Cass. n. 3137/2019

Il giudice, ove ritenga inadeguata la retribuzione corrisposta dall’azienda in base al contratto da essa applicato, può procedere al suo adeguamento facendo riferimento a quella del contratto di categoria non direttamente applicabile, con la precisazione che nella domanda di pagamento di differenze retributive sulla base di un contratto collettivo che si riveli inapplicabile deve ritenersi implicita la richiesta di adeguamento ex art. 36 Cost. e che l’adeguamento comporta un apprezzamento riservato al giudice di merito (v. Cass., Sez. U., 26 marzo 1997, n. 2665; Cass. 29 luglio 2000, n. 10002; Cass. 9 maggio 2003, n. 7157; Cass. 23 giugno 2003, n. 9964; Cass. 8 maggio 2008, n. 11372).

Dei contratti collettivi pur non applicabili direttamente al rapporto dedotto in giudizio il giudice di merito può, dunque, avvalersi per determinare i diritti e gli obblighi anche dei soggetti non appartenenti alle associazioni stipulanti (v. anche Cass. 8 aprile 1980, n. 2254).


Cass. n. 6428/2018 

Gli sgravi, come pure gli altri interventi di fiscalizzazione degli oneri sociali (entrambi finanziati da risorse provenienti dal bilancio dello Stato, e, quindi dalla fiscalità generale) in quanto riducono il costo del lavoro per addetto,  contribuiscono a rendere le aziende più competitive – rispetto ai competitori esteri – e favoriscono l’occupazione Cass. n. 6322 del 2001.

Si tratta, quindi, della concessione di sgravi subordinatamente alla erogazione ai dipendenti delle aziende interessate di un trattamento retributivo non inferiore a quello minimo previsto dalla disciplina collettiva (c.d. clausola sociale). Si estende, cioè, senza violare l’art. 39 Cost., l’efficacia soggettiva del contratto collettivo, attraverso un incentivo che coinvolge l’autonomia collettiva ai livelli alti di rappresentatività (si pensi ai c.d. “contratti gestionali” su cui, per tutte, cfr. Corte cost. n. 268 del 1994 o alla previsione dell’ art. 36 dello Statuto dei lavoratori, sulla cui legittimità si è pronunziata la Corte costituzionale con sentenza n. 226 del 1998).

L’art. 10 della I. n. 30 del 2003 laddove sostituendo l’articolo 3 del decreto legge 22 marzo 1993, n. 71, convertito dalla legge 20 maggio 1993, n. 151, ha subordinato il riconoscimento di «benefici normativi e contributivi » previsti per le imprese artigiane, commerciali e del turismo rientranti nella sfera di applicazione degli accordi e contratti collettivi nazionali, regionali e territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, all’integrale rispetto degli accordi e contratti citati, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, si riferisce ai benefici derivanti da sgravi e da fiscalizzazione degli oneri sociali e non all’ipotesi di aliquota contributivaridotta.


Cass. n. 19639/2015 

In materia di sgravi contributivi, di fiscalizzazione di oneri sociali, di contratti di riallineamento e similari l’aspetto prevalente delle diverse vicende è rappresentato dal rilievo pubblicistico che tali istituti assumono in quanto destinati ad operare nell’area pubblica dell’economia, con effetti di tutela anche diritti fondamentali dei lavoratori.

In base al principio della libertà sindacale — tutelato non soltanto dall’art. 39 Cost., ma anche dal precedente art. 2 poiché il sindacato rientra fra le formazioni sociali ivi previste — va dato seguito all’indirizzo già espresso da questa Corte secondo cui il rilievo pubblicistico dei suddetti benefici e le finalità che con essi il legislatore ha inteso perseguire, consentono di disciplinare il trattamento economico e normativo dei dipendenti delle imprese, fatti salvi in ogni caso i diritti fondamentali del lavoratore di cui all’art. 36 Cost., sulla base di una contrattazione collettiva di un settore produttivo diverso da quello in base al quale va invece determinata la classificazione ai fini previdenziali ed assistenziali o ai fini del godimento di incentivi o della fiscalizzazione degli oneri sociali, settori questi nei quali la classificazione delle imprese, proprio per gli anzidetti profili pubblicistici, deve avvenire sulla base di criteri oggettivi e predeterminati anche per evitare possa trovare spazio quella libertà e quella flessibilità di regolamentazione che caratterizza, in linea generale, il trattamento normativo ed economico dei lavoratori e che consente alle parti sociali di scegliere — seppure entri certi limiti — la contrattazione collettiva destinata a meglio regolare il rapporto di lavoro tra la impresa ed i propri dipendenti (conf. Cass. 7 agosto 2000, n. 10374).


Cass. n. 801/2012

L’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo di quella che sarebbe dovuta, ai lavoratori di un determinato settore, in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale; si tratta del ed. ‘minimale contributivo secondo il riferimento ad essi operato, con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale, dall’art. 1 del DL 9 ottobre 1989 n. 338, convertito nella legge 7 dicembre 1989 n. 389 (conf. Cass. n. 6817/2003 – Cass. S.U. n. 11199/2002).

Con la legge del 1989 si è dunque posto un limite minimo “incomprimibile” di retribuzione valevole esclusivamente ai fini previdenziali, al di sotto del quale non si può scendere, con la precisazione che resta ferma la piena operatività degli accordi collettivi diversi da quelli stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale (ad es. gli accordi aziendali), ovvero gli accordi individuali, quando determinino una retribuzione superiore al minimale.

Invero è peculiare che la norma fondante la regola del minimale ossia l’art. 1 del DL 338/89 convertito in legge 389/89 sia oltremodo imprecisa sul punto, richiamando detto obbligo facendo riferimento “alle retribuzioni stabilite … dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale” senza però precisare che la contrattazione collettiva richiamata deve essere quella propria del settore in cui l’impresa datrice di lavoro opera. Il richiamo alla categoria è però contenuto dalla successiva legge interpretativa, si tratta dell’art. 2 venticinquesimo comma della legge n. 549 del 1995, il quale dispone che “L’art. 1 del DL 338/89 convertito con modificazioni in legge 389/89 si interpreta nel senso che in caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la medesima categoria, la retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi è quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative della categoria” Invero per “categoria” non si può che intendere come il settore produttivo in cui opera l’impresa, risultando altrimenti incongruo l’obbligo di applicazione, sia pure ai soli fini contributivi, di una contrattazione collettiva vigente in un settore diverso, stante il rilievo pubblicistico della materia, che non può consentire riserve a scelte soggettive, pena, diversamente, l’illogicità del sistema.

La classificazione delle imprese ai fini previdenziali e assistenziali (nonché ai fini del godimento di incentivi, della fiscalizzazione degli oneri sociali o dell’ammissione alla cassa integrazione guadagni) deve avvenire, atteso il rilievo pubblicistico delle previsioni in materia, alla stregua di criteri oggettivi e predeterminati che non lascino spazio a scelte discrezionali o a processi di “autodeterminazione normativa”, mentre, in relazione al trattamento economico e normativo dei lavoratori, è consentito alle parti sociali – sia pure nei limiti del rispetto dei diritti fondamentali garantiti al lavoratore dall’art. 36 Cost. – scegliere la contrattazione collettiva destinata a meglio regolare il rapporto, stante il principio di libertà sindacale e la non operatività dell’art. 2070 cod. proc. civ. nei riguardi della contrattazione collettiva dì diritto comune. (conf. Cass. n. 12345/1999).

Il principio secondo cui il primo comma dell’art. 2070 cod. civ. non opera nei riguardi della contrattazione collettiva di diritto comune non assume alcuna influenza nell’ipotesi in cui si controverte in relazione ai benefici della fiscalizzazione degli oneri sociali. In considerazione, infatti, del rilievo pubblicistico di tali benefici e delle finalità che con essi il legislatore ha inteso perseguire, il relativo riconoscimento non può prescindere dall’applicazione da parte dell’impresa ai propri dipendenti dei contratti collettivi nazionali vigenti per il settore di appartenenza dell’impresa. (con. Cass. n. 12721/1998).


Cass. S.U. 11199/2002  

L’importo della retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo di quella che ai lavoratori di un determinato settore sarebbe dovuta in applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle associazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, secondo il riferimento ad essi fatto – con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale – dall’art. 1 DL n. 338 del 1989, senza le limitazioni derivanti dall’applicazione dei criteri di cui all’art. 36 Cost., che sarebbero giustificate solo ove a detti contratti si dovesse ricorrete – con incidenza sul distinto rapporto di lavoro – ai fini della determinazione della giusta retribuzione.


Sulla disciplina delle Società Cooperative

C. Cost. n. 51/2015  

L’articolo 7, comma 4, D.L. 248/2007, conv. in L. n. 31/2008 si propone di contrastare forme di competizione salariale al ribasso, in linea con l’indirizzo giurisprudenziale che, da tempo, ritiene conforme ai requisiti della proporzionalità e della sufficienza (art. 36 Cost.) la retribuzione concordata nei contratti collettivi di lavoro firmati da associazioni comparativamente più rappresentative (conf. Cassazione n. 17583 del 2014).


Cass. n. 17583/2014 

Il contratto collettivo nazionale è applicabile, anche prima dell’entrata in vigore del Regolamento, ai soci delle cooperative e queste ultime sono, pertanto, tenute a corrispondere un trattamento economico non inferiore ai minimi contrattuali previsti da tale contratto, i quali vanno rispettati oltre che per i minimi retributivi c9stituzionaLi, anche per le altre voci retributive contrattuali. Il regolamento non può contenere disposizioni derogatorie di minor favore rispetto ai trattamenti retributivi previsti dai contratti collettivi nazionali e la clausola eventualmente contenente disposizioni peggiorative è nulla. Né dal contesto delle disposizioni di cui alla legge 142/01 emerge che l’intento del legislatore sia stato quello di procrastinare l’applicazione del contratto collettivo all’entrata in vigore del Regolamento, quanto piuttosto quello di, demandare a quest’ultimo possibilità derogatorie, escluse, ttittavia, nei riguardi dei soci lavoratori subordinati in relazione a trattamenti retributivi previsti dai contratti collettivi nazionali del settore di appartenenza o della categoria affine (conf. Cass. 19832/2013).

Si vedano anche:

Circ. INPS n. 40/1996   Circ. INPS 40/1996.pdf

Nota Min. Lav. n. 5623/2015 Nota 5623:2015.pdf

Circ. Min Lav. 7068/2015    Circ. 7068/2015.pdf

Circ. Ispettorato Nazionale del Lavoro 3/2018  Circ. 3/2018.pdf