Cass. n. 21743/2020

La questione prospettata è relativa alla disciplina applicabile nell’ipotesi in cui occorre valutare l’aggravamento dei postumi cagionati da un infortu nio occorso in epoca antecedente alla data di entrata in vigore della nuova disciplina dell’indennizzo corrisposta dall’Inali ai sensi dell’art. 13 d.lgs. n. 38 del 2000.

Tale articolo 13, al comma due, prevede che in ipotesi di danni conseguenti ad infortuni sul lavoro verificatisi, nonché a malattie professionali denunciate, a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 3, l’INAIL, in luogo della prestazione di cui all’articolo 66, primo comma, numero 2), del testo unico n. 1124 del 1965, eroga l’indennizzo previsto e regolato dalle disposizioni dettate in seguito dalla stesso articolo ed includenti, come è noto, anche il danno biologico nell’ipotesi in cui la percentuale di menomazione superi il 16 per cento nonché il solo danno biologico, in capitale, tra il 6 ed il 15 per cento di menomazione.

Le menomazioni in oggetto, conseguenti alle lesioni dell’integrità psicofisica di cui al comma 1 dell’art. 13 cit., sono valutate in base a specifica “tabella delle menomazioni”, comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali ed ai sensi del comma 3, i relativi criteri applicativi e i successivi adeguamenti sono approvati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale su delibera del consiglio di amministrazione dell’INAIL. In sede di prima attuazione il decreto ministeriale è emanato entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo.

Questa Corte di cassazione (Cassazione 4 febbraio 2015, n.1998; Cass. n. 9956 del 2011) ha affermato che il nuovo regime introdotto dal D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13 si applica unicamente ai danni conseguenti ad infortuni sul lavoro e a malattie professionali verificatisi o denunciati successivamente all’entrata in vigore del D.M. 12 luglio 2000, recante le tabelle valutative del danno biologico.

Ne consegue che, in caso di malattia (od infortunio) denunciata dall’interessato prima del 9 agosto 2000,  la stessa deve essere valutata in termini d’incidenza sull’attitudine al lavoro del richiedente, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 74, e può dar luogo ad una rendita per inabilità permanente solo in caso di riduzione di tale attitudine in misura superiore al 10 per cento.

Il D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13 ha introdotto un nuovo sistema di liquidazione del danno conseguente agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, prevedendo, per la prima volta, la liquidazione del danno biologico (pertanto indipendentemente da una riduzione della capacità di produzione di un reddito da parte del lavoratore colpito), in capitale, in caso di menomazioni di grado pari a 6% e inferiore a 16% e mediante una rendita, per le menomazioni di grado superiore ed aggiungendo in quest’ultimo caso una ulteriore quota di rendita per le conseguenze patrimoniali, commisurata al grado di menomazione, alla retribuzione dell’assicurato e sulla base di una apposita nuova tabella dei coefficienti.

In precedenza, la disciplina relativa alla materia degli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali, stabilita dal D.P.R. n. 1124 del 1965, prevedeva viceversa un indennizzo dei postumi permanenti rappresentati da una riduzione della capacità lavorativa del dipendente oltre la soglia del 10%, secondo quanto stabilito dall’art. 74 del decreto presidenziale citato, superata anche in caso di aggravamento successivo dipendente dal medesimo infortunio o malattia professionale (D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 83, comma 8).

Tale diversità di disciplina giustifica la disposizione della L. n. 38 del 2000, art. 13 secondo la quale il nuovo sistema è applicabile unicamente per “i danni conseguenti ad infortuni sul lavoro e a malattie professionali verificatisi o denunciati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui al comma 5”, (poi emanato il 12 luglio 2000), laddove la locuzione “verificatisi o denunciati” si riferisce chiaramente agli infortuni e alle malattie professionali, che sono oggetto della denuncia di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 52 e 53 e non i danni che superino la soglia indicata dalla legge, accettabili unicamente a posteriori anche quanto alla decorrenza degli stessi (diversamente, del resto, ne deriverebbe l’impossibilità di stabilire a priori i criteri con cui operare la valutazione in un caso, come quello in esame, di aggravamento successivo dei danni da malattia professionale insorta o denunciata prima della nuova disciplina), (cfr. ord. sez. lav. n. 9956/2011).

Poiché nel caso in esame l’infortunio dal quale sono derivati i postumi dei quali si afferma l’aggravamento si è verificato il 23 maggio 2000, i relativi postumi permanenti vanno valutati in termini di incidenza sulla attitudine al lavoro.

In base a tali considerazioni, ai fini dell’individuazione della disciplina applicabile, non può farsi riferimento, come invece ha fatto la sentenza impugnata che ha condiviso l’operato del c.t.u., alla disciplina vigente al momento delta domanda di riconoscimento dell’aggravamento presentata all’INAIL nel maggio 2007 ma occorre avere riguardo esclusivamente alla data dell’infortunio lavorativo, pacificamente verificatosi il 23 maggio 2000; la sentenza impugnata ha quindi errato nel ritenere applicabile la disciplina di cui al D.Lgs. n. 38 del 2000, in luogo del previgente regime di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965.

Secondo tale regime, l’indennizzo a carico dell’INAIL si riferisce esclusivamente alla riduzione della capacità lavorativa e, anche in base all’interpretazione della Corte costituzionale (sentenze n. 319 del 1989, n. 356 e n. 485 del 1991), non comprende una quota volta a risarcire il danno biologico, atteso che la configurabilità concettuale della duplice conseguenza (patrimoniale e non patrimoniale) del danno alla persona non significa che il diritto positivo prevedesse un “danno biologico previdenziale patrimoniale”, sicché va escluso che parte del danno biologico risulti coperto dalla rendita corrisposta dall’INAIL per la riduzione della capacità di lavoro generica, giacché le indennità erogate dall’Istituto assicuratore sono collegate e commisurate esclusivamente ai riflessi che la menomazione psico-fisica ha sull’attitudine al lavoro dell’assicurato, mentre nessun rilievo assumono gli svantaggi, le privazioni e gli ostacoli che la menomazione comporta con riferimento agli ambiti diversi da quelli riconducibili all’attitudine al lavoro, benché in tali ambiti resti compresa la stessa capacità di lavoro, ma in relazione a considerazioni ed effetti assolutamente differenti ( Cassazione n. 26165 del 2015).

Nell’ipotesi di infortunio precedente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 38/2000, l’esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni subiti dal lavoratore infortunato e la limitazione dell’azione risarcitoria di quest’ultimo al cosiddetto danno differenziale non riguardano quelle componenti del danno che non formano oggetto della copertura assicurativa, quali il danno alla salute, o biologico, ed il danno morale di cui all’art. 2059 cod. civ., l’integrale risarcimento dei quali può sempre essere richiesto autonomamente, e non a titolo di danno differenziale, indipendentemente dall’entità dell’indennizzo assicurativo.

Questa Corte, relativamente agli infortuni occorsi prima dell’entrata in vigore del d.llgs. n. 38/2000 e dell’emanazione del DM 12.7.2000 ha, infatti, ritenuto che al fine della liquidazione equitativa del danno biologico lamentato e richiesto nei confronti del datore di lavoro, è ben possibile il ricorso alla misura degli indennizzi fissati nelle tabelle INAIL, elaborate per la liquidazione del danno biologico di origine lavorativa, estesa nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria con riguardo agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate a decorrere dalla data di pubblicazione del suddetto decreto ministeriale, e cioè dal 25 luglio 2000, con conseguente corrispondente esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile (v. Cass. 17 luglio 2015, n. 15074; Cass. 8 febbraio 2011, n. 3048).