A) LEGITTIMAZIONE ALLA PROPOSIZIONE DELL’AZIONE

a) Nel settore privato

Cass. n. 13862/2019

Ai fini della proposizione dell’azione di cui all’art. 28, L. n. 300/1970, sussiste la legittimazione attiva di organismi locali di sindacati non maggiormente rappresentativi sul piano nazionale, nè intercategoriali o aderenti a confederazioni, essendo invece determinante il requisito della diffusione del sindacato (anche monocategoriale) sul territorio nazionale, dovendosi però intendere tale diffusione nel senso che basta lo svolgimento di effettiva azione sindacale (non su tutto ma) su gran parte del detto territorio ((v., fra le altre, Cass. n. 15262 del 2002; Cass. SS.UU. n. 28269 del 2005; Cass. n. 16383 del 2006; Cass. n. 13240 del 2009; Cass. 5321 del 2017; Cass. n. 2375 del 2015; Cass. n. 6322 del 2018).

In particolare, questa Corte (Cass. n. 6322 del 2018; Cass. 5209 del 2010; Cass. n. 13240 del 2009) ha anche precisato che non devono confondersi i requisiti di cui all’art. 19 della legge n. 300 del 1970, n. 300, per la costituzione di rappresentanze sindacali, titolari dei diritti di cui al titolo III, con la legittimazione prevista ai fini dell’art. 28 stessa legge: in quanto l’art. 19 richiede la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali (o anche provinciali o aziendali, purchè applicati in azienda), oppure, a seguito dell’intervento additivo della Corte Costituzionale con sentenza n. 231/13, la partecipazione del sindacato alla negoziazione relativa agli stessi contratti, quali rappresentanti dei lavoratori, mentre l’art. 28 richiede, invece, solo che l’associazione sia nazionale.


Cass. n. 13857/2019

“In tema di repressione della condotta antisindacale, la legittimazione a promuovere l’azione prevista dall’art. 28 St. lav. deve riconoscersi agli organismi locali delle “associazioni sindacali nazionali”, per la cui identificazione è necessario e sufficiente lo svolgimento di un’effettiva azione sindacale non su tutto, ma su gran parte del territorio nazionale, senza che sia indispensabile che l’associazione faccia parte di una confederazione, né che sia maggiormente rappresentativa” (v., tra le altre, Cass. 2.3.2017 n. 5321; Cass. 9.2.2015, n. 2375, negli stessi termini Cass. 4.3.2010 n. 5209).

In particolare, è stato evidenziato come, in tema di repressione della condotta antisindacale, ai fini del riconoscimento del carattere “nazionale” dell’associazione sindacale legittimata all’azione ex art. 28 Stat. lav., non assume decisivo rilievo il mero dato formale dello statuto dell’associazione (che affermi il carattere nazionale del sindacato), quanto piuttosto la capacità di contrarre con la parte datoriale accordi o contratti collettivi, anche gestionali, che trovino applicazione in tutto il territorio nazionale in riferimento al settore produttivo al quale appartiene l’azienda nei confronti della quale il sindacato intenda promuovere il procedimento, e attestino un generale e diffuso collegamento del sindacato con il contesto socio- economico dell’intero paese, di cui la concreta ed effettiva organizzazione territoriale si configura quale elemento di riscontro del suo carattere nazionale piuttosto che come elemento condizionante (cfr., in tali termini Cass. 5209/2010 cit.).


Cass. n. 9027/2019

Ai fini della legittimazione a promuovere l’azione prevista dall’art. 28 Stat. lav., per “associazioni sindacali nazionali” devono intendersi quelle che abbiano una struttura organizzativa articolata a livello nazionale e che svolgano attività sindacale su tutto o su ampia parte del territorio nazionale, mentre non è necessaria la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali, che rimane un indice tipico, ma non l’unico, rilevante ai fini della “nazionalità” (v., in particolare, Cass. n. 6206 del 2012, Cass. n. 5321 del 2017, Cass. n.17915 del 2017).

Questa Corte ha inoltre affermato che tale requisito non può desumersi da dati meramente formali o da una dimensione statica, puramente organizzativa e strutturale, dell’associazione, come sembra ritenere la ricorrente, essendo piuttosto necessaria un’azione diffusa a livello nazionale (cfr., Cass. n.19272 del 2017, Cass. n. 16637 del 2014; Cass. n. 29257 del 2008; cfr., in fattispecie riguardanti la legittimazione ex art. 28 dello SLAI COBAS, Cass. n. 21931 del 2014, Cass. n. 6206 del 2012 e Cass. n. 2314 del 1012; cfr., ancora, Cass. n. 16787 del 2011; Cass. n. 16383 del 2006).

Ciò che rileva è la diffusione ed una effettiva azione del sindacato su tutto o gran parte del territorio nazionale, non essendo indispensabile che l’associazione faccia parte di una confederazione, né che sia maggiormente rappresentativa (così Cass. S.U. n. 28269/05).


Cass. n. 12551/2018

Ai fini della legittimazione a promuovere l’azione prevista dall’art. 28 st.lav., per “associazioni sindacali nazionali” devono intendersi quelle che abbiano una struttura organizzativa articolata a livello nazionale e che svolgano attività sindacale su tutto o su ampia parte del territorio nazionale, mentre non è necessaria la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali, che rimane un indice tipico, ma non l’unico, rilevante ai fini della “nazionalità”.

Questa Corte ha inoltre affermato che tale requisito non può desumersi da dati meramente formali o da una dimensione statica, puramente organizzativa e strutturale, dell’associazione, essendo piuttosto necessaria un’azione diffusa a livello nazionale (cfr., ex allls, Cass. n. 19272\17, Cass. n. 16637/14; Cass. n. 29257/08; cfr., in fattispecie riguardanti la legittimazione ex art. 28 dello SLAI COBAS, Cass. n. 21931/14, Cass. n. 6206/12 e Cass. n. 2314/12; cfr., ancora, Cass. n. 16787/11; Cass. n. 16383/06).

In breve, ciò che rileva è la diffusione ed una effettiva azione del sindacato su tutto o gran parte del territorio nazionale, non essendo indispensabile che l’associazione faccia parte di una confederazione né che sia maggiormente rappresentativa (così Cass. S.U. n. 28269/05) (conf. Cass. n. 6206/2012 – Cass. n. 5321\17 –  Cass. n.17915\17).


Cass. n. 6322/2018

Va osservato che l’art. 28 Stat. riconosce la legittimazione ad agire per la repressione della condotta antisindacale non già a tutte le associazioni sindacali, ma solo agli “organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse”.

La giurisprudenza di questa Corte Suprema ha ripetutamente affermato (ex plurimis Cass. 5321/2017,1307/06) che con tale disposizione il legislatore ha dettato una disciplina differenziata, operando una distinzione tra associazioni sindacali che hanno accesso anche a questo strumento processuale di tutela rafforzata dell’attività sindacale e altre associazioni sindacali che hanno accesso solo alla tutela ordinaria attivabile ex artt. 414 e ss. c.p.c..

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 89 del 1995 ha riconosciuto la legittimità di questa scelta, evidenziando che il procedimento di repressione della condotta antisindacale si aggiunge alle tutele già assicurate alle associazioni sindacali e rappresenta un mezzo ulteriore per garantire in modo particolarmente rapido ed efficace i diritti del sindacato.

La stessa Corte Costituzionale ha affermato, inoltre, che l’opzione di un livello rappresentativo nazionale, oltre a corrispondere al ruolo tradizionalmente svolto dal movimento sindacale italiano, si uniforma al principio solidaristico, nel quale va inserito anche l’art. 39 Cost. 14. Gli interessi che la procedura dell’art. 28 cit. intende proteggere, quindi, trascendono sia quelli soggettivi dei singoli lavoratori sia quelli localistici e coincidono con gli interessi di un’associazione sindacale che si proponga di operare e operi realmente a livello nazionale a tutela di una o più categorie di lavoratori (Cass. 5209/10).

Questa Corte (Cass. 5209/10, 13240/09) ha anche precisato che non devono confondersi i requisiti di cui all’art. 19 I. n. 300/70 per la costituzione di rappresentanze sindacali, titolari dei diritti di cui al titolo III, con la legittimazione prevista ai fini dell’art. 28 stessa legge.

Mentre l’art. 19 richiede la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali (o anche provinciali o aziendali, purché applicati in azienda), oppure, a seguito dell’intervento additivo della Corte Costituzionale con sentenza n. 231/13, la partecipazione del sindacato alla negoziazione relativa agli stessi contratti, quali rappresentanti dei lavoratori, l’art. 28 richiede, invece, solo che l’associazione sia nazionale.

In breve, ciò che rileva ai sensi dell’art. 28 della L. n. 300 del 1970 è la diffusione del sindacato sul territorio nazionale, a tal fine essendo necessario e sufficiente lo svolgimento di un’effettiva azione sindacale non su tutto, ma su gran parte di esso, senza che in proposito sia indispensabile cha l’associazione faccia parte di una confederazione né che sia maggiormente rappresentativa (Cass. SSUU 28269/05; Cass. 5321/2017, 2375/15).

In presenza di tale requisito devono, quindi, ritenersi legittimate anche le associazioni sindacali intercategoriali per le quali, peraltro, i limiti minimi di presenza sul territorio nazionale devono ritenersi più elevati di quelli di una associazione di categoria.


Cass. n. 1392/2018  

Come già affermato da questa Corte, occorre distinguere il requisito della ‘nazionalità’ (di cui all’art. 28 Stat.lav.) dal requisito dell’effettività dell’azione sindacale su tutto il territorio nazionale (di cui all’art. 19 Stat. Lav.) (Cass. n. 19272\17  Cass. S.U. n. 28269\05,  secondo cui deve intendersi che sia sufficiente lo svolgimento di una effettiva azione sindacale non su tutto ma su gran parte del territorio nazionale, senza esigere che l’associazione faccia parte di una confederazione né che sia maggiormente rappresentativa, né la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali; Cass. n. 2375\15 ; Cass. n. 5321\17; Cass. n. 16787\11).

Ai fini della legittimazione a promuovere l’azione prevista dall’art. 28 dello Statuto dei lavoratori, per “associazioni sindacali nazionali” devono intendersi le associazioni che abbiano una struttura organizzativa articolata a livello nazionale e che svolgano attività sindacale su tutto o su ampia parte del territorio nazionale, mentre non è necessaria la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali (v., Cass. n. 12855/2014; Cass. n. 21941/2012; Cass. n. 6206/2012; Cass. n. 16787/2011; Cass. n. 13240/2009; Cass. S.U. n. 28269 del 2005) che rimane, comunque, un indice tipico – ma non unico – rilevante ai fini della individuazione del requisito della “nazionalità”).

Non deve confondersi, anche a seguito della sentenza n. 231 del 2013 della Corte Costituzionale, la legittimazione ai fini dell’art. 28, con i requisiti richiesti dall’art. 19 della medesima legge per la costituzione di rappresentanze sindacali titolari dei diritti di cui al titolo terzo: l’art. 19, a questo specifico fine, richiede la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali (o anche provinciali o aziendali, purché applicati in azienda); l’art. 28 non prevede analogo requisito, implicante il consenso della controparte datoriale, ma richiede esclusivamente che l’associazione sia nazionale (Cass. n. 16787/2011; Cass. n. 5209/2010; Cass. n. 13240/2009; Cass. n. 29257/2008). L’accertamento di fatto relativo al requisito di rappresentatività necessario per l’accesso alla tutela prevista dall’art. 28 dello Statuto costituisce indagine demandata al giudice di merito e, pertanto, è incensurabile, in sede di legittimità, ove assistita da sufficiente motivazione (Cass. n. 21941/2012; Cass. n. 3545/2012; Cass. n. 3544/2012; Cass. n. 16787/2011; Cass. n. 15262/2002).


Cass. n. 17915/2017 

Per “associazioni sindacali nazionali” devono intendersi quelle che abbiano una struttura organizzativa articolata a livello nazionale e che svolgano attività sindacale su tutto o su ampia parte del territorio nazionale, mentre non è necessaria la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali, che rimane un indice tipico, ma non l’unico, rilevante ai fini della “nazionalità”; sono, viceversa, diversi i requisiti previsti per la legittimazione a costituire le rappresentanze sindacali titolari dei diritti di cui al titolo terzo della legge citata, posto che l’art. 19, a questo specifico scopo, richiede la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali, o anche provinciali o aziendali, purché applicati in azienda.


Cass. n. 19272/2017 

Il requisito (di associazione sindacale di carattere nazionale) non può desumersi da dati meramente formali o da una dimensione statica, puramente organizzativa e strutturale, dell’associazione, essendo piuttosto necessaria un’azione diffusa a livello nazionale  (Cass. n. 16637/14 – Cass. n. 29257/08  – Cass. n. 21931/14 –  Cass. n. 6206/12 –  Cass. n. 2314/12 – Cass. n. 16787/11 – Cass. n. 16383/06).


Cass. n. 5321/2017  

In tema di repressione della condotta antisindacale, la legittimazione a promuovere l’azione prevista dall’art. 28 st.lav. va riconosciuta agli organismi locali delle ‹‹associazioni sindacali nazionali››, per la cui identificazione è necessario e sufficiente lo svolgimento di un’effettiva azione sindacale non su tutto, ma su gran parte del territorio nazionale. Non è, invece, indispensabile che l’associazione faccia parte di una confederazione o sia maggiormente rappresentativa (conf. Cass. n. 5209/2010).


Cass. n. 3837/2016

Resta  escluso che la stipulazione di un contratto collettivo nazionale costituisca, nonostante l’indubbia rilevanza sintomatica della rappresentatività che ne discende, l’unico elemento a tal fine significativo, ovvero che lo svolgimento di effettiva attività sindacale possa essere ravvisato solo nella stipulazione di un contratto collettivo esteso all’intero ambito nazionale, trattandosi di affermazione che si pone in contrasto, nella sua assolutezza, con il suddetto principio, incentrato sull’effettività dello svolgimento dell’attività sindacale e sulla sua diffusione, a carattere contenutistico e non meramente formale, su gran parte del territorio nazionale.


Cass. S.U. n. 28269/2005

Ai fini della legittimazione a proporre l’azione di cui all’art. 28, St. Lav. è necessario che l’organismo sindacale locale sia effettivamente un’articolazione di associazione nazionale. Affinché si possa ritenere sussistente, al di là dei variabili moduli organizzativi, un rapporto di tale genere, l’associazione nazionale deve svolgere effettivamente un’azione sindacale per la promozione degli interessi dei lavoratori in favore dei quali si dirige, sul piano locale, l’azione dei singoli organismi territoriali. In altre parole, non può rilevare qualunque associazione tra organismi sindacali meramente locali, ancorché in qualche modo funzionale al perseguimento dei fini sindacali dei singoli gruppi, perché in questo caso sarebbe chiaramente eluso il requisito dell’esistenza di un’associazione sindacale adeguatamente rappresentativa in quanto nazionale, e non si verificherebbero i presupposti per quella selezione degli interessi garantita da un’organizzazione non meramente locale.


C. Cost.  n. 89/1995

La scelta degli organismi e del livello di rappresentatività risulta ragionevole, perché volta a privilegiare «organizzazioni responsabili che abbiano un’effettiva rappresentatività» (misurata sulla dimensione nazionale), le quali «possano operare consapevolmente delle scelte concrete valutando – in vista di interessi di categorie lavorative e non limitandosi a casi isolati e alla protezione di interessi soggettivi di singoli – l’opportunità di ricorrere alla speciale procedura» (v. anche C. Cost. n. 54/1974, n. 334/1988).


C. Cost. n. 334/1988

L’art. 28 è espressione della garanzia del libero sviluppo di “una normale dialettica sindacale” perché il suo impiego presuppone una dimensione organizzativa – quella nazionale – che, per non essere legata ad una aggregazione a livello confederale intercategoriale, né alla stipulazione di contratti collettivi, consente concreti spazi di operatività anche alle organizzazioni che dissentono dalle politiche sindacali maggioritarie.


b) Nel pubblico impiego:

Cass. n. 14402/2018  

In tema di repressione della condotta antisindacale, ai fini del riconoscimento del carattere “nazionale” dell’associazione sindacale legittimata all’azione ex art. 28 Stat. Lav., non assume decisivo rilievo il mero dato formale dello statuto dell’associazione, quanto piuttosto la capacità di contrarre con la parte datoriale accordi o contratti collettivi che trovino applicazione in tutto il territorio nazionale in riferimento al settore produttivo al quale appartiene l’azienda nei confronti della quale il sindacato intenda promuovere il procedimento, e attestino un generale e diffuso collegamento del sindacato con il contesto socio-economico dell’intero paese, di cui la concreta ed effettiva organizzazione territoriale si configura quale elemento di riscontro del suo carattere nazionale piuttosto che come elemento condizionante (Cass. n. 5209 del 2010)

L’applicazione di tale principio al pubblico impiego contrattualizzato comporta che la partecipazione alla contrattazione di comparto, ossia a contratti che trovano applicazione in tutto il territorio nazionale con riferimento al comparto interessato, implica l’avvenuto riconoscimento della diffusione del sindacato a livello nazionale.

Ricevere la convocazione da parte dell’ARAN implica il riconoscimento della rappresentatività a livello nazionale di cui all’art. 43, primo comma, d.lgs. n. 165 del 2001. Secondo tale norma, l’Aran ammette alla contrattazione collettiva nazionale le oo.ss. che abbiano nel comparto o nell’area una rappresentatività non inferiore al cinque per cento.

Considerando a tal fine la media tra dato associativo e dato elettorale; il dato associativo è espresso dalla percentuale delle deleghe per il versamento dei contributi sindacali rispetto al totale delle deleghe rilasciate nell’ambito considerato; il dato elettorale è espresso dalla percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni delle rappresentanze unitarie del personale, rispetto al totale dei voti espressi nell’ambito considerato.

E’ l’ARAN che verifica i dati sulla cui base viene determinata la rappresentatività nel comparto a livello nazionale.

Difatti, il comma 7 dello stesso articolo prevede che la raccolta dei dati sui voti e sulle deleghe è assicurata dall’ARAN.

Va dunque enunciato il seguente principio di diritto: “Nel pubblico impiego contrattualizzato, il carattere “nazionale” dell’associazione sindacale legittimata all’azione ex art. 28 Stat. Lav. non può essere escluso per quelle organizzazioni sindacali cui l’Aran abbia riconosciuto la rappresentatività a livello nazionale ex art. 43, primo comma, d.lgs. n. 165 del 2001″ .


B) CONDOTTA ANTISINDACALE – NOZIONE

Cass. n. 18702/2019 (vicenda relativa alla contrattazione nel pubblico impiego)

A partire dal d.lgs. n. 150/2009, la misura della partecipazione sindacale alle decisioni sulla c.d. micro- organizzazione, è stata rimessa dall’art. 5 (e 9), d.lgs. n. 165/2001 alla disciplina della contrattazione collettiva, legittimata dapprima (tra l’entrata in vigore delle modifiche di cui al d.lgs. n. 150/2009 e le successive modifiche di cui all’art. 2. Comma 17, d.l. n. 95/2012, conv. con modif. in I. n. 135/2012) soltanto a prevedere una mera informativa, quindi (con le modifiche di cui all’art. 2, comma 17, cit.) a prevedere l’informazione ai sindacati per le determinazioni relative all’organizzazione degli uffici , ovvero l’esame congiunto per le misure riguardanti i rapporti di lavoro ed ora infine, con le ulteriori modifiche di cui all’art. 2 lett. b) d.lgs. n. 75/2017, a prevedere l’informativa predetta o, più ampiamente, le ulteriori forme di partecipazione;


Cass. n. 16837/2009 (vicenda relativa alla contrattazione nel pubblico impiego)

A partire dal d. Igs. 150/2012, la misura della partecipazione sindacale alle decisioni sulla c.d. microrganizzazione, è stata rimessa dall’art. 5 (e 9) d. Igs. 165/2001 alla disciplina della contrattazione collettiva, legittimata dapprima (tra l’entrata in vigore delle modifiche di cui al d. Igs. 150/2009 e le successive modifiche di cui all’art. 2, co. 17, d.l. 95/2012, conv,. con mod. in L. 135/2012) soltanto a prevedere una mera informativa, quindi (con le modifiche di cui all’art. 2, co. 17, cit.) a prevedere l’informazione ai sindacati per le determinazioni relative all’organizzazione degli uffici, ovvero l’esame congiunto per le misure riguardanti i rapporti di lavoro ed ora infine, con le ulteriori modifiche di cui all’art. 2 lett. b) d. Igs. 75/2017, a prevedere l’informativa predetta o, più ampiamente, «le ulteriori forme di partecipazione».


Cass. n. 14060/2019

Per integrare gli estremi della condotta antisindacale di cui all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori è sufficiente che il comportamento controverso leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro né nel caso di condotte tipizzate perché consistenti nell’illegittimo diniego di prerogative sindacali (quali il diritto di assemblea, il diritto delle rappresentanze sindacali aziendali a locali idonei allo svolgimento delle loro funzioni, il diritto ai permessi sindacali), né nel caso di condotte non tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel risultato, a limitare la libertà sindacale, sicché ciò che il giudice deve accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto che la disposizione citata intende impedire, ossia la lesione della libertà sindacale e del diritto di sciopero.


Cass. n. 13860/2019

In tema di repressione della condotta antisindacale ai sensi dell’art. 28 della legge n. 300 del 1970, il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente e idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività sindacale. L’accertamento in ordine alla attualità della condotta antisindacale e alla permanenza dei suoi effetti costituisce un accertamento di fatto, demandato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da adeguata motivazione, immune da vizi logici o giuridici, (Cass. n 3837 del 2016; n. 23038 del 2010).


Cass. n. 9027/2019

Come più volte osservato da questa Corte (cfr., ex multis, Cass. n. 10130 del 2014), il requisito dell’attualità della condotta datoriale deve intendersi nel senso che, da un lato, il mero ritardo della proposizione del ricorso non ne determina di per sé l’inammissibilità in presenza della permanenza degli effetti lesivi, e, dall’altro, che il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente ed idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività sindacale.

L’accertamento in ordine alla attualità della condotta antisindacale e alla permanenza dei suoi effetti costituisce un accertamento di fatto, demandato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da adeguata motivazione, immune da vizi logici o giuridici (Cass. n. 3837 del 2016, Cass. n. 23038 del 2010, Cass. n.11741 del 2005).


Cass. n. 8670/2019

Il datore di lavoro non incorre in comportamento antisindacale se adotta comportamenti che, senza incidere sull’esercizio del diritto di sciopero, consenta di minimizzare le perdite economiche indotte dall’agitazione sindacale.

La garanzia costituzionaldiritto di sciopero non priva il datore di lavoro del potere organizzativo, né lo priva della possibilità di cercare, di fronte allo sciopero dei propri dipendenti, soluzioni idonee a limitare il danno materiale derivante all’astensione dal lavoro ed è quindi legittimo che possa servirsi di mezzi legali che, senza impedire l’esercizio del diritto, consentano di attenuare gli effetti lesivi.

La Corte costituzionale (sent. n. 125 del 1980) ha affermato che non può contestarsi la legittimità di misure che, senza in nulla coartare la libertà del lavoratore il quale abbia inteso scioperare, tendano a contenere gli effetti dannosi dello sciopero stesso, specie ove ricadano su servizi pubblici e essenziali.

La tutela di interessi coinvolti dallo sciopero viene ricercata mediante misure (normative e organizzative) diverse dall’intervento sul diritto stesso; una violazione dell’art. 40 Cost. appare perciò esclusa in radice.

La norma di cui all’art. 40 della Costituzione, che riconosce e attribuisce direttamente ai lavoratori il diritto di sciopero (e la tutela prevista dall’art. 28 che sanziona ogni comportamento idoneo a ledere il diritto stesso), pur comportando la legittimità della produzione di danni a carico del datore di lavoro, e la soggezione di quest’ultimo ad una tale forma di pressione, tuttavia certamente non esclude il suo diritto – postulato, anzi, dal carattere conflittuale del rapporto – di avvalersi di ogni mezzo legale che possa, senza impedire l’esercizio del diritto, evitarne o attenuarne gli effetti nocivi (Cass. 9709 del 2002, in motivazione; v. pure Cass. n. 23368 del 2009, che, in motivazione richiama Cass. n. 8401 del 1987, n. 12822 del 1991, n. 9709 del 2002).

Il diritto di iniziativa economica dell’imprenditore (art. 2082 cod. civ.) è costituzionalmente garantito (art. 41 Cost.) e persiste anche in presenza di uno sciopero indetto dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, trovando, nondimeno, in tale iniziativa – anch’essa costituzionalmente garantita (artt. 4 e 40 Cost.) – il suo limite (v. Cass. n. 15782 del 2011, in motivazione).

Nel caso della proclamazione di uno sciopero da parte delle organizzazioni sindacali di categoria, può escludersi il carattere antisindacale della condotta del datore di lavoro che, nell’intento di limitarne le conseguenze dannose, disponga la utilizzazione del personale rimasto in servizio mediante l’assegnazione a mansioni inferiori, solo ove tali mansioni siano marginali e funzionalmente accessorie e complementari a quelle proprie della posizione dei lavoratori così assegnati, dovendosi ritenere, diversamente, che la condotta del datore di lavoro sia lesiva dell’interesse collettivo del sindacato per aver fatto ricadere sui lavoratori non scioperanti le conseguenze negative dello sciopero attraverso il compimento di atti illegittimi perché posti in essere in violazione dell’art. 2103 cod. civ. (Cass. n. 12811 del 2009; v. pure Cass. n. 14444 del 2015, Cass. n. 15782 del 2011).


Cass. n. 12551/2018 

Il requisito dell’attualità della condotta datoriale deve intendersi nel senso che, da un lato, il mero ritardo della proposizione del ricorso non ne determina di per sé l’inammissibilità (come sostenuto dall’azienda in appello) in presenza della permanenza degli effetti lesivi, e, dall’altro, che il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente ed idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività sindacale(conf. Cass.  n. 3837/16 –  Cass. n. 10130/2014).


Cass. n. 21373/2018

I diritti e le prerogative riconosciute da un contratto collettivo nazionale di lavoro a determinati sindacati vanno estesi alle associazioni sindacali, di cui al D.P.R. 6 gennaio 1978, n. 58, art. 9, che non siano compresi tra i soggetti stipulanti, indipendentemente dalle ragioni per le quali l’autonomia collettiva si è così determinata», precisando anche che «una lettura diversa della norma […] finirebbe per svuotarla di reali contenuti (Cass. n. 10848/2006; Cass. n. 15083/2015).


Cass. n. 1392/2018 

In tema di repressione della condotta antisindacale, ai sensi dell’art. 28 della legge n. 300 del 1970, il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente ed idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività sindacale. L’accertamento in ordine alla attualità della condotta antisindacale e alla permanenza dei suoi effetti costituisce un accertamento di fatto, demandato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da adeguata motivazione, immune da vizi logici o giuridici (cfr., ex aliis, Cass. n.23038\10).

 In tema di condotta antisindacale, la natura plurioffensiva del comportamento datoriale comporta che l’attualità della condotta antisindacale e la permanenza dei suoi effetti vanno accertate con riferimento agli interessi di cui il sindacato è portatore esclusivo, senza che possano essere condizionate dalle vicende dell’azione individuale eventualmente intrapresa (Cass. n. 16930\13).


Cass. n. 30422/2017   

Ai sensi dell’art. 28 st.lav., il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l’ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente e idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell’attività sindacale (conf. Cass.  n. 3837/16).  


Cass. n. 3837/2016

La condotta antisindacale di cui all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 1970) può riscontrarsi anche nel caso di condotte non tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel risultato, a limitare la libertà sindacale, sicché ciò che il giudice deve accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto che la disposizione citata intende impedire, ossia la lesione della libertà sindacale.


Cass. n. 20439/2015  

Il datore di lavoro che in presenza di un atto di cessione del credito relativo alle quote sindacali, rifiuti senza giustificazione di effettuare il versamento, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività.


Cass. n. 16930\2013 

L’eventuale plurioffensività di una condotta antisindacale comporta la possibile autonoma coesistenza delle due azioni (quella collettiva ed individuale), senza reciproche interferenze (cfr. Cass. 21.10.97 n. 10339; v. altresì Corte cost. 21.7.88 n. 860), di guisa che l’attualità della condotta antisindacale e la permanenza dei suoi effetti (requisiti la cui positiva verifica condiziona la concessione del provvedimento repressivo a carico del datore di lavoro) vanno accertate con riferimento agli interessi dei quali il sindacato è portatore esclusivo e non possono essere, condizionate dalle vicende relative all’azione individuale eventualmente intrapresa.


Cass. n. 23038/2010 –  Cass. n. 7779/1998

Con riguardo alla tutela prevista dall’art. 28 I. n. 300/1970, l’accertamento del giudice del merito circa l’idoneità di una determinata condotta del datore di lavoro a ostacolare o reprimere l’attività sindacale si risolve in un giudizio di fatto, censurabile in sede di legittimità solo sotto il profilo della congruità della motivazione (e successive conformi).


Cass., S.U., n. 21.12.2005, n. 28269

Il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di eseguire i pagamenti dei contributi configura un inadempimento che, oltre a rilevare sotto il profilo civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto oggettivamente idonea a limitare l’esercizio dell’attività e dell’iniziativa sindacale. L’effetto del rifiuto è quello di privare i sindacati che non hanno stipulato i contratti collettivi della possibilità di percepire con regolarità la fonte primaria di sostentamento per lo svolgimento della loro attività e posti in una situazione di debolezza, non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche delle altre organizzazione sindacali con cui sono in concorrenza.


Cass. n. 13886/2012 (conf. Cass. n. 2314/2012):

Il datore di lavoro che in presenza di un atto di cessione del credito relativo alle quote sindacali, rifiuti senza giustificazione di effettuare il versamento, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività (S.U. 28269/2005).


Cass. n. 2857/2004 – Conf. Cass. n. 1677/1990 – Cass. S.U. 4390/1984

La scelta dell’imprenditore di condurre una trattativa sindacale unitaria, infatti, da un lato, non può in alcun caso ritenersi lesiva della libertà organizzativa del sindacato di cui all’art. 39 Cost., dall’altro, costituisce essa stessa espressione della libertà imprenditoriale, sicché non può essere imposta dal Giudice, ma deve essere frutto del libero confronto sindacale

Secondo quanto affermato nella sentenza in esame, l’esclusione, ad opera del datore di lavoro, di talune organizzazioni sindacali dalle trattative configura un comportamento antisindacale solo qualora sia frutto di una volontà discriminatoria (ad es., dell’intento di favorire una di esse a scapito delle altre); diversamente, detto comportamento deve ritenersi (non antisindacale, ma) semplicemente antagonistico.


Cass. S.U. n. 5295/1997

Al fine di integrare gli estremi della condotta antisindacale di cui all’art. 28 I. n. 300/1970, è sufficiente che il comportamento datoriale leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro né nel caso di condotte tipizzate perché consistenti nell’illegittimo diniego di prerogative sindacali (quali il diritto di assemblea, il diritto delle rappresentanze sindacali aziendali a locali idonei allo svolgimento delle loro funzioni, il diritto ai permessi sindacali), né nel caso di condotte non tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel risultato, a limitare la libertà sindacale, sicché ciò che il giudice deve accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto che la disposizione citata intende impedire, ossia la lesione della libertà sindacale e del diritto di sciopero.


C) QUESTIONI PROCESSUALI

Cass. S.U. n. 2359/2015  

Sono assoggettate alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie promosse dalle associazioni sindacali ai sensi dell’ad. 28 dello Statuto dei lavoratori, anche quando la condotta antisindacale afferisca ad un rapporto di pubblico impiego non contrattualizzato e che incida non solo sulle prerogative sindacali dell’associazione ricorrente, ma anche sulle situazioni soggettive individuali dei pubblici dipendenti (cfr, Cass., SU, n. 20161/2010).

Al riguardo, in particolare, è stato evidenziato che l’intervenuta abrogazione, ad opera dell’art. 4 legge n. 83/00, dell’art. 28, commi 6 e 7, legge n. 300/70, esprime la volontà del legislatore che la regola della giurisdizione in materia di controversie promosse da sindacati ed aventi ad oggetto condotte antisindacali di pubbliche amministrazioni sia solo quella dettata, in termini inequivoci, dall’art. 63, comma 3, dl.vo n. 165/01, che devolve al giudice ordinario le controversie relative a comportamenti antisindacali delle pubbliche amministrazioni ai sensi dell’art. 28 legge n. 300/70, senza più l’interferenza data dalla particolare ipotesi in cui l’associazione sindacale richieda anche la rimozione di un provvedimento incidente su posizioni individuali di dipendenti pubblici regolate ancora con atti amministrativi e non già con atti di gestione di diritto privato; ossia senza più quell’eccezione, in favore della giurisdizione del giudice amministrativo, che residuava proprio in forza dell’abrogato art. 28, comma 7, legge n. 300/70.


Cass. S.U. n. 20161/2010 

Dopo il trasferimento della giurisdizione al giudice ordinario di cui al D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 69, comma 3, come novellato dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 29, e poi trasfuso nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 3, e dopo l’abrogazione dei commi 6 e 7, dell’art. 28 Stat. lav. ad opera della L. n. 83 del 2000, art. 4, la giurisdizione del giudice ordinario costituisce una “cognizione incondizionata”, ossia senza che ci sia più l’eccezione della giurisdizione del giudice amministrativo nelle ipotesi in cui, nel previgente quadro normativo, tale eccezione era predicabile e – può aggiungersi – senza che residui neppure quell’eccezione che era predicabile nel periodo di tempo in cui è stato ancora vigente il comma 7 dell’art. 28 Stat. lav. nel contesto dell’intervenuto trasferimento alla giurisdizione del giudice ordinario delle controversie relative a comportamenti antisindacali delle pubbliche amministrazioni.In questo senso si sono già più volte pronunciate le sezioni unite di questa corte.


Cass., S.U. 1127/2003 – Cass. n. 18895/2003

Il regolamento preventivo di giurisdizione è ammissibile durante la pendenza del giudizio di opposizione al decreto conclusivo del procedimento di repressione della condotta antisindacale ex art. 28 Stat. lav., posto che tale decreto costituisce, fino al momento in cui venga confermato o revocato in sede di opposizione, un atto processuale provvisorio che non può contenere alcuna implicita statuizione concernente la giurisdizione, sulla quale possa formarsi il giudicato.


Cass. n. 11684/2003

Ai fini della decorrenza del termine di quindici giorni per l’opposizione al decreto emesso ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 28, è equipollente alla comunicazione del decreto – prevista dall’ari 28 cit. – la notificazione dello stesso eseguita ad istanza di una delle parti, e cosi come la notificazione è equipollente alla comunicazione nell’ipotesi disciplinata dall’art. 47 c.p.c., comma 2, dove – come per il procedimento di repressione della condotta antisindacale – la comunicazione d’ufficio ha la finalità di assicurare una rapida definizione della questione sub indice.


Cass. n. 1343/1992

Ai fini del decorso del termine per l’opposizione al decreto emesso dal pretore ai sensi L. n. 300 del 1970, art. 28, l’eventuale lettura in udienza (non prevista dalla legge) del provvedimento non costituisce comunicazione dello stesso ai sensi dell’art. 136 c.p.c. e art. 45 disp. att. c.p.c., nè può rappresentare un equipollente, atteso che il decorso del predetto termine non può prescindere dalla consegna alla parte di un documento che contenga il provvedimento.


Cass. n. 11769/1991

Qualora il giudice adito con ricorso L. n. 300 del 1970, ex art. 28 riconosca, nella fase sommaria dello speciale procedimento ivi delineato, l’illegittimità di alcuni soltanto, fra i molteplici comportamenti denunciati dall’associazione sindacale ricorrente, lo svolgimento del successivo giudizio di opposizione al relativo decreto, introdotto a istanza del datore di lavoro, legittima l’associazione medesima, anche quando non abbia proposto, nel termine di legge, autonoma opposizione, a domandare, nel detto giudizio, l’accertamento della natura antisindacale di quegli stessi comportamenti per i quali tale natura è stata negata all’esito della fase sommaria del procedimento; ciò sia se si considera il giudizio di opposizione come un ordinario giudizio di cognizione di primo grado, configurandosi, in tal caso, come riconvenzionale la domanda del sindacato; sia se si ritiene il giudizio di opposizione come un giudizio di gravame avverso il decreto conclusivo della fase sommaria, configurandosi la domanda stessa come impugnazione incidentale, che può essere, ai sensi dell’art. 334 c.p.c., tardivamente proposta anche se attinente a capi autonomi rispetto a quelli investiti dall’impugnazione principale.