Cass. n. 15565/2019

L’affermazione contenuta nella sentenza circa l’inesistenza, nei fascicoli processuali (d’ufficio o di parte), di un documento che, invece, risulti esservi incontestabilmente inserito, non si concreta in un errore di giudizio, bensì in una mera svista di carattere materiale, costituente errore di fatto e, quindi, motivo di revocazione a norma dell’art.395, n. 4, c.p.c., enon di ricorso per cassazione (vedi ex plurimis, Cass. 28/9/2016 n.19174,Cass. 27/4/2010 n.10066, Cass._15/5/2007 n.11196).

Secondo i dettami di cui all’art. 395 c.p.c., n.4, le sentenze pronunziate in grado di appello possono essere impugnate per revocazione qualora la sentenza stessa sia “l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa”. “Vi è questo errore – in particolare – quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa”.


Cass. n. 8294/2019

Pacificamente per questa Corte tale genere di errore presuppone il contrasto tra due diverse rappresentazioni dello stesso oggetto, emergenti una dalla sentenza e l’altra dagli atti e documenti processuali, purché, da un lato, la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione, e non di valutazione o di giudizio e, dall’altro, quella risultante dagli atti e documenti non sia stata contestata dalle parti (per tutte Cass. SS.UU. n. 5303 del 1997; v. poi Cass. SS.UU. n. 561 del 2000; Cass. SS.UU. n. 15979 del 2001; Cass. SS.UU. n. 23856 del 2008; Cass. SS.UU. n. 4413 del 1016).

Pertanto in generale l’errore non può riguardare la violazione o falsa applicazione di norme giuridiche ovvero la valutazione e l’interpretazione dei fatti storici; deve avere i caratteri dell’assoluta evidenza e della semplice rilevabilità sulla base del solo raffronto tra la sentenza impugnata e gli atti e i documenti di causa, senza necessità di argomentazioni induttive o di particolari indagini ermeneutiche; deve essere essenziale e decisivo, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione da lui emessa deve esistere un nesso causale tale che senza l’errore la pronuncia sarebbe stata diversa (tra le ultime v. Cass. n. 14656 del 2017).

Quindi, secondo il consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 22569 del 2013; n. 4605 del 2013, n. 16003 del 2011) fuoriesce dal travisamento rilevante ogni errore che attinga l’interpretazione del quadro processuale che esso denunziava, in coerenza con una scelta che deve lasciar fermo il valore costituzionale della insindacabilità delle valutazioni di fatto e di diritto della Corte di legittimità.

Inoltre non è idoneo ad integrare errore revocatorio l’ipotizzato travisamento, da parte della Corte di cassazione, di dati giuridico- fattuali acquisiti attraverso la mediazione delle parti e l’interpretazione dei contenuti espositivi degli atti del giudizio, e dunque mediante attività valutativa, insuscettibile in quanto tale – quand’anche risulti errata – di revocazione (Cass. n. 14108 del 2016; Cass. n. 13181 del 2013).

Cosicché, in tema di revocazione delle sentenze della Corte di cassazione, ove il ricorrente deduca, sotto la veste del preteso errore revocatorio, l’errato apprezzamento, da parte della Corte, di un motivo di ricorso – qualificando come errore di percezione degli atti di causa un eventuale errore di valutazione sulla portata della doglianza svolta con l’originario ricorso – si verte in un ambito estraneo a quello dell’errore revocatorio, dovendosi escludere che un motivo di ricorso sia suscettibile di essere considerato alla stregua di un “fatto” ai sensi dell’art. 395, comma 1, n. 4, c.p.c., potendo configurare l’eventuale omessa od errata pronunzia soltanto un “error in procedendo” ovvero “in iudicando”, di per sé insuscettibili di denuncia ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c. (in termini: Cass. n. 14937 del 2017; conf. Cass. n. 9835 del 2012; Cass. n. 8615 del 2017; Cass. n. 3760 del 2018),


Cass. n. 6266/2019

La pendenza del giudizio di revocazione contro la sentenza di merito non è di ostacolo, alla luce dell’art. 398 cpc, come modificato dall’art. 68 legge 26.11.1990 n. 353, alla trattazione del ricorso per cassazione contro la sentenza di merito, essendovi completa autonomia tra il giudizio di cassazione e quello per revocazione, almeno finché il giudice investito di quest’ultima non ritenga di sospendere i termini per la proposizione del primo o del procedimento per cassazione stesso, tanto più qualora tra le due cause non sussista interferenza di questioni.

Si tratta, infatti, di due mezzi di impugnazione a critica vincolata che concorrono cumulativamente in relazione alle sentenze pronunciate in appello o in unico grado.


Cass. n. 4235/2019

L’ipotesi di revocazione (art. 395, n. 4, c.p.c.)  sussiste se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa; vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita.

Pacificamente per questa Corte tale genere di errore presuppone il contrasto tra due diverse rappresentazioni dello stesso oggetto, emergenti una dalla sentenza e l’altra dagli atti e documenti processuali, purché, da un lato, la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione, e non di valutazione o di giudizio e, dall’altro, quella risultante dagli atti e e documenti non sia stata contestata dalle parti (per tutte Cass. SS.UU. n. 5303 del 1997; v. poi Cass. SS.UU. n. 561 del 2000; Cass. 5.3S.UU. n. 15979 del 2001; Cass. SS.UU. n. 23856 del 2008; Cass. SS.UU. n. 4413 del 2016).

Pertanto in generale l’errore non può riguardare la violazione o falsa applicazione di norme giuridiche ovvero la valutazione e l’interpretazione dei fatti storici; deve avere i caratteri dell’assoluta evidenza e della semplice rilevabilità sulla base del solo raffronto tra la sentenza impugnata e gli atti e i documenti di causa, senza necessità di argomentazioni induttive o di particolari indagini ermeneutiche; deve essere essenziale e decisivo, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione da lui emessa deve esistere un nesso causale tale che senza l’errore la pronuncia sarebbe stata diversa (tra le ultime v. Cass. n. 14656 del 2017).

In particolare, secondo il consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 22569 del 2013; n. 4605 del 2013, n. 16003 del 2011) fuoriesce dal travisamento rilevante ogni errore che attinga la interpretazione del quadro processuale che esso denunziava, in coerenza con una scelta che deve lasciar fermo il valore costituzionale della insindacabilità delle valutazioni di fatto e di diritto della Corte di legittimità.

Inoltre non è idoneo ad integrare errore revocatorio l’ipotizzato travisamento, da parte della Corte di cassazione, di dati giuridico-fattuali acquisiti attraverso la mediazione delle parti e l’interpretazione dei contenuti espositivi degli atti del giudizio, e dunque mediante attività valutativa, insuscettibile in quanto tale – quand’anche risulti errata – di revocazione (Cass. n. 14108 del 2016; Cass. n. 13181 del 2013).

La revocazione della sentenza (o ordinanza) di Cassazione è consentita anche per vizi del procedimento innanzi alla Corte di cui non si sia tenuto conto per un errore percettivo riguardante l’esame degli atti dello stesso processo di cassazione (cd. atti “interni” direttamente esaminabili dalla Corte con propria autonoma indagine di fatto: v. Cass. S.U.. n. 3519 del 1992).

Pertanto è configurabile l’errore revocatorio anche quando la pronuncia di inammissibilità o di ammissibilità del ricorso per cassazione sia conseguenza di una percezione erronea degli atti di causa, come quelli concernenti la notificazione o la tempestività del ricorso e, quindi, la rituale instaurazione del contraddittorio (da ultimo v. Cass. n. 28143 del 2018 richiamata da parte ricorrente che, tuttavia, non si attaglia alla presente controversia nella parte in cui, in quel caso, la Corte ha rilevato l’errore revocatorio nella notifica del ricorso per cassazione “indirizzata ad un domicilio inesistente” accompagnata dall'”erroneo presupposto dell’avvenuta costituzione (della controricorrente), smentita con evidenza dagli atti”).

Ciò posto questa Corte ha di recente (cfr. Cass. n. 602 del 2018, ma sulla scorta dei precedenti ivi citati) condivisibilmente distinto l’ipotesi in cui l’atto procedimentale (in quel caso la comunicazione dell’avviso di udienza ex art. 377 c.p.c. ma lo stesso discorso vale per la notificazione del ricorso per cassazione) è omesso – e che può quindi dare luogo ad un vizio revocatorio laddove si affermi che invece è stato posto in essere – da quello in cui si reputi il medesimo affetto da nullità.

Invero l’accertamento della nullità processuale implica la mediazione di un giudizio che esclude un vizio di mera percezione di una realtà inesistente.