Cass. n. 16866/2020

Questa Corte (Cass. n. 19785 del 9.8.2017; Cass. n. 18185 del 2019) ha avuto modo di affermare che “in applicazione del principio generale di irretroattività della legge, dettato dall’art. 11 disp. prel. c.c., il provvedimento di esatta classificazione di un’impresa in base al d.m. 18 giugno 1988 a fini contributivi, e di rettifica della relativa tassazione errata, ha effetto dalla data in cui doveva essere applicata l’esatta classificazione e tassazione, sia che tale rettifica sia operata d’ufficio dall’Inali sia che l’esatta classificazione sia individuata dal giudice”.

In effetti, con riferimento all’ipotesi contemplata dal terzo comma dell’art. 14 del D.M. 12.12.2000 (Nuove tariffe dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali delle gestioni: industria, artigianato, terziario, altre attività, e relative modalità di applicazione), va tenuto conto del principio di irretroattività enucleabile sia dagli artt. 14 e 16 dello stesso DM 12.12.2000 – che prevedono espressamente quali sono i casi di deroga a tale principio – sia dalla fonte primaria legislativa di cui all’art. 3, comma 8, della legge n. 335/95.

Allorquando il terzo comma del citato art. 14 fa riferimento alla diversa classificazione aziendale adottata ai sensi dell’art. 49 della legge n. 88/1989 e dell’art. 3, comma 8, della legge n. 335/95, vale a dire quella di competenza dell’INPS, precisa anche che essa ha effetto dalla data di decorrenza del “provvedimento adottato” ai sensi delle citate disposizioni, laddove l’adozione del provvedimento che nel nostro caso rileva ai sensi delle citate disposizioni è quella eseguita da ultimo dall’INAIL.

Quindi è solo dall’adozione del provvedimento che ha inciso da ultimo sulla classificazione che si possono far decorrere, in ossequio al principio della irretroattività, gli effetti della variazione d’ufficio sulla quale si basa la rivendicazione delle differenze economiche connesse al nuovo premio individuato dall’INAIL (in tal senso v. anche Cass. Sez. Lav. n. 19979 del 10.8.2017, nonché Cass. Sez. lav. n. 9227 del 13.4.2018);

Il riferimento al fondamentale principio generale di irretroattività della legge, dettato dall’art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile, in assenza di diverse ipotesi di deroga normativamente previste, induce ad interpretare l’art. 14 cit. nel senso che il provvedimento di esatta classificazione di un’impresa in base al d.m. 12.12.2000, a fini contributivi e di rettifica della relativa tassazione errata, ha effetto dalla nuova comunicazione.

Ciò in coerenza con il principio di civiltà giuridica introdotto dall’art. 3, comma 8, legge 8.8.1995, n. 335 (secondo cui i provvedimenti adottati d’ufficio di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro) e coerentemente con gli artt. 16 (per la rettifica d’ufficio) e 17 (per quella su istanza) del d.m. 12.12.2000, che dispongono che i provvedimenti di variazione hanno effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvo che il datore di lavoro abbia dato causa all’errata classificazione.

Soccorre, altresì, il dato testuale inequivocabile delle disposizioni di cui agli artt. 14 (Rettifica d’ufficio dell’inquadramento nelle gestioni tariffarie) e 16 (Rettifica d’ufficio della classificazione delle lavorazioni) del citato D.M. 12.12.2000, posto che in entrambe le disposizioni, al secondo comma, è previsto che il provvedimento comunicato al datore di lavoro con lettera raccomandata con avviso di ricevimento ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvi i seguenti casi nei quali esso decorre dalla data in cui l’esatto inquadramento (nell’ipotesi dell’art. 14) e l’esatta classificazione delle lavorazioni e la relativa tassazione (nell’ipotesi di cui all’art. 16) dovevano essere applicati: (a) erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto; (b) erroneo inquadramento ed erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabili al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto.

Analoga disposizione è prevista dalle norme di cui agli artt. 15 e 17 dello stesso D.M. 12.12.2000, rispettivamente per l’ipotesi di rettifica dell’inquadramento e di rettifica della classificazione delle lavorazioni nelle gestioni tariffarie su domanda del datore di lavoro, ove è stabilito che in caso di accoglimento dell’istanza il relativo provvedimento ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale è stata inoltrata l’istanza, salvi i casi di (a) erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto e (b) di erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabile al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto.


Cass. n. 14891/2020

Come rilevato in numerosi precedenti di questa Corte (v., fra gli altri, Cass. n.21138 del 2008), la legge n. 88 del 1989 ha avuto, tra l’altro, come scopo quello di attribuire all’INPS un ampio potere classificatorio delle imprese e dei datori di lavoro – da valere «a tutti i fini previdenziali ed assistenziali» – sulla base di criteri ben individuati, al fine di introdurre un nuovo e più moderno sistema classificatorio delle attività datoriali capace, da un lato, di sostituire il riferimento al precedente articolo 2135 cod. civ., reputato non più idoneo ad inquadrare realtà imprenditoriali nuove e maggiormente articolate, e dall’altro di assumere una valenza generale per fornire una collocazione delle diverse imprese valida per tutti i fini previdenziali, con l’abbandono di un assetto ordinamentale che presentava l’inconveniente di apprestare criteri di inquadramento delle imprese tra loro divergenti, a seconda della natura dei singoli contributi da versare ai diversi enti assicurativi.

L’art. 49 della citata legge n. 88 ha introdotto criteri classificatori distinti e ben specificati per comparti (industria, artigianato, agricoltura, terziario, credito; assicurazione e tributi) ed ha ricompreso le attività di produzioni di servizi nel settore terziario.

Pertanto, alla stregua della lettera d) della citata disposizione, sono classificabili nel settore terziario le attività commerciali, ivi comprese quelle turistiche, le attività di produzione, intermediazione e prestazione di servizi anche finanziari, e le attività professionali ed artistiche nonché le relative attività ausiliarie.

La portata onnicomprensiva della disposizione risulta dall’introduzione di un settore aggiuntivo – le «attività varie» – nel quale sono stati inclusi gli organismi esponenziali di interessi categoriali, collettivi o diffusi, e gli enti che perseguono scopi non riconducibili a quelli economico-produttivi o che, per qualsiasi altra ragione, mal si adeguano ad essere inquadrati nei precedenti settori (v. Cass. n. 21138 del 2008 e successive conformi, in riferimento all’attività di investigatore privato).

Nel settore terziario confluiscono, oltre alle tradizionali attività del commercio, del turismo, dei pubblici esercizi, dei professionisti e degli artisti, tutte le attività di produzione e prestazione dei servizi alle imprese e di intermediazione nella produzione e prestazione dei servizi stessi, sicché per effetto di tale definizione di settore sono ora ricomprese nel terziario attività che, prima dell’entrata in vigore della legge n. 88 del 1989, venivano normalmente attribuite all’industria (quali le attività di leasing, factoring, marketing, organizzazione e consulenza aziendale, servizi di pulizia di uffici e stabilimenti, servizi di nettezza urbana e similari, stabilimenti idropinici e idrotermali, case di cura e istituti di vigilanza).

D’altro canto, dalla menzionata disposizione – art. 49, lett. d), L. n. 88 del 1989 – emerge la volontà del legislatore di equiparare ed assimilare le attività commerciali, comprese quelle di prestazione di servizi, alle «attività professionali ed artistiche» al fine di assicurare, anche a queste ultime attività, un’analoga tutela previdenziale, e del pari l’intento di differenziare la posizione di coloro che prestano un servizio, sia pure di natura professionale, dai professionisti in senso stretto (quali, ad esempio, gli avvocati), non bisognosi di alcuna tutela perché già iscritti ad un albo e ad una cassa previdenziale (v., fra le altre, Cass. n. 669 del 2018).

Da tali premesse discende l’infondatezza della tesi patrocinata dalla ricorrente e incentrata sull’equiparazione, ai fini previdenziali, dell’attività di avvisatore marittimo all’attività svolta dalle agenzie di stampe e da un giornalista, tesi non calzante perché l’accostamento involge professioni intellettuali per le quali è necessaria ex art. 2229 cod. civ. l’iscrizione in appositi albi ed elenchi.

È pur vero che nel nostro ordinamento è con frequenza riscontrabile la classificazione di una stessa attività lavorativa in forme divergenti a seconda delle differenziate finalità cui è preordinata la classificazione stessa; tuttavia quel che conta, nella specie, è l’innegabile distinzione – sul piano qualificatorio e del contenuto delle prestazioni – tra professioni intellettuali che richiedono, ex art. 2229 cod. civ., l’iscrizione in appositi albi ed elenchi e quella di avvisatore marittimo che presta i servizi a favore di quanti (imprese o soggetti pubblici e privati) abbiano necessità di acquisire il compendio di notizie o informazioni riferite alle operazioni dell’area portuale.

L’onnicomprensività del settore terziario, in cui confluiscono, come detto, oltre alle tradizionali attività del commercio, del turismo, dei pubblici esercizi, dei professionisti e degli artisti, tutte le attività di produzione e prestazione dei servizi alle imprese e di intermediazione nella produzione e prestazione dei servizi stessi, induce ad includervi l’attività svolta dall’avvisatore marittimo.

Tale classificazione si appalesa anche coerente con l’esclusione dell’attività di avvisatore marittimo dal novero e dal perimetro definito dalla legislazione in materia portuale (legge n. 84 del 1994) e dei servizi di interesse generale, di polizia e sicurezza, tecnico-nautici nell’ambito delle operazioni portuali (carico, scarico, trasbordo, deposito, ecc.) e dei servizi portuali (prestazioni complementari e accessorie al ciclo delle operazioni portuali), trattandosi di mera attività svolta in regime di autorizzazione, alla stregua del codice della navigazione (art. 68 cod. nav.), a livello locale, con provvedimento della Capitaneria di Porto e sottoposta a vigilanza (v., fra le altre, TAR Firenze n. 1294 del 2018 e TAR Lecce n. 962 del 2018).

Del resto, l’attività di avvisatore marittimo non è svolta all’esito di una procedura ad evidenza pubblica, aperta a tutti gli operatori economici interessati allo svolgimento della medesima attività, e l’obbligatorietà del relativo servizio è stata esclusa dalla giurisprudenza amministrativa proprio per la natura commerciale connaturata all’attività svolta, sia pure preordinata ad implementare il livello di sicurezza delle operazioni svolte in ambito portuale (v. la giurisprudenza amministrativa già citata nel paragrafo che precede).

Inoltre per l’attività svolta l’avvisatore marittimo è retribuito dagli utenti dei servizi prestati (sintetizzabili in attività di raccolta, elaborazione e certificazione di informazioni) e agisce in regime di monopolio, giacché per i servizi prestati (informazioni univoche certificate con obbligo di porle a disposizione della pubblica amministrazione) è esclusa la coesistenza di più avvisatori marittimi che forniscano il medesimo servizio in concorrenza proprio perché, come spiegato, il compito di avvisatore marittimo in un porto non viene assegnato tramite gara.

In conclusione, la Corte territoriale ha correttamente ricompreso l’attività dell’avvisatore marittimo tra le attività di intermediazione e prestazione di servizi nell’ambito della tutela previdenziale obbligatoria apprestata dal comma 202 dell’art. 1 della legge n. 662 del 1996 con obbligo di iscrizione alla Gestione commercianti; la sentenza impugnata è, pertanto, immune da censure.


Cass. n. 30428/2019

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo (artt. 1, 4 e 9 del d.P.R. n. 1124 del 1965) ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali (Cass. n. 15971 del 2017).

Pure la recente ordinanza della Corte Cost. 12.1.2016 n. 25 ha confermato la mancanza dell’obbligo assicurativo contro gli infortuni e le malattie professionali in capo ai membri di studi professionali associati, ancorché legati da un vincolo di dipendenza funzionale.

Dal coordinamento delle disposizioni di cui ai numeri 1, 2 e 7 dell’art. 4 del d.P.R. n. 1124 del 1965 si desume che i soci delle cooperative e di ogni altro tipo di società quando prestano attività lavorativa per lo scopo della società (c.d. dipendenza funzionale) sono assoggettati dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro se svolgono attività lavorativa di tipo manuale ovvero se svolgono, in modo permanente o avventizio, attività non manuale (cioè intellettuale) di sovraintendenza al lavoro altrui (Cass. n. 5382 del 2002).

Peraltro, mentre in riferimento alla prima delle suddette ipotesi l’obbligo assicurativo sussiste a prescindere dal fatto che l’attività lavorativa sia prestata in forma subordinata o autonoma, con riguardo all’attività di sovraintendenza il suddetto obbligo sussiste solo nell’ipotesi in cui il relativo svolgimento avvenga in forma subordinata.

Ora, nel caso dell’associazione di professionisti, si tratta pur sempre di attività libero professionale resa in forma autonoma per cui, in difetto di attività manuale o di attività intellettuale di vigilanza sul lavoro altrui resa in regime di subordinazione, non può ravvisarsi la copertura assicurativa obbligatoria gestita dall’INAIL.


Cass. n. 21562/2019

Deve applicarsi anche in relazione ai presupposti per la riduzione del premio per c.d. continuità aziendale di cui all’art. 20 u.c. del d.m. 18.6.1988 e 25 comma 2 del d.m.12.12.2000 il principio, reiteratamente affermato da questa Corte, secondo il quale la denuncia dei lavori, alla quale il datore di lavoro è tenuto ai sensi dell’art. 12, comma 1, D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, e quella di modificazione del rischio, prevista dal successivo comma 3, non costituiscono una manifestazione negoziale di volontà, ma una dichiarazione di scienza (avente lo scopo di fornire all’INAIL gli elementi necessari per la determinazione del premio) che implica l’assunzione da parte del dichiarante, di un impegno circa la veridicità di quanto affermato, e, salvo il potere di controllo dell’istituto assicuratore, rende legittima l’imposizione contributiva ad essa corrispondente; siffatta dichiarazione, ove sia il risultato di un errore, può essere rettificata dallo stesso datore di lavoro, ma la rettifica deve avvenire mediante la presentazione di altra denuncia nelle forme di cui al citato art. 12, recante la prova dell’asserita discordanza e senza la possibilità di ripetere le somme corrisposte in eccesso rispetto a quelle dovute, neanche sulla base dell’azione generale di arricchimento ex art. 2041 c.c. (Cass. civ. Sez. lavoro, 08/09/2003).

Tale soluzione è ispirata a esigenze di certezza e di tutela dell’affidamento dello stesso istituto assicuratore in relazione alla particolare natura degli interessi coinvolti, e comporta che la disciplina relativa alle modalità di determinazione del premio deve essere necessariamente desunta dal d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, piuttosto che dalle norme codicistiche, applicabili solo in via residuale ai sensi dell’art. 1886 cod. civ. (Cass. 02/12/2013, n. 26963).

Il d.m. 12.12.2000 ha modificato il regime temporale degli effetti della rettifica.

In coerenza con il principio di civiltà giuridica introdotto dall’art. 3, comma 8, della I. 8 agosto 1995, n. 335 (secondo cui i provvedimenti adottati d’ufficio di variazione della classificazione dei datori dì lavoro ai fini previdenziali producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro), gli artt. 16 (per la rettifica d’ufficio) e 17 (per quella su istanza del datore dì lavoro) del d.m. 12 dicembre 2000 dispongono che i provvedimenti di variazione hanno effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvi i casi in cui di erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto e di erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabile al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto (in tale caso è data facoltà al datore di lavoro, ricorrendone i presupposti, di chiedere l’applicazione dell’articolo 2033 c.c. , oggetto della sentenza di questa Corte n. 11140 del 11/06/2004.


Cass. n. 21563/2019

Il datore di lavoro che in presenza di oneri effettivamente sostenuti dall’I.N.A.I.L. per l’erogazione di prestazioni assicurative ai lavoratori dell’azienda, per un ammontare tale da implicare oscillazione in aumento del tasso specifico aziendale – assuma di essere tenuto al versamento di un premio di importo inferiore a quello preteso dall’Istituto stesso, assume necessariamente la giuridica inefficacia, nei propri confronti, del fatto costitutivo di siffatta pretesa, solo in tal guisa potendo sottrarsi alle obbligazioni nascenti dal rapporto di assicurazione e dalla specifica disciplina della determinazione dei premi (conf. Cass. n. 23517/2019).

Ne consegue, in applicazione dei criteri di distribuzione dell’onere della prova dettati dall’art. 2697 cod. civ., che incombe al datore di lavoro l’onere di fornire al giudice la dimostrazione dei fatti sui quali fonda la propria eccezione o la propria domanda (così Cass. n. 17781 del 02/09/2004, Cass. n. 8247 del 11/09/1996, n. 778 del 23/01/1995 ).


Cass. n. 21565/2019

La riduzione del tasso medio di tariffa, prevista dall’art. 24 del d.m. 12 dicembre 2000, nella misura fissa pari al cinque o al dieci per cento, correlata al numero dei lavoratori anno-periodo, va effettuata sulla base del criterio fornito dall’art. 22 dello stesso d.m., con riguardo all’arco temporale decorrente dal primo triennio del quadriennio precedente l’anno in cui è stata chiesta la riduzione (Cass. n. 4530 del 27/02/2018).

Il superamento o meno del numero di 500 dipendenti, che la norma di cui all’art. 24 prefigura, rispettivamente, per la determinazione della riduzione del tasso medio di tariffa nella misura del cinque per cento e del dieci per cento, rappresenta una condizione maggiormente apprezzabile nel lungo arco temporale del triennio indicato dall’art. 22 dello stesso decreto, atteso che il superamento costante nel tempo del numero di cinquecento dipendenti fa presumere, conformemente all’intento normativo, un maggior livello di rischio infortunistico atto a giustificare l’applicazione dello sconto tariffario nella minore misura del 5%.


Cass. n. 21426/2019

Il D.M. 12.12.2000, nel regolare le nuove tariffe dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, dispone che agli effetti delle tariffe per le lavorazioni si intende il ciclo di operazioni necessarie per la realizzazione di quanto in esso prescritto, comprese le operazioni complementari e sussidiarie, purché svolte dallo stesso datore di lavoro e in connessione operativa con l’attività principale, ancorchè effettuate in luoghi diversi (art. 4, punto 1, sulle modalità per l’applicazione delle tariffe), per cui non rileva che la definizione delle voci di tariffa in esame non contempla tra le attività elencate (nell’ambito di quelle proprie della vigilanza e sicurezza privata) la conta del denaro, in quanto la citata disposizione ministeriale estende la copertura assicurativa anche alle attività accessorie e complementari.

Dalla visura camerale in atti è emerso che la Società di Vigilanza  forniva servizi di sicurezza privata e consimili, svolgeva attività di trasporto di beni e valori, di scorta, di vigilanza e di deposito con custodia per conto di terzi per mezzo di guardie giurate, nonché tutte le attività inerenti, complementari e conseguenti alla “contazione” di denaro e titoli, per dedurne in maniera logica che – essendo pacifico che la filiale romana della stessa società forniva non solo servizi di trasporto, ma anche di custodia di valori rispetto alla quale la conta del denaro era fondamentale ed imprescindibile – l’operazione intermedia di “contazione del denaro”, successiva al trasporto presso i locali della società, era essenziale sia per la verifica di ciò che veniva preso in custodia, sia per la conseguente restituzione al cliente. Infatti, la Corte d’appello, ha evidenziato al riguardo che tutti i testi escussi avevano riferito che la sala-conta era adiacente ai locali deputati alla custodia e che i valori restavano in tale sale per il tempo strettamente necessario per l’operazione stessa di “contazione”, per essere poi spostati nel caveau (n.d.r.: la Corte ha ritenuto corretto l’inquadramento della lavorazione nell’ambito della voce 0722).

Da tutto ciò la Corte di merito ha tratto la logica conclusione che era da escludere il carattere autonomo dell’attività oggetto di causa e che per l’individuazione della voce di tariffa applicabile ci si doveva riferire alla lavorazione principale, considerando che nel concetto di lavorazione vanno comprese le operazioni complementari e sussidiarie svolte dal datore di lavoro in connessione operativa con l’attività principale, anche se effettuate in luoghi diversi.

Con riguardo alla determinazione del premio dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro secondo il sistema delle tariffe contributive approvate con decreto ministeriale, caratterizzato dalla classificazione tecnica di lavorazioni suddivise in gruppi, il rischio di infortuni (al quale è riferito il tasso di contribuzione) proprio di una produzione complessa, comprendente più lavorazioni, non può coincidere con quello proprio di ciascuna di esse.

Ne consegue che per l’individuazione della voce di tariffa applicabile ci si deve riferire alla lavorazione principale, considerando che nel concetto di “lavorazione” vanno comprese le operazioni complementari e sussidiarie svolte dal datore di lavoro in connessione operativa con l’attività principale, anche se effettuate in luoghi diversi (in senso conf. v. Sez. lav. n. 14674 del 13.11.2000 e n. 16274 del 3.8.2005).


Cass. n. 18183/2019

In applicazione del principio generale di irretroattività della legge, dettato dall’art. 11 disp. prel. c.c., il provvedimento di esatta classificazione di un’impresa in base al d.m. 18 giugno 1988 a fini contributivi, e di rettifica della relativa tassazione errata, ha effetto dalla data in cui doveva essere applicata l’esatta classificazione e tassazione, sia che tale rettifica sia operata d’ufficio dall’Inail sia che l’esatta classificazione sia individuata dal giudice (Cass. Sez. Lav. n. 19785 del 9.8.2017)

In effetti, con riferimento all’ipotesi contemplata dal terzo comma dell’art. 14 del D.M. 12.12.2000 (Nuove tariffe dei premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali delle gestioni: industria, artigianato, terziario, altre attività, e relative modalità di applicazione) va tenuto conto del principio di irretroattività enucleabile sia dagli artt. 14 e 16 dello stesso DM 12.12.2000 – che prevedono espressamente quali sono i casi di deroga a tale principio -, sia dalla fonte primaria legislativa di cui all’art. 3, comma 8, della legge n. 335/95.

Ebbene, allorquando il terzo comma del citato art. 14 fa riferimento alla diversa classificazione aziendale adottata ai sensi dell’art. 49 della legge n. 88/1989 e dell’art. 3, comma 8, della legge n. 335/95, vale a dire quella di competenza dell’Inps, precisa anche che essa ha effetto dalla data di decorrenza del “provvedimento adottato” ai sensi delle citate disposizioni, laddove l’adozione del provvedimento che nel nostro caso rileva ai sensi delle citate disposizioni è quella eseguita da ultimo dall’Inail.

Quindi è solo dall’adozione del provvedimento che ha inciso da ultimo sulla classificazione che si possono far decorrere, in ossequio al principio della irretroattività, gli effetti della variazione d’ufficio sulla quale si basa la rivendicazione delle differenze economiche connesse al nuovo premio individuato dall’Inail (in tal senso v. anche Cass. Sez. Lav. n. 19979 del 10.8.2017, nonché Cass. Sez. lav. n. 9227 del 13.4.2018).

In effetti, è il riferimento al fondamentale principio generale di irretroattività della legge, dettato dall’art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile, in assenza di diverse ipotesi di deroga normativamente previste, a condurre verso la logica conclusione che il provvedimento di esatta classificazione di un’impresa in base al d.m. 12.12.2000, a fini contributivi e di rettifica della relativa tassazione errata, ha effetto dalla nuova comunicazione.

D’altronde, in coerenza con il principio di civiltà giuridica introdotto dall’art. 3, comma 8, legge 8.8.1995, n. 335 (secondo cui i provvedimenti adottati d’ufficio di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro), gli artt. 16 (per la rettifica d’ufficio) e 17 (per quella su istanza) del d.m. 12.12.2000 dispongono che i provvedimenti di variazione hanno effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvo che il datore di lavoro abbia dato causa all’errata classificazione.

Soccorre, altresì, il dato testuale inequivocabile delle disposizioni di cui agli artt. 14 (Rettifica d’ufficio dell’inquadramento nelle gestioni tariffarie) e 16 (Rettifica d’ufficio della classificazione delle lavorazioni) del citato D.M. 12.12.2000. Infatti, in entrambe le disposizioni, al secondo comma, è previsto che il provvedimento comunicato al datore di lavoro con lettera raccomandata con avviso di ricevimento ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvi i seguenti casi nei quali esso decorre dalla data in cui l’esatto inquadramento (nell’ipotesi dell’art. 14) e l’esatta classificazione delle lavorazioni e la relativa tassazione (nell’ipotesi di cui all’art. 16) dovevano essere applicati: (a) erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto; (b) erroneo inquadramento ed erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabili al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto.

Analoga disposizione è prevista dalle norme di cui agli artt. 15 e 17 dello stesso D.M. 12.12.2000, rispettivamente per l’ipotesi di rettifica dell’inquadramento e di rettifica della classificazione delle lavorazioni nelle gestioni tariffarie su domanda del datore di lavoro, ove è stabilito che in caso di accoglimento dell’istanza, il relativo provvedimento ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello nel quale è stata inoltrata l’istanza, salvi i casi di (a) erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto e (b) di erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabile al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto.


Cass. n. 15163/2019

Con riguardo al sistema tariffario per la determinazione dei premi dovuti all’INAIL, ove un’impresa svolga più attività (nella specie, segagione di blocchi di marmo e lavorazione delle lastre dagli stessi ricavate) e non sia possibile estrapolare dal risultato finale i singoli cicli di operazioni di cui la complessiva lavorazione concettualmente si compone, le diverse attività vanno unitariamente considerate ed assoggettate ad un’unica tariffa. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto entrambe le suddette attività riconducibili alla voce 7261, concorrendo l’attività di trasformazione delle lastre a realizzare la “produzione di manufatti o semilavorati a partire da blocchi di cava”, irrilevante la circostanza che le lavorazioni fossero svolte in locali diversi e con personale adibito a ciascuna di esse in via esclusiva)».

«Ai fini della classificazione delle lavorazioni per la determinazione dei premi dovuti dalle imprese all’INAIL, ove un’impresa tratti più lavorazioni, il giudice di merito deve in concreto accertare, tra quelle svolte, quale assuma la connotazione di lavorazione principale e, quindi, se le ulteriori attività si pongano in correlazione non solo tecnica ma anche funzionale con la prima, nel senso di consentire una più agevole, completa e rapida realizzazione delle finalità aziendali, producendo beni e servizi nella misura strettamente necessaria ed imposta dalla lavorazione principale, sicché, solo all’esito positivo della predetta indagine, può attribuire alle ulteriori attività la voce tariffaria corrispondente alla lavorazione principale» (v. Sez. L., n. 25020 del 25.11.2014).


Cass. n. 14258/2019

La L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, per la parte che qui interessa, prevede che i provvedimenti adottati d’ufficio dall’INPS di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali, con il conseguente trasferimento nel settore economico corrispondente all’effettiva attività svolta producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro. In caso di variazione disposta a seguito di richiesta dell’azienda, gli effetti del provvedimento decorrono dal periodo di paga in corso alla data della richiesta stessa.

La disposizione in questione, nella parte in cui stabilisce che i provvedimenti di variazione della classificazione dei datori di lavoro producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento o della richiesta dell’interessato, ha valenza generale, ed è quindi applicabile ad ogni ipotesi di rettifica di precedenti inquadramenti operata dall’Istituto dopo la data di entrata in vigore della L. n. 335 del 1995 indipendentemente dai parametri adottati, in base ad una lettura sistematica e costituzionalmente orientata della norma, volta ad uniformare il trattamento di imprese di identica natura ed attività, ma disomogenee nella classificazione (Cass. S.U. n. 16875 del 12/08/2005).

La norma impone invece la retroattività degli effetti della variazione ogni volta che vi sia stato nel momento iniziale dell’attività un comportamento del datore positivo e volontario tale da determinare un inquadramento errato, qual è l’inoltro di dichiarazioni inesatte.

La condotta ivi prevista è affatto diversa dal comportamento omissivo intervenuto nel corso dell’attività del datore di lavoro, che trova una specifica sanzione nell’ordinamento nell’art. 2, primo comma, del decreto-legge n.352 del 1978, convertito in legge n.467 del 1978, che prevede l’obbligo dell’impresa di comunicare agli enti previdenziali le variazioni relative all’attività imprenditoriale svolta e la relativa violazione, ma non determina la retrodatazione dell’inquadramento.

In tal senso, deve darsi continuità all’orientamento assunto da questa Corte negli arresti n. 4521 del 1/03/2006 e nel più recente n. 3460 del 13/02/2018, in consapevole dissenso dalla diversa tesi sposata da ultimo da Cass. n. 8558 del 11/04/2014. La prima soluzione deve infatti essere preferita, in quanto è coerente con la natura eccettiva della deroga all’operatività della classificazione exnunc, deroga prevista testualmente per il solo caso delle inesattezze nella dichiarazione iniziale e che dunque non può essere applicata al di fuori delle ipotesi ivi tassativamente indicate e tipizzate, stante il divieto anche di interpretazione analogica ed estensiva, posto con riferimento alla legge speciale dall’art. 14 disp. prel. c.c.; essa inoltre privilegia le esigenze di certezza nel rapporto contributivo, che ha ripercussioni sul bilancio dell’istituto ed anche sulle posizioni previdenziali dei singoli lavoratori.


Cass. n. 12535/2019

In materia di classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali e ai fini dell’applicabilità dell’art. 3, comma ottavo, della legge n. 335 del 1995 – che fissa la regola che gli effetti della variazione della classificazione si producono dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento, con la sola eccezione, con conseguente retroattività degli effetti della variazione, dell’ipotesi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro – l’omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell’attività svolta dall’azienda, la quale, per effetto delle scelte operate dall’imprenditore, assume caratteristiche tali da comportare una diversa classificazione ai fini previdenziali, è da equiparare all’ipotesi delle dichiarazioni inesatte, giacché, alla stregua della comune “ratio” di assicurare la corrispondenza della classificazione, a fini previdenziali, all’effettiva attività dei datori di lavoro, anche in caso di omessa comunicazione – rispetto al quale la sanzione amministrativa comminata dall’art. 2 del d.l. n. 362 del 1978 (convertito, con modificazioni, nella legge n. 467 del 1978) ribadisce, per un verso, l’obbligo della comunicazione e, per altro verso, non esaurisce gli effetti dell’omissione stessa – si realizza, sia pure in un momento successivo, una discrasia tra l’effettività della situazione e le dichiarazioni sulle quali la classificazione iniziale era fondata (Cass. n. 8558 del 11/04/2014; Cass. n. 13383 del 23/05/2008).


Cass. n. 11707/2019

L’inquadramento ai fini previdenziali di una impresa esercente attività promiscue – che non siano connotate da reciproca autonomia – deve essere effettuato con riguardo alla attività prevalente, la cui prova grava sull’ente previdenziale che faccia valere, in conseguenza di detto inquadramento, un credito previdenziale.

Peraltro, dovendo il giudice utilizzare – ai fini della formazione del suo convincimento – tutti gli elementi di prova disponibili, indipendentemente dalla parte che si abbia fornito, l’onere della prova non si configura soltanto come onere in senso proprio, ma anche come regola di giudizio cui far ricorso quando le risultanze processuali non consentano di pervenire alla qualificazione del rapporto» (Cass. n. 23804 del 07/11/2014; Cass. n. 13869 del 23/07/2004).

La finalizzazione della società di capitali alla gestione in house di un servizio pubblico – il che accade ove la pubblica amministrazione provveda in proprio al perseguimento di scopi pubblici attribuendo l’appalto o il servizio ad altra entità mediante il sistema dell’affidamento diretto, c.d. in house providing, cioè senza gara – non muta la natura giuridica privata della società riguardo alle ricadute previdenziali dei rapporti di lavoro, assumendo rilievo nell’ordinamento nazionale e comunitario solo riguardo al mercato e alla tutela della concorrenza (Cass. n. 25354 del 11/10/2018 Cass. n. 3714 del 25 febbraio 2016; Cass. n. 9644 del 6 maggio 2014; Cass. n. 27513 del 10/12/2013 ).

Ne consegue la irrilevanza ai fini dell’inquadramento tra le attività previste dall’art. 49 L. n. 88/1989 della circostanza che Società fosse a partecipazione pubblica finalizzata alla gestione cd. “in house” di un servizio pubblico ragion per cui correttamente la Corte d’appello ha applicato il criterio dell’attività prevalente nel classificare la società ricorrente.


Cass. n. 4794/2019

Qualora l’INPS abbia classificato un’impresa diversamente dall’INAIL, quest’ultimo può procedere alla rettifica solo dall’adozione del provvedimento che ha inciso da ultimo sulla classificazione e ciò in ossequio al principio della irretroattività, (in tal senso v. anche Cass. Sez. Lav. n. 19979 del 10.8.2017).

Il principio  generale di irretroattività della legge, dettato dall’art. 11 delle disposizioni preliminari al codice civile, in assenza di diverse ipotesi di deroga normativamente previste, determina  la logica conclusione che il provvedimento di esatta classificazione di un’impresa in base al d.m. 12.12.2000, a fini contributivi e di rettifica della relativa tassazione errata, ha effetto dalla nuova comunicazione.

In coerenza con il principio di civiltà giuridica introdotto dall’art. 3, comma 8, legge 8.8.1995, n. 335 (secondo cui i provvedimenti adottati d’ufficio di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l’inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro), gli artt. 16 (per la rettifica d’ufficio) e 17 (per quella su istanza) del d.m.12.12.2000 dispongono che i provvedimenti di variazione hanno effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvo che il datore di lavoro abbia dato causa all’errata classificazione.

Soccorre, altresì, il dato testuale inequivocabile delle disposizioni di cui agli artt. 14 (Rettifica d’ufficio dell’inquadramento nelle gestioni tariffarie) e 16 (Rettifica d’ufficio della classificazione delle lavorazioni) del citato D.M. 12.12.2000; , invero, in entrambe ‘le disposizioni, al secondo comma, è previsto che il provvedimento comunicato al datore di lavoro con lettera raccomandata con avviso di ricevimento ha effetto dal primo giorno del mese successivo a quello della comunicazione, salvi i seguenti casi nei quali esso decorre dalla data in cui l’esatto inquadramento (nell’ipotesi dell’art. 14) e l’esatta classificazione delle lavorazioni e la relativa tassazione (nell’ipotesi di cui all’art. 16) dovevano essere applicati: (a) erronea o incompleta denuncia del datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio minore di quello effettivamente dovuto; (b) erroneo inquadramento ed erronea classificazione delle lavorazioni non addebitabili al datore di lavoro che abbia comportato il versamento di un premio maggiore di quello effettivamente dovuto.