TERMINE DI DECADENZA

Cass. n. 21289/2019

In via di premessa, occorre osservare che il termine semestrale di decadenza previsto dall’art. 2, primo comma d.p.r. 461/2001, per la proposizione della domanda diretta all’accertamento della dipendenza da causa di servizio delle lesioni subite o delle infermità contratte, decorre dalla loro conoscenza solo nelle ipotesi in cui esse non siano immediatamente percepibili al momento dell’evento dannoso, nel quale invece, in caso di immediata percepibilità, va identificato il dies a quo del medesimo termine (Cass. 14 gennaio 2014, n. 586; Cass. 21 aprile 2015, n. 8083).

Qualora ricorra la prima ipotesi, il termine semestrale decorre, come è stato ancora recentemente ribadito (Cass. 4 gennaio 2018, n. 101), dal momento di conoscibilità dall’interessato, in base ad indici oggettivi, alla luce delle nozioni comuni dell’uomo medio, eventualmente integrate da diagnosi mediche; ma dovendosi escludere che tale condizione equivalga alla conoscenza dell’esatta situazione clinica (Cass. 22 giugno 2009, n. 14584), essendo sufficiente che il lavoratore sia in possesso di elementi diagnostici da cui possa desumere, secondo criteri di normalità, la natura e la gravità della malattia (Cass. 29 maggio 2003, n. 8667). E senza che tale condizione equivalga alla conoscenza dell’esatta situazione clinica, idonea, in quanto tale, a protrarre a tempo indeterminato (ed anche a vanificare) il termine decadenziale, con conseguente menomazione del diritto di difesa, anche in giudizio, del titolare del debito indennitario (Cass. 22 giugno 2009, n. 14584).

Qualora poi l’infermità derivi da cause che incidano progressivamente sulla integrità psico-fisica del dipendente, in mancanza di criteri normativamente precostituiti, occorre far riferimento al principio di ragionevolezza, secondo il quale la tempestività della domanda va valutata in relazione al momento dell’esatta percezione della natura e della gravità dell’infermità e del suo nesso causale con un fatto di servizio (Cons. Stato, Sez. V, 4 marzo 2008, n. 898; Cons, Stato, Sez. VI, 20 aprile 2006, n. 2). In particolare, la decorrenza del termine va individuata tenendo presente il momento in cui l’interessato abbia acquisito, secondo un criterio dì normalità, conoscenza dell’effettiva consistenza e gravità dell’affezione e delle relative conseguenze invalidanti (Cass. 9 marzo 2015, n. 4669).

Qualora invece la causa di servizio, in quanto presupposto necessario della richiesta di equo indennizzo, venga riconosciuta con sentenza, il presupposto potrà considerarsi verificato soltanto quando la sentenza sia divenuta definitiva con il suo passaggio in giudicato (Cass. 7 ottobre 2004, n. 20007).


Cass. n. 101/2018

Il termine di decadenza semestrale di cui all’art. 2 d.P.R. n. 461 del 2001 prevede che la domanda deve essere presentata dal dipendente entro sei mesi dalla data in cui si è verificato l’evento dannoso o da quello in cui il dipendente ha avuto conoscenza dell’infermità o della lesione o dell’aggravamento.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il termine semestrale di decadenza per la proposizione della domanda non inizia a decorrere dal momento in cui il danno, conseguente alla lesione dell’integrità fisica o psichica, si è avverato ma da quello in cui lo stesso è divenuto, in base ad indici oggettivi, conoscibile dall’interessato alla luce delle nozioni comuni dell’uomo medio, eventualmente integrate da diagnosi mediche, dovendosi escludere che tale condizione equivalga alla conoscenza dell’esatta situazione clinica (Cass. n. 14584 del 2009).

È stato altresì precisato che il lavoratore deve essere in possesso di elementi diagnostici da cui possa desumere, secondo criteri di normalità, la natura e la gravità della malattia (Cass. n. 8667 del 2003).

Deve tuttavia escludersi che tale condizione equivalga alla conoscenza dell’esatta situazione clinica, idonea, in quanto tale, a protrarre a tempo indeterminato (ed anche a vanificare) il termine decadenziale, con conseguente menomazione del diritto di difesa, anche in giudizio, del titolare del debito indennitario (cfr. Cass. n. 14584 del 2009 cit.).

L’esatta individuazione del dies a quo di decorrenza del predetto termine semestrale, se può essere di agevole determinazione quando l’infermità è conseguenza di un evento dannoso istantaneo, in quanto tale oggettivamente collocabile nel tempo, non lo è quando, invece, la infermità deriva da cause che incidono progressivamente sulla integrità psico-fisica del dipendente.

Al riguardo soccorrono i principi elaborati in materia dalla giurisprudenza amministrativa (Cons. Stato, Sez. 5, 04/03/2008, n. 898; Cons. Stato, Sez. 6, 20/04/2006, n. 2184), la quale ha precisato, proprio con riguardo alla norma in esame, che, in mancanza di criteri normativamente precostituiti, occorre far riferimento al principio di ragionevolezza, secondo il quale la tempestività della domanda va valutata in relazione al momento dell’esatta percezione della natura e della gravità dell’infermità e del suo nesso causale con un fatto di servizio.

In particolare, la decorrenza del termine va individuata tenendo presente il momento in cui l’interessato abbia acquisito, secondo un criterio di normalità, conoscenza dell’effettiva consistenza e gravità dell’affezione e delle relative conseguenze invalidanti (in tal senso, Cass. n. 4669 del 2015).

Il criterio fa leva sul concetto di conoscibilità, che attiene alla percezione della malattia secondo indici oggettivi, relativi alla possibilità che l’interessato abbia di conoscere la natura e l’entità della malattia, alla luce delle nozioni comuni dell’uomo medio. Diverso è il nesso causale tra la malattia così conosciuta e la prestazione lavorativa. Il rapporto causale va dedotto dal lavoratore allorché, avuta consapevolezza della malattia, ritenga la stessa dipendente dalla causa di servizio.

Di regola, tuttavia, nel momento in cui il lavoratore ha consapevolezza della malattia è altresì in grado di porla in relazione causale con la prestazione, in quanto sono a lui già note le modalità di svolgimento del proprio lavoro e le caratteristiche dell’ambiente in cui la prestazione viene resa e dei materiali e strumenti utilizzati, salva l’ipotesi in cui tale correlazione non possa avvenire contestualmente perché dipendente da fatti ancora sconosciuti al lavoratore in tale momento.


COLLOCAMENTO A RIPOSO E BENEFICI RETRIBUTIVI

Cass. n. 5421/2019

I benefici dell’abbreviazione di uno o due anni di anzianità, al fine della maturazione degli aumenti periodici di stipendio previsti dagli artt. 43 e 44 del R.D. n. 1290/1922 in favore dei pubblici dipendenti mutilati ed invalidi di guerra, sono applicabili anche agli invalidi e mutilati di servizio, in virtù dell’equiparazione delle due categorie operata dalla legge n. 539 del 1950, a prescindere dalla considerazione che l’invalidità sia stata riconosciuta ai fini dell’equo indennizzo o della pensione privilegiata (Cons. Stato, Ad. Gen. 17.5.1993, n. 46; Cons. Stato Sez. VI, 13.6.2000, n. 3305; Cons. Stato, Comm. Sp., 23.6.1997, n. 379; 20.11.1995, n. 335; 6.5.1996, n. 361).

E’ stato anche affermato come necessario che, prima del collocamento a riposo, il dipendente abbia ottenuto il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio dell’infermità o della lesione con ascrivibilità a pensione (conf., tra le altre, C. di St. 1297/98, 3591/2010, 694/2012).


CAUSA DI SERVIZIO – EQUO INDENNIZZO E PENSIONE PRIVILEGIATA

Cass. n. 14208/2018

L’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, ai fini del riconoscimento del beneficio della pensione privilegiata, e la concessione dell’ equo indennizzo sono basati su presupposti diversi, regolamentati da norme differenti, con la conseguenza che non può essere attribuito valore di giudicato esterno vincolante, ai fini del riconoscimento del diritto all’ equo indennizzo, alla sentenza della Corte dei conti divenuta definitiva, la quale abbia accertato la sussistenza della causa di servizio ai fini della pensione privilegiata (Cass. n. 22297 del 2014).

Ed infatti, ai fini della pensione privilegiata – l’esame viene portato sul nesso tra l’evento e l’infermità che ne è derivata e di cui bisogna accertare la gravità”, mentre nel caso dell’equo indennizzo – la verifica ha come oggetto il rapporto tra l’infermità stessa e la menomazione che ne è derivata e per la quale viene chiesto l’indennizzo”.

Alla anzidetta diversità dell’oggetto della verifica corrisponde una diversità di disciplina, che si traduce sia in differenti modalità di erogazione delle due provvidenze (fra le quali non vi è alcuna correlazione diretta, immediata ed automatica) sia nella devoluzione delle relative controversie a due plessi giurisdizionali distinti, regime che non è certamente previsto per frazionare la tutela inerente lo stesso presupposto in diversi giudizi, a seconda dei vizi, che l’interessato intenda denunciare, ma che ha la sua ragion d’essere nelle differenze di oggetto e di natura dei due giudizi.

Infatti, mentre i giudizi riguardanti l’equo indennizzo investono questioni relative al trattamento economico spettante al lavoratore o jure suceessionis ai suoi eredi nell’ambito del rapporto di impiego (da far valere dinanzi al giudice ordinario od al giudice amministrativo a seconda della natura dell’ente pubblico datore di lavoro e del rapporto di lavoro medesimo), invece nelle controversie in materia di pensione privilegiata (devolute alla Corte dei conti) si discute del, riconoscimento della titolarità del diritto alla pensione privilegiata e/o all’assegno accessorio, in favore di soggetti il cui trattamento pensionistico sia a totale carico dello Stato.

Conseguentemente, è ben possibile, in tema di liquidazione di equo indennizzo susseguente al riconoscimento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, ai fini della pensione privilegiata, l’esistenza di due provvedimenti contrastanti: accertamento della dipendenza da causa di servizio di una certa infermità ai fini pensionistici, ma rigetto dell’istanza di liquidazione dell’equo indennizzo, non essendovi alcuna correlazione, diretta, immediata ed automatica tra l’uno e l’altro.


Cass. 675/2018

Il diritto all’equo indennizzo nasce quando si verifica la stabilizzazione della malattia lamentata dal dipendente, con la conseguenza che la normativa applicabile nel procedimento di liquidazione è quella vigente a tale data ( Cass. 4.4.2017 n. 8707).

Invero l’equo indennizzo, previsto per i dipendenti pubblici dall’art. 68, comma 8, del d.P.R. n. 3 del 1957 ( abrogato dal d.l. n. 201 del 6.12.2011, convertito dalla I. n. 214 del 2011, nei limiti previsti dallo stesso d.I.) ed esteso ai ferrovieri dall’art. 11 della legge 6 ottobre 1981 n. 564 ( Cass. S.U. 19.12.1996 n. 11395) è volto a compensare la perdita dell’integrità fisica nei casi in cui la stessa sia dipendente da causa di servizio.

Il legislatore è poi intervenuto a disciplinare, con atti di normazione primaria e secondaria, le modalità del procedimento che anche per i ferrovieri, sulla base delle previsioni contenute del d.M. del Ministero dei Trasporti 2.7.1983, si articola in due fasi distinte, di cui la prima diretta al riconoscimento della dipendenza della causa di servizio e la successiva alla concessione dell’equo indennizzo, con distinti ed autonomi termini che, quanto al secondo beneficio, decorrono, nell’ipotesi normale, dall’avvenuta conclusione in senso positivo della prima delle due fasi ( Cass. 11.10.2007 n. 21332 e la giurisprudenza ivi richiamata).

Occorre, però, tenere distinta la disciplina sostanziale da quella procedimentale e non confondere il momento in cui il diritto sorge, perché ne ricorrono gli elementi costitutivi, con quello in cui lo stesso può essere validamente esercitato, in quanto sono stati posti in essere gli atti del procedimento che costituiscono il presupposto necessario per la liquidazione del beneficio.

La dipendenza da causa di servizio, che condiziona la nascita del diritto all’equo indennizzo, è sussistente a prescindere dal suo accertamento in sede amministrativa, tanto che, ove venga erroneamente esclusa, può essere accertata in sede giudiziale. La sentenza che la riconosca, disattendendo la diversa valutazione espressa in sede amministrativa, ha natura accertativa e non costitutiva del diritto, sicché la circostanza che il termine di decadenza per la richiesta dell’equo indennizzo in tal caso decorre dalla data del passaggio in giudicato, non può far collocare in un diverso momento temporale la nascita del diritto.

Quest’ultima si verifica nel momento in cui risultano realizzati gli elementi costitutivi della fattispecie ( nesso causale fra attività lavorativa e infermità e fra quest’ultima e lesione permanente dell’integrità psico-fisica), non già allorquando gli stessi vengono accertati secondo lo schema procedimentale previsto dalla normativa regolamentare o con sentenza.


Cass. n. 93/2018

L’equo indennizzo è un beneficio o un’utilità che la P.A. attribuisce al proprio dipendente per la perdita della integrità fisica subita a causa di servizio, non necessariamente per fatto implicante delle responsabilità dolose o colpose.

L’equo indennizzo ha una funzione del tutto diversa dal risarcimento e dall’indennizzo assicurativo per rischi o altro.

Mentre il risarcimento del danno da parte del soggetto civilmente responsabile per atto illecito tende a ristabilire l’equilibrio nella situazione del soggetto turbata dall’evento lesivo e a compensare per equivalente la perduta integrità fisiopsichica, l’equo indennizzo, proprio per il concetto di equità e di discrezionalità ad esso inerente, e per la sua non coincidenza con l’entità effettiva del pregiudizio subito dal dipendente, può essere assimilato ad una delle tante indennità che l’Amministrazione conferisce ai propri dipendenti in relazione alle vicende del servizio, con funzione di graduazione e di equa distribuzione di compensi aggiuntivi (Cass. 14313/2017; Cons. Stato n. 9 del 1993).

In siffatte fattispecie, è stato osservato nelle pronunce innanzi richiamate, si è di fronte alla erogazione di prestazioni speciali, con cui l’Amministrazione contribuisce più accentuatamente al benessere fisico e psichico dei propri dipendenti, quando le circostanze del loro servizio siano tali da esporli a particolari pericoli od assoggettarli a disagi o malattie in seguito all’espletamento delle loro funzioni, e con incidenza gravosa sulla successiva attività. In particolare, nell’equo indennizzo, il bene protetto non è l’integrità fisica, che è solo l’occasione dell’erogazione, ma la speciale condizione del dipendente divenuto infermo in ragione del suo rapporto con l’Amministrazione e del servizio prestato.

Molto spesso, infatti, la causa di servizio cui si ricollega l’infermità del dipendente, si identifica con la stessa esplicazione dell’attività lavorativa, o delle attività ad essa connesse, al di fuori di qualsiasi, sia pur legittimo, comportamento commissivo od omissivo da parte del datore di lavoro.

Alla luce di tali principi, ai quali il Collegio ritiene di dare continuità, al fine del riconoscimento della dipendenza di una determinata malattia da causa di servizio, non viene in alcun modo in considerazione il comportamento, commissivo od omissivo, colposo o doloso del datore di lavoro, inserendosi l’istituto nell’ambito del sinallagma del rapporto di lavoro, sicché anche la mera esposizione a fattori di rischio insiti nella prestazione lavorativa può comportare il riconoscimento dell’equo indennizzo per il solo fatto che la patologia riscontrata a carico del dipendente sia suscettibile di ricollegarsi causalmente alla prestazione lavorativa.

Diversamente, ai fini del risarcimento dei danni scaturenti dalla violazione degli obblighi di cui all’art. 2087 c.c., occorre un inadempimento contrattuale suscettibile di venire in considerazione sotto il profilo, almeno colposo dal datore di lavoro.


CAUSA DI SERVIZIO E CONDIZIONI DI LAVORO

Cass. n. 21466/2019

In tema di infortuni sul lavoro e malattie professionali, il dipendente che sostenga la dipendenza dell’infermità da una causa di servizio ha l’onere di dedurre e provare i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilità dell’affezione denunciata alle modalità concrete di svolgimento delle mansioni inerenti la qualifica rivestita: con la conseguenza che, ove la patologia presenti una eziologia multifattoriale, il nesso causale tra attività lavorativa ed evento, in assenza di un rischio specifico, non può essere oggetto di presunzioni di carattere astratto ed ipotetico, ma esige una dimostrazione, quanto meno in termini di probabilità, ancorata a concrete e specifiche situazioni di fatto, con riferimento alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro e alla durata e intensità dell’esposizione a rischio (Cass. 26 giugno 2009, n. 15080; Cass. 15 ottobre 2014, n. 21825).


Cass. n. 27964/2018

La dipendenza della malattia del lavoratore da una “causa di servizio” non implica, né può far presumere, che l’evento dannoso sia derivato dalle condizioni di insicurezza dell’ambiente di lavoro, essendo possibile che la patologia accertata debba essere collegata alla qualità intrinsecamente usurante della ordinaria prestazione lavorativa ed al logoramento dell’organismo del dipendente esposto ad un lavoro impegnativo per un lasso di tempo più o meno lungo In detto ultimo caso si resta al di fuori dell’ambito dell’art. 2087 c.c., che riguarda una responsabilità contrattuale ancorata a criteri probabilistici e non solo possibilistici (conf. Cass. n. 177017/2019; Cass.n.25151/2017).

Il principio esposto, coerente con la fattispecie in esame, impone quindi che nell’ipotesi in cui sia presente una malattia accertata quale conseguenza dell’attività di lavoro, non sia affatto automatica la responsabilità datoriale ma questa, in ipotesi, debba invece essere provata con le regole generali in materia di responsabilità e cio’ pur se si discuta, come nella fattispecie in esame, di danno conseguente all’utilizzo del lavoratore in mansioni uguali a quelle che avevano determinato la patologia riconosciuta come afferente all’attività di lavoro.


NATURA DEL PROVVEDIMENTO DI RICONOSCIMENTO

Cass. n. 746/2018

Il provvedimento amministrativo che riconosce la dipendenza da causa di servizio di una malattia ha carattere non costitutivo ma meramente ricognitivo della infermità, la quale preesiste al suo riconoscimento anche nella dipendenza causale da ragioni di servizio (Cass. 8707/2017, che ha richiamato i principi affermati dal Consiglio di Stato nelle decisioni n. 4871/2014, n. 1957/2006, 4996/2002)

Del pari, nessun elemento testuale che attribuisca tale valore costitutivo è rinvenibile nell’art. 42 del D.P.R. n. 686 del 1957.

La disposizione, nel prevedere che la richiesta di rimborso possa essere formulata anche nella medesima istanza volta ad ottenere il riconoscimento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, conferma la natura ricognitiva del provvedimento della RA. datrice di lavoro.

Consegue a quanto innanzi considerato che la normativa applicabile alle spese sostenute dal lavoratore pubblico per la cura delle infermità riconosciute dipendenti da causa di servizio è quella vigente alla data di insorgenza della infermità.