Cass. n. 21318/2019

Alla luce della evoluzione registrata dalla giurisprudenza di legittimità, la qualifica di dirigente non spetta al solo prestatore di lavoro che, come “alter ego” dell’imprenditore, ricopra un ruolo di vertice nell’organizzazione o, comunque, occupi una posizione tale da poter influenzare l’andamento aziendale, essendo invece sufficiente che il dipendente, per l’indubbia qualificazione professionale, nonché per l’ampia responsabilità in tale ambito demandata, operi con un corrispondente grado di autonomia e responsabilità, dovendosi, a tal fine, far riferimento, in considerazione della complessità della struttura dell’azienda, alla molteplicità delle dinamiche interne nonché alle diversità delle forme di estrinsecazione della funzione dirigenziale (non sempre riassumibili a priori in termini compiuti) ed alla contrattazione collettiva di settore, idonea ad esprimere la volontà delle associazioni stipulanti in relazione alla specifica esperienza nell’ambito del singolo settore produttivo (Cass. 04/08/2017 n. 19579; Cass. 08/03/1990 n. 1877).

In questa prospettiva è stata affermata la necessità di valorizzazione della contrattazione collettiva e delle prassi sindacali che hanno portato al riconoscimento della qualifica dirigenziale anche a lavoratori che, pur non investiti di quei poteri di direzione necessari per richiamare la nozione di “alter ego” dell’imprenditore, sono in possesso di elevate conoscenze scientifiche e tecniche o, comunque, sono dotati di professionalità tale da collocarsi in condizioni di particolare forza nel mercato del lavoro (Cass. /10/2016 n. 20805), e puntualizzato che in presenza di definizione da parte della disciplina collettiva (che, adeguandosi all’evoluzione delle forme di organizzazione imprenditoriale, può assegnare rilievo a tratti distintivi diversi da quelli minimi caratterizzanti la figura ex lege), la nozione legale di dirigente prevale sulla definizione contrattuale solo se questa risulti più restrittiva (Cass. 03/04/1992 n. 4103), situazione esclusa nel caso di specie nel quale il lavoratore lamenta, al contrario, «l’ampiezza>> eccessiva della nozione di dirigente individuata dalla contrattazione collettiva (n.d.r.: la pronuncia ha legittimato l’inquadramento dirigenziale del Comandante di aeromobile).


Cass. n. 32880/2018

La qualifica di dirigente non spetta al solo prestatore di lavoro che, come “alter ego” dell’imprenditore, ricopra un ruolo di vertice nell’organizzazione o, comunque, occupi una posizione tale da poter influenzare l’andamento aziendale, essendo invece sufficiente che il dipendente, per l’indubbia qualificazione professionale, nonché per l’ampia responsabilità in tale ambito demandata, operi con un corrispondente grado di autonomia e responsabilità, dovendosi, a tal fine, far riferimento, in considerazione della complessità della struttura dell’azienda, alla molteplicità delle dinamiche interne, nonché alle diversità delle forme di estrinsecazione della funzione dirigenziale (non sempre riassumibili a priori in termini compiuti) ed alla contrattazione collettiva di settore, idonea ad esprimere la volontà delle associazioni stipulanti in relazione alla specifica esperienza nell’ambito del singolo settore produttivo” (cfr., in tali termini, da ultimo, Cass. 4.8.2017 n. 19579) (si segnala, sul punto, la pronuncia n. 7295/2018 – v. infra – che appare di orientamento opposto al principio qui espresso).

Ciò rende anche ragione della data dell’inquadramento nella qualifica dirigenziale, a prescindere dal conferimento della procura institoria.


Cass. n. 29761/2018

Ai fini della qualificazione come lavoro subordinato del rapporto di lavoro del dirigente, quando questi sia titolare di cariche sociali che ne fanno un “alter ego” dell’imprenditore (preposto alla direzione dell’intera organizzazione aziendale o di una branca o settore autonomo di essa), è necessario – ove non sussista, al pari del caso di specie qui in esame, alcuna formalizzazione di un contratto di lavoro subordinato di dirigente – verificare se il lavoro dallo stesso svolto possa comunque essere inquadrato all’interno della specifica organizzazione aziendale, individuando la caratterizzazione delle mansioni svolte, e se possa ritenersi assoggettato, anche in forma lieve o attenuata, alle direttive, agli ordini e ai controlli del datore di lavoro, nonché al coordinamento dell’attività lavorativa in funzione dell’assetto organizzativo aziendale (Cass. lav. n. 18414 in data 01/08/2013, conforme Cass. I civ. n. 9463 del 10-05-2016).


Cass. n. 9955/2018

Quello dei dirigenti è un rapporto di lavoro di natura speciale per la peculiare collocazione che ad esso va riconosciuta all’interno dell’organizzazione aziendale, richiedente la permanenza del profilo fiduciario, che non ne ha mai consentito una completa omologazione a quello degli altri lavoratori subordinati (cfr. Cass. 25 novembre 1996, n. 10445; Cass. 27 novembre 1997, n. 12001; Cass. 21 marzo 1998, n. 3000, Cass. 21 novembre 2007, n. 24246; Cass. 30 settembre, 2016).

A caratterizzare tale rapporto concorrono la collaborazione immediata con l’imprenditore per il coordinamento aziendale nel suo complesso od in un ramo importante di esso; il carattere fiduciario della prestazione; l’ampio potere di autonomia nell’attività direttiva; la supremazia gerarchica su tutto il personale dell’azienda o di un ramo importante di essa, anche senza poteri disciplinari, ma sempre con poteri organizzativi; la subordinazione esclusiva all’imprenditore o ad un dirigente superiore; e l’esistenza di un potere di rappresentanza extra o infraziendale.

Al dirigente, in sostanza, che occupa il posto più elevato nella scala gerarchica dei prestatori di lavoro subordinato, é assicurata nell’impresa una posizione che trova nel potere direttivo la sua più vera qualificazione.

L’imprenditore, singolo o collettivo, ha nel dirigente il collaboratore che lo sostituisce o lo assiste nello svolgimento delle funzioni che gli sono proprie, e l’esecutore, con discrezionale responsabilità, delle sue direttive.

Appare per ciò essenziale che in tal caso tra l’imprenditore ed il dirigente s’instauri e si mantenga un rapporto di reciproca fiducia e di positiva valutazione, ed é in armonia con questa esigenza che il vincolo possa venir meno per determinazione unilaterale solo che soggettivamente vengano considerate cessate le condizioni idonee a soddisfare la stessa.

Lo svolgimento del rapporto lavorativo, prodotto della complessa interrelazione tra impresa e lavoro, tra datore e prestatore, è permeato dall’elemento fiduciario ed è proprio la fiducia (riferita alla fase dinamica del rapporto insorto sulla base dell’intuitus personae) che giustifica e rende ragionevole la distinzione del lavoratore più elevato rispetto all’impiegato e la permanenza del recesso ad nutum.


Cass. n. 7295/2018

La qualifica di dirigente spetta soltanto al prestatore di lavoro che, come “alter ego” dell’imprenditore, sia preposto alla direzione dell’intera organizzazione aziendale ovvero ad una branca o settore autonomo di essa, e sia investito di attribuzioni che, per la loro ampiezza e per i poteri di iniziativa e di discrezionalità che comportano, gli consentono, sia pure nell’osservanza delle direttive programmatiche del datore di lavoro, di imprimere un indirizzo ed un orientamento al governo complessivo dell’azienda, assumendo la corrispondente responsabilità ad alto livello (cd. dirigente apicale); da questa figura si differenzia quella dell’impiegato con funzioni direttive, che è preposto ad un singolo ramo di servizio, ufficio o reparto e che svolge la sua attività sotto il controllo dell’imprenditore o di un dirigente, con poteri di iniziativa circoscritti e con corrispondente limitazione di responsabilità (cd. pseudo-dirigente) (Cass. n. 18165 del 2015)

Ai fini del riconoscimento della qualifica dirigenziale, è necessario e sufficiente che sia dimostrato l’espletamento di fatto delle relative mansioni, caratterizzate dalla preposizione ad uno o più servizi con ampia autonomia decisionale, e non occorre anche una formale investitura trasfusa in una procura speciale, perché richiedere anche tale requisito significherebbe subordinare il riconoscimento della qualifica ad un atto discrezionale del datore di lavoro, di per sé insindacabile, con conseguente violazione del principio della corrispondenza della qualifica alle mansioni svolte (Cass. n. 5809 del 2010).