Cass. n. 21482/2020

Mentre per il conferimento (id est la conferma) di un incarico di funzione dirigenziale, rimesso alla discrezionalità del datore di lavoro, si tiene conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati, delle attitudini e delle capacità professionali del singolo dirigente nel rispetto dei criteri generali eventualmente stabiliti dalla pubblica amministrazione (potendo il giudice solo verificare se l’operato dell’amministrazione trovi o meno fondamento nei predetti criteri generali), la revoca dell’incarico, presupponendo l’instaurazione di un rapporto contrattuale incontra i limiti legislativamente e pattiziamente stabiliti.

Dal disposto della normativa di cui all’art. 109 del d.lgs. n. 267 del 2000, rubricato “Conferimento di incarichi dirigenziali” e all’art. 13 del c.c.n.l. dirigenza enti locali 1998-2001 del 9 dicembre 1999, si ricava che la revoca di un incarico possa scaturire o da un procedimento disciplinare o dal mancato raggiungimento degli obiettivi o da esigenze riorganizzative adeguatamente motivate.

Quanto, in particolare alle indicate ragioni riorganizzative, questa Corte ha affermato che la revoca anticipata dell’incarico dirigenziale per tali esigenze, prevista dalla contrattazione collettiva, deve essere adottata con un atto formale e richiede una motivazione esplicita, fondata su ragioni attinenti al settore cui è preposto il dirigente (v. Cass. 3 febbraio 2017, n. 2972).

Nel caso di specie, invece, come è pacifico tra le parti, la revoca anticipata era scaturita da una mera rotazione di incarichi (si rileva dallo stesso controricorso dell’Amministrazione che vi era stato uno ‘scambio’ di incarichi a seguito del nuovo mandato elettorale), per effetto della quale al ricorrente era stato assegnato l’incarico di dirigente del settore traffico, trasporti, mobilità urbana e grandi infrastrutture (revocandosi di fatto quello di dirigente del settore urbanistica).

Ma tale ‘scambio’ di incarichi (peraltro, come si rileva sempre dal controricorso, limitato a tre soli settori dell’organigramma comunale: tributi, traffico-trasporti e urbanistica e senza che vi fosse una ragione diversa dall’esigenza di garantire la rotazione degli incarichi e specificamente collegata al settore cui il Dirigente era stato assegnato) non integra, evidentemente, quella riorganizzazione richiesta dalla disciplina pattizia per una revoca anticipata di un incarico dirigenziale.

Iprincipi posti dalla Corte territoriale a sostegno della legittimità del decreto del Sindaco di Brindisi n. 43/2009 (e cioè la turnazione, rotazione degli incarichi) se sono fondatamente invocabili a sostegno di una scelta di affidamento di un determinato incarico non possono avallare – stanti le indicate specifiche disposizioni normativa e pattizia – una revoca di un incarico prima della scadenza naturale dello stesso.

Si è trattato, pertanto, di revoca anticipata avvenuta al di fuori dei presupposti normativi.


Cass. n. 9294/2020

Non vigendo la regola dell’equivalenza delle mansioni non può sostenersi che la mancata assegnazione di un incarico equivalente a quello in precedenza ricoperto costituisca automaticamente fonte di danno risarcibile (si consideri che, in tema di dirigenza pubblica, è stato ritenuto che non determina un demansionamento la cessazione di un incarico di funzione e la successiva attribuzione di un incarico di studio (v. da ultimo Cass. 9 aprile 2018, n. 8674).

Se è possibile che l’assegnazione ad un nuovo incarico dirigenziale sia realizzata con modalità tali da configurare un inadempimento contrattuale per la compromissione della professionalità del lavoratore, anche nella forma della perdita di chance, ovvero per la lesione della sua dignità professionale (v. Cass. 8 novembre 2017, n. 26469, in motivazione; più in generale v. Cass. 20 giugno 2016, n. 12678 del 2016), il danno risarcibile deve essere allegato e provato dal danneggiato secondo i noti principi che presiedono all’accertamento ed alla liquidazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali, senza alcun automatismo che faccia ritenere lo stesso sussistente in re ipsa (v. Cass. 7 gennaio 2019, n. 137) e soprattutto senza che lo stesso possa coincidere (come pretenderebbe il ricorrente) con quanto sarebbe stato dovuto in forza del contratto non concluso.


Cass. n. 5546/2020

Fanno capo al dirigente due distinte situazioni giuridiche soggettive, perché rispetto alla cessazione anticipata dell’incarico lo stesso è titolare di un diritto soggettivo che, ove ritenuto sussistente, dà titolo alla reintegrazione (se possibile) nella funzione dirigenziale ed al risarcimento del danno, mentre a fronte del mancato conferimento di un nuovo incarico può essere fatto valere un interesse legittimo di diritto privato, che, se ingiustamente mortificato, non legittima il dirigente a richiedere l’attribuzione dell’incarico non conferito ma può essere posto a fondamento della domanda di ristoro dei pregiudizi ingiustamente subiti (v. Cass. 13 novembre 2018, n. 29169; Cass. 10 dicembre 2017, n. 28879; Cass. 3 febbraio 2017, n. 2972; Cass. 18 giugno 2014, n. 13867).

Non vanno, dunque, confusi il diritto soggettivo al conferimento dell’incarico e l’interesse legittimo di diritto privato correlato all’obbligo imposto alla pubblica amministrazione di agire nel rispetto dei canoni generali di correttezza e buona fede nonché dei principi di imparzialità, efficienza e buon andamento consacrati nell’art. 97 Cost., sicché il dirigente non può pretendere dal giudice un intervento sostitutivo e chiedere l’attribuzione dell’incarico, ma può agire per il risarcimento del danno, ove il pregiudizio si correli all’inadempimento degli obblighi gravanti sull’amministrazione (Cass. 23 settembre 2013, n. 21700; Cass. 24 settembre 2015, n. 18972; Cass. 14 aprile 2015, n. 7495).

Quanto a quest’ultima azione è stato richiamato il principio generale secondo cui, nel lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni (per i dirigenti statali in virtù di espressa previsione dell’art. 19 d.lgs. n. 165/2001), alla qualifica dirigenziale corrisponde soltanto l’attitudine professionale all’assunzione di incarichi dirigenziali di qualunque tipo e pertanto non è applicabile l’art. 2103 cod. civ., risultando la regola del rispetto di determinate specifiche professionalità acquisite non compatibile con lo statuto del dirigente pubblico (v. Cass. 22 dicembre 2004; Cass. 15 febbraio 2010, n. 3451; Cass. 22 febbraio 2017, n. 4621; Cass. 20 luglio 2018, n. 19442).

Non vigendo la regola dell’equivalenza delle mansioni non può sostenersi che la mancata assegnazione di un incarico equivalente a quello in precedenza ricoperto costituisca automaticamente fonte di danno risarcibile, visto che, in tema di dirigenza pubblica, la cessazione di un incarico di funzione e la successiva attribuzione di un incarico di studio non determina un demansionamento (da ultimo Cass. 9 aprile 2018, n. 8674).

Può, però, verificarsi che l’attribuzione di un incarico di studio, in ipotesi legittima, venga poi realizzata con modalità tali da configurare un inadempimento contrattuale per la compromissione della professionalità del lavoratore, anche nella forma della perdita di chance, ovvero per la lesione della sua dignità professionale (v. Cass. 8 novembre 2017, n. 26469, in motivazione; più in generale v. Cass. 20 giugno 2016, n. 12678 del 2016), eventi forieri, questi sì, di danno risarcibile, che però deve essere allegato e provato dal danneggiato secondo i noti principi che presiedono all’accertamento ed alla liquidazione dei danni patrimoniali e non patrimoniali, senza alcun automatismo che faccia ritenere sussistente un danno in re ipsa (v. Cass. 7 gennaio 2019, n. 137).

Quanto al risarcimento del danno, in conseguenza dell’inadempimento da accertarsi con le modalità indicate, una liquidazione equitativa dello stesso (certamente ammissibile: v. Cass. 10 novembre 2017, n. 2664) non potrebbe giammai prescindere dall’indicazione dei criteri seguiti per determinare l’entità del danno e degli elementi su cui è basata la decisione in ordine al ‘quantum’ (risulta, nello specifico, meramente assiomatica l’affermazione della Corte territoriale: “è fortemente presumibile il pregiudizio al patrimonio professionale e all’immagine che consegue alla condotta dell’amministrazione con conseguente condanna della stessa al risarcimento del danno che non può che essere liquidato in via equitativa tenendo conto di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi”).


Cass. n. 712/2020

Gli atti di conferimento di incarichi dirigenziali rivestono la natura di determinazioni negoziali cui devono applicarsi i criteri generali di correttezza e buona fede, alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all’art. 97 Cost., che obbligano la P.A. a valutazioni comparaive motivate, senza alcun automatismo della scelta, che resta rimessa alla discrezionalità del datore di lavoro, cui corrisponde una posizione soggettiva di interesse legittimo degli aspiranti all’incarico, tutelabile ai sensi dell’art. 2907 cod. civ., anche in forma risarcitoria; ne consegue che, ove la P.A. non abbia fornito elementi circa i criteri e le motivazioni della selezione, l’illegittimità della stessa richiederà una nuova valutazione, sempre ad opera del datore di lavoro, senza possibilità di un intervento sostitutivo del giudice, salvo i casi di attività vincolata e non discrezionale (Cass., n. 18972 del 2015), che non ricorrono nella specie.

Costituisce ulteriore specificazione di tale vincipio la suddetta posizione soggettiva di interesse legittimo di diritto privato è suscettibile di tutela giurisdizionale, anche in forma risarcitoria, a condizione che l’interessato ne alleghi e provi la lesione, nonché il danno subito in dipendenza dell’inadempimento degli obblighi gravanti sull’amministrazione, senza che la pretesa risarcitoria possa fondarsi sulla lesione del diritto al conferimento dell’incarico, che non sussiste prima della stipula del contratto con la P.A. (Cass., n. 7495 del 2015).


Cass. n. 34465/2019

Questa Corte è stata chiamata in più occasioni a pronunciare sugli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 7, della legge n. 145/2002, nella parte in cui disponeva che gli incarichi dirigenziali cessassero il sessantesimo giorno dall’entrata in vigore della stessa legge, e dell’art. 2, comma 161, del d.l. n. 262/2006, che aveva previsto la decadenza degli incarichi conferiti al personale non appartenente ai ruoli di cui all’art. 23 del d.lgs. n. 165/2001, non confermati entro il medesimo termine di sessanta giorni dall’entrata in vigore del decreto ( cfr. Cass. n. 137/2019, Cass. n. 29169/2018, Cass. n. 3092/2018, Cass. n. 26695/2017, Cass. n. 26596/2017, Cass. n. 26469/2017, Cass. n. 13869/2016, Cass. n. 3210/2016, Cass. n. 20100/2015).

Quanto al diritto del dirigente al ripristino dell’incarico Cass. n. 3210/2016, nell’affermare il principio secondo cui, a seguito della sopravvenuta pronuncia di illegittimità costituzionale delle norme disciplinatrici del cosiddetto spoil system, il dirigente illegittimamente rimosso va reintegrato nell’incarico per il tempo residuo di durata, senza che rilevi l’indisponibilità del posto eventualmente derivata da interventi organizzativi sopravvenuti nelle more, ha evidenziato che l’effetto ripristinatorio non può essere escluso nei casi in cui al momento della pronuncia di illegittimità costituzionale non si era in presenza di una situazione esaurita, la quale opera come limite all’efficacia retroattiva delle dichiarazioni di incostituzionalità.

Riprendendo e sviluppando detto principio Cass. n. 26469/2017 ha evidenziato che il rapporto può dirsi esaurito, oltre che in presenza di sentenze passate in giudicato, a fronte di fatti ed atti, parimenti rilevanti sul piano sostanziale o processuale, che producono il medesimo effetto giuridico, sicché a tal fine non è sufficiente lo spirare del termine originariamente apposto al contratto, nei casi in cui il dirigente dichiarato decaduto, prima della scadenza di detto termine e della dichiarazione di incostituzionalità, abbia tempestivamente reagito alla rimozione ed abbia agito in giudizio per contestare la legittimità dell’atto adottato.

In relazione alle pretese risarcitorie, invece, è stato evidenziato che l’efficacia retroattiva delle sentenze dichiarative dell’illegittimità costituzionale di una norma, se comporta che tali pronunzie abbiano effetto anche in ordine ai rapporti svoltisi precedentemente (eccettuati quelli definiti con sentenza passata in giudicato e le situazioni comunque definitivamente esaurite) non vale a far ritenere illecito il comportamento realizzato, in epoca antecedente alla sentenza di incostituzionalità, conformemente alla norma poi dichiarata illegittima, non potendo detto comportamento ritenersi caratterizzato da dolo o colpa, con la conseguenza che il diritto al risarcimento del danno può essere fatto valere, non dalla cessazione del rapporto, bensì per il solo periodo successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale, a condizione che a detta data non fosse già decorso anche il termine finale originariamente previsto nel contratto di conferimento dell’incarico.

E’ stata sottolineata, inoltre, da Cass. n. 26695/2017 la duplicità delle situazioni giuridiche coinvolte dall’attuazione del cosiddetto spoil system e delle conseguenti azioni esperibili nei confronti dell’amministrazione, essendo necessario distinguere la cessazione dell’incarico prevista in via generale dal legislatore ( in ogni caso dall’art. 3, comma 7, della I. n. 145 del 2002, nell’ipotesi di “mancata conferma” dall’art. 2, comma 161, del d.l. n. 262 del 2006, convertito con modificazioni dalla legge n. 286 del 2006), rispetto alla quale, per il suo carattere di automaticità, non è configurabile responsabilità dell’amministrazione se non nei limiti indicati al punto 5.4., dalla successiva attribuzione degli incarichi divenuti privi di titolare in conseguenza della cessazione automatica, attribuzione che va effettuata previa valutazione comparativa e nel rispetto dei principi generali di correttezza e buona fede.

Si è precisato al riguardo che fanno capo al dirigente due distinte situazioni giuridiche soggettive, perché rispetto alla cessazione anticipata dell’incarico lo stesso è titolare di un diritto soggettivo che, ove ritenuto sussistente, dà titolo alla reintegrazione nella funzione dirigenziale ed al risarcimento del danno, nei limiti ed alle condizioni sopra indicate, mentre a fronte del mancato conferimento di un nuovo incarico può essere fatto valere un interesse legittimo di diritto privato, che, se ingiustamente mortificato, non legittima il dirigente a richiedere l’attribuzione dell’incarico non conferito, ma può essere posto a fondamento della domanda di ristoro dei pregiudizi ingiustamente subiti;

Quanto a quest’ultima azione è stato richiamato il principio generale secondo cui, nel lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni (per i dirigenti statali in virtù di espressa previsione dell’art. 19 d. Igs. n. 165 del 2001), alla qualifica dirigenziale corrisponde soltanto l’attitudine professionale all’assunzione di incarichi dirigenziali di qualunque tipo e pertanto non è applicabile l’art. 2103 cod. civ., risultando la regola del rispetto di determinate specifiche professionalità acquisite non compatibile con lo statuto del dirigente pubblico (Cass. n. 23760 del 2004, Cass. n. 29817 del 2008; Cass. n. 3451 del 2010; Cass. n. 24035 del 2013; Cass. 15226 del 2015; Cass. n. 4621 del 2017).


Cass. n. 10567/2019

Nell’ambito dell’impiego pubblico privatizzato, in cui anche gli atti di conferimento di incarichi dirigenziali rivestono la natura di determinazioni negoziali assunte dall’amministrazione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, le norme contenute nell’art. 19, primo comma, del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, obbligano l’amministrazione datrice di lavoro al rispetto dei criteri generali di correttezza e buona fede, applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all’art. 97 Cost…

Ne deriva che la pubblica amministrazione è tenuta – fra l’altro – ad adottare adeguate forme di partecipazione ai processi decisionali e ad esternare le ragioni giustificatrici delle proprie scelte, sicché laddove tale regola non è rispettata, è configurabile un inadempimento contrattuale suscettibile, dinanzi al giudice ordinario, di produrre danno risarcibile (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 20979 del 2009, 7495 del 2015, 18972 del 2015, 2603 del 2018).

L’Amministrazione, nel conferire l’incarico dirigenziale, deve orientare la scelta in funzione del raggiungimento del preciso obiettivo indicato nel provvedimento e nell’osservanza del principio costituzionale di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione di cui all’art. 97 Cost., risolvendosi il controllo giudiziale in un’indagine sul rispetto delle regole previste, nonché sull’osservanza dei canoni di correttezza e buona fede.

La disciplina dettata dalla contrattazione collettiva dell’area della dirigenza degli enti locali relativa all’affidamento degli incarichi dirigenziali, tanto nella formulazione del CCNL del 1996, quanto in quella dei CCNL del 1999 e del 2006, impone, dunque, alle Amministrazioni locali di determinare “in via preventiva” i “criteri generali” per l’affidamento e la revoca degli incarichi dirigenziali, rispettando “…i principi stabiliti nell’art. 19 del decreto legislativo n. 29/1993” (ora art. 19 d.lgs. n. 165/01), secondo cui, nella formulazione vigente ratione temporis (prima delle modifiche apportate dal d.lgs. 150/09) “per il conferimento di ciascun incarico di funzione dirigenziale si tiene conto, in relazione alla natura e alle caratteristiche degli obiettivi prefissati, delle attitudini e delle capacità professionali del singolo dirigente…”.


Cass. n. 5191/2019

«Nel lavoro pubblico alle dipendenze di un ente locale, alla qualifica dirigenziale corrisponde soltanto l’attitudine professionale all’assunzione di incarichi dirigenziali di qualunque tipo e non consente, perciò, – anche in difetto della espressa previsione di cui all’art. 19 del d.lgs. n. 165 del 2001, stabilita per le Amministrazioni statali – di ritenere applicabile l’art. 2103 c.c., risultando la regola del rispetto di determinate specifiche professionalità acquisite non compatibile con lo statuto del dirigente pubblico» (Cass. n. 4621/2017; negli stessi termini Cass. n. 19442/2018; Cass. n. 3451/2010; Cass. n. 23760/2004).

A detto orientamento il Collegio intende dare continuità, non essendo condivisibile il diverso principio, invocato dal ricorrente ed affermato solo da Cass. n. 17095/2004, secondo cui l’inapplicabilità dell’art. 2103 cod. civ. sarebbe condizionata dalla prova dell’avvenuto adeguamento dell’organizzazione dell’ente ai principi dettati in tema di dirigenza pubblica dal d.lgs. n. 29/1993, come modificato dal d.lgs. n. 80/1998, e poi trasfusi nel d.lgs. n. 165/2001.

La qualifica dirigenziale non esprime una posizione lavorativa inserita nell’ambito di una carriera e caratterizzata dallo svolgimento di determinate mansioni, bensì esclusivamente l’idoneità professionale del dipendente (che tale qualifica ha acquisito mediante contratto di lavoro stipulato all’esito della procedura concorsuale) a svolgerle concretamente per effetto del conferimento, a termine, di un incarico dirigenziale (Cass. n. 27888/2009 e Cass. n. 29817/2008).

L’insussistenza di un diritto soggettivo del dirigente pubblico al conferimento di un incarico dirigenziale è stata desunta da tale scissione tra instaurazione del rapporto di lavoro dirigenziale e conferimento dell’incarico, scissione che giustifica anche la ritenuta inapplicabilità dell’art. 2103 cod. civ. al passaggio dall’uno all’altro incarico.


Cass. n. 263/2019

A seguito della privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, l’art. 27 del D.Lgs. n. 165 del 2001 ha imposto la riorganizzazione della Pubblica Amministrazione in relazione ai principi di cui all’art.. 4 del medesimo decreto, rendendo da subito incompatibili le norme sulla dirigenza pubblica vigenti (cfr, ex plurimis, Cass., nn. 10540 e 19025 del 2007; nn. 22890, 23567 e 25578 del 2008, n. 17367 del 2010, n. 4757 del 2011 e, più recentemente, Cass. n. 8303 del 2012, n. 20466 del 2014, nn. 664 e 17290 del 2015 e n. 12898 del 2017; da ultimo, Cass. 752 del 2018).

Ove l’ente  mantenga in via transitoria un assetto non conforme al nuovo modello organizzativo, la corrispondenza delle funzioni esercitate al modello dirigenziale, dovrà esser riferita alle nuove regole senza che assumano rilievo le eventuali attribuzioni del consiglio di amministrazione dell’ente in materia di incarichi dirigenziali, non potendo darsi ultrattività o reviviscenza di regole sulla dirigenza pubblica del tutto incompatibili con il nuovo ordinamento e non essendo ammissibile il differimento della applicazione delle nuove regole, neanche qualora si ritenga che esso trovi giustificazione in una ragione transitoria, come quella concernente il tempo di adeguamento di ciascuna realtà amministrativa ai dettami della riforma.


Cass. n. 137/2019

In più occasioni questa Corte si è pronunciata sugli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 3, co. 7, della legge n. 145/2002, nella parte in cui disponeva che gli incarichi dirigenziali cessassero il sessantesimo giorno dall’entrata in vigore della stessa legge, e dell’art. 2, co. 161, del d.l. n. 262/2006, che aveva previsto la decadenza degli incarichi conferiti al personale non appartenente ai ruoli di cui all’art. 23 del d.lgs. n. 165/2001, non confermati entro il medesimo termine di sessanta giorni dall’entrata in vigore del decreto (v. Cass. n. 20100 del 2015; Cass. n. 3210 del 2016; Cass. n. 13869 del 2016; Cass. n. 26469 del 2017; Cass. n. 26596 del 2017; Cass. n. 26695 del 2017; Cass. n. 3092 del 2018).

Circa le pretese risarcitorie, sulla scorta di Cass. n. 355 del 2013, è stata negata la risarcibilità di danni che trovano titolo diretto ed immediato nella revoca anticipata dell’incarico per effetto del c.d. spoil system ove la fattispecie fosse già esaurita anteriormente alla pronuncia di illegittimità costituzionale; la risarcibilità dei danni presuppone una colpa dell’Amministrazione e tale colpa non è ravvisabile nel comportamento costituito dalla revoca dell’incarico operato dall’Amministrazione che abbia conformato il proprio comportamento ad una legge solo successivamente dichiarata incostituzionale.

Pertanto la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 3, co. 7, della I. n. 145/2002 fonda il diritto del dirigente dichiarato decaduto al risarcimento del danno derivato dall’anticipata risoluzione del rapporto, che decorre non dalla data di cessazione ma, non potendosi configurare retroattivamente la colpa del soggetto che abbia conformato il proprio comportamento alle norme anteriormente alla pronuncia di incostituzionalità, dalla pubblicazione della sentenza della Corte costituzionale, purché a tale data non fosse già decorso anche il termine finale originariamente previsto dell’incarico.

Va poi ribadito il principio generale che, nel lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni (per i dirigenti statali in virtù di espressa previsione dell’art. 19 d. Igs. n. 165 del 2001), alla qualifica dirigenziale corrisponde soltanto l’attitudine professionale all’assunzione di incarichi dirigenziali di qualunque tipo e non consente perciò di ritenere applicabile l’art. 2103 c.c., risultando la regola del rispetto di determinate specifiche professionalità acquisite non compatibile con lo statuto del dirigente pubblico (Cass. n. 23760 del 2004, Cass. n. 29817 del 2008; Cass. n. 3451 del 2010; Cass. n. 24035 del 2013; Cass. 15226 del 2015; Cass. n. 4621 del 2017).


Cass. n. 12803/2018

In base al d.lgs. n. 80 del 1998, art. 17 poi trasfuso nel d.lgs. n. 165 del 2001, art. 27, comma 1, gli enti pubblici non economici nazionali devono adeguare i propri ordinamenti a quelli stabiliti nel decreto legislativo, adottando appositi regolamenti di organizzazione, obbligo al quale l’INPS ha adempiuto con la deliberazione n. 799 del 1998.

Nell’art. 16 sono state ridisegnate le funzioni dirigenziali, e, diversamente da altre disposizioni di carattere organizzativo, per l’efficacia di quelle attinenti alla dirigenza non è stato previsto alcun differimento sino all’integrale realizzazione del nuovo modello organizzativo.

Dal rilievo secondo cui il differimento costituiva una conseguenza logicamente necessaria, non potendo le nuove mansioni dirigenziali essere esercitate senza quel modello, non può trarsi l’ulteriore conseguenza che le mansioni esercitate secondo il modello precedente mantenessero il loro carattere dirigenziale.

Una simile conclusione da un lato non considera che una siffatta classificazione avrebbe in definitiva comportato la reviviscenza di regole sulla dirigenza pubblica del tutto incompatibili con le norme recate dal d.lgs. n. 80 del 1998 (poi consolidate con il d.lgs. n. 165 del 2001) e, dall’altro lato, non tiene conto dei profili valutativi (e peraltro indirettamente regolativi) delle norme di cui alla citata delibera.

Le suddette fonti normative, nonché il contratto collettivo nazionale di lavoro di settore 1998/2001 – sottoscritto nel febbraio 1999 ma riguardante, per volontà delle parti (art. 2, comma 1, del C.C.N.L. stesso), il periodo dal 10 gennaio 1998, portano a concludere che le medesime mansioni che nel precedente regime pubblicistico venivano considerate dirigenziali possono essere diversamente qualificate nel regime privatistico del pubblico impiego, in considerazione del diverso contenuto e rilievo che ad esse è stato attribuito in tale ultimo regime (cfr. ex plurimis: Cass. 11 settembre 2007, n. 19025; Cass. 9 settembre 2008, n. 22890; Cass. 23 luglio 2010, n. 17367; Cass. 25 febbraio 2011, n. 4757; Cass., ord. 712/2012; Cass. 29 settembre 2014 n. 20466; Cass. 14 luglio 2015 n. 14719; Cass. 28 agosto 2015 n. 17290; Cass. 9 settembre 2015 n. 17841; Cass. 20 novembre 2015 n. 23794; Cass. 25 novembre 2015 n. 24062; Cass. 24 gennaio 2017 n. 1757; Cass. 2 febbraio 2017 n. 2820; Cass. 23 maggio 2017 n. 12898).


Cass. n. 5283/2018

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, al dipendente vincitore del concorso per dirigente spetta, sino al conferimento del primo incarico, la differenza fra il trattamento economico fisso riconosciuto al dirigente dal contratto collettivo (stipendio tabellare, RIA, maturato economico annuo, assegno ad personam o elemento fisso, ove acquisiti) e il trattamento economico effettivamente ricevuto, con esclusione di quello accessorio (retribuzione di posizione), che è correlato all’effettiva attribuzione delle funzioni dirigenziali e all’assunzione delle connesse responsabilità.