di Francesca Messina  

La decretazione d’urgenza, conseguente allo stato di emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da corona virus o COVID-19, ha introdotto una serie di misure in favore delle lavoratrici e dei lavoratori, sia dipendenti che autonomi tra cui, ex multis, talune indennità a sostegno del reddito previste e disciplinate dagli artt. 27, 28, 29, 44, D.L. 18/2020.

In relazione ad i richiamati articoli il Legislatore ha tenuto a precisare, sia nel corpo degli stessi che, con il decreto interministeriale del 28.3.2020 attuativo dell’art. 44 del D.L. n.18/20 per i liberi professionisti iscritti alle rispettive Casse di Previdenza nonché, ancora, con l’art. 34 del D.L. n. 23/2020, che la condizione per beneficiare delle suddette indennità è che il richiedente non sia titolare di pensionee non risulti iscritto ad altre forme di previdenza obbligatorie.

In aggiunta a quanto sopra, inoltre, l’INPS già con circolare n. 49 del 30.3.2020, ha tempestivamente chiarito “che le indennità di cui ai predetti articoli 27, 28, 29, 30 e 38 sono anche incompatibili con l’assegno ordinario di invalidità di cui alla legge 12 giugno 1984, n. 222”.

La circolare ha pertanto circoscritto la portata del termine “pensione” genericamente utilizzato dal Legislatore nella decretazione d’urgenza: diversamente sarebbe stato opportuno chiedersi se, dall’erogazione del sopra citato beneficio economico, a carattere straordinario ed eccezionale, avessero dovuto ritenersi escluse indistintamente tutte le pensioni o se, invece, tale esclusione avesse avuto esclusivo riguardo alle sole pensioni caratterizzate dall’esistenza di un rapporto contributivo– e dunque alleprestazioniprevidenziali,e non anche le pensioni degli invalidicivili, aventi invece natura di prestazioni assistenziali.

A riguardo occorre fare una breve digressione sull’istituto dell’invalidità.

Il trattamento di invalidità affonda le proprie origini nel R.D.L. n. 636/1938.

Inizialmente concepito come strumento posto a tutela della perdita della capacità di guadagno del lavoratore, ridotta in maniera permanente ed a meno di un terzo in ragione di un’infermità fisica o psichica dello stesso, con L. n. 222/1984, l’invalidità ha successivamente acquisito la caratteristica di strumentoa tutela dellaincapacità di lavoro,pur sempre mantenendo ferma la proprianatura previdenziale.

Nel linguaggio comune il termine “invalidità” e l’espressione “trattamento pensionistico” vengono spesso impiegati impropriamente od in maniera a-tecnica, dando luogo problematiche interpretative tali da poter portare a ritenere che:

  1. l’invalidità sia categoria generale nell’ambito della quale far rientrare, senza distinzione alcuna, tutte le invalidità;
  2. tutte le prestazioni di invalidità, senza distinzione alcuna, siano indistintamente considerabili trattamenti pensionistici.

Appare allora necessario effettuare una distinzione, nell’ambito della categoria delle invalidità, tra invalidità contributive ed invalidità civili.

Secondo l’art. 1 della L. 12 giugno 1984 n.222 “Si considera invalido, ai fini del conseguimento del diritto ad assegno nell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti ed autonomi gestita dall’Istituto nazionale della previdenza sociale, l’assicurato la cui capacità di lavoro, in occupazioni confacenti alle sue attitudini, sia ridotta in modo permanente a causa di infermità o difetto fisico o mentale a meno di un terzo”.

L’art. 2 L. n. 118/71 stabilisce che“Agli effetti della presente legge, si considerano mutilati ed invalidi civili i cittadini affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, compresi gli irregolari psichici per oligofrenie di carattere organico o dismetabolico, insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacita’ lavorativa non inferiore a un terzo o, se minori di anni 18, che abbiano difficolta’ persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età”.

Ancor prima, però, imprescindibile è il richiamo all’art. 38 Cost. attraverso il quale il Legislatore svela la summa divisio tra Assistenza e Previdenza:

  1. i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria” (comma 2);
  2. “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale (comma 1).

Dalle premesse, quindi, a seconda dei soggetti destinatari ed aventi diritto, è possibile ricavare la differente natura dell’invalidità e, conseguentemente, la diversa natura del trattamento erogato dall’Ente Previdenziale:

  1. l’assegno ordinario di invalidità –ex L. 222/84- che, avendo natura previdenziale, presuppone un rapporto contributivo;
  2. l’assegno di invalidità civile che, traendo il proprio fondamento giuridico nella L. n. 118/71, ha, invece, natura assistenziale.

La ratio e la lettura sistematica delle richiamate disposizioni sembrano escludere l’incompatibilità tra le indennità “straordinarie” a sostegno del reddito introdotte con la decretazione d’urgenza e l’assegno di invalidità civile, in quanto prestazione assistenziale.

In generale la disciplina delle incompatibilità appare concernere esclusivamente le prestazioni previdenziali caratterizzate dall’esistenza di un rapporto contributivo.

Ciò premesso è doveroso precisare che non esiste una risposta universale ed ogni singolo caso va attenzionato.

In particolar modo, per i liberi professionisti, occorrerà guardare alle disposizioni in materia stabilite dalle relative Casse di appartenenza.

Per quanto riguarda, nello specifico, gli Avvocati, si segnala a scopo esemplificativo che la disciplina del trattamento di invalidità (denominato “pensione” tuttavia con evidente richiamo alla L. n.222/84, salvo alcune specifiche) è regolata dall’art. 10 del Regolamento delle prestazioni previdenziali di Cassa Forense, il quale dispone testualmente che “La pensione di invalidità spetta all’ iscritto la cui capacità all’ esercizio della professione sia ridotta in modo continuativo, a meno di un terzo, per infermità o difetto fisico o mentale, sopravvenuti dopo l’iscrizione. Debbono altresì concorrere le condizioni di cui all’ art. 9, primo comma, lettera b). Sussiste il diritto a pensione anche quando l’ infermità o i difetti fisici o mentali invalidanti preesistono al rapporto assicurativo, purché vi sia stato un successivo aggravamento o siano sopraggiunte nuove infermità che abbiano provocato la riduzione a meno di un terzo della capacità lavorativa”.

In assenza delle condizioni di cui all’art. 9, lett. b) ovvero che “l’iscritto abbia maturato almeno cinque anni di effettiva iscrizione e contribuzione alla Cassa e l’iscrizione sia in atto, continuativamente da data anteriore al compimento del quarantesimo anno di età dell’ iscritto medesimo” la domanda di invalidità civile, qualora sussistente, andrebbe presentata ad INPS, fermi i requisiti reddituali, mentre la domanda di cui all’art. 44, a Cassa Forense stante l’esclusività dell’iscrizione slla stessa, come espressamente previsto dall’art. 21 della L. n. 247/12.