Cass. n. 16917/2021

Giova premettere come sia indubbio il carattere generale del principio per cui alla contrattazione collettiva non è consentito incidere, in relazione alla regola dell’intangibilità dei diritti quesiti, su posizioni già consolidate o su diritti già entrati nel patrimonio dei lavoratori in assenza di uno specifico mandato od una successiva ratifica da parte degli stessi (vedi, fra le tante Cass. n. 16089 del 2014 Cass. n. 6845 del 1994, Cass. n. 9734 del 1998; Cass. 2362 del 2004).

Inoltre, va richiamato il principio secondo cui i contratti o gli accordi collettivi aziendali sono applicabili a tutti i lavoratori dell’azienda, ancorché non iscritti alle organizzazioni sindacali stipulanti (con l’unica eccezione di quei lavoratori che, aderendo ad una organizzazione sindacale diversa, ne condividono l’esplicito dissenso dall’accordo medesimo e siano eventualmente vincolati ad un accordo sindacale separato e diverso, vedi: Cass. n. 10353 del 2004; Cass. n. 6044 del 2012).


Cass. n. 16376/2021

Alla stregua degli arresti giurisprudenziali di legittimità nella materia (si vedano, tra le altre, Cass. nn. 24160/2015; 26742/2014; 16340/2009; 8565/2004, ricordando che la questione giuridica all’esame <<ha, a suo tempo, dato origine ad un contrasto interpretativo nella giurisprudenza della sezione lavoro, composti dalle Sezioni Unite, con la pronuncia n. 2665/1997, attraverso l’enunciazione del principio» che di seguito si riporta), condivisi da questo Collegio che non ravvisa ragioni per discostarsene – che <<l’art. 2070 c.c., comma 1 (in base al quale l’appartenenza alla categoria professionale, ai fini dell’applicazione del contratto collettivo, si determina secondo l’attività effettivamente esercitata dall’imprenditore) non opera nei riguardi della contrattazione collettiva di diritto comune, che ha efficacia vincolante limitatamente agli iscritti alle associazioni sindacali stipulanti e a coloro che, esplicitamente o implicitamente, al contratto abbiano prestato adesione; con la conseguenza che, nell’ipotesi di contratto di lavoro regolato dal contratto collettivo di diritto comune proprio di un settore non corrispondente a quello dell’attività svolta dall’imprenditore, il lavoratore non può aspirare all’applicazione di un contratto collettivo diverso, se il datore di lavoro non vi è obbligato per appartenenza sindacale, ma solo eventualmente richiamare tale disciplina come termine di riferimento per la determinazione della retribuzione ex art. 36 Cost., deducendo la non conformità al precetto costituzionale del trattamento economico previsto nel contratto applicato».

Come ribadito anche da Cass. n. 27757/2020 – pronunziata in una fattispecie analoga – «costituisce ius receptum che nel rapporto di lavoro subordinato la retribuzione prevista dal contratto collettivo acquista, pur solo in via generale, una “presunzione” di adeguatezza ai principi di proporzionalità e sufficienza che investe le disposizioni economiche dello stesso contratto anche nel rapporto interno fra le singole retribuzioni ivi stabilite (Cass. n. 15889/2008, n. 132/2002)».


2020

Cass. n. 28628/2020

Alla contrattazione collettiva, che si svolge «su tutte le materie relative al rapporto di lavoro ed alle relazioni sindacali» (art. 40 d.lgs. n. 165/2001 nel testo originario), il legislatore ha attribuito, seppure indirettamente, efficacia erga omnes, assicurando la necessaria conformazione del contratto individuale a quello collettivo attraverso la previsione dell’obbligo imposto alle pubbliche amministrazioni dall’art. 45 dello stesso decreto ( Corte Cost. n. 309/1997), e ciò perché nell’ambito del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni «il contratto collettivo contempera in maniera efficace e trasparente gli interessi contrapposti delle parti e concorre a dare concreta attuazione al principio di proporzionalità della retribuzione, ponendosi, per un verso, come strumento di garanzia della parità di trattamento dei lavoratori (art. 45, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001) e, per altro verso, come fattore propulsivo della produttività e del merito (art. 45, comma 3, del d.lgs. 165 del 2001)» ( Corte Cost. n. 178/2015).


2019

Cass. n. 22367/2019

I contratti collettivi di lavoro non dichiarati efficaci “erga omnes” ai sensi della legge 14 luglio 1959 n. 741, costituendo atti di natura negoziale e privatistica, si applicano esclusivamente ai rapporti individuali intercorrenti tra soggetti che siano entrambi iscritti alle associazioni stipulanti, ovvero che, in mancanza di tale condizione, abbiano fatto espressa adesione ai patti collettivi e li abbiano implicitamente recepiti attraverso un comportamento concludente, desumibile da una costante e prolungata applicazione delle relative clausole ai singoli rapporti (vedi Cass. 8/5/2009 n.10632).

Ove una delle parti faccia riferimento, per la decisione della causa, ad una clausola di un determinato contratto collettivo di lavoro, non efficace “erga omnes”, in base al rilievo che a tale contratto entrambe le parti si erano sempre ispirate per la disciplina del loro rapporto, il giudice del merito ha il compito di vaiutare in concreto il comportamento posto in essere dal datore di lavoro e dal lavoratore, allo scopo di accertare, pur in difetto della iscrizione alle associazioni sindacali stipulanti, se dagli atti siano desumibili elementi tali da indurre a ritenere ugualmente sussistente la vincolatività della contrattazione collettiva invocata (Cass. 3/8/2000 n.10213).


Cass. n. 11537/2019

Il contratto collettivo di diritto comune non ha efficacia erga omnes e che lo stesso, sia in base al principio di libertà sindacale (art. 39, co. 1°, Cost.), sia in base ai principi del diritto comune (artt. 1321 e 1372 cod. civ.), non può vincolare i datori di lavoro ed i lavoratori in mancanza di un loro atto di volontà (iscrizione sindacale, adesione, recepimento) idoneo a manifestare la comune intenzione di accettare che il rapporto di lavoro tra essi intercorrente sia sottoposto alla disciplina del contratto collettivo.

I contratti collettivi di lavoro non dichiarati efficaci erga omnes ai sensi della I. 14 luglio 1959, n. 741, costituendo atti di natura negoziale e privatistica, si applicano esclusivamente ai rapporti individuali intercorrenti tra soggetti che siano entrambi iscritti alle associazioni stipulanti, ovvero che, in mancanza di tale condizione, abbiano fatto espressa adesione ai patti collettivi o li abbiano implicitamente recepiti attraverso un comportamento concludente, desumibile da una costante e prolungata applicazione delle relative clausole ai singoli rapporti, fermo restando, in detta ultima ipotesi, che non è sufficiente a concretizzare un’adesione implicita, idonea a rendere applicabile il contratto collettivo nell’intero suo contenuto, il semplice richiamo alle tabelle salariali del contratto stesso, né la circostanza che il datore di lavoro, non iscritto ad alcuna delle associazioni sindacali stipulanti il contratto collettivo, abbia proceduto all’applicazione di alcune clausole di tale contratto, contestandone invece esplicitamente altre (Cass. n. 10632/2009; conformi, fra le molte: n. 11875/2003; n. 5596/2001).


2015

Cass. n. 18408/2015  

L’adesione ad un contratto collettivo può essere anche tacita e per fatti concludenti, ravvisabili nella concreta applicazione delle relative clausole (nella specie, con l’attribuzione ai lavoratori degli emolumenti, previsti da un accordo aziendale, a titolo di ticket mensa e indennità di sede).

 

Cass. n. 10632/2009

L’adesione esplicita si presenta ad esempio nel caso del datore di lavoro che fa espresso rinvio nella lettera d’assunzione alla disciplina contenuta in un determinato contratto collettivo. In assenza di richiami al contratto nella lettera di assunzione o in altri atti negoziali di fonte aziendale, il giudice può ravvisare un recepimento implicito nel comportamento c.d. concludente, desumibile da una costante e prolungata applicazione da parte del datore di lavoro delle norme contenute nel contratto collettivo ai rapporti di lavoro intercorrenti con i dipendenti.


Cass. n.  11372/2008 – Cass. n. 10002/2000

Nel vigente ordinamento del rapporto di lavoro subordinato, regolato da contratti collettivi di diritto comune, l’individuazione della contrattazione collettiva che regola il rapporto di lavoro va fatta unicamente attraverso l’indagine della volontà delle parti risultante, oltre che da espressa pattuizione, anche implicitamente dalla protratta e non contestata applicazione di un determinato contratto collettivo. Il ricorso al criterio della categoria economica di appartenenza del datore di lavoro, fissato dall’art. 2070 c.c., è consentito al solo fine di individuare il parametro della retribuzione adeguata ex art. 36 Cost., quando non risulti applicata alcuna contrattazione collettiva ovvero sia dedotta l’inadeguatezza della retribuzione contrattuale ex art. 36 Cost. rispetto all’effettiva attività lavorativa esercitata.


Cass. n. 11464/2004 – Cass. n. 8565/2004

L’obbligo di applicare un determinato contratto collettivo di categoria non sorge solo per i soggetti iscritti alle associazioni stipulanti ma può riguardare anche quei datori di lavoro che, pur non essendo iscritti, abbiano scelto spontaneamente di recepire il contenuto (o parte del contenuto) di quel contratto collettivo attraverso una manifestazione di volontà che può estrinsecarsi in un’accettazione esplicita.


Cass. 5596/2001

I contratti collettivi di lavoro non dichiarati efficaci erga omnes, ai sensi della l. n. 741 del 1959, in quanto costituiscono atti di natura negoziale e privatistica, si applicano esclusivamente ai rapporti individuali intercorrenti tra soggetti che siano entrambi iscritti alle associazioni stipulanti, ovvero che, in mancanza di tale condizione, abbiano fatto espressa adesione ai patti collettivi e li abbiano implicitamente recepiti attraverso un comportamento concludente, desumibile da una costante e prolungata applicazione delle relative clausole ai singoli rapporti.

 


Cass. S.U. n. 2665/1997

Dopo la soppressione dell’ordinamento corporativo i contratti collettivi sono sottoposti alle regole civilistiche dell’autonomia privata, ossia che possono avere efficacia soltanto in volentes, ossia, ancora, che la loro efficacia, non estesa alla generalità, è limitata a quanti, con l’iscrizione alle associazioni sindacali, hanno a queste conferito la rappresentanza dei propri interessi nella stipulazione dei contratti collettivi; questi stabiliscono così il trattamento a cui debbono adeguarsi i singoli contratti individuali di lavoro.

In assenza di iscrizione ad un’associazione stipulante, al datore di lavoro non può essere imposta, come invece prevede tuttora il codice civile (con la disposizione contenuta nel primo comma dell’art. 2077, peraltro riferibile, per consolidata giurisprudenza, ad una tipologia di contratto collettivo non più operante nel nostro ordinamento), l’applicazione di un determinato contratto collettivo in funzione dell’attività effettivamente esercitata.

Il primo comma dell’art. 2070 cod. civ. (secondo cui l’appartenenza alla categoria professionale, ai fini dell’applicazione del contratto collettivo, si determina secondo l’attività effettivamente esercitata dall’imprenditore) non opera nei riguardi della contrattazione collettiva di diritto comune, che ha efficacia vincolante limitatamente agli iscritti alle associazioni sindacali stipulanti e a coloro che, esplicitamente o implicitamente, al contratto abbiano prestato adesione. Pertanto, nell’ipotesi di contratto di lavoro regolato dal contratto collettivo di diritto comune proprio di un settore non corrisponde a quello dell’attività svolta dell’imprenditore, il lavoratore non può aspirare all’applicazione di un contratto collettivo diverso, se il datore di lavoro non vi è obbligato per appartenenza sindacale, ma solo eventualmente fare riferimento a tale disciplina come termine di riferimento per la determinazione della retribuzione ex art. 36 Cost., deducendo la non conformità al precetto costituzionale del trattamento economico previsto nel contratto applicato.


Conf.: Cass. n. 695/1992 – Cass. n. 976/1992 – Cass. n. 928/1993 – Cass. n. 6412/1993

Nell’ordinamento attuale le categorie professionali hanno rilevanza giuridica non in base a classificazioni autoritative, bensì in base alla spontanea organizzazione sindacale ed alle scelte dell’autonomia privata … Il primo comma dell’art. 2070 conserva una sua residua operatività, oltreché per i contratti collettivi di cui alla legge n. 741 del 1959, per quelli a cui atti aventi forza di legge operino un rinvio ricettizio, anche per le ipotesi in cui l’imprenditore svolga diverse attività economiche, sia iscritto alle rispettive associazioni sindacali ed occorra individuare il contratto collettivo applicabile al personale addetto alle singole attività .


Contr.: Cass. n. 3877/1984 – Cass. n. 6063/1984 – Cass. n. 8289/1987 – Cass. n. 3712/1988 – Cass. n. 11867/1991

… pur nell’ordinamento postcorporativo l’art. 2070 corrisponde a finalità pubblicistiche, con la conseguenza che le parti non potrebbero sottoporre il rapporto alla disciplina di un contratto collettivo diverso da quello applicabile ai sensi della medesima norma, a meno che dalla convenzione da loro stipulata derivi l’applicazione di regole collettive più favorevoli per il prestatore di lavoro.


Cass. n. 10654/1990

Qualora il datore, non iscritto all’associazione che ha sottoscritto il contratto, abbia prestato adesione, con la loro pratica applicazione, solo ad alcune clausole, con esplicita contestazione di altre, è da escludere che il negozio possa spiegare efficacia vincolante nei suoi confronti anche per quanto riguarda le clausole da lui contestate sempre che non risultino inscindibilmente connesse con l’intera materia del contratto collettivo medesimo.


Cass. n. 5175/1987

Ove il datore di lavoro, pur non essendo affiliato alla associazione sindacale che ha stipulato il contratto collettivo di categoria, si sia pattiziamente obbligato ad applicare tale contratto collettivo, si ha un’ipotesi di ricezione formale (o esplicita) che ha ad oggetto la stessa fonte di produzione della normativa collettiva, richiamata per determinare, per relationem, il contenuto del contratto individuale di lavoro, e che quindi comprende anche le eventuali successive modifiche od integrazioni ad opera di contratti collettivi di livello territoriale più limitato.


Cass. n. 4619/1979 – Cass. n.  3867/1978 – Cass. n. 4860/1982

Il prestatore di lavoro, nel caso in cui manifesti il suo rifiuto, non può essere vincolato dalla pattuizione stipulata da organizzazioni sindacale a cui aderisce solamente il datore di lavoro