Cass. n. 23105/2019

Qualora il contratto collettivo – e nel caso di specie va fatto riferimento al citato accordo aziendale – “non abbia un predeterminato termine di efficacia, non può vincolare per sempre tutte le parti contraenti, perché finirebbe in tal caso per vanificarsi la causa e la funzione sociale della contrattazione collettiva, la cui disciplina, da sempre modellata su termini temporali non eccessivamente dilatati, deve parametrarsi su una realtà socio economica in continua evoluzione, sicché a tale contrattazione ve estesa la regola, di generale applicazione nei negozi privati, secondo cui il recesso unilaterale rappresenta una causa estintiva ordinaria di qualsiasi rapporto di durata a tempo indeterminato, che risponde all’esigenza di evitare -nel rispetto dei criteri di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto – la perpetuità del vincolo obbligatorio.

Ne consegue che, in caso di disdetta del contratto i diritti dei lavoratori, derivanti dalla pregressa disciplina più favorevole, sono intangibili solo in quanto siano già entrati nel patrimonio del lavoratore quale corrispettivo di una prestazione già resa o di una fase del rapporto già esaurita, e non anche quando vengano in rilievo delle mere aspettative sorte alla stregua della precedente più favorevole regolamentazione.


Cass. n. 21537/2019

Nel contratto collettivo di lavoro la possibilità di disdetta spetta unicamente alle parti stipulanti, ossia alle associazioni sindacali e datoriali che di norma provvedono anche a disciplinare le conseguenze della disdetta; al singolo datore di lavoro, pertanto, non è consentito recedere unilateralmente dal contratto collettivo, neppure adducendo l’eccessiva onerosità dello stesso, ai sensi dell’art. 1467 cod. civ., conseguente ad una propria situazione di difficoltà economica, salva l’ipotesi di contratti aziendali stipulati dal singolo datore di lavoro con sindacati locali dei lavoratori (cfr. Cass. 19.4.2011 n. 8994 e, già prima, Cass. 7.3.2002 n. 3296, e Cass. 15863/2002 richiamate da Cass. 7.11.2013 n. 25062).

Ne segue che non è legittima la disdetta unilaterale da parte del datore di lavoro del contratto applicato seppure accompagnata da un congruo termine di preavviso. Solo al momento della scadenza contrattuale sarà possibile recedere dal contratto ed applicarne uno diverso a condizione che ne ricorrano i presupposti di cui all’art. 2069 c.c. (Cfr., in tali termini, Cass. n. 25062/2013 cit.)

Altro approdo giurisprudenziale, consolidato in sede di legittimità, è quello secondo cui va riconosciuta al datore di lavoro la legittima facoltà di recesso da un contratto collettivo postcorporativo stipulato a tempo indeterminato e senza predeterminazione del termine di scadenza, atteso che il contratto stesso non può vincolare per sempre tutte le parti contraenti, altrimenti vanificandosi la causa e la funzione sociale della contrattazione collettiva, la cui disciplina, da sempre modellata su termini temporali non eccessivamente dilatati, deve essere parametrata su una realtà socio-economica in continua evoluzione; tale principio è valido sempre che il recesso sia esercitato nel rispetto dei criteri di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto e non siano lesi i diritti intangibili dei lavoratori, derivanti dalla pregressa disciplina più favorevole ed entrati in via definitiva nel loro patrimonio (Cass. 25 febbraio 1997, n. 1694; Cass. 18 ottobre 2002, n. 14827; Cass. 20 settembre 2005, n. 18508; Cass. 20 dicembre 2006, n. 27198; Cass. 20 agosto 2009, n. 18548; Cass. 28 ottobre 2013, n. 24268).

Coerente con l’affermazione di tale ultimo principio è la pronuncia  (Cass. 10.6.2013 n. 14511), secondo cui non costituisce condotta antisindacale, ai sensi dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori, il comportamento del datore di lavoro il quale abbia sottoscritto un nuovo contratto collettivo, sostituendo il trattamento in precedenza applicato, frutto di accordo con alcune organizzazioni sindacali, con il trattamento concordato con altri sindacati, ed imponendo tale nuovo trattamento agli iscritti al sindacato non stipulante nonostante l’esplicito diniego espresso.

E’ stato in tale pronuncia ribadito che non sussiste, nel nostro ordinamento, un obbligo a carico del datore di lavoro di trattare e stipulare contratti collettivi con tutte le organizzazioni sindacali, rientrando nell’autonomia negoziale da riconoscere alla parte datoriale la possibilità di sottoscrivere un nuovo contratto collettivo con organizzazioni sindacali anche diverse da quelle che hanno trattato e sottoscritto il precedente (cfr., negli stessi termini, anche la successiva Cass. 28.10. 2013 n. 24268 che richiama il rispetto dei criteri di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto, oltre che l’intangibilità dei diritti già entrati definitivamente nel patrimonio dei lavoratori).

In conclusione, deve ritenersi, quanto al thema disputandumdell’anticipata disdetta e della vincolatività del termine di scadenza del contratto sostituito, e quindi al suo valore ostativo o meno alla stipulazione di nuovo contratto, che nessun principio o norma dell’ordinamento induce a ritenere consentita l’applicazione di nuovo CCNL prima della prevista scadenza di quello in corso di applicazione, che le parti si sono impegnate a rispettare.


Cass. n. 6142/2019

La libera volontà delle parti, dalla quale dipende il perdurare di una clausola di un contratto collettivo di diritto comune (che non opera automaticamente), in carenza di una previsione specifica di una forma particolare, può essere manifestata anche per facta concludentia (cfr., tra le molte, Cass. nn. 7560/2016; 8288/2012; 2590/2009; 11602/2008; 382/1996).

In linea con tali arresti, la sentenza di questa Corte n. 8288/2012, pronunziata inter partes, e dalla quale ha avuto origine il giudizio rescissorio, ha affermato che «non può escludersi che le parti collettive abbiano, eventualmente, anche solo per facta concludentia, inteso proseguire nell’applicazione del contratto collettivo pur dopo la scadenza fissata, di guisa che, comunque, ben possono assumere rilevanza il comportamento successivo delle parti medesime e gli accordi successivamente intercorsi».


I contratti collettivi di diritto comune, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti, operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, atteso che l’opposto principio di ultrattività sino ad un nuovo regolamento collettivo – secondo la disposizione dell’art. 2074 cod. civ. – ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe in contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 Cost.” (v. Cass. 25-52012 n. 8288, Cass. 7-10-2010 n. 20784, Cass. S.U. 30-5-2005 n.11325). Pertanto, come pure è stato affermato, “a seguito della naturale scadenza del contratto collettivo, in difetto di una regola di ultrattività del contratto medesimo, la relativa disciplina non è più applicabile, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge, salvo che le parti abbiano inteso, anche solo per facta concludentia, proseguire l’applicazione delle norme precedenti” (v. Cass. n. 20784 del 2010).


Cass. 20785/2010

I contratti collettivi di lavoro, di regola e in mancanza di una espressa previsione negoziale (precedente o anche successiva alla scadenza) in senso contrario, rimangono in vigore soltanto per il periodo di efficacia stabilito dalle parti contrattuali. Dopo quella scadenza, se non rinnovati o espressamente prorogati, decadono e con essi decadono tutte le disposizioni specifiche in essi contenute, atteso che l’opposto principio di ultrattività sino a un nuovo regolamento collettivo, secondo la disposizione dell’art. 2074 c.c., ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe in contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 cost..


Cass. 2590/2009

A seguito della naturale scadenza del contratto collettivo, in difetto di una regola di ultrattività del contratto medesimo, la relativa disciplina non è più applicabile, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge (in particolare, quanto alla promozione automatica, dall’art. 2103 c.c.), salvo che le parti abbiano inteso, anche solo per facta concludentia, proseguire l’applicazione delle norme precedenti. (Nella specie, la S.C., enunciando il principio su esteso, ha confermato l’impugnata sentenza che, valorizzando una serie di elementi di fatto rappresentati in giudizio, quali l’assenza di una formale disdetta del contratto collettivo e l’avvenuta riproduzione della norma anche nel contratto collettivo successivo, aveva ritenuto, con valutazione di merito incensurabile in sede di legittimità se non per vizi logici, che le parti avessero implicitamente prorogato l’efficacia del precedente contratto collettivo e, con esso, della norma sulla promozione automatica, che prevedeva – per i dipendenti postali, ai fini del conseguimento della superiore qualifica di quadro di secondo livello – un termine di svolgimento delle mansioni superiori di mesi sei, in luogo dei tre mesi previsti dalla legge).


Cass. 11602/2008

Alla scadenza prevista del contratto collettivo regolarmente disdetto secondo quanto previsto dalle parti stipulanti, non è applicabile la disciplina di cui all’art. 2704 c.c. o comunque una regola di ultrattività del contratto medesimo, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge (in particolare, quanto alla retribuzione, dall’art. 36 Cost.) e da quelle convenzionali eventualmente esistenti, le quali ultime possono manifestarsi anche per facta concludentia, con la prosecuzione dell’applicazione delle norme precedenti.


Cass. SS.UU. 11325/05

I contratti collettivi di diritto comune operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti; conseguentemente, le clausole di contenuto retributivo non hanno efficacia vincolante diretta per il periodo successivo alla scadenza contrattuale, operando peraltro sul piano del rapporto individuale del lavoro la tutela assicurata dall’art. 36 Cost., in relazione alla quale può prospettarsi una lesione derivante da una riduzione del trattamento economico rispetto al livello retributivo già goduto.

La Corte ha fatto proprio il consolidato orientamento in essere fino a quel momento, secondo cui “la disposizione dell’art. 2074 c.c. – sulla perdurante efficacia del contrattocollettivo scaduto, fino a che non sia intervenuto un nuovo regolamento collettivo – non si applica ai contratti collettivi post-corporativi che, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale privata, sono regolati dalla libera volontà delle parti cuisoltanto spetta stabilire se l’efficacia di un accordo possa sopravvivere alla sua scadenza (Cass. 16 gennaio 1969 n. 79, 19 maggio 1979 n. 2892, 29 agosto 1987, n. 7140, 14 luglio 1988 n. 4630, 13 febbraio 1990 n. 1050, 6 giugno 1990 n. 5393, 16aprile 1993 n. 4507); la cessazione dell’efficacia dei contratti collettivi, coerentemente con la loro natura pattizia, dipende quindi dalla scadenza del termine ivi stabilito (Cass. 9 giugno 1993 n. 6408, 24 agosto 1996 n. 7818).

Non può ritenersi definitivamente acquisito al patrimonio del lavoratore un diritto nato da una norma collettiva che ormai non esiste più, perché caducata o sostituita da una successiva contrattazione collettiva: ciò perché le disposizioni dei contratti collettivi non siincorporano nel contenuto dei contratti individuali, dando luogo a diritti quesiti sottratti al potere dispositivo delle organizzazioni sindacali, ma operano invece dall’esterno sui singoli rapporti di lavoro come fonte eteronoma di regolamento, concorrente con lafonte individuale, sicché, nell’ipotesi di successione fra contratti collettivi, le precedenti disposizioni non sono suscettibili di essere conservate secondo il criterio del trattamento più favorevole (che attiene esclusivamente, ai sensi dell’art. 2077 c.c., alrapporto tra contratto collettivo ed individuale), restando la conservazione di quel trattamento affidato all’autonomia contrattuale delle parti collettive stipulanti (cfr. Cass. 24 agosto 1990 n. 8640, 6 maggio 1991 n. 4947, 28 novembre 1992 n. 12751, 20gennaio 1995 n. 651, 26 ottobre 1995 n. 11119).

In questo sistema, l’applicazione di un principio di ultrattività del contratto oltre la sua naturale scadenza, in contrasto con l’intento espresso dagli stipulanti, si pone obiettivamente come un limite della libera volontà delle organizzazioni sindacali, eprospetta un contrasto con la garanzia posta dall’art. 39 Cost. ove si configuri – secondo l’orientamento espresso delle sentenzenn. 4563/95 e 5908/2003 – una regola che sottrae alla disponibilità delle parti contraenti la quantità di retribuzione pattuita insede collettiva, attribuendo a tale elemento un carattere di intangibilità oggettiva tale da estendersi anche – come ritiene la seconda decisione citata – oltre alle clausole relative alla retribuzione, fino alla regolamentazione negoziale nel suo complesso.


L’OPPOSTO ORIENTAMENTO

Dall’indirizzo secondo cui le clausole collettive operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti stipulanti si discosta Cass. 21 aprile 1987 n. 3899, con cui si è affermato che il termine finale apposto ad un contratto aziendale o collettivo attiene all’impegno (programmatico più che giuridico) di astensione da ulteriori rivendicazioni fino alla data concordata, ma non già alla durata dei diritti, dai singoli lavoratori acquisiti in applicazione del contratto stesso.

Questa impostazione è richiamata da Cass. 22 aprile 1995 n. 4563, secondo cui la scadenza contrattuale non determinal’automatica cessazione dell’efficacia delle clausole a contenuto retributivo. L’enunciazione di tale principio non si fonda sull’applicazione ai contratti collettivi di diritto comune della regola posta dall’art. 2074 c.c., né sulla tesi della incorporazione delcontratto collettivo in quello individuale, ma sulla considerazione che nel rapporto di lavoro la prestazione retributiva assume un suo rilievo di carattere costituzionale, in relazione alla garanzia fornita dall’art. 36 Cost.; sicché la quantità di retribuzione pattuitaa mezzo della contrattazione collettiva, rappresentando la misura dell’adeguatezza al precetto costituzionale e assicurando il conseguimento di un livello di esistenza libero e dignitoso, “diviene un’entità oggettiva che fuoriesce dalla normale serie effettuale di un comune contratto acquistando una sorta di intangibilità e rimanendo perciò sottratta alla disponibilità delle parti“; la ultrattività della pattuizione retributiva scaduta dipende dunque – secondo questa decisione – dalla sua inerenza ad un bene di rango costituzionale.