EFFICIACIA NOVATIVA DELLA TRANSAZIONE

Cass. n. 20418/2019

L’efficacia novativa della transazione presuppone una situazione di oggettiva incompatibilità tra il rapporto preesistente e quello originato dall’accordo transattivo, in virtù della quale le obbligazioni reciprocamente assunte dalle parti devono ritenersi oggettivamente diverse da quelle preesistenti (cfr. Cass. n. 4217 del 2017, Cass. n. 23064 del 2016).


ACCORDO SULLA INDENNITA’ DI MANCATO PREAVVISO

Cass. n. 19660/2019

L’esercizio della facoltà di recedere con effetto immediato determina l’insorgere dell’unico obbligo della parte recedente di corrispondere l’indennità sostitutiva del preavviso, obbligazione pecuniaria che ben può costituire oggetto di accordo e di rinuncia (cfr. Cass. 18/06/2015 n. 12636 e 28/09/2010 n. 20358) ed è pertanto suscettibile di essere oggetto di accordo tra le parti sociali chiamate, nel contesto di una crisi aziendale, a mediare per assicurare la prosecuzione dell’attività di impresa e la conservazione dei livelli di occupazione.


IMPUGNAZIONE 

Cass. n. 21300/2019

L’impugnazione della transazione da parte della lavoratrice, consegue proprio alla mancata conclusione del negozio in sede sindacale, giacchè in materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, in cui l’assistenza dei rappresentanti sia stata effettiva, non sono impugnabili (vedi Cass. 23/10/2013 n. 24024).


Cass. n. 4882/2018

Ai fini dell’impugnativa di cui all’art.2113 c.c. è sufficiente una semplice manifestazione di volontà cui si collega l’effetto di privare di efficacia l’atto dimissorio, (cfr. Cass. 1999 n.11616).


Cass. n. 21646/2016

L’impugnabilità ex art. 2113 c.c. della pattuizione relativa ad un diritto disponibile del lavoratore è stata estesa in tutte le ipotesi in cui la pattuizione rientri in un più ampio contesto negoziale complesso, il cui contenuto investa anche altri diritti del prestatore derivanti da disposizioni inderogabili di legge o dell’autonomia collettiva ove si tratti di clausole strettamente interdipendenti fra loro (cfr., ex aliis, Cass. n.18285/09; Cass. n. 171/09; Cass. n. 12301/03).


Cass. n. 19776/2016

La doglianza relativa alla mancata consapevolezza, da parte del lavoratore, dell’abbandono dei propri diritti malgrado il testo  della conciliazione de qua, rappresenta una ipotesi che può integrare, non già la nullità, bensì l’annullamento, per errore ex art. 1429 c.c., della conciliazione.

In simile ipotesi, però, deve essere ravvisabile, s’intende, il requisito dell’essenzialità oltre a quello della riconoscibilità dell’errore previsto dall’art. 1431 c.c. in base ad un accertamento in punto di fatto, spettante al giudice del merito.

Il vizio afferente alla coartazione della volontà del lavoratrice, ossia una violenza ex art. 1434 c.c., deve essere proposto contestualmente all’impugnazione giudiziale della conciliazione, e non può essere prospettata, per la prima volta, in sede di appello, trattandosi di motivo di gravame nuovo.

Quando l’atto transattivo o abdicativo di diritti scaturenti da un primo contratto si colloca fra la cessazione di questo e la stipula di un altro fra le medesime parti, il termine semestrale di impugnazione ex art. 2113 c.c. decorre dalla data di cessazione del primo o da quella, eventualmente posteriore, della rinuncia o della transazione stessa (cfr. Cass. n. 696/92).

È, poi, logicamente e giuridicamente incompatibile da un lato asserire che i contratti di lavoro autonomo dissimulano, in realtà, veri e propri contratti di lavoro subordinato e, dall’altro, invocare l’inapplicabilità  del termine semestrale dell’art. 2113 c.c., noto essendo – invece – che, ex art. 1414 co. 2° c.c., tra le parti ha effetto non già il contratto simulato, ma quello dissimulato (purché ne sussistano i requisiti di sostanza e di forma), con conseguente applicabilità del relativo regime giuridico (e, quindi, anche dell’art. 2113 c.c.

Non può considerarsi in fronde alla legge la transazione con la quale si rinuncia a far valere i diritti connessi alle pregresse prestazioni lavorative, atteso che le rinunce e transazioni cui si riferisce l’art.2113 c.c. sono proprio quelle “che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi”.


Cass. n. 8260/2017

Non diversamente, nel contratto di lavoro, il silenzio serbato da una delle parti in ordine a situazioni di interesse della controparte e la reticenza, qualora l’inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l’inganno perseguito, determinando l’errore del deceptus, integrano gli estremi del dolo omissivo rilevante ai sensi dell’art. 1439 c.c. (Cass. 17 maggio 2012, n. 7751). Occorre poi tenere presente in linea generale come, in tema di dolo quale causa di annullamento del contratto, nelle ipotesi di dolo tanto commissivo quanto omissivo, gli artifici o i raggiri, così come la reticenza o il silenzio, debbano essere valutati in relazione alle particolari circostanze di fatto e alle qualità e condizioni soggettive dell’altra parte, onde stabilirne l’idoneità a sorprendere una persona di normale diligenza, non potendo l’affidamento ricevere tutela giuridica se fondato sulla negligenza (Cass. 27 ottobre 2004, n. 20792).


PATTO DIRETTO ALLA SOSPENSIONE DELLA PRESTAZIONE

Cass. n. 14684/2019

Al di fuori delle espresse deroghe legali o contrattuali, la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro venga eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di mora credendi nei confronti dei dipendenti: con la conseguenza della validità, in linea di principio, dei patti conclusi tra i lavoratori e il datore di lavoro per la sospensione del rapporto di lavoro.

E tali patti non hanno ad oggetto diritti di futura acquisizione né concretano rinunzia alla retribuzione, invalida a norma dell’art. 2113 c.c., atteso che la perdita del corrispettivo discende dalla mancata esecuzione della prestazione (cfr. Cass. 19.1.2018 n. 1375, con richiamo a Cass. 19 maggio 2003, n. 7843; Cass. 5 febbraio 2008, n. 2734; Cass. 21 aprile 2009, n. 9475).


RINUNCIA DEL TFR E DEI DIRITTI FUTURI

Cass. n. 14510/2019

Il diritto alla liquidazione del trattamento di fine rapporto del lavoratore ancora in servizio è un diritto futuro, la rinuncia effettuata dal lavoratore è radicalmente nulla ai sensi degli artt. 1418, secondo comma, e 1325 c.c., per mancanza dell’oggetto, non essendo ancora il diritto entrato nel patrimonio del lavoratore e non essendo sufficiente l’accantonamento delle somme già effettuato (Cass. n. 23087 del 2015; conf. a Cass. n. 4822 del 2005).

La rinunzia può avere effetto abdicativo di un diritto in quanto risulti specificamente che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su di esso (cfr. Cass. n. 18094 del 2015) ed è ammissibile in riferimento a diritti già maturati e dal contenuto determinato (v. Cass. n. 3064 del 2013; Cass. n. 12561 del 2006; Cass. n. 9747 del 2005).


Cass. n. 25318/2018

 Il regime di eventuale mera annullabilità degli atti contenenti rinunce del lavoratore a diritti garantiti da norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, previsto dall’art. 2113 cod. civ., riguarda soltanto le ipotesi di rinuncia a un diritto già acquisito, mentre in caso di rinuncia all’incidenza dell’anzianità maturata ad una certa data del rapporto di lavoro sui diritti, derivanti da norme inderogabili di legge o di contratto collettivo, ancora non acquisiti nel patrimonio del rinunciante, la rinuncia viene ad assumere il valore di un atto diretto a regolamentare gli effetti del rapporto di lavoro in maniera diversa da quella fissata in maniera inderogabile dalle norme di legge o di contratto collettivo, e ciò ne determina la nullità a norma dell’art. 1418 cod. civ., o l’invalidità o l’inefficacia a norma dell’art. 2077 cod. civ. (Cass. n. 12227/2013; Cass. n. 13834/2001; Cass. n. 477/1999; Cass. n. 4811/2012).


INOPPONIBILITA’ DELLA TRANSAZIONE AGLI ISTITUTI PREVIDENZIALI

Cass. n. 12652/2019

In materia di obbligo contributivo del datore di lavoro, la transazione intervenuta tra questi ed il lavoratore è inopponibile all’istituto previdenziale, in quanto la retribuzione imponibile di cui all’art. 12 della legge 30 aprile 1969, n. 153, deve intendersi come tutto ciò che il lavoratore ha diritto di ricevere dal datore di lavoro, poiché il rapporto assicurativo e l’obbligo contributivo ad esso connesso sorgono con l’instaurazione del rapporto di lavoro, ma sono del tutto autonomi e distinti, sussistendo l’obbligo del datore di lavoro nei confronti dell’Istituto previdenziale indipendentemente dal fatto che gli obblighi retributivi nei confronti del prestatore d’opera siano adempiuti, in tutto o in parte, o che il lavoratore abbia rinunciato ai propri diritti (Cass. n. 17495 del 28/07/2009, n. 2642 del 05/02/2014, Cass.n. 27933 del 23/11/2017).

La sentenza che sia passata in giudicato, infatti, oltre ad avere un’efficacia diretta tra le parti, i loro eredi ed aventi causa ex art. 2909 c.c., ne ha anche una riflessa, poiché, quale affermazione oggettiva di verità , produce conseguenze giuridiche anche nei confronti di soggetti rimasti estranei al processo nei quali sia stata resa qualora essi siano titolari di diritti dipendenti dalla situazione definita in quel processo, o comunque subordinati a questa (n. 2137 del 31/01/2014, conf. da ultimo, Cass. n. 27672 del 30/10/2018, Cass. n. 21240 del 28/08/2018).

In questo senso la fattispecie si differenzia da quelle oggetto degli arresti richiamati dalla ricorrente (Cass. n. 20146 del 23/09/2010, n. 19587 del 04/08/2017), in cui si controverteva di transazioni intervenute in corso di causa che avevano impedito l’accertamento giudiziale in ordine alle vicende del rapporto di lavoro.


Cass. n. 8662/2019

La transazione posta in essere tra le parti del dedotto rapporto di lavoro non spiega efficacia (anche) sul rapporto previdenziale, che è giuridicamente distinto dal primo, fa capo ad un soggetto terzo rispetto al rapporto di lavoro e si connota per la presenza di profili pubblicistici, elementi questi che escludono, ovviamente, che di esso possano disporre le parti del rapporto di lavoro.

L’ obbligazione previdenziale sorge, infatti, con l’instaurarsi del rapporto lavorativo ma ne è del tutto autonoma e distinta, sussistendo indipendentemente dal fatto che le obbligazioni retributive nei confronti del lavoratore siano state in tutto o in parte soddisfatte, ovvero che quest’ultimo abbia rinunciato ai suoi diritti (v. in particolare, Cass. 04/08/2017 n. 19587, in motivazione, Cass. 05/02/2014 n. 2642; Cass. 23/09/2010 n. 20146).

Ciò che viene meno in conseguenza dell’accordo conciliativo è lo specifico accertamento giudiziale che, <<travolto>> dalla transazione, non può più costituire titolo idoneo a fondare la pretesa contributiva dell’INPS; resta fermo che all’istituto previdenziale non è preclusa la possibilità di far valere sulla base di un titolo diverso la propria pretesa contributiva in relazione al rapporto di lavoro oggetto di transazione.

In coerenza con tale linea argomentativa questa Corte, ribadito che in tema di obbligo contributivo previdenziale, la transazione intervenuta tra lavoratore e datore di lavoro è estranea al rapporto tra quest’ultimo e l’INPS, avente ad oggetto il credito contributivo derivante dalla legge in relazione all’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato (Cass. 13/08/2007 n. 17660), ha affermato che, stante l’insensibilità dell’obbligazione  contributiva agli effetti della transazione, l’INPS può azionare il credito contributivo provando – con qualsiasi mezzo ed anche in via presuntiva, dallo stesso contratto di transazione e dal contesto dei fatti in cui è inserito le somme assoggettabili a contribuzione spettanti al lavoratore (Cass.17/02/2014 n. 3686; Cass. 28/07/2009 n. 17495).


NULLITA’/ANNULLABILITA’ DELLA TRANSAZIONE (DA VALERSI QUALORA L’ACCORDO ASSUMA LE FORME DELLE TRANSAZIONE).

Cass. n. 16744/2019

E’ da escludere l’impugnabilità della transazione ove il preteso errore riguardi proprio la “res controversa”, e dunque l’esistenza o meno dei presupposti di legittimità del licenziamento, la cui incertezza reciproca aveva condotto le parti alla transazione in sede giudiziale (cfr. Cass. 2.8.2007 n. 17015, nonchè Cass. 3.1.2011 n. 72).


Cass. n. 10865/2019

“L’art. 1972 , comma 1, c.c. sancisce la nullità della transazione soltanto se questa ha ad oggetto un titolo nullo per illiceità della causa o del motivo comune ad entrambe le parti, e non quando si tratta di contratto nullo per mancanza di uno dei requisiti previsti dall’art. 1325 c.c. o per altre ragioni, mentre l’invalidità di cui al comma 2 del medesimo articolo consegue alla nullità di singole clausole del contratto base solo quando di esse risulti, ai sensi dell’art. 1419 c.c., l’essenzialità rispetto al contratto stesso”.


Cass. n. 2814/2016

Il primo comma dell’art. 1972 cc commina, senz’altro, la nullità delle transazioni relative ad un contratto illecito ai sensi degli artt. 1343 e 1344 cc per il disvalore che l’ordinamento riconnette a tali ipotesi, e distingue il caso da quelli in cui l’accordo transattivo ha avuto ad oggetto un titolo nullo, che sono, invece, sanzionati, al secondo comma del medesimo art. 1972 cc, con l’annullabilità.

In questo ambito, non risulta calzante la giurisprudenza elaborata in riferimento alla disposizione di cui all’art. 2113 cc (che distingue il negozio dispositivo rispetto a diritti già maturati, che integra una mera rinuncia o transazione, annullabile ex art 2113 cc, dalla rinunzia preventiva del lavoratore subordinato a futuri diritti è radicalmente nulla, ai sensi dell’art. 1418 cc).


CONCILIAZIONE MONOCRATICA

Cass. n. 9271/2019 

Dal tenore letterale del comma quarto si evince che l’estinzione della procedura ispettiva determina un effetto nei confronti degli organi ispettivi.

Questo effetto, che si produce solo nell’ipotesi di conciliazione tra le parti, determina l’impossibilità di proseguire o avviare l’accertamento ispettivo presso l’Azienda o di contestare eventuali sanzioni amministrative anche nelle ipotesi nelle quali le parti riconoscono il rapporto di lavoro.

Tali effetti rilevano, peraltro, qualora a seguito di conciliazione monocratica sia riscontrato dal conciliatore l’avvenuto pagamento dei contributi previdenziali ed assicurativi e delle somme dovute al lavoratore.

In sostanza è necessario che si verifichi questa doppia condizione, come sopra evidenziata, perché si realizzi l’effetto estintivo del procedimento.

Ciò emerge dalla lettera del testo (art. 11, comma 4, D.Lgs. n. 124/2004) che lega l’estinzione del procedimento ispettivo al “pagamento delle somme dovute al lavoratore per il periodo lavorativo riconosciuto dalle parti” con le successive affermazioni relative al “versamento dei contributi previdenziali e assicurativi”. Tali condizioni sono entrambe necessarie perché si realizzi l’effetto estintivo.


CONTENUTO E CONDIZIONE NECESSARIE PER LA NON IMPUGNABILTA’

Cass. n. 20518/2019

Una accordo transattivo, sottoscritto ai sensi e per gli effetti dell’art. 2113 c.c. è nullo, per indeterminatezza dell’oggetto, quando, relativamente ad essi, la formula adoperata è del tutto generica e tale, dunque, da non consentire al lavoratore di esprimere una volontà che presupponesse una rappresentazione esatta dei medesimi.


Cass. n. 9006/2019

In materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto stesso si evincano la questione controversa oggetto della lite e le reciproche concessioni in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 cod. civ. (v. Cass. 23 ottobre 2013, n. 24024).

Dalla scrittura contenente la transazione devono risultare gli elementi essenziali del negozio, e quindi, la comune volontà delle parti di comporre una controversia in atto o prevista, la res dubia,vale a dire la materia oggetto delle contrastanti pretese giuridiche delle parti, nonché il nuovo regolamento di interessi, che, mediante le reciproche concessioni, viene a sostituirsi a quello precedente cui si riconnetteva la lite o il pericolo di lite (v. Cass. n. 24024/2013 cit.).

Per res dubia si intende l’incertezza, almeno nell’opinione delle parti, circa il rapporto giuridico intercorrente tra le stesse e le rispettive contrapposte pretese e la corrispettività del sacrificio sopportato, o meglio le reciproche concessioni (v. Cass. 10 aprile 2010, n. 7999; Cass. 6 maggio 2003, n. 6961; Cass. 22 febbraio 2000, n. 1980), senza che di tali pretese sia necessaria l’esteriorizzazione (v. Cass. 6 giugno 2011, n. 12211; Cass. 21 settembre 2005, n. 18616) e senza che acquisti rilievo l’eventuale squilibrio tra il datum ed il retentum (v. Cass. 30 aprile 2015, n.8808; Cass. 3 aprile 2003, n. 5139; Cass. n. 1980/2000 cit.) dovendosi, a tal fine, ricordare che l’art. 1970 cod. civ. esclude che la transazione possa essere rescissa per causa di lesione in quanto la considerazione dei reciproci sacrifici e vantaggi derivanti dal contratto ha carattere soggettivo, essendo rimessa all’autonomia negoziale delle parti.

La transazione, come già evidenziato, può essere diretta ad una regolamentazione degli interessi anche in relazione ad un ‘pericolo di lite’ (cfr. Cass. 4 maggio 2016, n. 8917; Cass. n. 24024/2013 cit.).

E’ stato, altresì, precisato che, in tema di transazione, poiché dalla normativa codicistica sulle obbligazioni si evince la regola generale che l’adempimento di una obbligazione pecuniaria, anche se relativa ad un rapporto di lavoro, deve essere eseguito in un’unica soluzione, potendo il creditore, ai sensi dell’art. 1181 cod. civ., rifiutare un adempimento parziale (salvo che la legge o gli usi dispongano diversamente), la dilazione di pagamento, accordata su richiesta del debitore, costituisce una parziale rinuncia e, come tale, integra una ‘concessione’ ai sensi dell’art. 1965 cod. civ., essendo, come detto, irrilevante l’equivalenza tra le reciproche concessioni (v. Cass. 3 settembre 2013, n. 20160).

Tali reciproche concessioni, inoltre, devono essere intese in relazione alle rispettive pretese e contestazioni dei litiganti e quindi già in relazione ai diritti effettivamente spettanti a ciascuna delle stesse secondo la legge (così Cass. 4 settembre 1990, n. 9114).

In tema di violenza morale, quale vizio invalidante del consenso, i requisiti previsti dall’art. 1435 cod. civ. possono variamente atteggiarsi, a seconda che la coazione si eserciti in modo esplicito, manifesto e diretto, o, viceversa, mediante un comportamento intimidatorio oggettivamente ingiusto, ed anche ad opera di un terzo.

Tuttavia, requisito indefettibile rimane quello che la minaccia sia stata specificamente diretta al fine di estorcere la dichiarazione negoziale della quale si deduce l’annullabilità e risulti di tale natura da incidere, con efficacia causale concreta, sulla libertà di autodeterminazione dell’autore di essa.


Cass. n. 8581/2019

Ciò che deve risultare dalla transazione è la comune volontà delle parti di comporre una controversia in atto o prevista, ossia la “res dubia”, vale a dire la materia oggetto delle contrastanti pretese giuridiche delle parti e quindi il nuovo regolamento di interessi (così Cass. n. 8917/2016 ), identificandosi l’oggetto della transazione “non in relazione alle espressioni letterali usate dalle parti, non essendo necessaria una puntuale specificazione delle contrapposte pretese, bensì in relazione all’oggettiva situazione di contrasto che le parti stesse hanno inteso comporre attraverso reciproche concessioni “( così Cass. 23482/2017 ).

Ma l’accertamento della natura transattiva o meno di un negozio, rimesso all’apprezzamento di fatto del giudice di merito, è sottratto al sindacato di legittimità, ove sia immune da vizi logici o giuridici.


Cass. n. 29410/2018

La conciliazione ha valore solo con riferimento ai fattori conoscibiliall’atto della conclusione dell’accordo conciliativo, essendo precluse dall’ accordo transattivo le situazioni prive del requisito dell’attualità.

Ed infatti una rinuncia preventiva a diritti futuri od eventuali é nulla, riferendosi l’art.2113 c.c. a diritti già presenti o comunque ben individuati, dovendosi escludere che la conciliazione possa riguardare diritti non ancora entrati nel patrimonio del prestatore di lavoro (Cfr Cass. n.18405/2011) e legati ad eventi addirittura futuri ed eventuali, come nel caso di specie.

In tal caso, nei confronti di diritti ancora non sorti o maturati, la preventiva disposizione può determinare la nullità di tale atto dispositivo, poiché esso potrebbe essere diretto a regolamentare gli effetti del rapporto di lavoro in maniera diversa da quella fissata dalle norme di legge o di contratto collettivo (Cfr Cass. n. 12561/2006).


Cass. n. 23778/2018

Gli estremi di un negozio di rinunzia o transazione in senso stretto possono essere ravvisabili solo ove, per il concorso di particolari elementi di interpretazione contenuti nella stessa dichiarazione, o desumibili “aliunde”, risulti che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su propri diritti, nella specie, peraltro, non ancora maturati (cfr., con riferimento a quietanza a saldo, Cass.15.9.2015 n. 18094,  ha escluso che sia stato oggetto di consapevole rinuncia il computo ai fini del TFR dell’assegno percepito durante il distacco all’estero).


Cass. n. 21617/2018

A norma dell’art. 2113, ultimo comma, cod. civ., nel testo introdotto dall’art. 6 della legge 11 agosto 1973 n. 533, soltanto la conciliazione conclusa dinanzi alle apposite commissioni presso l’Ufficio provinciale del lavoro, ovvero in sede sindacale, e la conciliazione giudiziale concretano una transazione sottratta alla disciplina -in tema di invalidità e relativa impugnativa- dettata dagli altri commi dello stesso art. 2113 e precludono al giudice l’accertamento della situazione preesistente e della violazione di disposizioni inderogabili eventualmente attuata con gli atti transattivi (Cass. S.U. n. 3425/1988; Cass. n. 24024/2013).

In materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto stesso si evinca la questione controversa oggetto della lite e le “reciproche concessioni” in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 cod. civ.. In senso conforme v. pure Cass. nn. 16168 del 2004 e n. 13217 del 2008).

Non è ravvisabile alcuna fondata ragione, giuridicamente apprezzabile, da cui poter desumere che la ratio della tutela apprestata dall’art. 2113 c.c. venga meno in caso di sentenza di merito favorevole al lavoratore, sebbene provvisoriamente esecutiva, trattandosi di provvedimento ancora sub judice, poiché soggetto ad impugnazione.

Ne deriva che nelle more di quest’ultima la parte c.d. debole del rapporto ben può ancora restare soggetta a pressioni e condizionamenti ex adverso in vista della decisione finale, ancora favorevole al lavoratore, quindi opportunamente evitabile mediante apparenti transazioni, ma concluse senza il rispetto delle garanzie, invece prescritte rigorosamente dal legislatore, che ne ha imposto l’osservanza mediante le formalità allo scopo richieste con l’art. 2113 c.c..

La tesi che la norma, art. 2113 c.c., non si applichi ai lavoratori che abbiano già intrapreso l’azione giudiziale perché essi verrebbe meno la ratio è logicamente infondata in quanto la posizione di soggezione del prestatore di lavoro nei confronti del datore non viene meno per il fatto che abbia azionato un diritto .e non esclude, malgrado che sia assistito da un legale, che subisca pressioni che lo _ inducano ad una transazione o ad una rinuncia a lui sfavorevoli.

L’infondatezza dell’assunto della sentenza impugnata è dimostrata dal quarto comma dell’art. 2113 c. c. che esclude l’impugnabilità della rinuncia o transazione solo se abbia il carattere della conciliazione giudiziale di cui all’art. 185 c.p.c. o della conciliazione sindacale ex artt. 410, 411 c.p.c.

Restano quindi impugnabili, anche quando sia iniziato il giudizio, le transazioni o rinunce che non abbiano le forme indicate.

La ratio è evidente, il legislatore ha ritenuto necessaria per garantire i diritti del lavoratore l’assistenza – alle transazioni o rinunzie – del giudice, della commissione di conciliazione ovvero del sindacato, secondo le forme previste dalla contrattazione collettiva, in mancanza ha previsto l’impugnabilità delle rinunzie o transazioni nel termine di sei mesi..

In accoglimento del primo motivo la sentenza impugnata va pertanto cassata e la causa rinviata per nuovo esame al giudice designato in dispositivo, che nel decidere si atterrà al seguente principio di diritto: il lavoratore, che abbia già iniziato il giudizio per il riconoscimento di un diritto derivante da disposizioni di legge o da contratti collettivi, può impugnare le rinunce o le transazioni aventi per oggetto i diritti azionati a sensi dell’art. 2113 c.c., salvo che siano intervenute nelle forme della conciliazione giudiziale o sindacale secondo gli artt. 185, 410 e 411 c.p.c..


Cass. n. 29740/2017

Se è vero che la ratiodell’art. 2113 cod. civ. risiede nella tutela della parte contrattualmente debole del rapporto di lavoro, è del pari vero che la norma in oggetto non consente al giudice di valutare volta per volta se e in che misura tale condizione di debolezza sia venuta meno.

Neppure può dirsi che l’accertamento giudiziale d’un dato diritto elimini o riduca tale condizione, giacché nel corso del rapporto il lavoratore può anche essere indotto a rinunciare ad azionare il titolo esecutivo (o – come nel caso di specie – ad avvalersi d’una precedente sentenza di condanna generica) per timore di conseguenze pregiudizievoli nel prosieguo del rapporto medesimo.

L’art. 2113 cod. civ. è applicabile alle rinunce o alle transazioni aventi ad oggetto qualsiasi diritto di natura retributiva o risarcitoria del lavoratore.

Un diritto riconosciuto in sentenza è un diritto sottoposto alla disciplina dell’art. 2113 cod. civ., che non diviene diverso sol perché accertato dal giudice (l’unica differenza è nel regime di prescrizione, che perl’actio iudicati è sempre decennale anche a fronte di crediti originariamente suscettibili di prescrizione in un termine inferiore (Cass. n. 2734/04; Cass. n. 4502/07).


INTERPRETAZIONE DELL’ACCORDO

Cass. n. 7173/2019

L’accertamento, da parte del giudice di merito, della portata ed estensione di un atto transattivo non è censurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua e scevra da vizi logico – giuridici. Tale proposizione, del resto, costituisce l’ineludibile corollario della natura di apprezzamento interpretativo della comune intenzione dei contraenti che è, a tale stregua, rimesso al giudice del merito: l’interpretazione di un contratto e, più in generale, di un atto di autonomia privata non è sindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione congrua ed adeguata e se condotta in conformità alla regole ermeneutiche di legge (cfr., tra le altre, Cass. 4.10.2007 n. 20708, Cass. 26 gennaio 2002, n. 975; Id. 3 dicembre 2001, n. 15274; Id. 29 marzo 2001, n. 4667), della quale nella specie non è rilevabile, per quanto detto, violazione alcuna.

Va ulteriormente richiamato il principio, affermato da questa Corte, in forza del quale, qualora, rispetto ad un medesimo rapporto, siano sorte o possano sorgere tra le parti più liti, in relazione a numerose questioni tra loro controverse, l’avere dichiarato, nello stipulare una transazione, di non aver più nulla a pretendere in dipendenza del rapporto, non implica necessariamente che la transazione investa tutte le controversie potenziali o attuali, dal momento che a norma dell’art. 1364 c.c. le espressioni usate nel contratto per quanto generali, riguardano soltanto gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di statuire.

Ne consegue che, se il negozio transattivo concerne soltanto alcuna delle stesse, esso non si estende, malgrado l’ampiezza dell’espressione adoperata, a quelle rimaste estranee all’accordo, il cui oggetto va determinato attraverso una valutazione di tutti gli elementi di fatto, con apprezzamento che sfugge al controllo di legittimità qualora sorretto da congrua motivazione (cfr., da ultimo, Cass. 18.5.2018 n. 12367).


Cass. n. 5617/2019

L’accordo transattivo di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro (con adesione alle prestazione di un fondo di solidarietà) può anche avere per il ricorrente come motivo sottostante il demansionamento subito, ma detto motivo non inficia la validità di tale scelta negoziale alle condizioni offerte dal datore di lavoro contraente ed accettate senza riserva alcuna.

Ed infatti ai fini dell’indagine sul contenuto del contratto sono irrilevanti i motivi perseguiti dal singolo contraente ancorché determinanti della volontà negoziale, ove non si siano esteriorizzati in una condizione o in una pattuizione contrattuale (Cass. n. 9840/1999) e nel caso in esame, come anche osservato nella sentenza impugnata, non è stato dedotto dal ricorrente che fosse in qualche modo conosciuto dal datore di lavoro contraente il motivo sotteso alla scelta di aderire al piano dell’esodo incentivato.


Cass. n. 2229/2019

In materia di criteri interpretativi dell’atto di conciliazione, di indubbia natura negoziale, la Corte di Cassazione ha costantemente ritenuto (vd. da ultimo Cass. 11751/2015), che a norma dell’art. 1362 c.c. e segg., tale interpretazione si debba fondare principalmente sul significato desumibile dal tenore letterale del negozio, sia pure letto in connessione tra le varie parti dello stesso, mentre gli ulteriori canoni legali sulla interpretazione del contratti e quelli di interpretazione intervengono in caso che dall’applicazione di quello principale residui un dubbio.


Cass. n. 25/2019

Una dichiarazione di rinuncia riferita in termini generici ad una serie di titoli di pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, posto che enunciazioni di tal genere sono assimilabili alle clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell’interessato (Cass. n. 11536 del 2006 e n. 18321 del 2016).


Cass. n. 32332/2018

Una dichiarazione di rinuncia riferita in termini generici ad una serie di titoli di pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, posto che enunciazioni di tal genere sono assimilabili alle clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell’interessato (Cass. n. 11536/2006; Cass. n. 18321 del 2016).


Cass. n. 13967/2018

Un accordo può assumere valore di rinuncia o di transazione a condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, costituendo il relativo accertamento giudizio di merito, censurabile in sede di legittimità soltanto in caso di violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale o in presenza di vizi della motivazione (Cass. 28 agosto 2013, n. 19831; Cass. 25 gennaio 2008, n. 1657; Cass. 19 settembre 2016, n. 18321).


QUIETANZA A SALDO

Cass. n. 28448/2018

Questa corte ha più volte rilevato che ai fini della qualificazione di una dichiarazione liberatoria sottoscritta dalla parte come quietanza o piuttosto come transazione, occorre considerare che la quietanza liberatoria rilasciata a saldo di ogni pretesa costituisce, di regola, una semplice manifestazione del convincimento soggettivo dell’interessato di essere soddisfatto di tutti i suoi diritti, e che pertanto concreta una dichiarazione di scienza priva di alcuna efficacia negoziale.

Nella dichiarazione liberatoria sono ravvisabili invece gli estremi di un negozio di rinunzia o transazione in senso stretto soltanto quando per il concorso di particolari elementi di interpretazione contenuti nella stessa dichiarazione, o desumibili aliunde, risulti che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su propri diritti (cfr.Cass.n.729/2003 , Cass. n.9120/2015, cass. 18094/2015).

Come ha statuito questa corte ( cfr Cass. n.20780/2007) per poter qualificare come atto di transazione l’accordo tra lavoratore e datore è necessario che contenga lo scambio di reciproche concessioni, sicché, ove manchi l’elemento dell’ “aliquid datum, aliquid retentum“, essenziale ad integrare lo schema della transazione, questa non è configurabile. Nel caso in esame la lavoratrice a seguito della sua rinuncia a qualsiasi ulteriore pretesa derivante dal pregresso rapporto di lavoro , non ha ottenuto null’altro che il TFR , diritto che le era già riconosciuto per legge.

Che a nulla rileva, peraltro, che la transazione sia stata effettuata in sede sindacale atteso che, perché possa applicarsi il IV comma dell’art.2113 c.c., che esclude la possibilità di impugnativa delle conciliazioni sindacali, deve pur sempre trattarsi di un atto qualificabile come transazione e non di una mera quietanza liberatoria.


ACCORDO SULLA RISOLUZIONE DEL RAPPORTO

Cass. n. 12934/2018

Le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto la cessazione del rapporto di lavoro, anche se convenute in una conciliazione raggiunta in sede sindacale, non rientrano nell’ambito di applicazione dell’art. 2113 cod. civ., con conseguente irrilevanza degli eventuali vizi formali del relativo procedimento, attesa la non impugnabilità della risoluzione consensuale del rapporto ex art. 2113 cod. civ..