Cass. n. 24877/2019

Devono in proposito richiamarsi le seguenti pronunce:

Sez. U n. 28269/2005, la quale ha stabilito che il referendum del 1995, abrogativo del secondo comma dell’art. 26 dello Statuto dei lavoratori, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995 non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo.

Pertanto, ben possono i lavoratori, nell’esercizio della propria autonomia privata ed attraverso lo strumento della cessione del credito in favore del sindacato – cessione che non richiede, in via generale, il consenso del debitore -, richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi sindacali da accreditare al sindacato stesso; qualora il datore di lavoro affermi che la cessione comporti in concreto, a suo carico, un nuovo onere aggiuntivo insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale e perciò inammissibile ex artt. 1374 e 1375 cod. civ., deve provarne l’esistenza.

L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del contratto di cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finché il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi.

Il rifiuto del datore di lavoro di effettuare tali versamenti, qualora sia ingiustificato, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività” (conformi, fra le molte, n. 13250/2006; n. 16186/2006; n. 16383/2006; n. 19275/2008; n. 21368/2008).

Cass. n. 13886/2012, la quale, nel ribadire che il referendum del 1995 abrogativo dell’art. 26, secondo comma, I. n. 300/1970, ed il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995, non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo legale, sicché i lavoratori, nell’esercizio della autonomia privata e mediante la cessione del credito in favore del sindacato, possono chiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono, ha precisato che “il datore di lavoro, il quale affermi che la cessione comporta in concreto, a suo carico, un onere aggiuntivo insostenibile in rapporto all’organizzazione aziendale ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., che la gravosità della prestazione è tale da giustificare il suo inadempimento, dovendosi escludere che l’insostenibilità dell’onere possa risultare semplicemente dall’elevato numero di dipendenti dell’azienda, dovendosi viceversa operare una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità dell’organizzazione aziendale, tenuto conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti ha, di norma, una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione. (Principio affermato ai sensi dell’art. 360 bis, n. 1, cod. proc. civ.)”.

Cass. n. 2314/2012, per la quale “in tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, l’art. 52 del D.P.R. 5 gennaio 1950 n. 180, come modificato dall’art. 13 bis del d.l. 14 marzo 2005 n. 35, convertito dalla legge 14 maggio 2005 n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5 del medesimo D.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti.

Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale” (conformi n. 20723/2013; n. 18548/2015).


Cass. n. 24612/2019

E’ stato affermato da questa Corte a Sezioni Unite che il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di eseguire i pagamenti, secondo il tipo negoziale della cessione del credito, “configura un inadempimento che, oltre a rilevare sotto il profilo civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto oggettivamente idonea a limitare l’esercizio dell’attività e dell’iniziativa sindacale”.

Il carattere antisindacale della condotta sussiste sia dal lato del lavoratore, sotto il profilo della limitazione del diritto a scegliere, e a vedere attuato, lo strumento ritenuto più utile ai fini della partecipazione all’attività sindacale; sia dal lato dell’organizzazione destinataria del contributo associativo, posto che l’effetto del rifiuto è quello di privare i sindacati “della possibilità di percepire con regolarità la fonte primaria di sostentamento per lo svolgimento della loro attività e posti in una situazione di debolezza, non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche delle altre organizzazione sindacali con cui sono in concorrenza.

Se l’esigenza essenziale è – come precisato – quella di assicurare al sindacato una fonte regolare di sostentamento per lo svolgimento della sua attività, non vi è equivalenza funzionale fra di essi, tenuto conto che la cessione di credito opera direttamente sulla retribuzione, e quindi garantisce l’immediata percezione del contributo associativo, mentre l’esecuzione dell’ordine di bonifico dipende dall’esistenza sul conto corrente di adeguata provvista.


Cass. n. 13857/2019

“In tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, il D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, art. 52, come modificato dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 13- bis, convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5, del medesimo D.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti.

Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale”.


Cass. n. 31079/2018

Il referendum del 1995, abrogativo dell’art. 26, comma 2, Legge 20/5/1970 n. 300 e del susseguente d.P.R. 28/7/1995 n. 313 non ha determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo legale, sicché i lavoratori, nell’esercizio della autonomia privata e mediante la cessione del credito in favore del sindacato, possono chiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono (Cass. 02/08/2012 n. 13886; Cass. 10/09/2013 n. 20723).

E’ « del tutto valida per far sorgere il diritto delle 0o.ss. al versamento dei contributi sindacali … la delega di pagamento prevista dall’art. 12 del c.c.n.I., essendo rimesso all’autonomia privata il compito di colmare il “vuoto” conseguente al referendum del 1995».

La ricostruzione della sentenza impugnata nel senso di un «diritto» delle Organizzazioni sindacali al versamento dei contributi sindacali, con implicita necessaria configurazione di una correlativa posizione di obbligo a carico della parte datoriale, direttamente fondata sulla previsione collettiva, esclude in radice la configurabilità di una cessione del credito che, come noto, si configura quale negozio di trasferimento del credito il quale non richiede la partecipazione negoziale del debitore ceduto nei confronti del quale il trasferimento è destinato a spiegare efficacia

In tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, l’art. 52 del d.P.R. 05/01/ 1950 n. 180, come modificato dall’art. 13-bis del d.l. 14/03/ 2005 n. 35, convertito dalla legge 14/05/ 2005 n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5, del medesimo d.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti.

Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale (Cass. 17/02/2012 n. 2314; Cass. 10/09/2013 n. 20723).


Cass. n. 5321/2017  

Tale pagamento resta dovuto solo se e in quanto il lavoratore aderisca al sindacato, di guisa che il recesso del primo si pone non già come revoca della cessione del credito (non configurabile nel nostro ordinamento), bensì come cessazione della causa del pagamento per sopravvenuto venir meno del collegamento con il negozio di base (quello di adesione sindacale).

La sentenza n. 28269/05 delle S.U. ha chiarito che l’eventuale aggravamento della posizione del debitore ceduto (cioè del datore di lavoro), meramente ventilato dall’odierna ricorrente (ma non provato, come si evince dalla motivazione della sentenza impugnata), ex 1218 c.c. deve essere provato dal debitore medesimo.

Tale prova non può desumersi puramente e semplicemente dall’elevato numero di dipendenti dell’azienda, dovendosi viceversa operare una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità dell’organizzazione aziendale, tenuto conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti ha, di norma, una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione (espressamente in tal senso v. Cass. n. 13886/12).


Cass. n. 20439/2015

In materia di trattenute sindacali si è affermato che il referendum del 1995, abrogativo dell’art. 26 st. lav., comma 2, e il susseguente D.P.R. n. 313 del 1995, non hanno determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datare di lavoro, ma è soltanto venuto meno il relativo obbligo. I lavoratori, pertanto, possono richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono – Tale atto deve essere qualificato cessione del credito (art. 1260 c.c., e segg.) (S.U. 28269/2005).

In conseguenza di detta qualificazione, non necessita, in via generale, del consenso del debitore (cfr. art. 1260 c.c.) (S.U. 28269/2005)e quindi di un apposita previsione nella contrattazione collettiva. Non osta il carattere parziale e futuro del credito ceduto: la cessione può riguardare solo una parte del credito ed avere ad oggetto crediti futuro (S.U. 28269/2005, nonché Cass. 19501/2009).

L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del negozio di cessione del credito, ma può ,. giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finché il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi (S.U. 28269/2005). Non si può ritenere provata l’insostenibilità dell’onere in ragione, esclusivamente, dell’elevato numero di dipendenti dell’azienda, ma dovrà operarsi una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità della organizzazione aziendale, tenendo conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti di norma avrà una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione (Cass. 20 aprile 2011, n. 9049).

In tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, l’art. 52 del d.P.R. 5 gennaio 1950 n. 180, come modificato dall’art. 13-bis del d.l. 14 marzo 2005 n. 35, convertito dalla legge 14 maggio 2005 n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5, del medesimo d.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti. Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale (Cass. 2314/2012 e Cass. 20723/2013 nonché Cass. 27430/2014).


Cass., n.  9325/2013   

Detto orientamento, ormai consolidato, fondato sull’istituto della cessione del credito, deve ritenersi pertanto formatosi a prescindere dall’esito del referendum, che non ha inciso sulla natura dell’istituto, e tiene conto dello specifico meccanismo della cessione, e che pertanto il lavoratore, anziché corrispondere direttamente la quota sindacale, adempie alla sua obbligazione di pagamento verso l’associazione non percependo una parte della retribuzione che, su incarico del lavoratore stesso, viene versata dal datore di lavoro al sindacato, con i privilegi da cui è assistita, ex art. 1263 c.c., comma 1.


Cass. n. 13886/2012 – Cass. n. 2314/2012

Qualora il datore di lavoro sostenga che la cessione comporti in concreto, a suo carico, una modificazione eccessivamente gravosa dell’obbligazione, implicante un onere insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale e perciò inammissibile, ha l’onere di provare, ai sensi dell’art. 1218 c.c., che la gravosità della prestazione è tale da giustificare il suo inadempimento (S.U. 28269/2005).
L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del negozio di cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finchè il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi (S.U. 28269/2005).
Non si può ritenere provata l’insostenibilità dell’onere in ragione, esclusivamente, dell’elevato numero di dipendenti dell’azienda, ma dovrà operarsi una valutazione di proporzionalità tra la gravosità dell’onere e l’entità della organizzazione aziendale, tenendo conto che un’impresa con un elevato numero di dipendenti di norma avrà una struttura amministrativa corrispondente alla sua dimensione (Cass. 20 aprile 2011, n. 9049).

Il datore di lavoro che in presenza di un atto di cessione del credito relativo alle quote sindacali, rifiuti senza giustificazione di effettuare il versamento, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto pregiudica sia i diritti individuali dei lavoratori di scegliere liberamente il sindacato al quale aderire, sia il diritto del sindacato stesso di acquisire dagli aderenti i mezzi di finanziamento necessari allo svolgimento della propria attività (S.U. 28269/2005).


Cass. n. 9049/2011

L’eccessiva gravosità della prestazione, in ogni caso, non incide sulla validità e l’efficacia del contratto di cessione del credito, ma può giustificare l’inadempimento del debitore ceduto, finché il creditore non collabori a modificare le modalità della prestazione in modo da realizzare un equo contemperamento degli interessi.

Il datore di lavoro deve provare che la cessione comporta un nuovo onere aggiuntivo “insostenibile in rapporto alla sua organizzazione aziendale” e perciò inammissibile ex artt. 1374 e 1375 c.c.

Un’impresa con un elevato numero di dipendenti di norma avrà una struttura amministrativa parametrata alla sua dimensione. Il numero di dipendenti non può, da solo, fondare la decisione. Se tale criterio dovesse essere considerato esaustivo e dirimente, si perverrebbe alla conclusione che le imprese di medie e piccole dimensioni sarebbero tenute a operare le trattenute sindacali richieste dai lavoratori, mentre tale onere non varrebbe per le imprese di grandi dimensioni. Con un risultato palesemente iniquo e non conforme ai principi di diritto, richiamati dalle Sezioni unite, che regolano la materia.


Cass., S.U., n. 28269/2005

La Corte, a sezioni unite, giudica  componendo il contrasto tra le sentenze che hanno in precedenza deciso la questione, ritenendo alcune non utilizzabile l’istituto della cessione del credito per versare al sindacato le quote associative (Cass. n. 1968/2004; Cass. n. 10616/2004), fornendo altre risposta di segno affermativo e ritenendo altresì antisindacale il rifiuto di pagamento opposto dal datore di lavoro (Cass. n. 3917/2004; Cass. n. 14032/2004).

L’abrogazione referendaria dell’art. 26, commi 2 e 3, Statuto dei lavoratori, non ha certo determinato un “vuoto” nella regolamentazione della materia, ma – come precisato dalla Corte costituzionale in relazione all’intento dei promotori (sent. n. 13/1995), ha “restituito” all’autonomia contrattuale la materia già disciplinata dalla legge in termini di prestazione imposta al datore di lavoro, cosicché resta ammissibile, senza limitazioni, il ricorso a tutti i possibili strumenti negoziali che consentono di realizzare lo scopo di versare ai sindacati la quota associativa mediante ritenuta sulla retribuzione, altrimenti si attribuirebbero all’istituto del referendum non i soli effetti abrogativi che gli sono propri, ma anche effetti propositivi.

La cessione del credito ha funzione di pagamento della quota sindacale e il pagamento è dovuto dal lavoratore soltanto finché ed in quanto aderisce al sindacato, in forza di un contratto dal quale il recesso ad nutum è garantito dai principi inderogabili di tutela della libertà sindacale del singolo lavoratore. I pagamenti eventualmente eseguiti dal datore di lavoro successivamente alla “revoca della delega” (che non è revoca della cessione, come tale inconcepibile, ma cessazione della sua causa per sopravvenuta inesistenza nel collegamento con il negozio di base) sono effettuati a soggetto diverso dal creditore ed avranno effetto liberatorio soltanto se il debitore non ha avuto conoscenza della cosiddetta “revoca” (art. 1189 c.c.).

Il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di eseguire i pagamenti configura un inadempimento che, oltre a rilevare sotto il profilo civilistico, costituisce anche condotta antisindacale, in quanto oggettivamente idonea a limitare l’esercizio dell’attività e dell’iniziativa sindacale. L’effetto del rifiuto è quello di privare i sindacati che non hanno stipulato i contratti collettivi della possibilità di percepire con regolarità la fonte primaria di sostentamento per lo svolgimento della loro attività e posti in una situazione di debolezza, non solo nei confronti del datore di lavoro, ma anche delle altre organizzazione sindacali con cui sono in concorrenza.


Cass. n. 1968/2004

La cessione del credito, in generale, non costituisce un autonomo tipo negoziale, coincidendo con lo schema negoziale di volta in volta idoneo ad operare e a giustificare il trasferimento; l’ostacolo ad impiegare l’istituto per il pagamento della quota associativa al sindacato sarebbe da ravvisare nell’incompatibilità strutturale tra l’impossibilità di una revoca immediata senza il consenso del sindacato beneficiario (propria dell’istituto della cessione del credito, conformemente alla sua natura che la connota come una forma di alienazione di diritti) e la revocabilità immediata dell’atto volontario di contribuzione sindacale obbligatoriamente discendente dal principio di libertà sindacale ex art. 39 Cost.

Cass. n. 10616/2004

L’elemento rilevante, ai fini di escludere la praticabilità della cessione del credito, va individuato negli oneri aggiuntivi, in termini pecuniari ed organizzativi, che detto negozio determinerebbe a carico del datore di lavoro.


Cass. 3917/2004 e Cass. 14032/2004:

Lo schema più calzante, in cui inquadrare la fattispecie secondo i canoni civilistici, è quello della cessione di credito, la quale indubbiamente vale a far sorgere l’obbligazione nei confronti del debitore ceduto (datore di lavoro) anche senza il suo consenso. a) Si osserva infatti che la cessione è una facoltà riconosciuta in via generale al creditore, giacchè la legge la impedisce solo nei casi in cui il credito sia strettamente personale, ovvero sia vietata dalla legge.

L’istituto della cessione del credito è applicabile in via generale, e quindi, in mancanza di divieti, opera anche in relazione ai contratti ad esecuzione continuata e periodica, qual è il contratto di lavoro.

Va considerato tuttavia che il debitore resta soggetto alla facoltà della controparte di cessione del credito perchè si suppone che sia indifferente per lui adempiere alla parte originaria, ovvero al cessionario.

Ma ove la cessione debba essere reiterata, come accade nella specie, in cui sorge la necessità per il debitore di porre in essere una apposita struttura organizzativa per farvi fronte, non si può escludere che l’equilibrio contrattuale venga alterato, giacchè all’obbligazione originaria concernente il pagamento della retribuzione viene ad aggiungersi quella ulteriore di trattenere mensilmente una parte di essa e di procedere al versamento nei confronti del soggetto designato.

La fattispecie va allora regolata sulla base delle norme di integrazione dei contratti, ossia quella per cui ex art. 1374 cod. civ. il contratto obbliga le parti non solo a quanto è nel medesimo espresso, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo legge (la facoltà di cessione del credito) e quella per cui ilcontratto deve essere eseguito secondo buona fede ( art. 1375 cod. civ.).

Ne consegue che l’aggravio per il datore ed il conseguente squilibrio contrattuale non possono ritenersi sempre sussistenti e quindi tali quindi da precludere a priori l’applicazione dell’istituto, ma dipende dalle fattispecie concrete; soprattutto, in via generale, dalle dimensioni dell’impresa cui fa capo una adeguata articolazione organizzativa, per cui in alcuni casi, ma in altri no, si può riscontrare l’effettiva esistenza a carico del datore di un onere aggiuntivo insostenibile rispetto alla obbligazione originaria consistente nel mero pagamento della retribuzione.