E’ dal 1° febbraio che organi di stampa e di informazione, TG compresi, titolano a caratteri imponenti che la navigazione facebook durante l’orario di lavoro costituisce giusta causa di licenziamento.

Ad ascoltare la notizia, il telespettatore o il lettore, sia il più accorto ed esperto, sia il non giurista o il non specialista della materia, tendono ad inquadrare la pronuncia come portatrice di un principio innovativo, idoneo, soprattutto, a chiarire i termini ed i modi con i quali il datore di lavoro ha potuto acquisire i dati circa la navigazione informatica e, quindi, ha potuto controllare il lavoratore.

Tutto ciò nella inconscia curiosità che una simile pronuncia, proprio perchè così tanto pubblicizzata (e comunicata ancor prima che la Corte di Cassazione rendesse pubblica, sul proprio sito, la sentenza) poteva avere preso posizione sulla nuova regolamentazione dell’art. 4 St. Lav., nella versione introdotta dall’art. 23, d.lgs. n. 151/2015.

Nulla di tutto questo, purtroppo. La sentenza, a mio avviso, non sarebbe stata meritevole di segnalazione, tanto è vero che sul sito non se ne trova traccia.

La sentenza della Corte ha confermato la pronuncia di merito che ha ritenuto legittimo il licenziamento del lavoratore marcatamente inadempiente, in quanto impegnato sui social anziché lavorare.

Nella vicenda in esame, la navigazione telematica ha costituito solo il presupposto dell’inadempimento che, però, per come è stata motivata sentenza (basata sulla sostanziale inammissibilità del ricorso proposto dalla lavoratrice) resta del tutto indifferente (la lavoratrice avrebbe potuto trascorrere il tempo giocando alle carte o facendo il cruciverba).

Infatti, la pronuncia ha evitato di affrontare le vere problematiche giuridiche sottese alle modalità di controllo sui lavoratori, in applicazione dell’art. 4 St. Lav. e nulla ha affermato in merito alle prerogative di riservatezza dei lavoratori.

Dalle motivazione della sentenza pare, infatti, che la questione non fosse stata sollevata dalla dipendente licenziata.

Concludendo, la pronuncia si risolve nel principio, mutuato dalla sentenza del Giudice di appello, per cui qualora l’accesso al computer in uso al lavoratore necessiti di una password, non vi è dubbio che l’utilizzo del medesimo sia riferibile al dipendente.

Francamente un pò poco, per finire su TG e Quotidiani e nulla per ricondurre il licenziamento all’utilizzo di facebook, in quanto sarebbe stata sufficiente una qualsiasi navigazione internet o l’abuso utilizzo della posta elettronica, questioni queste, di cui, però, già si conosce la rilevanza dell’inadempimento.

F.A.