Cass. n. 9300/2020

Nell’ambito della contrattazione di lavoro privato, la conoscenza del giudice-interprete è consentita mediante l’iniziativa della parte interessata, da esercitare attraverso le modalità proprie del processo, non essendo previsti i meccanismi di pubblicità che assistono la contrattazione di lavoro pubblico (cfr. Cass. SS.UU. 12/10/2009 n. 21558 e n.4/11/2009 n. 23329).

Nell’ottica descritta, e secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, l’onere del deposito degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o degli accordi collettivi sui quali si fonda il ricorso, sancito, a pena di sua improcedibilità, dall’art. 369, co. 2, n.4, c.p.c., può dirsi soddisfatto:

a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso ricorrente e si trovi nel fascicolo di quelle fasi, mediante il deposito di quest’ultimo, specificandosi, altresì, nel ricorso l’avvenuta sua produzione e la sede in cui quel documento sia rinvenibile;

b) se il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla controparte, mediante l’indicazione che lo stesso è depositato nel relativo fascicolo del giudizio di merito, benché, cautelativamente, ne sia opportuna la produzione per il caso in cui quella controparte non si costituisca in sede di legittimità o la faccia senza depositare il fascicolo o lo produca, senza documento;

c) qualora si tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso, oppure attinente alla fondatezza di quest’ultimo e formato dopo la fase di  merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di produrlo, mediante il suo deposito, previa individuazione e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso (Cass. SS.UU. 7/11/2013 n. 25038; Cass., SS. UU. 25/3/2010 n. 7161; conformi, tra le tante: Cass. 20/1,1/2017 n.27475).

Inoltre questa Corte, sempre a Sezioni Unite, con sentenza del 23/10/2010 n. 20075 ha sancito che il richiamato art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, deve interpretarsi nel senso che, allorché il ricorrente denunci la violazione o falsa applicazione di norme dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il deposito suddetto deve avere ad oggetto, a pena d’improcedibilità non già solo l’estratto recante le singole disposizioni collettive su cui il ricorso si fonda, ma anche il testo integrale del contratto o accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 cod. civ. (vedi Cass. 4/3/2019 n.6255, Cass. 4/3/2015 n.4350).

Tali adempimenti valgono a definire compiutamente le modalità di collaborazione, cui il giudice e le parti sono chiamati a seguito delle’ riforme di semplificazione processuale attuate dal legislatore, e a delineare, in tale ambito, specifici doveri di comportamento delle parti, non meramente formalistici, finalizzati alla conoscenza e al reperimento immediato degli atti e, più in generale, alla più ampia garanzia dell’azione e del contraddittorio (in termini: Cass. 25/11/2010 n. 23920).


Cass. n. 8257/2020

Nel giudizio di cassazione, l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369, comma 2, n. 4, cod. proc. civ. – può dirsi soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, adempim ento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c. c.; né, a tal fine, può considerarsi sufficiente il mero richiamo, in calce al ricorso, all’intero fascicolo di parte del giudizio di merito, ove manchi una puntuale indicazione del documento nell’elenco degli atti. (Cass.04/03/2019 n. 6255, 04/03/2015 n. 4350 ).


Cass. n. 3901/2020

L’onere di depositare il testo integrale dei contratti collettivi di diritto privato, previsto a pena di improcedibilità del ricorso per cassazione dall’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., non è limitato al procedimento di accertamento pregiudiziale sull’efficacia, validità ed interpretazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di cui all’art. 420-bis cod. proc. civ., ma si estende al ricorso ordinario ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., avuto riguardo alla necessità che la S.C. sia messa in condizione di valutare la portata delle singole clausole contrattuali alla luce della complessiva pattuizione, e dovendosi ritenere pregiudicata la funzione nomofilattica della S.C. ove l’interpretazione delle norme collettive dovesse essere limitata alle sole clausole contrattuali esaminate nei gradi di merito (Cass. lav. n. 27876 del 30/12/2009: Conformi id. n. 2742 – 08/02/2010 e n. 3459 del 15/02/2010. Cfr., ancora, Cass. lav. n. 4373 del 23/02/2010).

L’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., nella formulazione di cui al d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 – è soddisfatto solo con il deposito da parte del ricorrente dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda, senza che possa essere considerata sufficiente la mera allegazione dell’intero fascicolo di parte del giudizio di merito in cui sia stato già effettuato il deposito di detti atti.

In senso analogo v. ancora Cass. lav. ordinanza n. 11614 del 13/05/2010, secondo cui, in particolare, non può essere considerata sufficiente la mera allegazione dell’intero fascicolo di parte del giudizio di merito in cui sia stato effettuato il deposito di detti atti o siano state allegate per estratto le norme dei contratti collettivi.

In tal caso, ove pure la S.C. rilevasse la presenza dei contratti e accordi collettivi nei fascicoli del giudizio di merito, in ogni caso non potrebbe procedere al loro esame, non essendo stati ritualmente depositati secondo la norma richiamata.

Parimenti, v. Cass. VI sez. – L, ordinanza n. 21366 del 15/10/2010, con principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, primo comma, cod. proc. civ. ed analogamente come da ordinanza n. 21358 del 15/10/2010, secondo la quale l’anzidetto deposito deve avere ad oggetto non solo l’estratto recante le singole disposizioni collettive invocate nel ricorso, ma l’integrale  testo del contratto od accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di Cassazione nell’esercizio del sindacato di legittimità sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale).


Cass. n. 3483/2020

Quando sia denunziata in ricorso la violazione di norme del contratto collettivo la deduzione della violazione deve essere accompagnata dalla trascrizione integrale delle clausole, al fine di consentire alla Corte di individuare la ricorrenza della violazione denunziata (cfr. Cass. n. 25728 del 2013, n. 2560 del 2007, n. 24461 del 2005) nonché dal deposito integrale della copia del contratto collettivo (Cass. SU n. 20075 del 2009) o dalla indicazione della sede processuale in cui detto testo è rinvenibile (Cass. S.U. n. 25038/2013).


Cass. n. 112/2020

La conoscibilità della fonte normativa si atteggi diversamente a seconda che si versi in un’ipotesi di violazione del contratto collettivo nazionale di lavoro privatistico rispetto a quella in cui le questioni attengano ad un contratto collettivo nazionale del pubblico impiego, atteso che, mentre in quest’ultimo caso il giudice procede con mezzi propri (secondo il principio “iura novit curia”), nel primo il contratto è conoscibile solo con la collaborazione delle parti, la cui iniziativa, sostanziandosi nell’adempimento di un onere di allegazione e produzione, è assoggettata alle regole processuali sulla distribuzione dell’onere della prova e sul contraddittorio, che non vengono meno neppure nell’ipotesi di acquisizione giudiziale ai sensi dell’art. 425, quarto comma c.p.c. (Cass. 16 settembre 2014, n. 19507; Cass. 5 marzo 2019, n. 6394);

Questa Corte ha diversamente modulato l’onere di deposito, nel giudizio di cassazione, dei contratti e degli accordi collettivi imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369, secondo comma, n. 4 c.p.c. (nella formulazione introdotta dal d.Ig. 40/2006): secondo un indirizzo, in un’accezione più rigorosa, per la quale esso è stato ritenuto soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, quale adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c. (Cass. 4 marzo 2015, n. 4350; Cias. 14 giugno 2018, n. 15580; Cass. 4 marzo 2019, n. 6255); secondo altro, in una più flessibile, per la quale esso è stato invece ritenuto soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente munita di visto ai sensi dell’art. 369, terzo comma c.p.c. (Cass. s.u. 3 novembre 2011, n. 22726; Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 18 settembre 2017, n. 21554; Cass. 3 maggio 2019, n. 11599);

Sempre è stata tuttavia affermata, secondo l’uno e l’altro indirizzo ai fini di procedibilità del ricorso, l’esigenza, in ogni caso, di una specifica indicazione, a pena di inammissibilità a norma dell’art. 366, primo comma, n. 6 c.p.c., degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi (con richiamo sul punto di tutte le sentenze citate al punto precedente).


Cass. n. 34372/2019

E’ bene rammentare che nell’ambito della contrattazione di lavoro privato la conoscenza del giudice-interprete è consentita mediante l’iniziativa della parte interessata, da esercitare attraverso le modalità proprie del processo, non essendo previsti i meccanismi di pubblicità che assistono la contrattazione di lavoro pubblico (cfr. Cass. SS.UU. 12/10/2009 n. 21558, Cass. 4/11/2009 n. 23329).

All’assolvimento dell’onere, poi, la parte ricorrente può adempiere anche con il deposito del fascicolo di merito, nel quale sia stato allegato il contratto, ma deve, anche in tal caso, specificare, nella indicazione degli allegati in calce al ricorso, in quale parte di tale fascicolo, depositato in cassazione, si trovi allegato il contratto collettivo (vedi ex aliis, Cass. 25/3/2010 n.7161, Cass. 20/11/2017 n.27475), non potendosi ritenere sufficiente, pertanto, il mero richiamo operato nella trattazione dei motivi di ricorso: precisazioni, queste ultime, che valgono a definire compiutamente le modalità di collaborazione, cui il giudice e le parti sono chiamati a seguito delle riforme di semplificazione processuale attuate dal legislatore, e a delineare, in tale ambito, specifici doveri di comportamento delle parti, non meramente formalistici, finalizzati alla conoscenza e al reperimento immediato degli atti e, più in generale, alla più ampia garanzia dell’azione e del contraddittorio (in termini: Cass. n. 23920 del 25/11/2010).


Cass. n. 21167/2019

A partire dalla sentenza del 19 marzo 2014 n. 6335 in discontinuità con il precedente indirizzo, si è affermato il principio secondo cui la denuncia di violazione o di falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., come modificato dall’art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, è parificata sul piano processuale a quella delle norme di diritto, sicché, anch’essa comporta, in sede di legittimità, la riconducibilità del motivo di impugnazione all’errore di diritto, direttamente denunciabile per cassazione, con la correlativa esenzione dall’onere di depositare il contratto collettivo del settore pubblico su cui il ricorso si fonda.

Tale nuovo orientamento, si è consolidato nella successiva giurisprudenza, sicché è assurto al rango di “diritto vivente” (vedi, fra le tante: Cass. 9 settembre 2014, n. 18946; Cass. 16 settembre 2014, n. 19507; Cass. 17 maggio 2016, n. 10060; Cass. 12 ottobre 2016, n. 20554).

Peraltro, poiché la norma indicata fa riferimento solo ai contratti collettivi nazionali, tale assimilazione non si estende agli atti di autonomia collettiva che non presentino tale requisito (Cass. 14 agosto 2004, n. 15923; Cass. 19 settembre 2007, n. 19367; Cass. 4 febbraio 2010, n. 2625; Cass. 8 febbraio 2010, n. 2742; Cass. 15 febbraio 2010, n. 3459; Cass. 9 settembre 2014, n. 18946), come il Contratto integrativo di cui si tratta.

In particolare, con riguardo ai contratti collettivi di lavoro relativi al pubblico impiego privatizzato, la regola posta dall’art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2001 – che consente di denunciare direttamente in sede di legittimità la violazione o falsa applicazione dei contratti ed accordi collettivi – deve intendersi limitata ai contratti ed accordi nazionali di cui all’art. 40 del predetto d.lgs., con esclusione dei contratti integrativi contemplati nello stesso articolo.

In relazione a tali ultimi contratti il controllo di legittimità è finalizzato esclusivamente alla verifica del rispetto dei canoni legali di interpretazione e dell’assolvimento dell’obbligo di motivazione, nei limiti residui previsti dal vigente art. 360, n. 5, cod. proc. civ. (vedi, per tutte: Cass. 4 febbraio 2010, n. 2625; Cass. 9 giugno 2017, n. 14449).

Ciò comporta che, nel giudizio per cassazione, l’esenzione dall’onere di depositare il contratto collettivo del settore pubblico su cui il ricorso si fonda deve intendersi limitata ai contratti nazionali, con esclusione di quelli integrativi, atteso che questi ultimi, attivati dalle amministrazioni sulle singole materie e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi prevedono, se pure parametrati al territorio nazionale in ragione dell’Amministrazione interessata, hanno una dimensione di carattere decentrato rispetto al comparto, e per essi non è previsto, a differenza dei contratti collettivi nazionali, il particolare regime di pubblicità di cui all’art. 47, ottavo comma, del d.lgs. n. 165 del 2001.

Ne consegue che per i contratti integrativi operano gli ordinari criteri di autosufficienza del ricorso, il quale risulta inammissibile ove il ricorrente non riporti nel corpo del ricorso il contenuto della normativa collettiva integrativa di cui censuri l’illogica o contraddittoria interpretazione e non ne depositi il testo integrale, assolvendo così il duplice onere di cui all’art. 366, n. 6, cod. proc. civ. e all’art. 369, n. 4, cod. proc. civ. (Cass. 11 aprile 2011, n. 8231; Cass. 11 ottobre 2013, n. 23177).


Cass. n. 14687/2019

Ai sensi dell’art. 63 d.lgs. n. 165/2001 e dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., come modificato dal d.lgs. n. 40/2006, la denuncia della violazione e falsa applicazione dei contratti collettivi di lavoro è ammessa solo con riferimento a quelli di carattere nazionale, per i quali è previsto il peculiare regime di pubblicità di cui all’art. 47, comma 8, d.lgs. n. 165/2001, mentre i contratti integrativi, attivati dalle dalle amministrazioni su singole materie e nei limiti stabiliti dal contratto nazionale, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi prevedono, se pure parametrati al territorio nazionale in ragione dell’amministrazione interessata, hanno una dimensione di carattere decentrato rispetto al comparto, con la conseguenza che la loro interpretazione è riservata al giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizio di motivazione, nei limiti fissati dall’art. 360, n. 5, c.p.c. nel testo applicabile ratione temporis (cfr., da ultimo Cass. 31.5.2017, n. 13802).


Cass. n. 11238/2019

A partire dalla sentenza del 19 marzo 2014 n. 6335 in discontinuità con il precedente indirizzo, si è affermato il principio secondo cui la denuncia di violazione o di falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi nazionali di lavoro, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., come modificato dall’art. 2 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, è parificata sul piano processuale a quella delle norme di diritto, sicché, anch’essa comporta, in sede di legittimità, la riconducibilità del motivo di impugnazione all’errore di diritto, direttamente denunciabile per cassazione, con la correlativa esenzione dall’onere di depositare il contratto collettivo del settore pubblico su cui il ricorso si fonda.

Tale nuovo orientamento, che viene qui condiviso e ribadito, si è consolidato nella successiva giurisprudenza, sicché è assurto al rango di “diritto vivente” (vedi, fra le tante: Cass. 9 settembre 2014, n. 18946; Cass. 16 settembre 2014, n. 19507; Cass. 17 maggio 2016, n. 10060; Cass. 12 ottobre 2016, n. 20554) e porta a considerare ininfluente il denunciato mancato deposito del testo integrale dei contratti collettivi invocati nel primo motivo.


Cass. n. 11234/2019

Alla stregua dei costanti arresti giurisprudenziali di legittimità, nel giudizio di cassazione, «l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369, secondo comma, n. 4, c.p.c., nella formulazione di cui al d.lgs. n. 40 del 2006 – può dirsi soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c.; né, a tal fine, può considerarsi sufficiente il mero richiamo, in calce al ricorso, all’intero fascicolo di parte del giudizio di merito, ove manchi una puntuale indicazione del documento nell’elenco degli atti» (v., ex plurimis, Cass., Sez. Lav., n. 4350/2015; v., inoltre, Cass., S.U., nn. 25038/2013; 22726/2011).


Cass. n. 10716/2019

Qualora non si converta dell’interpretazione di clausole di contratti collettivi nazionali di lavoro, oggetto di esegesi diretta da parte della Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 360, nr. 3, cod. proc. civ., come modificato dal d.lgs. nr. 40 del 2006, ma dell’interpretazione di un accordo sindacale di diversa natura, la relativa esegesi costituisce attività riservata al giudice di merito, sindacabile, in sede di legittimità, sotto il profilo della violazione di legge, solo in termini di verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica contrattuale (cfr., ex plurimis, Cass. 21886 del 2016; Cass. 17716 di 2016; Cass. 27062 del 2013).

La  prospettazione (dinanzi alla Suprema Corte) di un diverso significato da attribuire alla volontà delle parti stipulanti contravviene all’ulteriore principio di questa Corte secondo cui, quando di una clausola negoziale siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra; non ricorre, infatti, alcuna violazione degli artt. 1362 cod.civ. e segg., in base al semplice rilievo che il giudice di merito abbia scelto una piuttosto che un’altra tra le molteplici interpretazioni del testo negoziale (cfr. da ult. Cass. n. 11254 del 2018).


Cass. n. 8297/2019

E’ acquisito il principio per cui si ritiene l’infondatezza della domanda (con il suo conseguente rigetto), qualora, in difetto di produzione in giudizio, dalla parte che ne invochi l’applicazione, di un contratto collettivo post-corporativo, ne siano contestati dalla controparte l’esistenza o il contenuto, per impossibilità di determinazione dell’an e del quantum della pretesa fatta valere; non anche nell’ipotesi in cui la controparte si sia limitata a contestarne l’applicabilità, sussistendo, per il giudice il potere-dovere, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., di acquisizione d’ufficio, attraverso consulenza tecnica, del contratto collettivo di cui l’attore, pur eventualmente non indicando gli estremi, abbia tuttavia fornito idonei elementi di identificazione (Cass. 7 luglio 2008, n. 18584; Cass. 12 aprile 2000, n. 4714).


Cass. n. 7864/2019

Il giudice di legittimità, nel caso sia stata denunciata la violazione o falsa applicazione dei contratti collettivi ai sensi dell’art. 360, primo comma n. 3, cod. proc. civ., come modificato dall’art. 27 della legge n. 40 del 2006, può procedere alla diretta interpretazione del contenuto del contratto collettivo, la cui natura negoziale impone che l’indagine ermeneutica debba essere compiuta secondo i criteri dettati dagli artt. 1362 cod. civ. e seguenti e non sulla base degli artt. 12 e 14 delle preleggi; ne consegue che, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, è necessario che in esso siano motivatamente specificati i canoni ermeneutici negoziali in concreto violati, nonché il punto ed il modo in cui giudice del merito si sia da essi discostato (Cass. n. 1582 del 2008).


Cass. n. 7660/2019

I contratti collettivi sono stati equiparati agli atti normativi ai soli fini processuali dell’ammissibilità della denuncia di violazione e falsa applicazione di clausole nel ricorso per cassazione (art. 63, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001 e, poi, art. 360, comma primo, n. 3, cod. proc. civ., nel testo novellato dal d.lgs. n. 40 del 2006), senza che, ne sia stata alterata, sul piano sostanziale, la natura di atti negoziali (Cass. S.U. 18621 del 2008).

Il sindacato di legittimità sui contratti collettivi aziendali di lavoro può essere esercitato, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, per violazione delle norme di cui agli artt. 1362 e segg. cod. civ., a condizione che i motivi di ricorso non si limitino a contrapporre una diversa interpretazione rispetto a quella del provvedimento gravato, ma prospettino, sotto molteplici profili, l’inadeguatezza della motivazione anche con riferimento alle norme del codice civile di ermeneutica negoziale come canone esterno di commisurazione del’esattezza e congruità della motivazione stessa (cfr. Cass. 21888 del 2016).


Cass. n. 7320/2019

Qualora le doglianze svolte riguardino l’interpretazione di contratti collettivi nazionali di cui al d.lgs n. 165/2001, questa Corte è abilitata alla diretta lettura dell’intero testo contrattuale, anche nelle parti non investite dalle censure del ricorso, essendo ormai acquisito nella giurisprudenza di legittimità che nelle controversie di lavoro concernenti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ove sia proposto ricorso per cassazione per violazione e falsa applicazione dei contratti e degli accordi collettivi nazionali di cui al d.lgs. n. 165 del 2001, art. 40, ai sensi del d.lgs. n. 165 del 2001, art. 63, comma 5, la Corte di Cassazione può procedere alla diretta interpretazione delle clausole contrattuali ( Cass. 14.10.2009 n. 21796).


Cass. n. 7310/2019

La proponibilità del ricorso di cui all’art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. deve essere riferita solo a contratti o accordi nazionali di lavoro, sicché risultano incensurabili (se non per eventuale violazione dei canoni interpretativi di cui agli artt. 1362 e segg. c.c., ma non è questo il caso in oggetto), le ipotetiche violazioni di contratti o accordi – di natura pur sempre integrativa – come quelli invocati dalla società ricorrente, attivati dalle amministrazioni su singole materie, ancorché parametrati al territorio nazionale in ragione della sfera di azione dell’amministrazione interessata, che hanno una dimensione decentrata rispetto al comparto e per i quali non è nemmeno previsto, a differenza dei contratti collettivi nazionali, il particolare regime di pubblicità di cui all’art. 47, comma 8, D.Lgs. n. 165 del 2001 (Cass. n. 23177 del 2013; n. 8231 del 2011; n. 6748 del 2010).


Cass. n. 4609/2019

L’interpretazione degli accordi aziendali è riservata al giudice di merito in ragione della loro efficacia limitata (estesa a tutti gli iscritti o non iscritti alle organizzazioni stipulanti, purché svolgenti l’attività lavorativa nell’ambito dell’azienda), diversa da quella propria degli accordi collettivi nazionali (estesa nei confronti di tutti gli iscritti, nell’ambito del territorio nazionale, alle organizzazioni stipulanti) oggetto di esegesi diretta da parte di questa Corte ai sensi dell’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., come modificato dal d.lgs. n. 40 del 2006.

La prima non è censurabile in cassazione se non per vizio di motivazione o per violazione di canoni ermeneutici (cfr. Cass. 4 febbraio 2010 n. 2625, cui sono conformi Cass. 8 febbraio 2010 n. 2742 e Cass. 15 febbraio 2010 n. 3459).

Nella specie, una censura incentrata sul contratto integrativo aziendale del 1992 e sostanzialmente articolata a mezzo della prospettazione di un risultato interpretativo diverso da quello accolto dalla Corte territoriale è inammissibile in sede di legittimità (Cass. 20 gennaio 2017, n. 1587; Cass. 4 novembre 2015, n. 22500; Cass. 24 luglio 2015, n. 15647; Cass. 17 giugno 2004, n. 11342).


Cass. n. 3193/2019

L’interpretazione del giudice di merito relativa ad un contratto o ad un atto unilaterale ex art. 1324 cod. civ., è sindacabile in sede di legittimità non sotto il profilo della ricostruzione della volontà delle parti, o dell’unica parte, in quanto accertamento di fatto non consentito, ma soltanto sul piano della individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice di merito si sia avvalso per assolvere i compiti a lui riservati, al fine di riscontrare errori di diritto o vizi del ragionamento (vedi ex aliis, Cass. 16/9/2002 n.13543, Cass. 25/9/2018 n.22662).


Cass. n. 445/2019

Per gli accordi o contratti collettivi di carattere aziendale, quale quello in controversia (per quelli nazionali, a seguito della modifica dell’art. 360 n. 3 cpc come modificato dall’art. 2 del d.lgs n. 40/2006 la violazione e falsa applicazione delle loro disposizioni è parificata a quelle delle norme di diritto), non può escludersi il tradizionale sindacato di legittimità che può spiegarsi sull’interpretazione di ogni atto negoziale riguardo la violazione delle norme di ermeneutica dettate dagli artt. 1362 e ss cc ai sensi dell’art. 360 cpc: sindacato ampiamente e ammissibilmente sollecitato dai motivi di ricorso per cassazione.

Orbene, alla stregua della normativa che regola la materia, la volontà delle parti deve essere ricostruita attraverso il senso letterale delle parole da esse utilizzate e attraverso la loro comune intenzione (art. 1362 comma 1 cc), quale emerge dal comportamento anche successivo alla conclusione del contratto (comma 2) nonché attraverso la lettura complessiva del contratto, le cui clausole si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal contenuto dell’atto (art. 1362 cc).

Tutte le altre norme di ermeneutica contrattuale sono applicabili solo se si determinano situazioni peculiari quando, applicati i criteri generali dettati dagli articoli precedentemente indicati, le previsioni contrattuali conservino ambiguità non risolte (per espressa previsione degli artt. 1367 – 1370 cc, le regole contenute negli stessi articoli si applicano solo se, una volta applicati i criteri generali, le clausole rimangono ambigue, oscure o di dubbio significato).

In via ulteriormente subordinata e residuale, è consentito il ricorso ai criteri interpretativi fissati dall’art. 1371 cc..


Cass. n. 15/2019

L’onere di depositare il testo integrale dei contratti collettivi di diritto privato, previsto a pena di improcedibilità del ricorso per cassazione dall’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., non è limitato al procedimento di accertamento pregiudiziale sull’efficacia, validità ed interpretazione dei contratti e accordi collettivi nazionali di cui all’art. 420-bis cod. proc. civ., ma si estende al ricorso ordinario ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., avuto riguardo alla necessità che la S.C. sia messa in condizione di valutare la portata delle singole clausole contrattuali alla luce della complessiva pattuizione, e dovendosi ritenere pregiudicata la funzione nomofilattica della S.C. ove l’interpretazione delle norme collettive dovesse essere limitata alle sole clausole contrattuali esaminate nei gradi di merito (Cass. lav. n. 27876/2009; Cass. n. 2742/2010; Cass. n. 3459 del 15/02/2010).


Cass. n. 32607/2018

La denunzia di violazione o falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi di lavoro nazionali, ai sensi dell’art.360 primo comma n. 3 c.p.c., come modificato dall’art. 2 del D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40, è parificata sul piano processuale a quella delle norme di diritto, sicché anche essa comporta, in sede di legittimità, l’interpretazione delle loro clausole in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (art. 1362 c.c.) come criterio interpretativo diretto e non come canone esterno di commisurazione dell’esattezza e della congruità della motivazione, senza più necessità di una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, né del discostarsi, da parte del giudice di merito, dai canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche o insufficienti (cfr. Cass. 19/3/2014 n.6335).


Cass. n. 31866/2018

L’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda – imposto, a pena di improcedibilità, dall’art. 369, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ., nella nuova formulazione di cui al d.lgs. 2 febbraio 2006 n. 40 – non può dirsi soddisfatto con la trascrizione nel ricorso delle sole disposizioni della cui violazione il ricorrente si duole attraverso le censure alla sentenza impugnata, dovendosi ritenere che la produzione parziale di un documento sia non solamente incompatibile con i principi generali dell’ordinamento e con i criteri di fondo dell’intervento legislativo di cui al citato d.lgs. n. 40 del 2006, intesi a potenziare la funzione nomofilattica della Corte di cassazione, ma contrasti con i canoni di ermeneutica contrattuale dettati dagli artt. 1362 cod. civ. e seguenti e, in ispecie, con la regola prevista dall’art. 1363 cod. civ., atteso che la mancanza del testo integrale del contratto collettivo non consente di escludere che in altre parti dello stesso vi siano disposizioni indirettamente rilevanti per l’interpretazione esaustiva della questione che interessa (Conformi Cass. n. 28306 del 31/12/2009, n. 3894 del 18/02/2010, n. 6732 del 19/03/2010, nonché n. 7891 del 06/04/2011).


Cass. n. 31753/2018

In tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sé che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, il cui accertamento è censurabile in cassazione soltanto per inadeguatezza o illogicità della motivazione, ma è limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati (cfr. Cass. 14 luglio 2016, n. 14355; Cass. 26 maggio 2016, n. 10891; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2465).

Per sottrarsi al sindacato di legittimità, l’interpretazione data dal giudice di merito ad un contratto non deve essere l’unica possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili e plausibili interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto quella poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (v. Cass. 4 marzo 2014, n. 5016; Cass. 18 novembre 2013, n. 25861; Cass. 5 luglio 2013, n. 16880; Cass. 20 novembre 2009, n. 24539).

Nell’interpretazione del contratto, poi, il criterio letterale e quello del comportamento delle parti, anche successivo al contratto medesimo ex art. 1362 cod. civ., concorrono, in via paritaria, a definire la comune volontà dei contraenti.

Ne consegue che il dato letterale, pur di fondamentale rilievo, non è, da solo, decisivo, atteso che il significato delle dichiarazioni negoziali può ritenersi acquisito esclusivamente al termine del processo interpretativo che deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore, anche quando le espressioni appaiano di per sé non bisognose di approfondimenti interpretativi, dal momento che un’espressione ‘prima facie’ chiara può non apparire più tale se collegata alle altre contenute nella stessa dichiarazione o posta in relazione al comportamento complessivo delle parti (così Cass. 10 dicembre 2016, n. 24560; Cass. 9 febbraio 2007, n. 2901; Cass. 28 marzo 2006, n. 7083).


Cass. n. 31649/2018

In materia di pubblico impiego c.d. contrattualizzato, non è consentito a questa Corte di procedere ad una interpretazione diretta della clausola di un accordo sindacale, in quanto l’interpretazione diretta riguarda esclusivamente i contratti collettivi nazionali di lavoro (Cass. n. 27062 del 2013, n. 3681 del 2014), mentre negli altri casi il controllo di legittimità è finalizzato esclusivamente alla verifica del rispetto dei canoni legali di interpretazione e dell’assolvimento dell’obbligo di motivazione sufficiente e non contraddittoria (Cass. n. 28859 del 2008, n. 19227 del 2011, n.17716 del 2016).


Cass. n. 25741/2018

L’interpretazione del contratto e degli atti di autonomia privata costituisce un’attività riservata al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale ovvero per vizi di motivazione, qualora la stessa risulti contraria a logica o incongrua, cioè tale da non consentire il controllo del procedimento logico seguito per giungere alla decisione (Cass. n. 11254 del 2018, Cass. 2465 del 2015, Cass. 4178 del 2007).


Cass. n. 25530/2018

In tema di ermeneutica contrattuale, l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di motivazione inadeguata ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 e seguenti cod. civ. (Cass. n. 17168/2012).


Cass. n. 23777/2018

Quando sia denunziata in ricorso la violazione di norme del contratto collettivo la deduzione della violazione deve essere accompagnata dalla trascrizione integrale delle clausole, al fine di consentire alla Corte di individuare la ricorrenza della violazione denunziata ( cfr. Cass. nr. 25728 del 2013; Cass. nr. 2560 del 2007; Cass. nr. 24461 del 2005) nonché dal deposito integrale della copia del contratto collettivo (Cass., sez. un., nr. 20075 del 2009) o dalla indicazione della sede processuale in cui detto testo è rinvenibile (Cass., sez. un., nr. 25038 del 2013) (conf. 23779/2018).

Nella fattispecie di causa le clausole del contratto collettivo di cui si denunzia la violazione sono riportate solo per sintesi del contenuto sicché non è consentito alla Corte alcun esame del loro effettivo ed integrale tenore testuale.


Cass. n. 22673/2018 

In base ai consolidati principi affermati da questa. Corte ai quali va data continuità, l’onere di deposito sancito, a pena di improcedibilità, dall’art. 369, co. 2, n. 4, c.p.c., deve avere ad oggetto l’integrale testo del contratto od accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, rispondendo tale adempimento alla funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione nell’esercizio del sindacato di legittimità sull’interpretazione della contrattazione collettiva di livello nazionale (vedi Cass. n.22668/2016; Cass. S.U. n. 20075/2010).

L’onere del deposito assume una sua rilevanza autonoma – ed è distinto, perciò, dall’onere di “autosufficiente” indicazione e trascrizione delle clausole contrattuali nel corpo dei motivi – corrispondendo alla funzione nomofilattica del giudice di legittimità, che si esercita – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – anche con riferimento ai contratti e accordi collettivi nazionali, in ragione della peculiare efficacia di tali atti, sì che la distinta produzione (oltre che la specifica indicazione, in ricorso, delle singole disposizioni dedotte) è finalizzata ad una compiuta ricognizione da parte della Corte di Cassazione, chiamata alla diretta interpretazione dei medesimi e non soltanto alla verifica dei canoni ermeneutici utilizzati dal giudice di merito (conf. Cass. n. 12089/2018).


Cass. n. 22395/2018

Nel giudizio di cassazione l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi – imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369, co. 2, n. 4, cod. proc. civ. – è soddisfatto solo con la produzione del testo integrale della fonte convenzionale, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di Cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 cod. civ. (cfr., ex aliis, Cass. 4 marzo 2015, n. 4350; Cass. 15 ottobre 2010, n. 21358; Cass., Sez. U, 23 settembre 2010, n. 20075; Cass. 13 maggio 2010, n. 11614),

Né a tal fine basterebbe la mera allegazione dell’intero fascicolo di parte del giudizio di merito in cui tale atto sia stato eventualmente depositato, essendo altresì necessario che in ricorso se ne indichi la precisa collocazione nell’incarto processuale (v., ex aliis, Cass. n. 27228/14).


Cass. n. 19635/2018

In via di premessa, occorre ribadire come al giudice di legittimità spetti la diretta interpretazione delle clausole dei contratti o accordi collettivi di lavoro, denunciate di violazione o falsa applicazione ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c. (come modificato dall’art. 2 d.Ig. 40/2006 n.40), per la loro parificazione sul piano processuale a quella delle norme di diritto, in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (artt. 1362 ss. c.c.) come criterio interpretativo diretto e non come canone esterno di commisurazione dell’esattezza e della congruità della motivazione, senza più necessità, a pena di inammissibilità della doglianza, di una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, né del discostamento da parte del giudice di merito dai canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti (Cass. 19 marzo 2014, n. 6335; Cass. 9 settembre 2014, n. 18946).


Cass. n. 19084/2018

Il collegio osserva che la norma di cui all’art. 63, comma 5, d.lgs. n. 165 del 2001, là dove prevede, nelle controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, che il ricorso per cassazione possa essere propostoanche per violazione o falsa applicazione di norme dei contratti ed accordi collettivi nazionali di cui all’art. 40, è di stretta interpretazione (Cfr., tra le altre, Cass. n. 7671 del 18.4.2016) e, pertanto, non trova applicazione ai contratti collettivi regionali, come quello a cui si riferiscono le censure in esame.


Cass. n. 18823/2018

Giova precisare che la denunzia di violazione o falsa applicazione dei contratti o accordi collettivi di lavoro nazionali, ai sensi dell’art. 360 primo comma n. 3 cpc, come modificato dall’art. 2 del D.Igs 2 febbraio 2006 n. 40, è parificata sul piano processuale a quella delle norme di diritto, sicché anche essa comporta, in sede di legittimità, l’interpretazione delle loro clausole in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (art. 1362 cc) come criterio interpretativo diretto e non come canone esterno di commisurazione dell’esattezza e della congruità della motivazione, senza più necessità di una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, né del discostamento da parte del giudice di merito dei canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche o insufficienti (cfr. Cass. 19.3.2014 n. 6335).


Cass. n. 9955/2018

Nel regime processuale speciale introdotto dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, la denuncia di violazione o falsa applicazione dei contratti ed accordi collettivi nazionali accomuni questi alle fonti di diritto oggettivo, limitatamente al sindacato esperibile in sede di legittimità e non sia perciò più richiesta, a pena di inammissibilità della doglianza, una specifica indicazione delle norme asseritamente violate e dei principi in esse contenuti, né del discostamento da parte del giudice di merito dai canoni legali assunti come violati o di una loro applicazione sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti (Cass. 9 marzo 2014 n. 6335; Cass. 9 settembre 2014, n. 18946).


Cass. n. 1760/2018

Il contratto collettivo cd. di diritto comune non ha nel nostro ordinamento efficacia di norma di diritto ma opera come fonte contrattuale del rapporto di lavoro o in forza del richiamo ad esso contenuto nel contratto individuale ovvero per effetto della iscrizione delle parti del contratto individuale ( ovvero, quanto meno, del datore di lavoro) alle organizzazioni di categoria che lo hanno sottoscritto od ancora in ragione della sua applicazione in via di fatto .

La efficacia negoziale del contratto collettivo comporta che ad esso non si applica il principio «iura novit curia» e che il contenuto del contratto collettivo costituisce un fatto che la parte attrice ha l’onere di allegare, al pari di ogni altro elemento di fatto costitutivo del proprio diritto.