Cass. n. 6142/2019

La libera volontà delle parti, dalla quale dipende il perdurare di una clausola di un contratto collettivo di diritto comune (che non opera automaticamente), in carenza di una previsione specifica di una forma particolare, può essere manifestata anche per facta concludentia (cfr., tra le molte, Cass. nn. 7560/2016; 8288/2012; 2590/2009; 11602/2008; 382/1996).

In linea con tali arresti, la sentenza di questa Corte n. 8288/2012, pronunziata inter partes, e dalla quale ha avuto origine il giudizio rescissorio, ha affermato che «non può escludersi che le parti collettive abbiano, eventualmente, anche solo per facta concludentia, inteso proseguire nell’applicazione del contratto collettivo pur dopo la scadenza fissata, di guisa che, comunque, ben possono assumere rilevanza il comportamento successivo delle parti medesime e gli accordi successivamente intercorsi».


I contratti collettivi di diritto comune, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti, operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, atteso che l’opposto principio di ultrattività sino ad un nuovo regolamento collettivo – secondo la disposizione dell’art. 2074 cod. civ. – ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe in contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 Cost.” (v. Cass. 25-52012 n. 8288, Cass. 7-10-2010 n. 20784, Cass. S.U. 30-5-2005 n.11325). Pertanto, come pure è stato affermato, “a seguito della naturale scadenza del contratto collettivo, in difetto di una regola di ultrattività del contratto medesimo, la relativa disciplina non è più applicabile, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge, salvo che le parti abbiano inteso, anche solo per facta concludentia, proseguire l’applicazione delle norme precedenti” (v. Cass. n. 20784 del 2010).


Cass. 20785/2010

I contratti collettivi di lavoro, di regola e in mancanza di una espressa previsione negoziale (precedente o anche successiva alla scadenza) in senso contrario, rimangono in vigore soltanto per il periodo di efficacia stabilito dalle parti contrattuali. Dopo quella scadenza, se non rinnovati o espressamente prorogati, decadono e con essi decadono tutte le disposizioni specifiche in essi contenute, atteso che l’opposto principio di ultrattività sino a un nuovo regolamento collettivo, secondo la disposizione dell’art. 2074 c.c., ponendosi come limite alla libera volontà delle organizzazioni sindacali, sarebbe in contrasto con la garanzia prevista dall’art. 39 cost..


Cass. 2590/2009

A seguito della naturale scadenza del contratto collettivo, in difetto di una regola di ultrattività del contratto medesimo, la relativa disciplina non è più applicabile, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge (in particolare, quanto alla promozione automatica, dall’art. 2103 c.c.), salvo che le parti abbiano inteso, anche solo per facta concludentia, proseguire l’applicazione delle norme precedenti. (Nella specie, la S.C., enunciando il principio su esteso, ha confermato l’impugnata sentenza che, valorizzando una serie di elementi di fatto rappresentati in giudizio, quali l’assenza di una formale disdetta del contratto collettivo e l’avvenuta riproduzione della norma anche nel contratto collettivo successivo, aveva ritenuto, con valutazione di merito incensurabile in sede di legittimità se non per vizi logici, che le parti avessero implicitamente prorogato l’efficacia del precedente contratto collettivo e, con esso, della norma sulla promozione automatica, che prevedeva – per i dipendenti postali, ai fini del conseguimento della superiore qualifica di quadro di secondo livello – un termine di svolgimento delle mansioni superiori di mesi sei, in luogo dei tre mesi previsti dalla legge).


Cass. 11602/2008

Alla scadenza prevista del contratto collettivo regolarmente disdetto secondo quanto previsto dalle parti stipulanti, non è applicabile la disciplina di cui all’art. 2704 c.c. o comunque una regola di ultrattività del contratto medesimo, ed il rapporto di lavoro da questo in precedenza regolato resta disciplinato dalle norme di legge (in particolare, quanto alla retribuzione, dall’art. 36 Cost.) e da quelle convenzionali eventualmente esistenti, le quali ultime possono manifestarsi anche per facta concludentia, con la prosecuzione dell’applicazione delle norme precedenti.


Cass. SS.UU. 11325/05

I contratti collettivi di diritto comune operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale degli stipulanti; conseguentemente, le clausole di contenuto retributivo non hanno efficacia vincolante diretta per il periodo successivo alla scadenza contrattuale, operando peraltro sul piano del rapporto individuale del lavoro la tutela assicurata dall’art. 36 Cost., in relazione alla quale può prospettarsi una lesione derivante da una riduzione del trattamento economico rispetto al livello retributivo già goduto.

La Corte ha fatto proprio il consolidato orientamento in essere fino a quel momento, secondo cui “la disposizione dell’art. 2074 c.c. – sulla perdurante efficacia del contrattocollettivo scaduto, fino a che non sia intervenuto un nuovo regolamento collettivo – non si applica ai contratti collettivi post-corporativi che, costituendo manifestazione dell’autonomia negoziale privata, sono regolati dalla libera volontà delle parti cuisoltanto spetta stabilire se l’efficacia di un accordo possa sopravvivere alla sua scadenza (Cass. 16 gennaio 1969 n. 79, 19 maggio 1979 n. 2892, 29 agosto 1987, n. 7140, 14 luglio 1988 n. 4630, 13 febbraio 1990 n. 1050, 6 giugno 1990 n. 5393, 16aprile 1993 n. 4507); la cessazione dell’efficacia dei contratti collettivi, coerentemente con la loro natura pattizia, dipende quindi dalla scadenza del termine ivi stabilito (Cass. 9 giugno 1993 n. 6408, 24 agosto 1996 n. 7818).

Non può ritenersi definitivamente acquisito al patrimonio del lavoratore un diritto nato da una norma collettiva che ormai non esiste più, perché caducata o sostituita da una successiva contrattazione collettiva: ciò perché le disposizioni dei contratti collettivi non siincorporano nel contenuto dei contratti individuali, dando luogo a diritti quesiti sottratti al potere dispositivo delle organizzazioni sindacali, ma operano invece dall’esterno sui singoli rapporti di lavoro come fonte eteronoma di regolamento, concorrente con lafonte individuale, sicché, nell’ipotesi di successione fra contratti collettivi, le precedenti disposizioni non sono suscettibili di essere conservate secondo il criterio del trattamento più favorevole (che attiene esclusivamente, ai sensi dell’art. 2077 c.c., alrapporto tra contratto collettivo ed individuale), restando la conservazione di quel trattamento affidato all’autonomia contrattuale delle parti collettive stipulanti (cfr. Cass. 24 agosto 1990 n. 8640, 6 maggio 1991 n. 4947, 28 novembre 1992 n. 12751, 20gennaio 1995 n. 651, 26 ottobre 1995 n. 11119).

In questo sistema, l’applicazione di un principio di ultrattività del contratto oltre la sua naturale scadenza, in contrasto con l’intento espresso dagli stipulanti, si pone obiettivamente come un limite della libera volontà delle organizzazioni sindacali, eprospetta un contrasto con la garanzia posta dall’art. 39 Cost. ove si configuri – secondo l’orientamento espresso delle sentenzenn. 4563/95 e 5908/2003 – una regola che sottrae alla disponibilità delle parti contraenti la quantità di retribuzione pattuita insede collettiva, attribuendo a tale elemento un carattere di intangibilità oggettiva tale da estendersi anche – come ritiene la seconda decisione citata – oltre alle clausole relative alla retribuzione, fino alla regolamentazione negoziale nel suo complesso.


L’OPPOSTO ORIENTAMENTO

Dall’indirizzo secondo cui le clausole collettive operano esclusivamente entro l’ambito temporale concordato dalle parti stipulanti si discosta Cass. 21 aprile 1987 n. 3899, con cui si è affermato che il termine finale apposto ad un contratto aziendale o collettivo attiene all’impegno (programmatico più che giuridico) di astensione da ulteriori rivendicazioni fino alla data concordata, ma non già alla durata dei diritti, dai singoli lavoratori acquisiti in applicazione del contratto stesso.

Questa impostazione è richiamata da Cass. 22 aprile 1995 n. 4563, secondo cui la scadenza contrattuale non determinal’automatica cessazione dell’efficacia delle clausole a contenuto retributivo. L’enunciazione di tale principio non si fonda sull’applicazione ai contratti collettivi di diritto comune della regola posta dall’art. 2074 c.c., né sulla tesi della incorporazione delcontratto collettivo in quello individuale, ma sulla considerazione che nel rapporto di lavoro la prestazione retributiva assume un suo rilievo di carattere costituzionale, in relazione alla garanzia fornita dall’art. 36 Cost.; sicché la quantità di retribuzione pattuitaa mezzo della contrattazione collettiva, rappresentando la misura dell’adeguatezza al precetto costituzionale e assicurando il conseguimento di un livello di esistenza libero e dignitoso, “diviene un’entità oggettiva che fuoriesce dalla normale serie effettuale di un comune contratto acquistando una sorta di intangibilità e rimanendo perciò sottratta alla disponibilità delle parti“; la ultrattività della pattuizione retributiva scaduta dipende dunque – secondo questa decisione – dalla sua inerenza ad un bene di rango costituzionale.