Cass. n. 9486/2020

Secondo i principi affermati da questa Corte, l’art. 257 cod. proc, civ., che trova applicazione anche nel rito del lavoro, consentendo, senza più specifica limitazione il riesame di ufficio di testimoni già interrogati, al fine di chiarire la loro deposizione, implica un discrezionale apprezzamento del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità (ex plurimis, vedi Cass.23/3/1994 n.2808, Cass. 3/10/1995 n.10371 3/10/1995).


Cass. n. 9303/2020

L’art. 346 cod. proc. civ., nel prevedere che le eccezioni non accolte in primo grado si intendono rinunciate se non sono espressamente riproposte in appello, non fa alcuna distinzione tra eccezioni di merito ed eccezioni concernenti la validità e l’ammissibilità delle prove.

Deve di conseguenza presumersi rinunciata l’eccezione di inammissibilità della prova testimoniale disattesa dal giudice di primo grado, e non riproposta in appello (Cass. n. 4496 del 2009).

Ove l’eccezione di nullità della deposizione del teste, tempestivamente proposta, non sia stata presa in esame dal giudice avanti al quale la prova è stata espletata, la stessa deve essere formulata con apposito mezzo di gravame avanti al giudice d’appello, ovvero, se sollevata dalla parte vittoriosa in primo grado, da questa riproposta poi nel giudizio di gravame a norma dell’art. 346 cod. proc. civ., dovendosi in caso contrario la medesima eccezione ritenersi rinunciata, con conseguente sanatoria della nullità stessa per acquiescenza, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento (cfr. Cass. n. 10120 del 2019, v. pure S.U. 21670 del 2013).


Cass. n. 7974/2020

In tema di ricorso per cassazione, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 cod.proc.civ. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (cfr. Cass. 27/12/2016 n. 27000 e 17/01/2019 n. 1229).


Cass. n. 7697/2020

La giurisprudenza di questa corte ha da tempo evidenziato come “ai fini del rituale adempimento dell’onere, imposto al ricorrente dall’art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ., di indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli nella loro completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è necessario che, in ossequio al principio di autosufficienza, si provveda anche alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame” (Cass. 23 marzo 2010, n. 6937, e Cass. 16 marzo 2012, n. 4220. Secondo Cass. 9 aprile 2013, n. 8569).


Cass. n. 149/2020

Gli atti e i certificati provenienti dalla pubblica amministrazione o da enti pubblici, essendo assistiti – per il principio d’imparzialità della P.A. – da una presunzione (jurís tantum) di corrispondenza al vero delle attestazioni ed enunciazioni di fatto in essi contenuti, possono essere posti a fondamento del convincimento del giudice di merito, anche se la pubblica amministrazione e gli enti pubblici, da cui gli atti stessi provengono, siano parti in causa (v. Cass. 30 luglio 1987, n. 6595; Cass. 24 febbraio 2004, n. 3654; Cass. 2 marzo 2012, n. 3253; Cass. 17 settembre 2014, n. 19784).


Cass. n. 2/2020

Le prove per interrogatorio formale e per testi, secondo quanto richiesto negli artt. 230 e 244 cod. proc. civ. devono essere dedotte per articoli separati e specifici (Cass. n. 12292 del 2011).

La richiesta di provare per testimoni un fatto esige non solo che questo sia dedotto in un capitolo specifico e determinato, ma anche che sia collocato univocamente nel tempo e nello spazio, al duplice scopo di consentire al giudice la valutazione della concludenza della prova ed alla controparte la preparazione di un’adeguata difesa (cfr., Cass.n. 9547 del 2009, n.20997 del 2011, Cass. n. 1808 del 2015).

Inoltre, il giudice può sempre rilevare d’ufficio l’inammissibilità della prova che verta su apprezzamenti e valutazioni del teste, piuttosto che su fatti specifici a conoscenza dello stesso, in quanto la prova sarebbe comunque inutilizzabile dal giudice, che non può legare il suo convincimento ai giudizi dei testimoni (Cass. n. 8620 del 1996).

 In punto di diritto, non può ritenersi viziata la sentenza che nel rigettare l’istanza di ammissione della prova testimoniale fondi la stessa sul giudizio di genericità dei capitoli, in quanto privi dei requisiti circostanziali che ne avrebbero consentito una precisa collocazione nel tempo e nello spazio.

Quanto alla mancata ammissione della deposizione testimoniale de relato, come è noto, in tema di prova testimoniale, i testimoni de relato in genere (diversamente dai testimoni de relato actoris sono quelli che depongono su  fatti e circostanze di cui sono stati informati dal soggetto che ha proposto il giudizio, così che la rilevanza del loro assunto è sostanzialmente nulla, in quanto vertente sul fatto della dichiarazione di una parte e non sul fatto oggetto dell’accertamento, fondamento storico della pretesa) depongono su circostanze che hanno appreso da persone estranee al giudizio, quindi sul fatto della dichiarazione di costoro, e la rilevanza delle loro deposizioni, pur attenuata perché indiretta, è idonea ad assumere rilievo ai fini del convincimento del giudice, nel concorso di altri elementi oggettivi e concordanti che ne suffragano la credibilità (Cass. n. 569 del 2015).


Cass. n. 33393/2019

L’acquisizione in causa di documenti successivamente al deposito del ricorso introduttivo (o, rispetto al convenuto, rispetto alla memoria di costituzione e risposta) può aversi soltanto a ben precise condizioni, essenziali al fine di assicurare tenuta al principio di preclusione che governa il rito del lavoro.

La produzione tardiva può essere ammessa in particolare se si tratti di documenti formati o giunti nella disponibilità della parte solo dopo lo spirare dei termini preclusivi (Cass. 19 febbraio 2009, n. 4080; Cass. 26 gennaio 2004, n. 1369; Cass. 10 maggio 1995, n. 5068), oppure se la loro rilevanza emerga in ragione dell’esigenza di replicare a difese altrui che, in adeguamento agli sviluppi indotti dal contraddittorio, giustifichino l’ampiamento probatorio (Cass. 23 marzo 2009, n. 6969; Cass. 13 luglio 2009, n. 16337).

Altrimenti, l’acquisizione documentale potrebbe aversi d’ufficio, anche previa sollecitazione di parte, se i documenti risultino indispensabili per la decisione (art. 437 c.p.c.) e cioè necessari per integrare, in definizione di una pista probatoria concretamente emersa, la dimostrazione dell’esistenza o inesistenza di un fatto la cui sussistenza o insussistenza, altrimenti, sarebbe destinata ad essere definita secondo la regola sull’onere della prova (da ultimo, Cass. 5 novembre 2018, n. 28134; Cass. 15 maggio 2018, n., 11845).

Le produzioni tardive soggiacciono quindi, per essere utilizzabili rispetto alla decisione, a regole di efficace ingresso nel processo, che postulano allegazioni giustificative ad opera delle parti (o del giudice, se si tratti di acquisizione officiosa) secondo una delle dinamiche sopra esaminate.


Cass. n. 32385/2019

Nel giudizio di cassazione, tanto più in giudizi nei quali la decisione è il frutto di selezione e valutazione di una pluralità di elementi, tutti concorrenti a supportare la prova del fatto principale, il ricorrente non può limitarsi a prospettare una spiegazione di tali fatti e delle risultanze istruttorie con una logica alternativa, pur in possibile o probabile corrispondenza alla realtà fattuale, poiché è necessario che tale spiegazione logica alternativa appaia come l’unica possibile (per tutte, sui limiti del sindacato di legittimità in tema di subordinazione, v. Cass. n. 11015 del 2016; successive conformi: v. Cass. n. 9157 del 2017; Cass. n. 9401 del 2017; Cass. n. 25383 del 2017).


Cass. n. 26023/2019

La violazione dell’art. 2697 cod. civ. “è configurabile soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (sindacabile, quest’ultima, in sede di legittimità, entro i ristretti limiti del ‘nuovo’ art. 360 n. 5 cod. proc. civ.)”  (Cass. n. 13395/2018).


Cass. n. 24883/2019

La conoscibilità “ex officio” di un contratto collettivo si atteggia diversamente a seconda che si versi in un’ipotesi di violazione del contratto collettivo nazionale di lavoro privatistico o di un contratto collettivo nazionale del pubblico impiego, atteso che, mentre nel primo caso il contratto è conoscibile solo con la collaborazione delle parti, la cui iniziativa, sostanziandosi nell’adempimento di un onere di allegazione e produzione, è assoggettata alle regole processuali sulla distribuzione dell’onere della prova e sul contraddittorio (che non vengono meno neppure nell’ipotesi di acquisizione giudiziale ex art. 425, comma 4, c.p.c.), nel secondo caso il giudice procede con mezzi propri, secondo il principio “iura novit curia” (cfr., ex aliis, Cass. 5.3.2019 n. 6394, Cass. 16.9.2014 n. 19507).


Cass. n. 24616/2019

«Il giudice civile, in assenza di divieti di legge, può formare il proprio convincimento anche in base a prove atipiche come quelle raccolte in un altro giudizio tra le stesse o tra altre parti, delle quali la sentenza ivi pronunciata costituisce documentazione, fornendo adeguata motivazione della relativa utilizzazione, senza che rilevi la divergenza delle regole, proprie di quel procedimento, relative all’ammissione e all’assunzione della prova» (Cass. Sez. 3, n. 840 del 20.1.2015).


Cass. n. 23789/2019

L’onere della prova gravante su chi agisce o resiste in giudizio non subisce deroghe nemmeno quando abbia ad oggetto fatti negativi; tuttavia, non essendo possibile la materiale dimostrazione di un fatto non avvenuto, la relativa prova può essere data mediante dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario od anche mediante presunzioni dalle quali possa desumersi il fatto negativo (Cass. n. 14854 del 2013).


Cass. n. 22494/2019

Nell’ordinamento processuale vigente, in forza del principio di cui all’art. 116 cpc, il giudice può legittimamente porre a base del proprio convincimento prove cd. atipiche, purché idonee a fornire elementi di giudizio sufficienti, se e in quanto non smentite dal raffronto critico con le altre risultanze del processo, con il solo limite di dare congrua motivazione dei criteri adottati per la sua valutazione (Cass. 27.3.2003 n. 4666; Cass. 25.3.20041 n. 5965; Cass. 5.3.2010 n. 5440).

Inoltre, è stato condivisibilmente affermato che, sempre in base al principio del libero convincimento, il giudice civile può trarre elementi di prova, con adeguato vaglio critico, finanche dalle dichiarazioni”autoindizianti” rese nel processo penale, atteso che la sanzione di inutilizzabilità, posta dall’art. 63 cpp a tutela dei diritti di difesa in quella sede, non ha effetti fuori di essa (Cass. 4.6.2014 n. 12577).


Cass. n. 22286/2019

Il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri come la scelta tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. Cass. n. 19011 del 2017; Cass. n. 16056 del 2016).


Cass. n. 21630/2019

Il riconoscimento tacito della scrittura privata ai sensi dell’art. 215 cod. proc. civ. e la verificazione della stessa ex art. 216 stesso codice, attribuiscono alla scrittura il valore di piena prova fino a querela di falso, secondo quanto dispone l’art. 2702 cod. civ., della sola provenienza della stessa da chi ne appare come sottoscrittore e non anche della veridicità delle dichiarazioni in essa rappresentate, di talché il contenuto di queste ultime può essere contestato dal sottoscrittore con ogni mezzo di prova, entro i limiti di ammissibilità propri di ciascuno di essi (ex plurimis, Cass. n. 13321 del 30/06/2015; negli stessi termini, Cass. n. 11674 del 12/05/2008; si veda, altresì, Cass. n. 4582 del06/05/1998, secondo cui, qualora il lavoratore sostenga di avere stipulato un contratto a tempo indeterminato e che nel contratto di lavoro prodotto dalla controparte, redatto mediante utilizzazione di un modulo prestampato e pacificamente da lui sottoscritto, la data di scadenza, lasciata in bianco, è stata apposta in un momento successivo dal datore di lavoro, al fine di far risultare il contratto a termine e non a tempo indeterminato, non è ammissibile ne’ necessaria una querela di falso, perché la contestazione verte, attesa la particolare natura della fattispecie, sulla veridicità del contenuto della scrittura privata e non sulla provenienza delle dichiarazioni).


Cass. n. 21464/2019

Nel giudizio di appello, costituisce prova nuova indispensabile, ai sensi dell’art. 345, comma 3, c.p.c., nel testo previgente rispetto alla novella di cui al d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012, quella di per sé idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio oppure provando quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado (cfr. Cass. 13.10.2017 n. 24164, Cass. s. u. 4.5.2017 n. 10790).


Cass. n. 15165/2019

Nel rito del lavoro, stante l’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, allorché le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il giudice, anche in grado di appello, ex art. 437 cod. proc. civ., ove reputi insufficienti le prove già acquisite, può in via eccezionale ammettere, anche d’ufficio, le prove indispensabili per la dimostrazione o la negazione di fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati o contestati e sussistano altri mezzi istruttori, ritualmente dedotti e già acquisiti, meritevoli di approfondimento (Cass. civ., Sez. lav. 4/05/2012 nr. 6753; 26/05/2010, n. 12856; 05/02/2007, n. 2379; 10/01/2005, n. 278) .


Cass. n. 13870/2019

Il vizio di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorché si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (vedi Cass. 27/12/2016 n.27000); ipotesi queste non riscontrabili nella fattispecie scrutinata.

Non può poi, tralasciarsi di considerare che secondo l’insegnamento di questa Corte, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art.360 c.p.c., comma 1, n. 5, oltre ad emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, non consentito in sede di legittimità (vedi Cass. 20/6/2006 n.14267, cui adde, Cass. 30/11/2016 n.24434, nonché Cass. 27/7/2017 n.18665).

L’art.116 c.p.c., comma 1, consacra poi il principio del libero convincimento del giudice, al cui prudente apprezzamento – salvo alcune specifiche ipotesi di prova legale – è pertanto rimessa la valutazione globale delle risultanze processuali, essendo egli peraltro tenuto ad indicare gli elementi sui quali si fonda il suo convincimento nonché l’iter seguito per addivenire alle raggiunte conclusioni, ben potendo al riguardo disattendere taluni elementi ritenuti incompatibili con la decisione adottata (ex plurimis vedi Cass. 15/1/14 n.687).


Cass. n. 10343/2019

Nel rito del lavoro, stante l’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, allorché le risultanze di causa offrono signficativi dati di indagine, il giudice, anche in grado di appello, ove reputi insufficienti le prove già acquisite, può in via eccezionale ammettere, anche d’ufficio, le prove indispensabili per la dimostrazione o la negazione di fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati o contestati e sussistano altri mezzi istruttori, ritualmente dedotti e già acquisiti, meritevoli di approfondimento (Cass.4.,12, n. 6753; Cass. 28.3.18, n. 7694).

L’esercizio di poteri istruttori rivolge un giudizio di opportunità rimesso ad un apprezzamento meramente discrezionale, che può essere sottoposto al sindacato di legittimità come vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., qualora la sentenza di merito non adduca un’adeguata spiegazione dell’esercizio (o mancato esercizio) di tale potere (cfr. Cass.25.ù3.2)10 n. 12717, Cass. 15.5.2014 n. 10662, Cass. 4.4.2017 n.8752).


Cass. n. 8381/2019

Nel rito del lavoro, i mezzi istruttori, preclusi alle parti, possono essere ammessi d’ufficio, ma suppongono, tuttavia, la preesistenza di altri mezzi istruttori, ritualmente acquisiti, che siano meritevoli dell’integrazione affidata alle prove ufficiose. Peraltro, l’indisponibilità, che consente la produzione tardiva di documenti suppone che, al momento fissato, a pena di preclusione o decadenza, per la loro produzione, fosse oggettivamente impossibile disporne, trattandosi di documenti la cui formazione risulti, necessariamente, successiva a quel momento (Cass. 27 luglio 2006 n. 17178; Cass. 15228 del 2007; Cass. SS.UU. 8202 del 2005).


Cass. n. 139/2019

La disposizione dell’art. 244 c.p.c. sulla necessità di un’indicazione specifica dei fatti da provare per testimoni non va intesa in modo rigorosamente formalistico, ma in relazione all’oggetto della prova, di guisa che, qualora questa riguardi un comportamento o un’attività che si frazioni in circostanze molteplici (come gli indici della subordinazione in un rapporto di durata come quello di lavoro), è sufficiente precisare la natura di detto comportamento o di detta attività in modo da permettere alla controparte di contrastarne la prova, attraverso la deduzione e l’accertamento di attività o comportamenti di carattere diverso, spettando peraltro al difensore e al giudice, durante l’esperimento del mezzo istruttorio, una volta che i fatti siano stati indicati nei loro estremi essenziali, l’eventuale individuazione dei dettagli (cfr. Cass. n. 11844/06; Cass. n. 5842/02);

Sin da Cass. S.U. n. 262/97 (e successive conformi), in giurisprudenza si è stabilito che nell’esercitare il potere di cui all’art. 421 co. 1 c.p.c. il giudice deve indicare in ogni momento l’irregolarità che allo stato non consenta l’ammissione della prova, assegnando alla parte un termine per porvi rimedio; e la formulazione del primo comma dell’art. 421 c.p.c. è diversa da quella che si legge nel secondo comma: qui si dice che il giudice “può”, mentre lì si dice, puramente e semplicemente, che il giudice “indica” le irregolarità sanabili.