Cass. n. 2820/2021

Il decreto di omologa reso ai sensi dell’art. 445-bis, comma 5°, c.p.c., il quale, in assenza di contestazione delle parti, si discosti dalle conclusioni del consulente tecnico di ufficio, risulta viziato da una difformità che costituisce mero errore materiale emendabile con la procedura di correzione, a condizione, però, che la predetta difformità non sia frutto di consapevole attività valutativa del giudice, nel qual caso invece il provvedimento giudiziale, che risulti esorbitante dallo schema delineato per il procedimento a cognizione sommaria, assume natura decisoria, e quindi di sentenza, contro la quale è ammissibile il rimedio generale del ricorso straordinario per cassazione ex art. 111, comma 7 0, Cost., a garanzia dell’esercizio del diritto di difesa della parte pregiudicata dalle conclusioni imprevedibilmente adottate dal giudice all’atto dell’emissione del decreto (così da ult. Cass. n. 29096 del 2019).

Nel merito, la doglianza è fondata, dovendo ribadirsi che il giudizio di cui all’art. 445-bis c.p.c. ha ad oggetto esclusivo l’accertamento del requisito sanitario, che è solo un elemento della fattispecie costitutiva del diritto alla prestazione previdenziale o assistenziale, restando invece escluso dal suo ambito qualsiasi declaratoria concernente il diritto alla prestazione, destinata a sopravvenire solo in esito ad accertamenti relativi agli ulteriori requisiti socio- economici (così, tra le più recenti, Cass. n. 27010 del 2018).

L’unica possibile rilevanza di requisiti extrasanitari nella fase di accertamento tecnico preventivo è connessa alla preliminare verifica dell’interesse ad agire ex art. 100 c.p.c.. al fine di evitare il rischio della proliferazione smodata del contenzioso sull’accertamento del requisito sanitario, atteso che l’accertamento medico-legale, essendo richiesto in vista di una prestazione previdenziale o assistenziale, deve rispondere ad una concreta utilità per la parte ricorrente, la quale ultima potrebbe difettare ove siano manifestamente carenti, con valutazione prima facie, altri presupposti della predetta prestazione (così, da ult., Cass. n. 2587 del 2020).

In tale preciso senso va ribadito che la dichiarazione di dissenso che la parte interessata deve formulare al fine di evitare l’emissione del decreto di omologa, ai sensi dei commi 40e 5° dell’art. 445-bis c.p.c., può avere ad oggetto sia le conclusioni cui è pervenuto il c.t.u., sia gli aspetti preliminari che sono stati oggetto delta sommaria verifica giudiziale e ritenuti non preclusivi dell’ulteriore corso, relativi ai presupposti processuali ed alle condizioni dell’azione, di talché, in mancanza di contestazioni anche per profili diversi da quelli attinenti l’accertamento sanitario, il decreto di omologa diviene definitivo e non è successivamente contestabile né ricorribile ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass. nn. 22721 del 2016, 20847 del 2019); che, del pari, va ribadito che, qualora il giudice dell’accertamento tecnico preventivo abbia reputato l’insussistenza di taluno di tali presupposti extrasanitari, deve dichiarare il ricorso inammissibile per carenza d’interesse, con pronuncia priva di incidenza con efficacia di giudicato sulle situazioni soggettive di natura sostanziale, che non preclude l’ordinario giudizio di cognizione sul diritto vantato (così Cass. nn. 5338 del 2014, 9876 del 2019).


Cass. n. 2170/2021

Nel procedimento ex art. 445- bis c.p.c., un interesse a contestare le risultanze peritali può sorgere soltanto quando esse escludano una condizione d’invalidità che abiliti la parte istante a richiedere la prestazione previdenziale o assistenziale in relazione alla quale si è svolta l’istruzione preventiva, non già quando ne accertino una maggiore, nulla impedendo alla parte di limitare la propria richiesta a quella prestazione previdenziale o assistenziale che presupponga un minor grado d’invalidità.

Che, proprio per ciò, non può configurarsi in specie alcuna violazione dell’art. 112 c.p.c., essendo il procedimento ex art. 445-bis c.p.c. volto unicamente ad accertare le condizioni sanitarie dell’istante e non potendo contenere alcuna efficace declaratoria sul diritto alla prestazione, che può sopravvenire solo in esito ad accertamenti relativi agli ulteriori requisiti socio-economici (così Cass. nn. 27010 del 2018, 9755 del 2019, 17787 del 2020).


Cass. n. 2169/2021

L’omesso invio alle parti della bozza di relazione di cui all’art. 195 comma 3 c.p.c. dà luogo a un’ipotesi di nullità a carattere relativo, suscettibile di sanatoria se il vizio non è eccepito nella prima difesa utile successiva al deposito della perizia e altresì di sanatoria per rinnovazione, quando il contraddittorio sia recuperato dal giudice dopo il deposito della relazione, con la rimessione in termini delle parti per formulare le proprie osservazioni, al fine di consentire il pieno esercizio dei poteri di cui all’art. 196 c.p.c. (Cass. nn. 23493 del 2017 e 21984 del 2018).

Che, nondimeno, l’anzidetto principio dev’essere combinato con la peculiare struttura del procedimento di cui all’art. 445-bis c.p.c. e tenendo conto che i termini previsti dall’art. 195 comma 30c.p.c. svolgono ed esauriscono la loro funzione nel sub-procedimento che si conclude con il deposito della relazione dell’ausiliare, di talché, così come la mancata prospettazione al consulente tecnico di rilievi critici nel secondo termine di cui all’art. 195 comma 3 0c.p.c. non impedisce alla parte di proporre le proprie contestazioni difensive nel prosieguo del procedimento (così Cass. n. 14880 del 2018), allo stesso modo l’impossibilità di prospettarli nel primo termine di cui alla disposizione cit. non esime la parte dalla dichiarazione di dissenso nei confronti della consulenza successivamente depositata e dal ricorso ex art. 445-bis c.p.c. comma 6° c.p.c., derivandone altrimenti la sanatoria della nullità e l’omologa dell’esito finale della consulenza (v. in tal senso già Cass. n. 21984 del 2018, dove il ricorso ex art. 445-bis comma 6° c.p.c. viene conseguentemente individuato come luogo in cui esporre anche la censura di violazione dell’art. 195 comma 30 c.p.c.).

Che, per contro, il decreto di omologa emesso ai sensi dell’art. 445-bis comma 5° c.p.c. non è impugnabile per cassazione, nemmeno ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass. n. 8878 del 2015 e succ. conf.).


Cass. n. 2168/2021

Le contestazioni anche parziali alla CTU precludono l’emissione del decreto di omologa, con la conseguenza che al giudice adito a seguito di ricorso proposto ai sensi dell’art. 445-bis comma 6° c.p.c. è rimesso l’accertamento su tutte le condizioni sanitarie legittimanti la pretesa fatta valere e non solo sui motivi di opposizione (Cass. n. 3377 del 2019), derivandone la conseguenza che l’eventuale decreto di omologa che sia stato nel frattempo emesso è destinato ad essere travolto dalla decisione che sarà assunta in sede di giudizio ordinario, onde nei suoi confronti non è proponibile ricorso per cassazione e l’erroneità dell’omologazione potrà essere rilevata nel giudizio di merito (Cass. n. 25399 del 2019).


Cass. n. 2163/2021

La vicenda processuale si caratterizza per la proposizione del ricorso previsto dal comma 6 dell’art. 445 bis c.p.c, in ipotesi in cui la parte non ha formulato espressa e formale contestazione alle conclusioni della c.t.u. ed il giudice ha emesso il decreto di omologa.

Il decreto di omologa risulta, dunque, emesso in presenza dei relativi presupposti processuali (ivi compresa la concessione del termine per la formalizzazione della contestazione), né risulta inficiato da discrasia tra il contenuto dell’omologa e le conclusioni del c.t.u., ipotesi nella quale dovrebbe darsi corso al procedimento di correzione materiale per emendare tale vizio.

Esso non è, quindi, inutiliter dato, come sostiene la sentenza impugnata, solo perché la parte istante, che non ha ottenuto l’accertamento auspicato, non ha osservato l’onere di formulare la contestazione; si è invece realizzata pienamente la previsione dell’art. 445 bis, comma 5, c.p.c. con la conseguenza che lo stesso decreto non è impugnabile, né modificabile.

La stabilità dell’accertamento realizza la finalità del procedimento che Corte Costituzionale n. 243 del 2014 ha indicato < […] a) nell’interesse generale alla riduzione del contenzioso assistenziale e previdenziale nelle ipotesi in cui il conseguimento della prestazione è subordinato all’accertamento del requisito sanitario; b) nel contenimento della durata dei processi in materia assistenziale e previdenziale in termini ragionevoli (infatti, il decreto di omologazione potrebbe chiudere il procedimento se l’ente previdenziale pagasse spontaneamente dopo aver verificato la sussistenza degli altri requisiti costitutivi del diritto fatto valere); c) nel conseguimento della certezza giuridica in ordine all’accertamento del requisito medico-sanitario>.

La giurisprudenza di questa Corte di legittimità ha confermato tali indicazioni ribadendo in molteplici occasioni ( ex multis Cass. n. 12332 del 2015; Cass. n. 28459 del 2019; Cass. n. 19267 del 2019) che in assenza di contestazioni, viene emesso il decreto di omologa, espressamente definito non impugnabile giacchè il rimedio concesso a chi intenda precludere la ratifica delle conclusioni del consulente tecnico officiato nel giudizio sommario si colloca esclusivamente in un momento anteriore, ossia prima dell’omologa e nel termine fissato dal giudice per contestare la consulenza tecnica.


Cass. n. 1770/2021

Deve ritenersi erroneo l’assunto della sentenza impugnata secondo cui dalla natura impugnatoria del giudizio di opposizione ad ATP discenderebbe l’inapplicabilità dell’art. 149 disp. att. c.p.c. (v., fra gli altri, Cass. n. 30860 del 2019; Cass. n. 14488 del 2019; Cass. n. 32760 del 2018).

L’art. 149 disp att. c.p.c., prescrive la valutazione, in sede giudiziaria, dell’aggravamento della malattia – nonchè di tutte le infermità incidenti sul complesso invalidante che si siano verificate nel corso del procedimento amministrativo e di quello giudiziario – senza prevedere preclusioni specifiche.

Limitare l’applicazione dell’art. 149 disp. att. al giudizio previdenziale o assistenziale introdotto con ricorso ordinario implicherebbe un’abrogazione della disposizione medesima, non prevista da alcuna fonte normativa.

Il disposto dell’art. 149, con l’apprezzamento anche dell’aggravamento della malattia, rende ancor più efficace la novella introdotta al codice di rito al dichiarato fine di realizzare, con il procedimento previsto dall’art. 445-bis c.p.c., una maggiore economicità dell’azione amministrativa, la deflazione del contenzioso, il congruo contenimento della durata delle controversie previdenziali e assistenziali nei termini di ragionevolezza sanciti dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (v., fra le altre, sulle diverse fasi del procedimento per accertamento tecnico preventivo, Cass. n. 9876 del 2019).

Il legislatore del 2011 ha attribuito ad un più rapido accertamento della condizione sanitaria il valore risolutivo del considerevole numero di controversie e ha ritenuto che l’introduzione di un modello procedimentale improntato ad un sommario accertamento, seguito da un eventuale giudizio di cognizione, potesse sortire effetti acceleratori e deflativi del contenzioso.

L’inapplicabilità dell’art. 149, vanificherebbe, all’evidenza, tali molteplici intenti minando, alle radici, il procedimento spedito e peculiare voluto dal legislatore, la ratio deflativa della novella, oltre a creare disarmonie nella protezione dei diritti condizionate dai percorsi processuali prescelti.

Rimarrebbe, inoltre, l’aporia di una disposizione valida per il procedimento amministrativo ma poi inapplicabile nel giudizio per accertamento tecnico preventivo e, non ultimo, il rischio della proliferazione smodata del contenzioso.


Cass. n. 1686/2021

La discrasia tra il decreto di omologa e le risultanze del CTU siano emendabili solo con il procedimento di correzione degli errori materiali e non anche con il ricorso straordinario articolo 111 Costituzione, salvo che la soluzione in contrasto con la CTU sia stata oggetto -ciò che non è avvenuto nel caso di specie- di specifica valutazione da parte del giudice (Cass., Sez. Lav., Ordinanza n. 29096 del 11/11/2019, Rv. 655703 – 01, nonché Cass., Sez. 6 – L, Ordinanza n. 26758 del 22/12/2016,Rv. 642291 – 01).

In tema di procedimento di cui alli art. 445 bis cod. proc. civ. per il conseguimento delle prestazioni assistenziali e previdenziali nelle materie ivi indicate, avverso il decreto di omologazione dell’accertamento del requisito sanitario operato dal c.t.u. è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell’art. 111 Cost. limitatamente alla statuizione sulle spese, sia legali che di consulenza, trattandosi, solo con riferimento ad esse, di provvedimento definitivo, di carattere decisorio, incidente sui diritti patrimoniali delle parti e non altrimenti impugnabile.

Si è inoltre precisato (Cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 3668 del 07/02/2019, Rv. 652903 – 01) che, in tema di accertamento tecnico preventivo di cui all’art. 445 bis c.p.c., il decreto di omologa che, in assenza di contestazione delle parti, si discosti dalle conclusioni del consulente tecnico di ufficio, risulta viziato da una difformità che costituisce mero errore materiale emendabile con la procedura di correzione, mentre la statuizione sulle spese in violazione del principio di soccombenza – ancorché coerente con il “decisum” (erroneamente) adottato dal giudice di merito – è ricorribile per cassazione ex art. 111 Cost. anche in difetto di attivazione del procedimento di correzione, potendosi procedere al controllo sulla correttezza della decisione relativa alle spese in base alla lettura coordinata del decreto di omologa e della consulenza tecnica.


2020

Cass. 28417/2020

Costituisce principio acquisito nella giurisprudenza di questa Corte (v., fra le più recenti, Cass., n.2587 del 2020) che l’ammissibilità dell’accertamento tecnico preventivo presuppone, come proiezione dell’interesse ad agire (art. 100 cod.proc.civ.), che l’accertamento medico-legale, richiesto in vista di una prestazione previdenziale o assistenziale, risponda ad un concreto interesse del ricorrente che renda in seguito azionabile la pretesa al riconoscimento dei diritti corrispondenti alla condizione sanitaria allegata, al fine di evitare il rischio della proliferazione smodata del contenzioso sull’accertamento del requisito sanitario (v., ampiamente, Cass. n. 9876 del 2019).

Si è già chiarito anche che, agli effetti dell’ammissibilità dell’accertamento tecnico preventivo, il giudice adito accerti sommariamente, nella verifica dei presupposti processuali, oltre alla propria competenza, anche la ricorrenza di una delle ipotesi per le quali è previsto il ricorso alla procedura delineata dall’art. 445-bis cod.proc.civ., nonché la presentazione della domanda amministrativa, l’eventuale presentazione del ricorso amministrativo, la tempestività del ricorso giudiziario (v., in tal senso, Cass. n.9876 del 2019 cit., ed ivi ulteriori richiami).

In particolare, quanto al profilo dell’interesse ad agire, si è soggiunto, nei richiamati precedenti che hanno svolto la ricostruzione sistematica del peculiare procedimento sommario in esame, che il giudice valuti l’utilità dell’accertamento medico richiesto al fine del riconoscimento del diritto soggettivo sostanziale di cui l’istante si affermi titolare, utilità che potrebbe difettare ove manifestamente carenti, con valutazione prima facie, altri presupposti della prestazione previdenziale o assistenziale in vista della quale il ricorrente domanda l’accertamento tecnico sulle condizioni sanitarie.

Si è anche già affermato (v., fra le più recenti, Cass. n. 17787 del 2020) che a mente dell’art. 445-bis, ultimo comma, la pronuncia è, per legge, destinata a provvedere solo su un elemento della fattispecie costitutiva, il requisito sanitario per beneficiare di una prestazione previdenziale o assistenziale, sicché non può contenere un’efficace declaratoria sul diritto alla prestazione, destinata a sopravvenire solo in esito ad ulteriori accertamenti, per quanto relativi a fatti antecedenti o concomitanti rispetto ad essa (v., in termini, Cass. n. 27010 del 2018 e Cass. n. 9876 del 2019 cit.).

Il decreto di omologa non racchiude una pronuncia dichiarativa del diritto al beneficio assistenziale o alla pretesa previdenziale e ciò in quanto il compendio di elementi costitutivi non viene in discussione nella fase sommaria, per essere avulso dal thema decidendum del giudizio sommario il vaglio di elementi extrasanitari neanche verificati, in sede amministrativa, prima della proposizione dell’accertamento tecnico preventivo (sulla diversa natura, definitiva e decisoria, della statuizione del decreto di omologa sulle spese, perché incide sui diritti patrimoniali, si rinvia alla uniforme giurisprudenza di questa Corte, fin dalla sentenza n. 6084 del 2014).

Consegue all’essenza dell’omologa non dichiarativa del diritto alla pretesa, che proponibilità e procedibilità della domanda giudiziaria per il riconoscimento del diritto alla prestazione assistenziale o previdenziale non possano cristallizzarsi alla fase sommaria, con un’attitudine a divenire irretrattabili nell’azione previdenziale, introdotta o meno la questione, e svolta o meno la relativa eccezione, in sede sommaria, dall’ente previdenziale.

E’ bene ricordare che il procedimento sommario per la verifica delle condizioni sanitarie, che si conclude con la pronuncia del decreto di omologa, è volto a soddisfare la condizione di procedibilità di cui al comma 1 dell’art. 445-bis cod. proc. civ. e consente alla parte di accedere, ai sensi dell’art. 442 cod. proc. civ., al giudizio ordinario per l’accertamento del diritto alla prestazione (v. Cass.n. 16685 del 2018).

Il provvedimento conclusivo della fase sommaria, nella forma del decreto, non può incidere, con effetto di giudicato, sulla situazione soggettiva sostanziale dedotta in giudizio, proprio in considerazione della possibilità, per l’interessato, di promuovere il giudizio di merito e tale affermazione non risulta smentita dai precedenti di questi Corte (v., per tutti, Cass. n. 20847 del 2019) che, ricomprendendo nella dichiarazione di dissenso – che la parte deve formulare al fine di evitare l’emissione del decreto di omologa – anche gli aspetti preliminari oggetto della verifica giudiziale relativi ai presupposti processuali ed alle condizioni dell’azione, hanno affermato, in mancanza di contestazioni anche per profili diversi da quelli attinenti l’accertamento sanitario, la definitività del decreto di omologa, non contestabile, né ricorribile ai sensi dell’art. 111 Cost.

La predicata definitività del decreto di omologa, come limite invalicabile per il giudice dell’omologa rispetto ad ogni contestazione attinente al requisito sanitario e alle altre condizioni dell’azione proposta (v., fra le altre, Cass. n. 11043 del 2020), attiene all’accertamento delle condizioni sanitarie, vincolante per l’ente previdenziale, e al contemperamento del procedimento sommario con la concreta utilità per il richiedente la prestazione, la quale potrebbe del tutto mancare se manifestamente carenti, con valutazione prima facie, altri presupposti della predetta prestazione al fine di evitare, come già ricordato, la proliferazione smodata del contenzioso sull’accertamento del requisito sanitario.

Ecco perché questa Corte, agli effetti dell’ammissibilità dell’accertamento tecnico preventivo, ha delineato l’ambito del sommario accertamento del giudice dell’omologa, spingendolo fino alla sommaria verifica dei presupposti della prestazione, previdenziale o assistenziale, in vista della quale il ricorrente domanda l’accertamento tecnico (v., in tal senso, Cass. n.5338 del 2014 cit. e Cass. n. 9755 del 2019).

All’esito positivo di tale verifica e sussistenti, sulla base della prospettazione del ricorrente, i requisiti per dare ingresso all’accertamento tecnico, il giudice proseguirà nella procedura descritta dalla disposizione, dovendo altrimenti dichiarare il ricorso inammissibile, con pronuncia priva di incidenza con efficacia di giudicato su situazioni soggettive di natura sostanziale che non preclude l’ordinario giudizio di cognizione sul diritto vantato (v. i precedenti sin qui richiamati).

Scandito in tali termini il procedimento sommario non può affermarsi, come pretenderebbe la Corte territoriale, l’efficacia di giudicato sulle questioni extrasanitarie non sollevate nel procedimento sommario.

Va ricordato, infine, in continuità con la consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr., ex multis, Cass., 5453 del 2017 e i precedenti ivi richiamati), che la mancanza della preventiva presentazione della domanda amministrativa, nei giudizi di previdenza e assistenza, è sempre rilevabile d’ufficio, a prescindere dal comportamento processuale tenuto dall’ente previdenziale convenuto, trattandosi di condizione di proponibilità della domanda giudiziaria e non già di elemento costitutivo della pretesa azionata in giudizio, e la mancanza del previo esperimento del procedimento amministrativo determina l’improponibilità della domanda giudiziaria, salvo l’effetto preclusivo di cui all’art. 324 cod.proc.civ., non configurabile nel caso di specie per quanto esposto nei paragrafi che precedono.


Cass. n. 28058/2020

Questa Corte ha infatti già affermato (Cass., Sez. Lav., n. 11919 del 9 giugno 2015) che, in linea generale, il decreto di omologa di accertamento tecnico preventivo può essere impugnato con ricorso straordinario ex art. 111 Cost. soltanto per la parte relativa alla statuizione sulle spese.

In fattispecie simili alla presente relative alla stessa ASL, peraltro, questa Corte (Cass., Sez. Lav., n. 33143 del 16 dicembre 2019; Cass., Sez. Lav., n. 26037 del 15 ottobre 2019) ha ulteriormente precisato che la statuizione sulle spese deve essere censurata -a pena di inammissibilità- con specifico motivo, occorrendo che la censura della sentenza impugnata abbia ad oggetto esclusivo la statuizione sulle spese e che il motivo di ricorso sia logicamente collegato alla medesima statuizione.


Cass. n. 24134/2020

Dal disposto dell’art. 445 cpc, si evince che la richiesta di preventivo accertamento tecnico costituisce, in quanto sequenza attinente alla fase di avvio di un procedimento giudiziale, condizione di procedibilità dell’azione diretta al riconoscimento del diritto alla prestazione, ed, al contempo, che il suo mancato espletamento può formare oggetto di eccezione da parte del convenuto o di rilievo d’ufficio nel limite temporale della prima udienza.

Si configura, dunque, una sorta di penalità per il caso di mancata previa attivazione della procedura di accertamento tecnico preventivo che si giustifica con l’intento di evitare che il mero accertamento del requisito sanitario gravi eccessivamente sugli organi giudiziari e, dunque, inserendolo prima in un procedimento di soluzione più semplice e agevole, mira a conseguire un generale vantaggio per la funzione giurisdizionale nel suo complesso ( in questo senso v. Corte Cost. n. 243 del 2014).

Pur essendo definito dalla legge condizione di procedibilità, l’espletamento dell’accertamento tecnico preventivo obbligatorio non si collega ad eventi o condizioni esterni al giudizio, che ne condizionano l’instaurazione, ma rinvia all’accertamento tecnico preventivo e cioè ad una misura di istruzione preventiva giudiziale che consente al ricorrente di acquisire l’accertamento in concreto del proprio stato sanitario di invalido.

Secondo la definizione data in dottrina, si è così realizzata una forma di giurisdizione condizionata, formula che riassume la circostanza che l’accesso alla giurisdizione è condizionato ad un presupposto processuale imposto dalla legge.

Tale forma di giurisdizione è stata ritenuta conforme ai principi costituzionali da Corte Cost. n. 243 del 2014 cit., la quale, ricordando che l’espletamento del previo accertamento tecnico-preventivo è previsto come condizione di procedibilità e non di proponibilità della domanda di merito volta al riconoscimento del diritto alla prestazione assistenziale o previdenziale, ha affermato che  la tutela garantita dall’art. 24 Cost. non comporta l’assoluta immediatezza dell’esperibilità del diritto di azione (sentenze n. 251 del 2003 e n. 276 del 2000); detta tutela giurisdizionale non deve necessariamente porsi in relazione di immediatezza con il sorgere del diritto, ma la determinazione concreta di modalità e di oneri non deve rendere difficile o impossibile l’esercizio di esso (ex multis, sentenze n. 67 del 1990 e n. 186 del 1972).

Il che, nella specie, certamente non si verifica. Infatti, «l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto a pena di decadenza o rilevata di ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza.

Il giudice, ove rilevi che l’accertamento tecnico preventivo non è stato espletato ovvero che si è iniziato ma non si è concluso, assegna alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione dell’istanza di accertamento tecnico ovvero di completamento dello stesso» (art. 445-bis, secondo comma, cod. proc. civ.).

Come si vede, si tratta di adempimenti ordinari, che non comportano alcuna compressione dei diritti della parte privata […].

La costante giurisprudenza di questa Corte ha collegato la legittimità di forme di accesso alla giurisdizione, subordinate al previo adempimento di oneri finalizzati al perseguimento di interessi generali, al triplice requisito che il legislatore non renda la tutela giurisdizionale eccessivamente difficoltosa (sentenza n. 406 del 1993), contenga l’onere nella misura meno gravosa possibile ed operi un congruo bilanciamento tra l’esigenza di assicurare la tutela dei diritti e le altre esigenze che il differimento dell’accesso alla stessa intende perseguire (sentenza n. 98 del 2014).

Così delineata la valenza, nel bilanciamento con il diritto alla tutela giurisdizionale di cui all’art. 24 Cost, della condizione di procedibilità indicata dall’art. 445 bis c.p.c., è evidente la centralità dell’attività di riallineamento, rispetto all’ordinario paradigma procedimentale, affidato al giudice laddove difetti o sia irregolare l’espletamento del tentativo obbligatorio di conciliazione, giacché attraverso la fissazione del termine per l’espletamento in parola viene consentito alla parte di accedere alla giustizia senza eccessive compressioni, come valutato dalla Corte Costituzionale sopra richiamata; viceversa, una decisione di improcedibilità derivata dalla mancata applicazione del disposto dell’art. 445 bis, comma 2, c.p.c., nonostante l’espressa eccezione formulata tempestivamente, finirebbe per spezzare il bilanciamento indicato dalla giurisprudenza costituzionale impedendo definitivamente, in riferimento a quella precisa domanda, alla parte l’accesso al giudice.


Cass. n. 16251/2020

L’a.t.p., previsto dall’art.445 bis c.p.c. per deflazionare il contenzioso in materia previdenziale e non certo per consentire al datore di lavoro di controllare lo stato di salute dei propri dipendenti, è dunque previsto come condizione di procedibilità nelle controversie di cui sopra, mentre per lo scopo voluto nella fattispecie dal datore di lavoro sovviene l’art.5 L.n.300\70 secondo cui: “sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o inforturlio del lavoratore dipendente. 2. Il controllo delle assenze per infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, i quali sono tenuti a compierlo quando il datore di lavoro lo richieda. 3. Il datore di lavoro ha (inoltre) facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico”.

Il nuovo art. 445 bis c.p.c. prevede quindi come condizione di procedibilità nelle controversie previdenziali la presentazione, unitamente al ricorso giudiziario, di una istanza di accertamento tecnico per la verifica preventiva delle condizioni sanitarie legittimanti la pretesa previdenziale fatta valere, restando così fermo il fatto che si tratta di un onere gravante su chi intende richiedere in giudizio una prestazione a carico dell’INPS, e non certo di un nuovo istituto, che si affiancherebbe senza alcun fondamento normativo agli ampi e diversi strumenti già indicati nel detto art.5 S.L., che consente al datore di lavoro il controllo circa lo stato di salute dei suoi dipendenti ovvero la veridicità delle malattie da essi denunciate come causa di legittime assenze dal lavoro.

La circostanza poi che il ridetto art. 445 bis richiami, nel procedimento da seguire in tema di a.t.p. ed in quanto compatibile, l’art. 696 c.p.c., previsto tra i mezzi di istruzione preventiva in casi connotati da particolare urgenza, non vale certo ad assimilare i due istituti, dovendo pertanto escludersi che al datore di lavoro sia consentito, in deroga non prevista al citato art. 5 S.L., far controllare per tale via, lo stato di salute dei suoi dipendenti.