Cass. n. 19060/2020

La questione agitata in causa riguarda la gestione previdenziale cui dev’essere accreditata la contribuzione relativa all’incarico di Direttore generale di azienda sanitaria locale, ricoperto da soggetto che abbia risolto il precedente rapporto lavorativo di natura subordinata. In particolare, si deve sottoporre a verifica la soluzione adottata dal giudice di merito, secondo la quale la contribuzione dovrebbe essere in tal caso versata presso la gestione dell’ultimo rapporto di impiego svolto dall’interessato.

La legge 30/11/1998, n. 419 ha delegato il Governo a provvedere alla razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale e ad adottare un testo unico in materia di organizzazione e funzionamento del Servizio sanitario nazionale.

Tra i principi e criteri direttivi della delega ha previsto, all’art. 2, comma 1, lettera d), quello di «rendere omogenea la disciplina del trattamento assistenziale e previdenziale dei soggetti nominati direttore generale, direttore amministrativo e direttore sanitario di azienda, nell’àmbito dei trattamenti assistenziali e previdenziali previsti dalla legislazione vigente, prevedendo altresì per i dipendenti privati l’applicazione dell’articolo 3, comma 8, secondo periodo, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni.

Come rilevato dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 251 del 2010, il legislatore ha quindi rivolto al governo due distinti criteri direttivi che trovano la loro base comune in un unico principio, consistente nella finalità di eliminare le differenziazioni di trattamento assistenziale e previdenziale tra tutti i soggetti che, pur provenienti da settori diversi pubblici e privati, si trovino ad espletare le funzioni di vertice di aziende sanitarie.

L’art. 3-bis del D.Lgs. 30/12/1992, n. 502, introdotto dal d.lgs. n. 229 del 1999, di attuazione della suddetta legge delega, ai commi 10, 11 e 12 ha quindi previsto quanto segue:

«La carica di direttore generale è incompatibile con la sussistenza di altro rapporto di lavoro, dipendente o autonomo. La nomina a direttore generale, amministrativo e sanitario determina per i lavoratori dipendenti il collocamento in aspettativa senza assegni e il diritto al mantenimento del posto. L’aspettativa è concessa entro sessanta giorni dalla richiesta. Il periodo di aspettativa è utile ai fini del trattamento di quiescenza e di previdenza. Le amministrazioni di appartenenza provvedono ad effettuare il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali comprensivi delle quote a carico del dipendente, calcolati sul trattamento economico corrisposto per l’incarico conferito nei limiti dei massimali di cui all’articolo 3, comma 7, del decreto legislativo 24 aprile 1997, n. 181, e a richiedere il rimborso di tutto l’onere da esse complessivamente sostenuto all’unità sanitaria locale o all’azienda ospedaliera interessata, la quale procede al recupero della quota a carico dell’interessato. Per i direttori generali e per coloro che, fuori dei casi di cui al comma 11, siano iscritti all’assicurazione generale obbligatoria ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, la contribuzione dovuta sul trattamento economico corrisposto nei limiti dei massimali previsti dall’articolo 3, comma 7, del decreto legislativo 24 aprile 1997, n. 181, è versata dall’unità sanitaria locale o dall’azienda ospedaliera di appartenenza, con recupero della quota a carico dell’interessato».

La norma ha in primo luogo sancito al comma 10 l’esclusività dell’incarico di direttore generale, non cumulabile con altro lavoro dipendente o autonomo.

Al comma 11, per i lavoratori dipendenti e autonomi ha previsto un trattamento uniforme, assicurando ad entrambe le categorie la conservazione del posto durante l’aspettativa non retribuita e il computo del relativo periodo ai fini del trattamento di quiescenza e di previdenza. Ha quindi imposto di mantenere in vita il rapporto quiescente, al fine di garantire la possibilità di scegliere i dirigenti della sanità pubblica nel più vasto ambito del lavoro pubblico e privato.

Questa Corte ha chiarito (Cass. n. 12325 del 15/05/2008; v. anche Corte Cost. 351/2010) che la disposizione, nella parte in cui attribuisce alle «amministrazioni di provenienza» l’onere di effettuare il versamento dei contributi, debba essere interpretata – in coerenza con il principio dettato con la delega legislativa – come riferita non già alle pubbliche amministrazioni ma, genericamente, all’ente datore di lavoro, sia esso un ente pubblico ovvero un’impresa privata.

Il comma 11 riguarda quindi i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, prevedendosi che i datori di lavoro, durante il periodo di aspettativa non retribuita, continuino ad effettuare il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali comprensivi delle quote a carico del dipendente.

I contributi devono essere calcolati con riferimento al trattamento economico corrisposto per l’incarico conferito tenendo conto dei massimali di cui all’art. 3, co. 7, del D.Lgs. 24.4.1997, n. 181 ai quali la norm a rim anda espressamente. Le stesse amministrazioni – datori di lavoro – provvederanno poi a richiedere il rimborso di tutto l’onere da esse complessivamente sostenuto all’unità sanitaria locale o all’azienda ospedaliera interessata, la quale procederà al recupero della quota a carico dell’interessato.

Le forme assicurative previste in tal caso sono quelle del settore di appartenenza dell’interessato, ove i contributi sarebbero stati versati in caso di prosecuzione della sua attività di lavoro, come conseguenza del fatto che il rapporto di lavoro, seppure in stato di quiescenza, non è risolto.

Il comma 12 ha poi realizzato il principio dell’unificazione di trattamento previdenziale anche per i lavoratori autonomi, uniformando anche nei loro confronti la base di calcolo per i contributi e disponendo che in tal caso l’onere contributivo, commisurato al trattamento economico corrisposto, nei limiti dei massimali di cui all’art. 3, co. 7, del D.Lgs. 24.4.1997, n. 181, debba essere versato dall’unità sanitaria locale o dall’azienda ospedaliera per la quale l’incarico viene svolto, con recupero della quota a carico dell’interessato.

La posizione di coloro che al momento dell’assunzione dell’incarico di direttore generale abbiano cessato il precedente rapporto di lavoro subordinato non rientra nel comma 11, che presuppone un rapporto di lavoro in atto, nell’ambito del quale solo è configurabile l’istituto dell’aspettativa.

Neppure tale situazione è rìcompresa nel comma 12, riferita testualmente ai «soggetti iscritti all’assicurazione generale obbligatoria e alle forme sostitutive ed esclusive della medesima», mentre colui che abbia cessato il precedente rapporto di lavoro subordinato non ha in atto un’iscrizione a finì della posizione contributiva.

Né per tale ipotesi è configurabile un principio di necessaria continuità con l’ultima gestione previdenziale cui il lavoratore è stato iscritto, considerato che il relativo rapporto di lavoro era già cessato al momento dell’assunzione dell’incarico di direttore generale.

In assenza di posizione previdenziale in atto, l’obbligo contributivo – anch’esso di necessità e per omogeneità di trattamento da commisurarsi al trattamento economico corrisposto, nei limiti dei massimali di cui all’art. 3, co. 7, del D.Lgs. 24.4.1997, n. 181, e versato dall’ unità sanitaria locale o dall’azienda ospedaliera per la quale l’incarico viene svolto, con recupero della quota a carico dell’interessato – dovrà essere assolto individuando la gestione di riferimento sulla base della tipologia contrattuale intaurata dalle parti, secondo i principi generali che non risultano qui derogati, non potendo assegnarsi alcun rilievo alla gestione cui è stato versato il maggior numero di contributi settimanali, come vorrebbe l’originario ricorrente.

A tale proposito, basta qui ribadire che con il direttore generale dell’azienda sanitaria è stipulato un contratto (secondo uno schema definito da un D.P.C.M.) di diritto privato e di lavoro autonomo esclusivo (D.Lgs. n. 502 del 1992, art.3, commi 1 – bis, 1 – quater, 1 – quinques, art. 6, art. 13; art. 3 – bis, commi 1, 2, 8; D.L. n. 512 del 1994, art. 1), qualificazione che ha costituito il presupposto di tutte le decisioni delle Sezioni Unite (cfr Cass. Sez. un. n. 3882 del 1998; Cass. Sez. Un. n. 100 del 1999; Cass. Sez. Un. n. 6854 del 2003; Cass. Sez. Un. n. 14177 del 2004) che hanno operato il riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo secondo il criterio generale del diritto soggettivo e dell’interesse legittimo, escludendo, di conseguenza, la configurabilità di un rapporto di impiego pubblico.

La giurisprudenza di questa Corte neppure dubita della coerenza tra la qualificazione legislativa del contratto regolante il rapporto di servizio tra azienda e direttore generale e la natura effettiva delle prestazioni (vedi Cass. S.U. 16 aprile 1998 n. 3882; Cass. 24 febbraio 1999, n. 100; Cass. 3 novembre 2005, n. 21286; Cass. 1 aprile 2004, n. 6450).

In considerazione della natura autonoma del rapporto, quindi, la gestione di appartenenza dovrà essere individuata applicandosi il comma 26 dell’art. 2 della I. n. 335 del 1995, che prevede l’iscrizione all’apposita gestione separata di coloro che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, un’attività di lavoro autonomo, di cui al comma 1 dell’art. 53 del TUIR, sicché è presso tale gestione che occorrerà aprire la nuova posizione assicurativa.

Tale soluzione non determina, come paventato dal giudice di merito, problemi di compatibilità costituzionale, attesa la differenza che intercorre tra chi per assumere l’incarico sospenda una situazione lavorativa in atto e chi non ne abbia in atto alcuna; del resto, anche la posizione contributiva presso la gestione separata è utilizzabile a fini pensionistici, anche mediante totalizzazione, cumulo o pensione supplementare, a seconda della situazione concreta e del regime temporale applicabile, sicché neppure tale posizione risulta sprovvista di tutela.


Cass. n. 10775/2020

Giova premettere che tra la REGIONE ed il direttore generale della azienda ospedaliera intercorre un rapporto di lavoro privato di natura autonoma, ancorché coordinato con i fini dell’ente, a tenore dell’art. 3 bis, comma 8, D. L. gs. n. 502/1992, per il quale: il rapporto di lavoro del direttore generale, del direttore amministrativo e del direttore sanitario è esclusivo ed è regolato da contratto di diritto privato, di durata non inferiore a tre e non superiore a cinque anni, rinnovabile, stipulato in osservanza delle norme del titolo terzo del libro quinto del codice civile.

Analogamente, l’articolo 1, del DPCM 19 luglio 1995, n. 502 (Regolamento recante norme sul contratto del direttore generale, del direttore amministrativo e del direttore sanitario delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere) al comma sette ( come sostituito dall’art. 1, DPCM 31 maggio 2001, n. 319) dispone che per quanto non previsto dagli articoli 3 e 3-bis del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 e successive modificazioni e dal medesimo DPCM si applicano le norme del titolo terzo del libro quinto del codice civile.

La natura autonoma del rapporto di lavoro tra direttore generale e Regione è stata, tra l’altro, costantemente evidenziata dalle Sezioni unite di questa Corte in sede di regolamento di giurisdizione (ex plurimis: Cass., sez. un., 3 febbraio 2016 nr. 2055; 19/12/2014, n.26938; Cass. S.U., ordin., 3 novembre 2005 n. 21286).

Il rapporto intercorrente tra la REGIONE ed il direttore generale della azienda sanitaria ha spiccato carattere fiduciario, come evidenziato anche dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte in sede di regolamento di giurisdizione, essendosi ritenuto che le controversie relative alla nomina del direttore generale— (così come alla non- conferma in base alla verifica dei risultati di gestione, ai sensi dell’art. 3 bis, comma 6, del d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 )— rientrano nella giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto attengono ad un provvedimento discrezionale di alta amministrazione, espressione di poteri pubblicistici (Cassazione civile sez. un., 19/12/2014, n. 2693; 18/12/2007 , n. 26631; 16/04/1998, n.3882).

Inoltre— come parimenti ritenuto da questa Corte in riferimento al lavoro subordinato (Cassazione civile sez. lav., 10/01/2019, n.428), con considerazioni estensibili al rapporto di lavoro autonomo del direttore generale — il vincolo fiduciario può essere leso anche da una condotta precedente all’instaurazione del rapporto, a condizione che, in tal caso, si tratti di comportamenti appresi dopo la conclusione del contratto e non compatibili con il grado di affidamento richiesto dai compiti assegnati e dal ruolo rivestito.


Cass. 3469/2019

Il Direttore Generale non soltanto riveste all’interno dell’Asl la qualifica apicale, ma, trattandosi di una pubblica amministrazione, è altresì il destinatario quale legale rappresentante dell’ente, della funzione di garanzia dell’osservanza e della corretta applicazione delle norme legali e contrattuali che disciplinano i rapporti di lavoro (pertanto è da considerarsi il Responsabile rispetto ad una Ordinanza Ingiunzione avente ad oggetto sanzioni conseguenti alle violazione delle disposizioni in materia di orario di lavoro).

La sua responsabilità non può ritenersi limitata, pertanto, a sovrintendere alla gestione complessiva dell’azienda.

Di tale criterio di attribuzione soggettiva di responsabilità dell’ente pubblico si trova conferma in una specifica previsione in materia di sicurezza e igiene sul lavoro (art. 2 lett. b) del d.lgs. n. 626 del 1994) (applicabile ratione temporis), ove il legislatore ha individuato la funzione datoriale nella persona del legale rappresentante dell’ente.

La giurisprudenza di legittimità in sede di accertamento della responsabilità penale, ha riaffermato il principio secondo cui il rappresentante legale dell’azienda ha la responsabilità dell’organizzazione amministrativa e gestionale della struttura sanitaria, anche al di là degli obblighi in materia di sicurezza e igiene sul lavoro (Cass. n.3961 del 2006), sicché detto principio cardine dell’ordinamento deve considerarsi valido anche nel settore sanitario.

A tal proposito, il d.lgs. n.299 del 1999, che ha modificato il d.lgs. n.502 del 1992. stabilisce che organi dell’azienda sono il Direttore Generale e il Collegio Sindacale (art.3), e che il Direttore amministrativo e il Direttore sanitario “. partecipano, unitamente al Direttore, Generale, che ne ha la responsabilità, alla direzione dell’azienda…ed assumono diretta responsabilità delle funzioni attribuite alla loro competenza” (art. 3, comma 1 quinquies).

L’identificazione del garante dell’osservanza delle norme sui rapporti d’impiego nel Direttore Generale quale organo apicale dell’ente, è confermata, nel caso in esame, dall’accertamento di merito circa l’assenza, nell’atto aziendale, di una qual si voglia delega di responsabilità datoriali al dirigente del Settore infermieristico e tecnico da cui dipendevano i lavoratori o, comunque, ad altro ufficio separato.