappalto; ne consegue l’applicazione della specifica disciplina di tutela in relazione ai diritti dei dipendenti dell’appaltatore (o, come nel caso di specie, dei dipendenti del subappaltatore) ai sensi dell’art. 29 della legge n. 276 del 2003, art. 29 (e dell’art. 1676 cod.civ.), all’interno della cui disciplina garantistica ricade, per le già viste considerazioni.

Invero, la suddetta tutela speciale, in base alla quale i lavoratori dipendenti dell’appaltatore hanno, nei confronti del committente, un’azione diretta allo scopo di conseguire quanto è loro dovuto con riferimento all’attività lavorativa prestata per eseguire l’opera appaltata, si applica anche ai dipendenti del subappaltatore nei confronti del subcommittente o subappaltante, sia in base al criterio di interpretazione letterale, in quanto il contratto di subappalto altro non è che un vero e proprio appalto, che si caratterizza rispetto al contratto-tipo solo per essere un contratto derivato da altro contratto stipulato a monte, che ne costituisce il presupposto, sia in considerazione della ratio delle norme, che è ravvisabile nell’esigenza di assicurare una particolare tutela in favore dei lavoratori ausiliari dell’appaltatore, atta a preservarli dal rischio dell’inadempimento di questi – esigenza che ricorre identica nell’appalto e nel subappalto (cfr. con riguardo all’art. 1676 cod.civ., Cass. n. 12048 del 2003) (n.d.r.: vicenda decisa in applicazione della disposizione di cui all’art. 29, d.lgs. n. 276/2003, vigente nel febbraio 2009, il cui testo è riportato dalla sentenza in esame).

L’esercizio di un potere di controllo da parte del committente è compatibile con un regolare contratto di appalto e dunque, sotto questo profilo, può ritenersi legittima la predeterminazione da parte del committente anche delle modalità temporali e tecniche di esecuzione del servizio o dell’opera oggetto dell’appalto che dovranno essere rispettate dall’appaltatore, con la conseguenza che non può ritenersi sufficiente ai fini della configurabilità di un appalto fraudolento, la circostanza che il personale dell’appaltante impartisca disposizioni agli ausiliari dell’appaltatore, occorrendo verificare se le disposizioni impartite siano riconducibili al potere direttivo del datore di lavoro, in quanto inerenti a concrete modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative, oppure al risultato di tali prestazioni, che può formare oggetto di genuino contratto di appalto (Cass. n. 15615 del 2010; Cass. n. 23522 del 2013 con riguardo all’appalto lecito, c.d. endoaziendale, di cui all’art. 3 della legge n. 1369 del 1960).


Cass. n. 6601/2018

E’ nullo il contratto di appalto, perché stipulato in frode alla legge, in quanto giustificato solo dalla finalità di sottrarsi agli imperativi obblighi contributivi dettati dallo Stato italiano, ai sensi dell’art. 1344 cod. civ.. caratterizzato dalla inconsistenza del soggetto appaltatore (avente sede in Paese estero non -ancora- appartenente alla Comunità Europea), denominato quasi nello stesso modo di quello italiano con il quale condivideva anche l’unico socio ed amministratore.

La verifica della ricorrenza della frode alla legge, che si realizza ove si manifesti una divergenza fra la causa tipica dell’atto negoziale e la determinazione causale del suo autore indirizzato alla elusione di una norma imperativa, è rimessa al giudice di merito, la cui valutazione è incensurabile in cassazione ove correttamente ed adeguatamente motivata (Cass. n. 4291 del 1984; n. 2874 del 2008).


C. Cost. n. 254/2017

All’obiezione per cui la natura eccezionale della norma sulla responsabilità solidale del committente osterebbe ad una sua applicazione estensiva in favore di una platea di soggetti diversi dai dipendenti dell’appaltatore o subappaltatore (ai quali soltanto la norma stessa fa testuale riferimento) si replica, infatti, che l’eccezionalità della responsabilità del committente è tale rispetto alla disciplina ordinaria della responsabilità civile – che esige di correlarsi alla condotta di un soggetto determinato – ma non lo è più se riferita all’ambito, ove pur distinto, ma comunque omogeneo in termini di lavoro indiretto, dei rapporti di sub fornitura.

Ciò in quanto la ratio dell’introduzione della responsabilità solidale del committente – che è quella di evitare il rischio che i meccanismi di decentramento, e di dissociazione fra titolarità del contratto di lavoro e utilizzazione della prestazione, vadano a danno dei lavoratori utilizzati nell’esecuzione del contratto commerciale – non giustifica una esclusione (che si porrebbe, altrimenti, in contrasto con il precetto dell’art. 3 Cost.) della predisposta garanzia nei confronti dei dipendenti del sub fornitore, atteso che la tutela del soggetto che assicura una attività lavorativa indiretta non può non estendersi a tutti i livelli del decentramento.


PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

Cass. n. 30128/2018

Per gli appalti pubblici l’ordinamento prevede un complesso articolato di tutele, volte tutte ad assicurare il rispetto dei diritti dei lavoratori, tutele che difettano nell’appalto privato e che compensano la mancata previsione della responsabilità solidale prevista dall’art. 29 del D.Igs n. 276 del 2003, non applicabile alla pubblica amministrazione in quanto in contrasto con il principio generale (oggi rafforzato dal nuovo testo dell’art. 81 Cost. che affida alla legge ordinaria il compito di fissare “i criteri volti ad assicurare l’equilibrio fra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni”) in forza del quale gli enti pubblici sono tenuti a predeterminare la spesa e, quindi, non possono sottoscrivere contratti che li espongano ad esborsi non previamente preventivati e deliberati

La responsabilità prevista dall’art. 1676 c.c., applicabile anche alle pubbliche amministrazioni, al pari dell’intervento sostitutivo di cui al D.Igs 163 del 2006, opera nei limiti di quanto è dovuto dal committente all’appaltatore, mentre l’art. 29 comporta la responsabilità dell’appaltante anche nell’ipotesi in cui lo stesso abbia già adempiuto per intero la sua obbligazione nei confronti dell’appaltatore.

Detta responsabilità non può essere estesa alle pubbliche amministrazioni in relazione alle quali vengono in rilievo interessi di carattere generale che sarebbero frustrati ove si consentisse la lievitazione del costo dell’opera pubblica, quale conseguenza dell’inadempimento dell’appaltatore.


Cass. n. 27677/2018

“In materia di appalti pubblici, ai sensi dell’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, non è applicabile alle pubbliche amministrazioni la responsabilità solidale prevista dall’art. 29, comma 2, del richiamato decreto, dovendosi ritenere che l’art. 9 del di. n. 76 del 2013, conv. con modif. nella I. n. 99 del 2013, nella parte in cui prevede la inapplicabilità del suddetto articolo 29 ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1 del d.lgs. n. 165 del 2001, non abbia carattere di norma d’interpretazione autentica, dotata di efficacia retroattiva, avendo solo esplicitato, senza innovare il quadro normativo previgente, un precetto già desumibile dal testo originario del richiamato art. 29 e dalle successive integrazioni” (Così Cass. n.20327 del 2016; cfr. anche Cass. n. 10844 del 2018; Cass. n.10644 del 2016; Cass. n.10731 del 2016; Cass. n.15432 del 2014) (conf. Cass. n. 28245/2018) (n.d.r.: le pronunce riguardano vicende antecedenti alla previsione di cui all’art. 9, comma 1 del D.L. n. 76/2013, che ha definitivamente chiarito che il vincolo solidaristico passivo previsto dal Decreto Biagi non trova applicazione nei confronti delle stazioni appaltanti).