Cass. n. 979/2020

L’accertamento, con sentenza passata in giudicato, della improponibilità dell’azione contrattuale, per nullità del titolo posto a suo fondamento, non preclude alla stessa parte di chiedere, in un successivo giudizio, di essere indennizzato dall’altro contraente per l’indebito arricchimento da questi conseguito in relazione all’esecuzione del rapporto nullo, dato che tale seconda azione è diversa per “petitum” e per “causa petendi”, e che inoltre, avendo funzione sussidiaria e natura residuale, trova il riconoscimento della sua esperibilità proprio nell’indicato diniego di tutela contrattuale».

Il principio, per giunta, è stato recentemente ribadito da Cass. I civ. con l’ordinanza n. 15496 del 13/06/2018, in relazione ad un giudizio nel quale era stata chiesta la condanna a titolo di arricchimento senza causa di un Comune, una volta formatosi il giudicato sull’infondatezza dell’azione di pagamento del corrispettivo per la custodia dei veicoli, rimossi per conto dell’ente territoriale).

Peraltro, in senso favorevole all’ammissibilità dell’azione di cui all’art. 2041 c.c. va pure ricordato quanto recentemente ritenuto dalle sezioni unite civili di questa Corte suprema con la sentenza n. 22404, in data 7/11/2017 – 13/09/2018, secondo cui in particolare nel processo introdotto mediante domanda di adempimento contrattuale è ammissibile la domanda di indennizzo per ingiustificato arricchimento formulata, in via subordinata, con la prima memoria ai sensi dell’art. 183, comma 6, c.p.c., qualora si riferisca alla medesima vicenda sostanziale dedotta in giudizio, trattandosi di domanda comunque connessa per incompatibilità a quella originariamente proposta (ed analogamente, secondo Cass. sez. un. n. 12310 del 15/06/2015, la modificazione della domanda ammessa ex art. 183 cod. proc. civ. può riguardare anche uno o entrambi gli elementi oggettivi della stessa -“petitum” e “causa petendi”-, sempre che la domanda così modificata risulti comunque connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, perciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, ovvero l’allungamento dei tempi processuali.

Ne consegue l’ammissibilità della modifica, nella memoria ex art. 183 cod. proc. civ., dell’originaria domanda formulata ex art. 2932 cod. civ. con quella di accertamento dell’avvenuto effetto traslativo).