SOCIO SRL

Cass. n. 17779/2019

In continuità con i recenti arresti indicati, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (l’onere della prova dei quali è a carico dell’INPS) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente considerata a prescindere dall’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335 del 1995 in modo che sia assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (v., fra le tante, Cass. 17 luglio 2017, n.17639).

Per partecipazione al lavoro aziendale deve intendersi lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (cfr., fra le altre, Cass. 18 maggio 2017, n.12560 quanto ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).

I requisiti congiunti di abitualità e prevalenza devono, peraltro, riferirsi ad un criterio non predeterminato di tempo e di reddito da accertarsi in senso relativo e soggettivo, ossia facendo riferimento alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l’oggetto sociale della società (al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore) e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (v., fra le altre, Cass. 18 maggio 2017, n. 12560).


Cass. n. 17352/2019

Qualora il socio amministratore di una società a responsabilità limitata partecipi al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, ha l’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti, mentre, qualora si limiti ad esercitare l’attività di amministratore, deve essere iscritto alla sola gestione separata, operando le due attività su piani giuridici differenti, in quanto la prima è diretta alla concreta realizzazione dello scopo sociale, attraverso il concorso dell’opera prestata dai soci e dagli altri lavoratori, e la seconda alla esecuzione del contratto di società sulla base di una relazione di immedesimazione organica volta, a seconda della concreta delega, alla partecipazione alle attività di gestione, di impulso e di rappresentanza (v. da ultimo Cass. n. 10426 del 02/05/2018).

Ai sensi della L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203, infatti, l’iscrizione alla gestione commercianti è obbligatoria ove ricorrano congiuntamente i requisiti previsti dalla legge e cioè: la titolarità o gestione di imprese organizzate e/o dirette in prevalenza con il lavoro proprio e dei propri familiari; la piena responsabilità ed i rischi di gestione (unica eccezione proprio per i soci di s.r.I.); la partecipazione al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza; il possesso, ove richiesto da norme e regolamenti per l’esercizio dell’attività propria, di licenze e qualifiche professionali (in tal senso, Cass., n. 5444 del 2013).

Tali requisiti devono risultare da una comparazione tra l’attività di natura commerciale svolta all’interno della società e le eventuali ulteriori personali attività lavorative svolte (senza considerare quella prestata come amministratore di s.r.I.) applicando un criterio non predeterminato di tempo e di reddito, e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (Cass. n. 4440 del 21/02/2017 , conf. Cass. n. 19273 del 19/07/2018).


Cass. n. 31645/2018

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è dunque pur sempre la prestazione di un’attività lavorativa abituale all’interno dell’impresa, sia essa gestita in forma individuale che societaria: e ciò perché – come a suo tempo rimarcato da Cass. n. 3240 del 2010 – l’assicurazione obbligatoria non intende proteggere l’elemento imprenditoriale del lavoro autonomo, ma piuttosto accomunare commercianti, coltivatori diretti e artigiani ai lavoratori dipendenti in ragione dell’espletamento di attività lavorativa abituale e prevalente all’interno dell’impresa.

E’ piuttosto il caso di chiarire che, a parere del Collegio, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (l’onere della prova dei quali è a carico dell’INPS) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335/1995.

Detto altrimenti, va assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa, come invece ritenuto da Cass. nn. 3835 e 17370 del 2016: una tale accezione del requisito della “prevalenza”, infatti, meglio si attaglia alla lettera della disposizione, volta a valorizzare l’elemento del lavoro personale, e meglio aderisce alla ratio dell’estensione dell’obbligo assicurativo introdotto dal legislatore per i soci di società a responsabilità limitata, dal momento che include nell’area di applicazione dell’assicurazione commercianti tutti i casi in cui l’attività del socio, ancorché abituale e prevalente rispetto al resto delle sue proprie attività, non possa essere ritenuta preponderante rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa.


Cass. n. 28137/2018

In continuità con i recenti arresti indicati, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (l’onere della prova dei quali è a carico dell’INPS) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente considerata a prescindere dall’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335 del 1995 in modo che sia assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (v., fra le tante, Cass. 17 luglio 2017, n.17639) per partecipazione al lavoro aziendale deve intendersi lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (cfr., da ultimo, Cass. 18 maggio 2017, n.12560 quanto ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).


Cass. n. 26997/2018

Il presupposto per l’iscrizione alla gestione commercianti del socio di s.r.l. è il fatto che questi eserciti in modo personale attività di lavoro in azienda con carattere di abitualità e prevalenza.

Tali condizioni non coincidono, però, con le attività di amministrazione eventualmente espletata dal socio in forza della carica di amministratore o di institore, dovendo, invece, aversi riguardo ai fini del presupposto dell’obbligo di iscrizione, ad attività diverse da quelle di direzione strategica ed organizzativa, tipiche dell’amministratore e/o dell’institore, e riconducibili, piuttosto, alla qualità di «lavoratore nella azienda», di conseguenza, alla luce di ciò non può condividersi l’assunto dell’INPS che pretende di qualificare poteri generali di organizzazione e direzione alla stregua dell’ordinaria attività lavorativa esercitata dal singolo socio.


La Corte d’Appello, disattendo la tesi dell’INPS, ha correttamente distinto l’attività di amministratore da quella lavorativa (affermando che nell’incarico di amministratore non può farsi rientrare solo il compimento di atti giuridici, perché all’amministratore affidata la gestione della società, e dunque un’attività di contenuto imprenditoriale, che si estrinseca nell’organizzazione del coordinamento dei fattori della produzione, comprendendovi sia al momento decisionale delle proprie sia quello attuativo delle determinazioni assunte).

Le censure sollevate dell’INPS non spiegano in base a quali criteri normativi (idonei a distinguere l’attività di amministratore e quella di lavoratore) dovrebbe approdarsi alla conclusione contraria ed affermare che le attività considerate dalla Corte (“la gestione degli aspetti economici finanziari dell’azienda; la valutazione delle fonti esterne di finanziamento; la gestione dei rapporti con gli istituti di credito; le direttive di massima impartite al direttore del villaggio per i compiti di pertinenza di quest’ultimo, aventi ad oggetto la gestione della clientela nonché il controllo della qualità dei servizi erogati il coordinamento dei lavori effettuati dalle di appaltatrici e il relativo controllo) fossero invece da considerare rilevanti ai fini della iscrizione nella gestione commercianti.

Sotto questo profilo, quindi, la censura si risolve in una petizione di principio che tende ad una rivalutazione del giudizio espresso dalla Corte senza addurre alcuna omissione di fatti controversi e decisivi e quindi richiedendo una semplice rivisitazione del materiale probatorio non consentita in questa sede.


Cass. n. 26812/2018

La qualifica di socio di una società di capitali e di amministratore unico non sono significative dell’esercizio di diretta attività commerciale nell’azienda, rilevando la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e preponderanza rispetto agli altri fattori produttivi, intendendosi per partecipazione al lavoro aziendale lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (v., da ultimo, Cass. n. 10088 del 2018).


Cass. n. 26680/2018

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è dunque pur sempre la prestazione di un’attività lavorativa abituale all’interno dell’impresa, sia essa gestita in forma individuale che societaria: e ciò perché – come a suo tempo rimarcato da Cass. S.U. n. 3240 del 2010 – l’assicurazione obbligatoria non intende proteggere l’elemento imprenditoriale del lavoro autonomo, ma piuttosto accomunare commercianti, coltivatori diretti e artigiani ai lavoratori dipendenti in ragione dell’espletamento di attività lavorativa abituale e prevalente all’interno dell’impresa.

E’ piuttosto il caso di chiarire che, a parere del Collegio, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (l’onere della prova dei quali è a carico dell’INPS) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335/1995.

Detto altrimenti, va assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa, come invece ritenuto da Cass. nn. 3835 e 17370 del 2016: una tale accezione del requisito della “prevalenza”, infatti, meglio si attaglia alla lettera della disposizione, volta all’evidenza a valorizzare l’elemento del lavoro personale, e meglio aderisce alla ratio dell’estensione dell’obbligo assicurativo introdotto dal legislatore per i soci di società a responsabilità limitata, dal momento che include nell’area di applicazione dell’assicurazione commercianti tutti i casi in cui l’attività del socio, ancorché abituale e prevalente rispetto al resto delle sue proprie attività, non possa essere ritenuta preponderante rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa (conf. Cass. n. 26658/2018 – Cass. n. 27968/2018).


Cass. n. 26482/2018

Il semplice svolgimento, da parte del titolare del ruolo di amministratore, di ulteriore attività lavorativa, non è sufficiente ad integrare l’obbligo di versamento della contribuzione alla gestione commercianti.

L’INPS, infatti, deve dimostrare che la predetta attività sia pure connotata dai due requisiti dell’abitualità e della prevalenza.

Questa Corte ha invero affermato che, una volta stabilito che per il socio amministratore di società che partecipi all’attività aziendale vi possa essere in via di principio la doppia iscrizione consentita dalla legge (anche in base alla nuova norma interpretativa), rimarrebbe pur sempre da accertare in concreto, ai fini dell’iscrizione alla gestione commercianti, in ogni singola fattispecie, il presupposto della partecipazione personale all’attività aziendale commerciale in modo abituale e prevalente, con onere della prova a carico dell’INPS.

Il requisito della partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualita’ e prevalenza, deve essere inteso in relazione ad un criterio non predeterminato di tempo e di reddito, da accertarsi in senso relativo e soggettivo, ossia facendo riferimento alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l’oggetto sociale della srl (ovviamente al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore); e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa.

In tale logica estensiva ed unificante diventa necessario considerare quindi la partecipazione al lavoro aziendale, ma, come già osservato da questa Corte (5360/2012) deve, altresì, precisarsi che, stante l’ampiezza della dizione usata dal legislatore, per partecipazione personale al lavoro aziendale deve intendersi non soltanto l’espletamento di un’attività esecutiva o materiale, ma anche di un’ attività organizzativa e direttiva, di natura intellettuale, posto che anche con tale attività il socio offre il proprio personale apporto all’attività di impresa, ingerendosi direttamente ed in modo rilevante nel ciclo produttivo della stessa.

La partecipazione personale al lavoro aziendale in modo abituale e prevalente (anche attraverso un’attività di coordinamento e direttiva) è cosa diversa e non può essere scambiata con l’espletamento dell’attività di amministratore per la quale il socio è iscritto alla gestione separata; ed occorre distinguere perciò tra prestazione di lavoro ed attività di amministratore; e la distinzione delle due posizioni è alla base dei dati normativi di partenza posto che, appunto, la legge ai fini della iscrizione alla gestione commercianti richiede come titolo che il socio partecipi al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza; mentre qualora il socio si limiti ad esercitare l’attività di amministratore egli dovrà essere iscritto alla gestione separata.


Cass. n. 26228/2018

Non può essere considerata attività commerciale idonea all’iscrizione nella relativa gestione commercianti, quella di locazione di immobile che non sia finalizzata alla prestazione di servizi in favore di terzi, né ad atti di compravendita o di costruzione, per cui la stessa non esorbita da quella che è la semplice gestione dell’immobile concesso in locazione.

Presupposto imprescindibile è che per l’iscrizione alla gestione commercianti vi sia un esercizio commerciale, la gestione dello stesso come titolare o come familiare coadiuvante o anche come socio di s.r.l. che abbia come oggetto un esercizio commerciale e tale presupposto non ricorre nella specie come descritta in fatto dalla sentenza impugnata, contraddistinta dallo svolgimento della sola attività di riscossione dei canoni di un solo immobile concesso in locazione (conf. 26227-26226/2018).


Cass. n. 26222/2018

L’attività di affitto (e mera riscossione dei canoni di un immobile affittato) non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Cass. n. 3145 del 2013), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Cass. n. 845 del 2010).

L’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, in implicito contrasto con il disposto dell’art. 2248 c.c., non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti propri, per come sopra ricostruiti.


Cass. n. 26026/2018

Nel caso di amministratore di srl la Corte territoriale ha ritenuto che l’attività svolta, espressamente da essa indicata («il tenere rapporti con istituti di credito, lo stipulare contratti di lavoro subordinato e occuparsi dei colloqui preassuntivi o organizzare i turni di lavoro») esprimesse esclusivamente il ruolo «dell’imprenditore» esplicato nella sua qualità di amministratore unico e quindi non ricorressero gli estremi per l’iscrizione, oltre che alla Gestione Separata, anche alla Gestione Commercianti.

Simili attività non necessariamente esulano da quelle proprie del mero amministratore societario.

D’altra parte l’ente previdenziale neppure indica quali siano le caratteristiche delle attività svolte che, per loro contenuto, dovrebbero comportare un’esorbitanza rispetto alle funzioni amministrative, per integrare anche gli estremi del concreto lavoro in ambito di commercio.


Cass. n. 26024/2018

Il presupposto per la iscrizione alla gestione commercianti del socio di s.r.l è il fatto che questi eserciti in modo personale attività di lavoro in azienda con carattere di abitualità e prevalenza e tali condizioni non coincidono con le attività di amministrazione eventualmente svolte dal socio in forza della carica di amministratore o di institore, dovendo aversi riguardo ai fini del presupposto dell’obbligo di iscrizione ad attività esecutiva, organizzativa o di direzione svolta dal socio in azienda ovvero, in altri termini, ad attività diverse da quelle direzione strategica proprie dell’imprenditore» e riconducibili, piuttosto, alla qualità di «lavoratore nella azienda».

Non può, dunque, condividersi l’assunto dell’INPS, ribadito in memoria, secondo il socio-institore di srl sarebbe obbligatoriamente tenuto alla iscrizione nella gestione commercianti posto che l’ iscrizione è, piuttosto, legata alla verifica in fatto dello svolgimento da parte del socio di lavoro aziendale in modo personale e con carattere di abitualità e prevalenza.

In particolare, ( Cass. n. 4440 del 2017) tale carattere va inteso con riferimento all’attività lavorativa espletata dal soggetto stesso in seno all’impresa, al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali); tale accezione del requisito della “prevalenza” meglio si attaglia alla lettera dell’art. 1, comma 203, della I. n. 662 del 1996, volto a valorizzare l’elemento del lavoro personale, ed alla sua “ratio”, includendo nell’area di applicazione della norma tutti i casi in cui l’attività del socio, ancorché abituale e prevalente rispetto al resto delle sue attività, non possa essere ritenuta preponderante rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa.


Il presupposto imprescindibile è che per l’iscrizione alla gestione commercianti vi sia un esercizio commerciale, la gestione dello stesso come titolare o come familiare coadiuvante o anche come socio di s.r.l che abbia come oggetto un esercizio commerciale e tale presupposto non ricorre nella specie come descritta in fatto dalla sentenza impugnata, contraddistinta dallo svolgimento della sola attività di riscossione dei canoni di un solo immobile concesso in locazione (conf. Cass. n. 26029/2018).


Per quel che concerne la gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali e del terziario, la disciplina previgente è stata modificata dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 che così sostituisce la L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 29, comma 1 e dispone:

“L’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali di cui alla L. 22 luglio 1966, n. 613, e successive modificazioni ed integrazioni, sussiste per i soggetti che siano in possesso dei seguenti requisiti:

a) siano titolari o gestori in proprio di imprese che, a prescindere dal numero dei dipendenti, siano organizzate e/o dirette prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la famiglia, ivi compresi i parenti e gli affini entro il terzo grado, ovvero siano familiari coadiutori preposti al punto di vendita;

b) abbiano la piena responsabilità dell’impresa ed assumano tutti gli oneri ed i rischi relativi alla sua gestione. Tale requisito non è richiesto per i familiari coadiutori preposti al punto di vendita nonché per i soci di società a responsabilità limitata;

c) partecipino personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza;

d) siano in possesso, ove previsto da leggi o regolamenti, di licenze o autorizzazioni e/o siano iscritti in albi, registri e ruoli”.

Quindi, il presupposto imprescindibile è che per l’iscrizione alla gestione commercianti vi sia un esercizio commerciale, la gestione dello stesso come titolare o come familiare coadiuvante o anche come socio di s.r.l. che abbia come oggetto un esercizio commerciale. (v. in tal senso Cass. sez. 6 — Lav., Ordinanza n. 3145 del 2013).

La Corte territoriale, con motivazione adeguata, sorretta da accertamenti di fatto ed esente da rilievi di legittimità, ha ben evidenziato che l’attività dell’appellato ricorrente non si era limitata allo svolgimento di opera professionale a carattere intellettuale, ma era stata svolta in forma imprenditoriale attraverso la società collettiva di cui egli era amministratore e socio, come evidenziato dal dato che era la società ad assumere gli incarichi relativi all’amministrazione di condomini e ad emettere le fatture riferite a tale attività, a nulla rilevando che la società fosse di modeste dimensioni, in quanto composta dall’appellato e dalla moglie, e che non avesse dipendenti, in quanto tali circostanze non escludevano che l’attività fosse stata espletata da quest’ultimo attraverso il complesso organizzato dei beni sociali e attraverso il distinto soggetto giuridico costituito dalla società commerciale; inoltre, l’appellato non era stato mai iscritto alla gestione separata, per cui non si poneva neppure la questione di una ipotetica doppia iscrizione e dagli accertamenti non contestati era emerso che l’attività della società era organizzata prevalentemente col lavoro proprio del ricorrente, il quale partecipava al lavoro aziendale con i caratteri dell’abitualità e della prevalenza, essendo, tra l’altro, pensionato e non svolgendo altre attività soggette a diverse forme di contribuzione.


Cass. n. 20314/2018

In continuità con i recenti arresti indicati, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata (necessari per l’iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali) sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente considerata a prescindere dall’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335 del 1995 in modo che sia assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (v., fra le tante, Cass. 17 luglio 2017, n.17639).

Per partecipazione al lavoro aziendale deve intendersi lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (Cass. 18 maggio 2017, n.12560 quanto ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).


Cass. n. 13174/2018

E’ assoggettato alla contribuzione nella gestione commercianti l’amministratore di una srl, il quale sia direttamente coinvolto nel lavoro aziendale e che svolga una attività che travalichi quella propria di amministratore.

In particolare è risultato che egli abbia partecipato con presenza assidua in azienda, ai compiti di gestione degli affari dell’impresa, ai contatti con i clienti, mediatori e collaboratori, svolgendo, quindi, compiti tipici del socio d’opera, in quanto, connesse, anche, alla verifica del puntuale pagamento dei canoni di locazione, nonché all’andamento contabile dell’azienda ed al controllo esercitato di persona sulla esecuzione a regola d’arte dei lavori di ristrutturazione degli immobili di proprietà della società.


Cass. n. 10763/2018

Una volta stabilito che per il socio amministratore di società che partecipi all’attività aziendale vi possa essere in via di principio la doppia iscrizione consentita dalla legge (anche in base alla nuova norma interpretativa), rimane sempre da accertare in concreto, in ogni singola fattispecie, il presupposto della partecipazione personale all’attività aziendale commerciale in modo abituale e prevalente ai fini dell’iscrizione alla gestione commercianti

Il requisito della partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza, deve essere inteso in relazione ad un criterio non predeterminato di tempo e di reddito, da accertarsi in senso relativo e soggettivo, ossia facendo riferimento alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l’oggetto sociale della srl (ovviamente al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore); e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa.

La partecipazione al lavoro aziendale, ma, come già osservato da questa Corte (5360/2012) deve, altresì, precisarsi che, stante l’ampiezza della dizione usata dal legislatore, per partecipazione personale al lavoro aziendale deve intendersi non soltanto l’espletamento di un’attività esecutiva o materiale, ma anche di un’ attività organizzativa e direttiva, di natura intellettuale, posto che anche con tale attività il socio offre il proprio personale apporto all’attività di impresa, ingerendosi direttamente ed in modo rilevante nel ciclo produttivo della stessa.

Tuttavia la partecipazione personale al lavoro aziendale in modo abituale e prevalente (anche attraverso un’attività di coordinamento e direttiva) è cosa diversa e non può essere scambiata con l’espletamento dell’attività di amministratore per la quale il socio è iscritto alla gestione separata.

Non possono confondersi, già sul piano logico giuridico, l’attività inerente al ruolo di amministratore con quella esercitata come lavoratore (neppure quando questa seconda attività si esplica al livello più elevato dell’organizzazione e della direzione).

Si tratta di attività che rimangono su piani giuridici differenti, dal momento che l’attività di amministratore si basa su una relazione di immedesimazione organica o al limite di mandato ex 2260 c.c.; e comporta, a seconda della concreta delega, la partecipazione ad una attività di gestione, l’espletamento di una attività di impulso e di rappresentanza che è rivolta ad eseguire il contratto di società assicurando il funzionamento dell’organismo sociale e sotto certi aspetti la sua stessa esistenza; laddove l’attività lavorativa è rivolta alla concreta realizzazione dello scopo sociale, al suo raggiungimento operativo, attraverso il concorso dell’opera prestata a favore della società dai soci, e dagli altri lavoratori subordinati o autonomi.


La giurisprudenza di legittimità in tema di “doppia iscrizione” ha ripetutamente affermato che, al fine dell’insorgenza dell’obbligo di iscrizione (anche) alla gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, la disciplina di riferimento richiede che l’esercizio di attività in forma d’impresa ad opera di commercianti, artigiani o coltivatori diretti debba essere contemporaneo all’esercizio di attività autonoma per la quale è obbligatoria l’iscrizione alla gestione separata ex art. 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995 e che, ai sensi dell’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996, autenticamente interpretato dall’art. 12, comma 11, del d.l. n. 78 del 2010, conv. in legge n. 122 del 2010, non opera la fictio iuris dell’unificazione della contribuzione sulla base del parametro dell’attività prevalente, ma vale il principio della doppia iscrizione.

Pertanto, il socio di una società a responsabilità limitata, che svolge per la società stessa attività di lavoro autonomo, quale collaboratore coordinato e continuativo, è soggetto a doppia contribuzione, presso la gestione separata per i compensi di lavoro autonomo e presso la gestione commercianti per il reddito d’impresa ( Cass. ss.uu. n. 17076 del 2011, ord. n. 9803 del 2012 e n. 9153 del 2012).

Ai fini dell’affermazione dell’obbligo della doppia iscrizione (nella gestione separata e nella gestione commercianti) è necessario che, nella situazione data, del socio amministratore di una società di capitali che partecipi personalmente al lavoro aziendale, la prestazione offerta abbia carattere di abitualità e preponderanza rispetto agli altri fattori produttivi, intendendosi per partecipazione al lavoro aziendale lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (cfr., da ultimo Cass. 8474/2017 e Cass. 12560/2017 con riguardo ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).

La verifica della sussistenza di requisiti di legge per tale ‘coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo – cfr. ex multis Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; Cass. 6 novembre 2009, n. 23600) venga compiutamente assolto, potendo assumere rilevanza, ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni ( Cass. n. 11685 del 2012).

Nel caso di specie, il decisum della Corte territoriale è coerente con i richiamati principi, in quanto l’obbligo contributivo del socio amministratore relativo alla Gestione esercenti attività commerciali è stato ancorato alla verifica in fatto dello svolgimento da parte di quest’ultima di compiti che esulavano da quelli propri dell’amministratore, essendo inerenti ad attività di tipo esecutivo/operativo, e dell’assenza di dipendenti, così implicitamente desumendosi, anche in via presuntiva, la sussistenza degli indicati requisiti dell’abitualità e prevalenza dell’apporto offerto dalla ricorrente.

Il giudizio di prevalenza e abitualità dell’attività di lavoro è stato correttamente reso dalla Corte avuto esplicito riguardo, oltre che alle dichiarazioni rese in sede ispettiva, liberamente valutabili, anche e con riferimento alla sostanziale non contestazione della circostanza, evincibile dal ricorso in primo grado e soprattutto dalla visura camerale relativa alla Società, dell’assoluta assenza di addetti per lo svolgimento dell’attività di vendita.


Cass. n. 8474/2017

Una volta stabilito che per il socio amministratore di società che partecipi all’attività aziendale vi possa essere, in via di principio, la doppia iscrizione consentita dalla legge (anche in base alla nuova norma interpretativa), rimane sempre da accertare in concreto in ogni singola fattispecie il presupposto dello svolgimento della attività commerciale abituale e prevalente ai fini dell’iscrizione alla gestione commercianti.

In materia occorre dare applicazione all’art.1, comma 203 legge 662/1996 il quale a sua volta ha sostituito il primo comma dell’articolo 29 della legge 3 giugno 1975, n. 160.

La norma, in conformità ad una regola che non risulta derogata da alcuna delle regolamentazioni valevoli per i vari fondi previdenziali dei lavoratori autonomi (non solo commercianti; ma anche artigiani ex art. 2 della legge 8 agosto 1985 n. 443; e coltivatori diretti, coloni e mezzadri ai sensi dell’art. 2 della legge 9 gennaio 1963 n. 9), prevede che l’iscrizione alla gestione previdenziale dei commercianti sia sempre subordinata alla presenza dei requisiti di abitualità e prevalenza nello svolgimento di un’attività lavorativa (di natura commerciale, artigiana, agricola).

Talchè non basta lo svolgimento di un’attività lavorativa (di natura individuale o societaria) qualsiasi, per essere iscritti ad un fondo di previdenza relativo ai lavoratori autonomi; occorre che esistano, congiuntamente, i due requisiti di abitualità e prevalenza.

Ad avviso del collegio, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza – necessari per l’iscrizione alla gestione ed il cui onere della prova è nelle cause di specie a carico dell’Inps – sono da riferire ad un criterio non predeterminato di tempo e di reddito da accertarsi in senso relativo e soggettivo; ossia facendo riferimento alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l’oggetto sociale della srl (ovviamente al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore); e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa.


PRINCIPI GEERALI E ONERE PROBATORIO

Cass. n. 24771/2019

Questa Corte, con numerose pronunzie rese in casi analoghi ed alle quali si rinvia (cfr Cass. nn. 6882/2017, 2459/2016, 26206/2015, 26205/2015, 24197/2015) ha, in sintesi, affermato che la regola espressa dalla normma risultante dalla disposizione interpretata (I. n. 662/1996, art. 1, comma 208) e dalla disposizione di interpretazione autentica (d.l. 782010, art. 12, comma 11) è nel senso che l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagna all’esercizio di attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, non è regolato dal principio dell’attività prevalente, trattandosi di attività distinte e, sotto questo profilo, autonome, sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nella rispettiva gestione e non operando, pertanto, il criterio di cui all’art. 1, comma 208, I. n. 662/1996 dell’unificazione della posizione previdenziale in un’unica gestione in base all’individuazione dell’attività “prevalente” (Cass. SS.UU. nn. 17076/2011, 9153/2012 e 9803/2012).

Si è pure precisato che la sentenza delle SS.UU. di questa Corte n. 3240/2010, se pure superata dalla legge di interpretazione autentica sopravvenuta di cui all’art. 12, comma 11, d.l. n. 78/2010, conv. in I. n. 122/2010 e dalla giurisprudenza successiva, deve ritenersi utilmente richiamabile nella parte in cui sancisce che, in caso di verifica della insussistenza dei requisiti per l’iscrizione alla gestione commercianti, non vi è necessità di procedere al giudizio di prevalenza tra detta attività e quella di amministratore, con conseguente obbligo dell’interessato alla gestione separata, mentre non può essere più condivisa nella parte in cui afferma che, ove venga accertata la presenza dei requisiti per l’iscrizione alla gestione commercianti, si debba procedere al giudizio di prevalenza, verificandosi se il contribuente dedichi personalmente la propria opera professionale prevalentemente ai compiti di amministratore della Società, ovvero ai compiti di cui all’attività commerciale.

Pertanto, deve ritenersi che ognuna delle due distinte attività debba essere valutata, ai fini dell’esistenza dell’obbligo contributivo secondo gli ordinari criteri cosicché la sussistenza di un’attività comportante l’obbligo contributivo nei confronti della gestione commercianti va valutata con i criteri di cui al già sopra ricordato comma 203 del medesimo art. 1, I. n. 662/1996.

La verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale , tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, cfr, tra le tante, Cass. nn. 5763/2002 e 23600/2009) venga compiutamente assolto, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni.


Cass. n. 21470/2019

Con riferimento alle società non è sufficiente la qualità di amministratore a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza.

In particolare, ( vd. Cass. n. 4440 del 2017) tale carattere va inteso con riferimento all’attività lavorativa espietata dai soggetto stesso in seno all’impresa, al netto dell’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali); tale accezione del requisito della “prevalenza” meglio si attaglia alla lettera dell’art. 1, comma 203, della I. n. 662 del 1996, volto a valorizzare l’elemento del lavoro personale, ed alla sua “ratio”, includendo nell’area di applicazione della norma tutti i casi in cui l’attività del socio, ancorché abituale e prevalente rispetto al resto delle sue attività, non possa essere ritenuta preponderante rispetto agli altri fattori produttivi dell’impresa.

E’ compito del giudice di merito accertare, in modo puntuale e rigoroso, la sussistenza dei requisiti di legge per tale coesistenza, nonché l’assolvimento dell’onere probatorio a carico dell’ente previdenziale, ai cui fini assumono rilevanza la complessità dell’attività, la presenza di dipendenti o collaboratori, la loro qualifica e le mansioni svolte (Cass. n. 8613 del 2017);


Cass. n. 21471/2019

L’iscrizione alla gestione commercianti vi sia un esercizio commerciale, la gestione dello stesso come titolare o come familiare coadiuvante o anche come socio di s.r.l. che abbia come oggetto un esercizio commerciale (v. in tal senso Cass. sez. 6 – Lav., Ordinanza n. 3145 del 2013) e tale presupposto non ricorre nella specie come descritta in fatto dalla sentenza impugnata, contraddistinta dallo svolgimento della sola attività di riscossione dei canoni di un solo immobile concesso in locazione.


Cass. n. 20372/2019

La verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale “coesistenza” (dell’obbligazione contributiva nella gestione commercianti e nella gestione separata) è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo, cfr, tra le tante, Cass. nn. 5763/2002 e 23600/2009) venga compiutamente assolto, potendo assumere rilevanza ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni.


Per il doppio onere occorre una “coesistenza” di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e che la verifica della sussistenza di requisiti di legge per tale “coesistenza” è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo: cfr. ex multis Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; Cass. 6 novembre 2009, n. 23600) venga compiutamente assolto potendo assumere rilevanza, ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (così, ad esempio, in presenza di una società di capitali con numerosi dipendenti ed un sistema organizzato di controlli sul personale, la diretta partecipazione al lavoro aziendale dell’amministratore, ancorché pure socio, non beneficia di elementi presuntivi che diversamente possono sussistere quando si è in presenza di una società con due soli soci, di cui uno amministratore, e senza dipendenti – si veda, per una ipotesi di questo secondo tipo, Cass. 11 luglio 2012, n. 11685) (conf.Cass. n. 7857/2019).


Cass. n. 27946/2018

Per il doppio onere occorre una coesistenza di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e che la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale coesistenza è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (gravante, secondo le ordinarie regole, sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo – cfr., ex multis, Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; Cass. 6 novembre 2009, n. 23600) venga compiutamente assolto (Cass. 9 maggio 2017, n. 11242; Cass. 23 dicembre 2016, n. 26976; Cass. 28 novembre 2016, n. 24103) (conf. Cass. 28137/2018).


Cass. 26023/2018

L’iscrizione alla gestione previdenziale è sempre subordinata alla presenza dei requisiti di abitualità e prevalenza nello svolgimento di un’attività lavorativa (di natura commerciale, artigiana, agricola); talchè non basta lo svolgimento di un’attività lavorativa (di natura individuale o societaria) per essere iscritti ad un fondo di previdenza relativo ai lavoratori autonomi; occorre che esistano, congiuntamente, i due requisiti di abitualità e prevalenza.

Sotto questo profilo vale ancora la considerazione effettuata dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 3240 del 12.2.2010 secondo la quale detta assicurazione “è posta a protezione, fin dalla sua iniziale introduzione, non già dell’elemento imprenditoriale del lavoratore autonomo, sia esso commerciante, coltivatore diretto o artigiano, ma per il fatto che tutti costoro sono accomunati ai lavoratori dipendenti dall’espletamento di attività lavorativa abituale, nel suo momento esecutivo, connotandosi detto impegno personale come elemento prevalente (rispetto agli altri fattori produttivi) all’interno dell’impresa”.

Va peraltro chiarito in relazione a quest’ultimo aspetto che, in base all’interpretazione logica della norma, e maggiormente aderente alla ratio protettiva dell’obbligo assicurativo, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza, il cui onere della prova è a carico dell’Inps, siano da riferire ad un limite – sia pure non predeterminato – di tempo e di reddito, da accertarsi in senso relativo ovvero con riferimento all’attività lavorative espletate dal soggetto considerato e non già comparativamente con riferimento agli altri fattori materiali e personali dell’impresa.


Il presupposto imprescindibile è che per l’iscrizione alla gestione commercianti vi sia un esercizio commerciale, la gestione dello stesso come titolare o come familiare coadiuvante o anche come socio di s.r.l che abbia come oggetto un esercizio commerciale e tale presupposto non ricorre nella specie come descritta in fatto dalla sentenza impugnata, contraddistinta dallo svolgimento della sola attività di riscossione dei canoni di un solo immobile concesso in locazione (conf. Cass. n. 26029/2018).


Cass. n. 24750/2018

Sono invero consolidati i precedenti di questa Corte (v., ex multis, Cass. 23 dicembre 2016, n. 26976; Cass. 28 novembre 2016 n. 24103; Cass. 20 maggio 2016 n. 10443; Cass. 9 maggio 2017, n. 11242) con i quali è stato chiarito che per il doppio onere di iscrizione occorre una coesistenza di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria e che la verifica della sussistenza dei requisiti di legge per tale coesistenza è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio (il quale, secondo le ordinarie regole, grava sull’ente previdenziale, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo – cfr. ex multis Cass. 20 aprile 2002, n. 5763; Cass. 6 novembre 2009, n. 23600 -) venga compiutamente assolto.

Requisiti congiunti di abitualità e prevalenza dell’attività del socio di società a responsabilità limitata sono da riferire all’attività lavorativa espletata dal soggetto considerato in seno all’impresa che costituisce l’oggetto della società, ovviamente considerata a prescindere dall’attività eventualmente esercitata in quanto amministratore, per la quale semmai ricorre l’obbligo dell’iscrizione alla gestione separata di cui alla legge n. 335 del 1995 in modo che sia assicurato alla gestione commercianti il socio di società a responsabilità limitata che si dedica abitualmente e prevalentemente al lavoro in azienda, indipendentemente dal fatto che il suo apporto sia prevalente rispetto agli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (v., fra le tante, Cass. 17 luglio 2017, n.17639).

Per partecipazione al lavoro aziendale deve intendersi lo svolgimento dell’attività operativa in cui si estrinseca l’oggetto dell’impresa (cfr., da ultimo, Cass. 18 maggio 2017, n.12560 quanto ai criteri da utilizzare per tale ordine di valutazione).

La verifica della sussistenza di requisiti di legge per tale coesistenza è compito del giudice di merito e deve essere effettuata in modo puntuale e rigoroso, indispensabile essendo che l’onere probatorio venga compiutamente assolto, potendo assumere rilevanza, ai fini di tale valutazione e, quindi, della prova del personale apporto all’attività di impresa, con diretta ed abituale ingerenza dell’amministratore nel ciclo produttivo della stessa, elementi quali la complessità o meno dell’impresa, l’esistenza o meno di dipendenti e/o collaboratori, la loro qualifica e le loro mansioni (v. Cass. n.12560 del 2017).

Il giudizio di prevalenza e abitualità dell’attività di lavoro della parte ricorrente è stato reso dalla Corte avuto esplicito riguardo, oltre che alle chiare e dettagliate dichiarazioni della parte opponente, anche con riferimento alla sostanziale circostanza dell’assoluta assenza di addetti per lo svolgimento dell’attività (conf. Cass. n. 24747/2018).


Cass. 21159/2018

A fronte del disposto di cui alla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 208 che prevede, in caso di esercizio contemporaneo, anche in un’unica impresa, di varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, l’iscrizione nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli interessati dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente, spetta all’Istituto nazionale della previdenza sociale decidere sulla iscrizione nell’assicurazione corrispondente all’attività prevalente.

Sulla interpretazione di tale comma è intervenuto il D.L. n. 78 del 2010, art. 12, comma 11, convertito nella L. n. 122 del 2010, che così si esprime: “la L. 23 dicembre 1996, n. 662, art.1, comma 208 della si interpreta nel senso che le attività autonome, per le quali opera il principio di assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti, i quali vengono iscritti in una delle corrispondenti gestioni dell’Inps, restando, pertanto, esclusi dall’applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 208, i rapporti di lavoro per i quali è obbligatoriamente prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma 26”.

Le Sezioni unite di questa Corte, con la sentenza n. 17076 del 2011, hanno ritenuto tale norma dichiaratamente ed effettivamente di interpretazione autentica, diretta a chiarire la portata della disposizione interpretata e, pertanto, non è, in quanto tale, lesiva del principio del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU, trattandosi di legittimo esercizio della funzione legislativa garantita dall’art. 70 Cost.” ( vd. pure Corte costituzionale, sentenza n. 15 del 23 gennaio 2012.

L’applicazione di questi principi comporta che per il ricorrente sono dovuti tanto i contributi, a carico della società, relativi alla sua attività di amministratore (da versare alla gestione separata di cui alla L. n. 6132 del 2005, art. 2, comma 26), quanto i contributi dovuti, personalmente, quale socio che svolge l’attività nella società, alla gestione commercianti, posto che questi contributi sono dovuti anche dai soci di società a responsabilità limitata in base alla normativa prima richiamata (L. n. 662 del 2006, art. 1, comma 203) con la quale il legislatore ha voluto evitare che, grazie allo schermo societario, la prestazione del socio di srl espletata nell’ambito dell’impresa commerciale sia sottratta alla contribuzione previdenziale obbligatoria e ha voluto superare la preesistente disparità di trattamento tra i titolari di imprese individuali o i soci dì società di persone, da un lato e, dall’altro, i soci di società a responsabilità limitata;

Nel caso in esame detto onere sussiste anche rispetto al ricorrente che non è socio della società della quale è amministratore, in quanto egli detiene il 96,66% del relativo capitale sociale.

Ciò porta a ritenere che il ricorrente controlla e conduce l’attività della Società di cui gestisce l’attività commerciale,  pur non essendone socio, e di conseguenza deve essere condiviso il giudizio della Corte d’Appello per cui l’espediente del controllo della società attraverso il ruolo di Amministratore per mezzo di altra società del quale è Socio, non può valere a escludere l’applicabilità della L. n. 1397 del 1960, art. 1 come modificato dalla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, svolgendo il ricorrente, nell’ambito della società di cui detiene la maggioranza, la relativa attività.


Cass. n. 10087/2018

L’esistenza dell’obbligo di iscrizione alla gestione commercianti non può desumersi da elementi di carattere meramente presuntivo, i quali non rilevano sul piano previdenziale che richiede che sia effettivamente provato lo svolgimento di un’attività commerciale da parte del socio accomandatario, come ribadito dall’orientamento più volte espresso da questa Corte di legittimità, (Cass. Sez. Lav. n. 3835 del 26.2.2016; Cass. n. 5210 del 2017), secondo il quale nelle società in accomandita semplice, in forza dell’art. 1, comma 203, della I. n. 662 del 1996, che ha modificato l’art. 29 della I. n. 160 del 1975, e dell’art. 3 della I. n. 45 del 1986, la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza quest’ultima intesa come prevalenza.


Cass. n. 12560/2017

Secondo le Sezioni Unite (sent. 17076/2011), la regola espressa dalla norma risultante dalla disposizione interpretata (L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 208,) e dalla disposizione di interpretazione autentica (D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 12, comma 11) è nel senso che l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagni all’esercizio di un’attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, non fa scattare il criterio dell'”attività prevalente”.

In altri termini, per queste attività, non opera il criterio “semplificante” (dell’art. 1, comma 208, cit.) e derogatorio – dell’unificazione della posizione previdenziale in un’unica gestione con una sorta di fictio juris per cui chi è ad un tempo commerciante ed artigiano (o coltivatore diretto), con caratteristiche tali da comportare l’iscrizione alle relative gestioni assicurative, è come se svolgesse un’unica attività d’impresa – quella “prevalente” – con la conseguenza che unica è la posizione previdenziale.

Al contrario, la regola espressa dalla norma risultante dalla disposizione interpretata e dalla disposizione di interpretazione autentica è quella per la quale il concorso di attività di lavoro autonomo (come amministratore della società), soggetta ex se alla contribuzione nella Gestione separata sui compensi a tale titolo percepiti, e quella di socio lavoratore della società stessa, comporta l’obbligo della duplice iscrizione.

La sentenza della Sezioni Unite di questa Corte è stata poi seguita da altre pronunce (Cass. 1 luglio 2015, n. 13446; Cass., 5 marzo 2013 n. 5444; v. pure Cass., ord. ’27 aprile 2016, n. 8303; Cass., 26 febbraio 2016, n. 3835), le quali – partendo dall’esatta premessa secondo cui sussiste l’obbligo di iscrizione e contribuzione sia alla gestione commercianti che a quella separata stante l’autonomia delle posizioni – hanno affermato la necessità che per ciascuna di esse ricorrano i presupposti previsti dalla legge, e cioè che si realizzi una “coesistenza” di attività riconducibili, rispettivamente, al commercio e all’amministrazione societaria.

Ai sensi della L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203, l’iscrizione alla gestione commercianti è obbligatoria ove si realizzino congiuntamente le fattispecie previste dalla legge e cioè: la titolarità o gestione di imprese organizzate e/o dirette in prevalenza con il lavoro proprio e dei propri familiari; la piena responsabilità ed i rischi di gestione (unica eccezione proprio per i soci di s.r.l.); la partecipazione al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza; il possesso, ove richiesto da norme e regolamenti per l’esercizio dell’attività propria, di licenze e qualifiche professionali (in tal senso, Cass., n. 5444/2013, cit.).

Non basta, quindi, lo svolgimento di un’attività lavorativa (di natura individuale o societaria) qualsiasi per essere iscritti ad un fondo di previdenza relativo ai lavoratori autonomi: occorre che esistano, congiuntamente, i due requisiti di abitualità e prevalenza.

In relazione al concetto di prevalenza, è tuttavia opportuno chiarire che, ad avviso del collegio, i requisiti congiunti di abitualità e prevalenza – necessari per l’iscrizione alla gestione ed il cui onere della prova è a carico dell’Inps, tenuto a provare i fatti costitutivi dell’obbligo contributivo (cfr. ex multís Cass., 20 aprile 2002, n. 5763; Cass., 6 novembre 2009, n. 23600) – devono riferirsi ad un criterio non predeterminato di tempo e di reddito da accertarsi in senso relativo e soggettivo, ossia facendo riferimento alle attività lavorative espletate dal soggetto considerato in seno alla stessa attività aziendale costituente l’oggetto sociale della srl (ovviamente al netto dell’attività esercitata in quanto amministratore), e non già comparativamente con riferimento a tutti gli altri fattori produttivi (naturali, materiali e personali) dell’impresa (conf. Cass. n. 19273/2018).


C. Cost. n. 15/2012

L’opzione ermeneutica prescelta dal legislatore ( 12, comma 11, del d.l. n. 78 del 2010, conv. in legge n. 122 del 2010) ha introdotto nella disposizione interpretata elementi ad essa estranei, ma le ha assegnato un significato riconoscibile come una delle possibili letture del testo originario (ex multis: sentenza n. 257 del 2011), cioè ha reso vincolante un dettato comunque ascrivibile al tenore letterale della disposizione interpretata. Ciò è reso palese dal rilievo che quella opzione interpretativa aveva trovato spazio nella giurisprudenza di merito formatasi in epoca anteriore all’entrata in vigore del d.l. n. 78 del 2010; ed anche nella sezione lavoro della Corte di cassazione, tanto da provocare per ben due volte, in un breve arco di tempo, la rimessione della questione interpretativa dell’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996 alle sezioni unite della medesima Corte.

È significativo, poi, che queste ultime, con la pronunzia più recente (sopra richiamata), dopo avere affermato che la norma in questa sede censurata costituisce disposizione «dichiaratamente ed effettivamente di interpretazione autentica, diretta a chiarire la portata della disposizione interpretata», ne abbiano fatto applicazione, così superando il precedente orientamento.

Si deve ancora aggiungere che proprio il contrasto emerso in giurisprudenza sull’interpretazione dell’art.1, comma 208, della legge n. 662 del 1996, in quanto fonte di dubbi ermeneutici con conseguente incremento del contenzioso, giustifica ulteriormente l’intervento legislativo finalizzato a garantire la certezza applicativa del sistema, con ciò ulteriormente escludendone ogni carattere d’irragionevolezza.


Cass. S.U. n. 17076/2011 (emanata successivamente alla disposizione di interpretazione autentica di cui all’art. 12, comma 11, d.l. n. 78/2010)

In tema di iscrizione assicurativa per lo svolgimento di attività autonome, l’art. 12, comma 11, del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, nella legge n. 122 del 2010 – che prevede che l’art. 1, comma 208, legge n. 662 del 1996, si interpreta nel senso che le attività autonome per le quali opera il principio di assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti, i quali vengono iscritti in una delle corrispondenti gestioni dell’INPS, mentre restano esclusi dall’applicazione dell’art. 1, comma 208, legge n. 662 del 1996, i rapporti di lavoro per i quali è obbligatoriamente prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui all’art. 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995 – costituisce norma dichiaratamente ed effettivamente e di interpretazione autentica, diretta a chiarire la portata della disposizione interpretata e, pertanto, non è, in quanto tale, lesiva del principio del giusto processo di cui all’art. 6 CEDU – quanto al mutamento delle “regole del gioco” nel corso del processo – trattandosi di legittimo esercizio della funzione legislativa garantita dall’art. 70 Cost.”.


Cass. S.U. n. 3240/2010 (emanata antecedente alla disposizione di interpretazione autentica di cui all’art. 12, comma 11, d.l. n. 78/2010)

La questione posta alla Corte, concernente l’interpretazione della L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, commi da 202 a 208, è la seguente:
se il socio di una società commerciale nella forma della srl, il quale partecipi personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e, nel contempo, sia anche amministratore della medesima, percependo un apposito compenso, sia tenuto alla iscrizione (e debba versare la contribuzione) presso le due corrispondenti gestioni previdenziali, ossia alla gestione commercianti per la prima attività ed alla gestione separata per la seconda, oppure sia tenuto alla iscrizione presso una sola delle due, da individuare come quella di competenza per la attività prevalente.

La gestione separata presenta  aspetti diversi rispetto alle altre (la gestione dell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti e le gestioni dei lavoratori autonomi, ossia commercianti, artigiani, coltivatori diretti), che sono caratterizzate da una definizione compiuta del proprio campo di applicazione, corrispondente alla attività lavorativa svolta, per cui alla gestione AGO sono iscritti i lavoratori dipendenti, alla gestione coltivatori diretti coloro che esercitano questa attività ecc. Diversamente, nel citato art. 2, comma 26, il riferimento è invece eteronomo e supportato esclusivamente dalla norma fiscale (i citati articoli del TUIR), per cui, nella gestione separata, l’obbligazione contributiva è basata sostanzialmente sulla mera percezione di un reddito: più che un contributo destinato ad integrare un settore previdenzialmente scoperto, i conferimenti alla gestione separata hanno piuttosto il sapore di una tassa aggiuntiva su determinati tipi di reddito, con il duplice scopo di “fare cassa” e di costituire un deterrente economico all’abuso di tali forme di lavoro.

La regola generale è quindi che all’espletamento di duplice attività lavorativa, quando per entrambe si prevede la tutela assicurativa, deve corrispondere la duplicità di iscrizione. Non si ha, peraltro, duplicazione di contribuzione, perchè a ciascuna fa capo una attività diversa. Inoltre ciascuna delle obbligazioni contributive viene parametrata sulla base dei compensi rispettivamente percepiti, che non si cumulano, ma restano distinti e sottoposti alla rispettiva aliquota di prelievo. Ad es. non vi è dubbio che il lavoratore dipendente, iscritto nella gestione AGO, presso la quale il datore versa la contribuzione, se, oltre alla attività subordinata, svolge compiti di amministratore di società, per questa attività debba essere iscritto alla gestione separata e ad essa la società debba versare i contributi sul corrispettivo erogato.

La fattispecie in fatto – del socio della srl che effettivamente lavora per la società commerciale e che nel contempo ricava altri redditi dall’attività di lavoro autonomo di amministratore prestato a favore della medesima società di cui è socio (oppure di altre) si presta ad essere sussunta nella  previsione di cui al comma 208 con applicazione del principio della prevalenza, e quindi di unica iscrizione, perchè, innegabilmente, l’attuale ricorrente “esercita contemporaneamente varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria IVS”.

In questi casi va dunque individuata quale sia l’attività che il soggetto spiega in via prevalente e, sulla base di essa, va individuata la gestione cui effettuare la iscrizione, che sarà l’unica cui il soggetto sarà tenuto.

Con le disposizioni di cui alla L. n. 662/1996 (art. 1, c. 202-208, in partic. comma 203, lett. c e comma 208) si intese, da un lato, evitare che, grazie allo schermo della struttura societaria, la prestazione di lavoro del socio, resa nell’impresa commerciale, venisse sottratta alla contribuzione; dall’altro lato, proprio in corrispondenza con questa estensione, si volle evitare la doppia iscrizione, e quindi la doppia imposizione contributiva, per il socio d’opera – partecipante ad una società commerciale di modeste dimensione, magari titolare di una quota altrettanto modesta – il quale, in aggiunta al lavoro prestato per la società, spiegasse anche una attività ulteriore di natura autonoma. Si pensi al socio d’opera di società commerciale a r.l. che, curando con modesto impegno i bilanci societari, riceva per questa attività un altrettanto modesto compenso. Si pensi ancora al socio che per la sua società commerciale partecipi personalmente al lavoro aziendale e, che, nel contempo, spieghi, in via del tutto saltuaria e trascurabile, anche attività di cura della contabilità e dei bilanci a favore di altre imprese. In mancanza della disposizione sulla prevalenza di cui al comma 208, questi dovrebbe pagare sia i contributi alla gestione commercianti sul reddito di impresa proporzionato alla sua quota di partecipazione, sia i contributi alla gestione speciale sui proventi ricavati dai terzi per l’opera professionale resa. In tali casi il legislatore, sia per non gravare oltremodo l’attività di lavoro autonomo, sia nella convinzione che scarsa sarebbe la contribuzione ricavabile da un’ attività assolutamente secondaria dell’interessato, rinuncia su di esso all’onere contributivo, anche considerando che la scarsità di quello “spezzone” di contribuzione difficilmente potrebbe condurre al conseguimento di un trattamento pensionistico.

Contrariamente a quanto ritenuto dalla sentenza di questa Corte n. 13215/2008, non è possibile sottoporre, alla contribuzione prevista dalla unica gestione presso la quale viene dedicata la attività prevalente, anche i redditi ricavati dall’interessato per l’attività “recessiva”, giacchè ciascuna gestione può ricevere esclusivamente i contributi di sua competenza.

La regola dettata dalla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 208, – secondo la quale i soggetti che esercitano contemporaneamente, in una o più imprese commerciali, varie attività autonome assoggettabili a diverse forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, sono iscritti nell’assicurazione prevista per l’attività alla quale gli stessi dedicano personalmente la loro opera professionale in misura prevalente – si applica anche al socio di società a responsabilità limitata che eserciti attività commerciale nell’ambito della medesima e, contemporaneamente, svolga attività di amministratore, anche unico. In tal caso, la scelta dell’iscrizione nella gestione di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, o nella gestione degli esercenti attività commerciali, ai sensi della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, spetta all’INPS, secondo il carattere di prevalenza. La contribuzione si commisura esclusivamente sulla base dei redditi percepiti dalla attività prevalente e con le regole vigenti nella gestione di competenza.


SOCIO ACCOMANDATARIO 

Cass. n. 25165/2019

Questa Corte, con orientamento costante (Cass., sez. 6, nr. 3145 del 2013; Cass. nr. 17643 del 2016; Cass, sez. 6, nr. 27376 del 2016; Cass., sez. 6, nr. 3883 del 2018; Cass., sez. 6, nr. 20236 del 2017; Cass., sez. 6, nr. 12981 del 2018) ritiene che l’attività di riscossione di canoni di locazione, non finalizzata alla prestazione di servizi in favore di terzi né ad atti di compravendita o di costruzione, non esorbita dalla semplice gestione degli immobili concessi in locazione e, pertanto, non configura esercizio di attività commerciale ai fini dell’iscrizione nella gestione commercianti.

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è, infatti, in conformità a quanto previsto dalla legge 23 dicembre 1996, nr. 662, art. 1, comma 203 (che ha sostituito la legge 3 giugno 1975, nr. 160, art. 29, comma 1) lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale, non rilevando, di per sé, il contenuto dell’oggetto sociale (Cass. ord. nr . 25017 del 2016).


Cass. n. 18814/2019

La qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendonecessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui prova è a carico dell’istituto assicuratore (Cass. n. 3835 del 26/02/2016, Cass. n. 26680 del 2018).

Perché, quindi, sorga l’obbligo dell’ iscrizione per i singoli soci non è sufficiente il requisito della responsabilità illimitata per gli oneri ed i rischi della gestione, ma è comunque richiesta anche l’ulteriore condizione relativa alla partecipazione personale al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.

Per la sussistenza di quest’ultimo requisito vanno tenuti distinti i due piani del funzionamento della società, con i connessi poteri di amministrazione, e della gestione della attività commerciale, che ben può essere affidata a terzi estranei alla compagine sociale o ad altri soci che non siano anche amministratori.

L’onere di dimostrare la sussistenza degli elementi costitutivi della pretesa impositiva, e dunque dei requisiti congiunti di abitualità e prevalenza, è a carico dell’Inps (cfr. Cass. n. 5763 del 2002; Cass., n. 23600 del 2009).


Cass. n. 27027/2018

 Ai sensi dell’art. 1, comma 203, L. n. 662/1996, che ha modificato l’art. 29 L. 3 giugno 1975 n. 160, e dell’art. 3 L. 28 febbraio 1986 n. 45, nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza (nel caso di specie il Socio Accomandatario si limitava a riscuotere il canone di locazione dell’unico immobile di cui la società era proprietaria)  (Cass. n. 3835 del 26 febbraio 2016).


Cass. n. 17361/2018

Questa Corte (Cass. nr. 17643 del 2016; Cass., sez. 6, nr. 3883 del 2018; Cass. sez. 6, nr. 20236 del 2017; Cass, sez. 6, nr. 27376 del 2016; Cass, sez. 6, nr. 3145 del 2013) ha, peraltro, chiarito, con orientamento consolidato, che l’attività di riscossione di canoni di locazione, non finalizzata alla prestazione di servizi in favore di terzi né ad atti di compravendita o di costruzione, non esorbita dalla semplice gestione degli immobili concessi in locazione e, pertanto, non configura esercizio di attività commerciale ai fini dell’iscrizione nella gestione commercianti.

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è invece, in conformità a quanto previsto dalla legge 23 dicembre 1996, nr. 662, art. 1, comma 203 (che ha sostituito la legge 3 giugno 1975, nr. 160, art. 29, comma 1) lo svolgimento di un’attività commerciale.


PRODUTTORI ASSICURATIVI DIRETTI

Cass. n. 18889/2019

Ai fini dell’inquadramento previdenziale dei produttori assicurativi diretti, rilevano le concrete modalità di esercizio dell’attività di ricerca del cliente assicurativo, con la conseguenza che l’iscrizione va effettuata presso la Gestione commercianti ordinaria ove tale attività sia svolta dal produttore in forma di impresa e presso la Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, 1. n. 335/1995, ove l’attività in questione sia esercitata mediante apporto personale, coordinato e continuativo, privo di carattere imprenditoriale, o in forma autonoma occasionale da cui derivi un reddito annuo superiore ad euro 5.000,00 (conf. Cass. 18822-21-20/2019 – Cass. n. 30554 del 2018).


Cass. n. 30693/2018

Laddove il produttore assicurativo – non legato ad agenzia- svolga la propria attività di ausilio all’impresa assicuratrice, a propria volta, esercitando attività d’impresa sarà a pieno titolo passibile di iscrizione alla Gestione commercianti in via ordinaria, posto che l’art. 1 della legge 22 luglio 1966, n. 613, prevede che siano iscritti alla Gestione speciale, tra gli altri, i soggetti che lavorano come ausiliari del commercio (agenti e rappresentanti di commercio iscritti nell’apposito albo; agenti aerei, marittimi, raccomandatari; agenti delle librerie di stazione; propagandisti e procacciatori di affari, commissionari di commercio, mediatori iscritti negli appositi elenchi delle Camere di commercio, titolari degli istituti di informazione) e che, inoltre, l’ art. 1, comma 203, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, ha, pure, sancito l’obbligo di iscrizione alla Gestione per i soggetti che risultano possedere la titolarità o gestione in proprio di imprese che a prescindere dal numero dei dipendenti, siano organizzate e/o dirette prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti la famiglia; che abbiano piena responsabilità dell’impresa ed assunzione di tutti gli oneri e i rischi relativi alla sua gestione ovvero che partecipino personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.

Laddove, invece, l’attività di collaborazione nella ricerca della clientela sia stata svolta dal produttore mediante apporto personale, coordinato e continuativo, privo di carattere imprenditoriale, vi sarà spazio per l’iscrizione presso la Gestione separata di cui all’art. 2, comma 26, I. n. 335/1995.

La valorizzazione delle concrete modalità di esercizio dell’attività di ricerca del cliente assicurativo svolta dal produttore è, dunque, premessa necessaria per procedere alla individuazione dell’inquadramento assicurativo, essendo in astratto possibile che il reperimento dei clienti dell’assicuratore possa essere svolto sia in forma di impresa, che in forma autonoma occasionale che in forma di collaborazione continuativa.

Significativo valore sistematico assume, infatti, l’art. 44 del d.l. n. 269 del 2003, conv. in I. n. 326 del 2003, laddove prevede, oltre a quanto sin qui riferito,anche che < a decorrere dal 10 gennaio 2004 i soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale e gli incaricati alle vendite a domicilio di cui all’articolo 19 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, sono iscritti alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività’ sia superiore ad euro 5.000.

Dalla riportata disposizione, infatti, si deduce necessariamente che, oltre ai collaboratori coordinati e continuativi, debbano iscriversi alla gestione separata anche gli autonomi occasionali (che non sono impresa, proprio perché carenti del requisito della “professionalità” di cui all’art. 2082 c.c., né collaboratori coordinati e continuativi perché occasionali) e, quindi i produttori liberi non di agenzia occasionali con reddito superiore a 5 mila euro (conf. Cass. n. 260/2019).


SOCI IMPRESA ARTIGIANA

Cass. n. 18394/2019

A norma dell’art. 2, comma 1, della legge n. 443 del 1985 può definirsi imprenditore artigiano solo colui che, nell’esercizio professionale dell’impresa, esplichi “in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale nel processo produttivo”.

Questa Corte, interpretando tale norma, ha chiarito che per assumere la predetta qualifica il titolare dell’impresa deve svolgere in essa non solo un lavoro personale, ma è altresì necessario che si tratti di un lavoro “anche manuale” (Cass. n. 28431 del 22/12/2011, che ha ribadito quanto già affermato in una sentenza risalente – Cass. n. 2495 del 06/03/1998- secondo cui «Confligge con la lettera e con la “ratio” delle norme di cui agli artt. 2 e 3 della legge 443 del 1985 l’assunto secondo cui il socio non apportatore di opera manuale di un’impresa artigiana composta da due persone debba, in conseguenza della sola vicenda della sua formale contitolari dell’impresa, essere considerato, al pari del socio apportatore di opera manuale, personalmente imprenditore artigiano, mentre, a mente del citato art. 2 della legge 443 del 1985, imprenditore artigiano è, pur sempre, soltanto colui che eserciti personalmente, professionalmente ed in qualità di titolare l’impresa stessa, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri ed i rischi inerenti alla sua direzione e gestione, e svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuare, nel processo produttivo.

Ne consegue che non tutti i soci di una impresa artigiana possono – in assenza dei requisiti specificamente e tassativamente elencati nelle citate norme di cui alla legge 8 agosto 1985, n. 443, e per il solo fatto di risultare contitolari della relativa impresa – legittimamente dirsi “imprenditori artigiani”, pur espletando, nell’organizzazione del lavoro, incombenze meramente amministrative e senza, per contro, svolgere la (necessaria) attività manuale, prestata, invece, dal (dai) consoci (Nell’affermare il principio di dritto di cui in massima, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito che aveva rigettato la domanda di cancellazione dagli elenchi nominativi degli artigiani avanzata, a fini di sgravi contributivi, dal socio di un panificio che, aveva evidenziato, a fondamento della richiesta, la sua qualità di socio non apportatore di opera manuale nella società).


SOCIETA’ DI PERSONE E SOCIETA’ IN NOME COLLETTIVO

Cass. n. 17630/2019

La società di persone che svolge un’attività volta alla locazione di immobili di sua proprietà e alla riscossione dei canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che essa non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare ( Cass. n. 3145 del 2013, Cass. n. 17643 del 2016, Cass. n. 25017 del 2016, Cass. n. 12981 del 2018).

Non rileva di per sé il contenuto dell’oggetto sociale, ma si deve considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale (Cass. n. 25017/2016): diviene così irrilevante che ad esercitare l’attività di godimento del bene sia una società commerciale (Cass. n. 3145 del 2013), salvo che si dia prova che l’attività svolta costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Cass. n. 845 del 2010).

L’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, in implicito contrasto con il disposto dell’art. 2248 c.c., non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti propri, per come sopra ricostruiti.


Cass. n. 8024/2019

La società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà ed a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (Cass. n. 3145dell’Il febbraio 2013 e ribadito in Cass. n. 9964 del 23 aprile 2018, Cass. n.17643 del 6 settembre 2016 tra le numerose); peraltro, è evidente che dovendosi considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale non rileva il contenuto dell’oggetto sociale.

Per completezza, è anche il caso di ricordare il principio affermato da questa Corte (Cass. n. 3835 del 26 febbraio 2016) secondo cui ai sensi dell’art. 1, comma 203, L. n. 662/1996, che ha modificato l’art. 29 L. 3 giugno 1975 n. 160, e dell’art. 3 L. 28 febbraio 1986 n. 45, nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore, prova che, nel caso in esame, secondo la Corte di Appello non è stata fornita essendo emerso che il socio si limitava a riscuotere il canone di locazione dell’immobile di cui la società era proprietaria (conf. Cass. n. 8380/2019).


Cass. n. 26030/2018

Nelle società in nome collettivo non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione il regime della responsabilità illimitata del socio ma il socio sarà tenuto all’iscrizione solo qualora partecipi direttamente al lavoro aziendale e detta partecipazione sia abituale e prevalente (cfr., ex multis, Cass. n. 3825/2016 e numerose successive conformi).


Cass. n. 26025/2018

La società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (Cass. 1 febbraio 2013 n. 3145).


La società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà e si limiti a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (Cass. 1 febbraio 2013 n. 3145).

Questa Corte — con riferimento alle società in accomandita semplice – ha altresì affermato il principio (Cass. 26 febbraio 2016 n. 3835) secondo cui ai sensi dell’art. 1, comma 203, L. n. 662/1996, che ha modificato l’art. 29 L. n. 160/1975, e dell’art. 3 L. n. 45/1986, in tali società la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto, prova che, nel caso in esame, secondo i giudici di merito non è stata fornita, essendo emerso che il socio accomandatario si limitava ad apporre le firme necessarie alla gestione dei contratti di locazione degli immobili societari.