Cass. n. 21880/2020

La disciplina dello scioglimento delle associazioni riconosciute si differenza da quella delle associazioni non riconosciute peri/procedimento liquida tono che ha inizio (secondo la normativa applicabile “ratione temporis” antecedente il d.P.R. n. 361 del 2000) con la dichiarazione di estinzione della persona giuridica (art. 27 c.c.), cui segue la materiale procedura di liquidazione (art. 30 c.c.) con la nomina di uno o più commissari liquidatori (art. 11 disp. att.) e che termina, dopo gli adempimenti liquidativi di cui agli artt. da 12 a 19 delle disp. att. c.c., con la cancellazione dal registro delle persone giuridiche a cura del Presidente del Tribunale (art. 20); ne consegue che le associazioni riconosciute, con il completarsi del suddetto procedimento liquidatorio, si estinguono, analogamente a quanto disposto dal legislatore per le società in relazione al provvedimento di cancellazione dal registro delle imprese e, in tali casi, non trova applicazione il principio affermato per le associazioni non riconosciute secondo il quale lo scioglimento non comporta l’estinzione dell’associazione che resta in vita finché tutti i suoi rapporti non siano definiti».


Cass. n. 21747/2020

La soppressione di un ente pubblico, quando non dia luogo ad una mera successione nel munus (cfr. Cass. n. 10991/2020 e la giurisprudenza amministrativa ivi richiamata), resta assoggettata alla disciplina dettata dagli artt. 299 e seguenti del codice di rito e, pertanto, l’interruzione automatica si verifica solo qualora la soppressione stessa intervenga nell’arco temporale compreso fra la notificazione della citazione e la costituzione in giudizio, trovando altrimenti applicazione la regola, fissata dall’art. 300 cod. proc. civ., che subordina l’interruzione alla corrispondente dichiarazione in udienza del procuratore costituito della parte interessata dall’evento (Cass. n. 6208/2013 e negli stessi termini Cass. n. 9911/1998, Cass S. U. n. 2875/1984).

Dall’applicabilità della disciplina sopra richiamata discende che, anche in tema di soppressione di ente pubblico, valgono i medesimi principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 15295/2014 secondo cui «la morte o la perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, dallo stesso non dichiarate in udienza o notificate alle altre parti, comportano, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che:

a) la notificazione della sentenza fatta a detto procuratore, ex art. 285 cod. proc. civ., è idonea a far decorrere il termine per l’impugnazione nei confronti della parte deceduta o del rappresentante legale di quella divenuta incapace;

b) il medesimo procuratore, qualora originariamente munito di procura alla lite valida per gli ulteriori gradi del processo, è legittimato a proporre impugnazione – ad eccezione del ricorso per cassazione, per cui è richiesta la procura speciale – in rappresentanza della parte che, deceduta o divenuta incapace, va considerata, nell’ambito del processo, tuttora in vita e capace;

c) è ammissibile la notificazione dell’impugnazione presso di lui, ai sensi dell’art. 330, primo comma, cod. proc. civ., senza che rilevi la conoscenza aliunde di uno degli eventi previsti dall’art. 299 cod. proc. civ. da parte del notificante».


Cass. n. 20479/2020

Qualora all’estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale … si trasferiscono ai soci in regime di con titolarità o di comunione indivisa, i diritti ed i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della Società estinta , ma non anche le mere pretese, ancorchè azionate o azionabili in giudizio né diritti di credito ancora incerti o illiquidi la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore, giudiziale o extragiudiziale, il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato (cfr. Cass. 3 aprile 2003, n. 5113).


Cass. n. 18250/2020

La cancellazione, anche della società di persone, da registro delle imprese, dà luogo a un fenomeno estintivo che priva la stessa della capacità di stare in giudizio, costituendo un evento interruttivo la cui  rilevanza processuale è subordinata, ove la parte sia costituita a mezzo di procuratore, stante la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, alla dichiarazione in udienza ovvero alla notificazione dell’evento alle altre parti.

La questione oggetto di attuale delibazione, attinente agli effetti processuali connessi alla vicenda estintiva che può investire le società  è  stata oggetto di ripetuti interventi da parte della giurisprudenza di legittimità, che nei suo sviluppo evolutivo ha tracciato, come da più parti osservato, “una storia infinita”, dipanatasi attraverso modalità di “pendolarismo giurisprudenziale”.

In tale contesto, per richiamare le soluzioni più recentemente delineatesi, vanno considerati i noti arresti giurisprudenziali del 2010 e del 2013 (Cass. S.U. 22/2/2010 n.4060 e Cass. S.U. 12/3/2013 n.6070), con i quali è stato innanzitutto fugato ogni dubbio sul fatto che, sia pure con riferimento al nuovo art.2495 c.c. (introdotto dalla riforma del diritto societario del 2003, in sostituzione dell’art.2456), l’iscrizione della cancellazione nel registro delle imprese comporta l’estinzione della società„ superandosi così l’orientamento, pluridecennale e assolutamente prevalente, formatosi in relazione alla vecchia disciplina, secondo il quale la cancellazione non determinava l’estinzione della società ove e sino a che non fossero esauriti tutti i rapporti giuridici ad essa facenti capo.

La cancellazione, infatti, determina il “venir meno” dell’ente, indipendentemente dall’esistenza di crediti insoddisfatti o di rapporti ancora non definiti, la relativa disposizione avendo portata innovativa e non interpretativa della disciplina previgente.

Va poi in via ulteriore rimarcato che i principi enunciati dalle Sezioni Unite nel 2010 e nel 2013 riguardano non soltanto le società di capitali, ma anche le società di persone.

Alla pubblicità del regime della cancellazione dal registro delle imprese, di natura dichiarativa, secondo gli approdi ai quali è pervenuta la più avvertita dottrina, è comunque connessa una presunzione, opponibile ai creditori sociali, del venir meno della capacità giuridica (cfr. Cass., sez. un., 12/3/2013, n. 6070, Cass, 13/11/2009, n.24037), della soggettività e della legittimazione della società.

La soluzione trova giustificazione nella necessità di trattare maniera omogenea situazioni sostanzialmente identiche e nell’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme che regolano le società di persone (Corte Cost. 21 luglio 2000, n. 319), da leggere in parallelo ai nuovi effetti costitutivi della cancellazione di quelle di capitali (v. Cass, S.U. n.4060/2010).

A fronte del nuove dettate normativo di cui all’art.2495 c.c., il “diritto vivente” è, dunque, concorde nel ritenere che la cancellazione comporta l’estinzione della società e ha effetto costitutivo, valendo, quindi, anche nel caso in cui la società estinta abbia assunto le forme della società di persone, il binomio cancellazione-estinzione.

Le Sezioni Unite della Corte di cassazione, infatti, già con la sentenza n. 4060/2010, avevano affermato il principio per cui “in tema di società, una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2495, secondo comma, cod. civ., come modificato dall’art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, nella parte in cui ricollega alla cancellazione dal registro delle imprese l’estinzione immediata delle società di capitali, impone un ripensamento della disciplina relativa alle società commerciali di persone, in virtù del quale la cancellazione, pur avendo natura dichiarativa, consente di .presumere il venir meno della loro capacità e soggettività limitata, negli stessi termini in cui analogo effetto si produce per le società di capitali, rendendo opponibile ai terzi tale evento, contestualmente alla pubblicità nell’ipotesi in cui essa sia stata  effettuata successivamente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 6 de.i 2003, e con decorrenza dal 1° gennaio 2004 nel caso in cui abbia avuto luogo in data anteriore” (conf. Cass. n. 9032/2010; Cass. n. 20878/2010; Cass. n. 26196/2016, in motiv., Cass. 9/10/2017, n.23563).

Muovendo da tali presupposti, lo studio del fenomeno estintivo delle società ha coinvolto, poi, essenzialmente, il tema dell’individuazione della giusta parte, quale corollario del giusto processo, nonché la definizione dei poteri e della legittimazione del difensore della parte stessa, intesi come ineludibili passaggi per addivenire all’approdo di una auspicata stabilizzazione del processo.

In tale linea evolutiva un ruolo indubbiamente fondante assume la pronunzia n. 6070/2013 resa dalle Sezioni Unte della Corte di cassazione, con la quale si è stabilito il principio per cui, in caso di estinzione della società in conseguenza della sua cancellazione dal registro delle imprese, si determina un “meccanismo di tipo successorio”, in virtù del quale:

a) sul piano sostanziale, l’obbligazione della società non si estingue, poiché ciò sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i  quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, “pendente societate“, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti ‘sociali, mentre i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta s trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa, con esclusione delle mere pretese, ancorché azionate o azionabili in giudizio, e dei crediti ancora incerti o illiquidi, la cui inclusione in detto bilancio avrebbe richiesto un’attività ulteriore (giudiziale o extragiudiziale), il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che ia società vi abbia rinunciato, a favore di una più rapida conclusione del procedimento estintivo.

b) sul piano processuale, qualora l’estinzione intervenga nella pendenza di un giudizio del quale la società è parte, si determina (salva la sola eccezione della fictio contemplata dall’art. 10 I.fall.) un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss. c.p.c., con eventuale prosecuzione o riassunzione da parte o nei confronti dei soci, successori della società, ai sensi dell’art. 110 c.p.c.; se, però, l’evento non è stato fatto constare nei modi di legge o si sia verificato quando farlo constare in tali modi non sarebbe più stato possibile, l’impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve provenire o essere indirizzata, appena d’inammissibilità, dai soci o nei confronti dei soci, atteso che la stabilizzazione processuale di un soggetto estinto non può eccedere il grado di giudizio nel quale l’evento estintivo è occorso (conf. Cass. n. 20/9/20:13 n.21517, Cass. 19/3/2014 n.6468; Cass. 13/5/2015 n. 9828).

Questo è, dunque, l’orientamento giurisprudenziale che !a Corte di merito ha mostrato di conoscere  e condividere; esso risulta ispirato alla esigenza di valorizzazione della giusta parte, che a seguito del verificarsi dell’evento menomativo, non sarebbe più quella originaria e che andrebbe tutelata nella sua diversa identità e nell’inestensibilità della disciplina dell’art. 300 cod, proc. civ. alle  fasi processuaili per le quali non è esplicitamente prevista.

Non può, peraltro, tralasciarsi di considerare che le Sezioni Unite, recependo le istanze  formulate da molta parte della dottrina, sono in seguito, ritornate su (vedi Cass, S.U. 4/7/2014, n. 15295), assumendo lo sforzo e formulando l’auspicio di offrire alla materia una soluzione che avesse un effetto stabilizzante per il processo; e, per stabilizzare il processo, hanno ritenuto che occorresse stabilizzare la parte stessa., così ritornando alla teoria dell’ultrattività del mandato.

In particolare, concordando con la maggiore elaborazione giurisprudenziale della tesi in argomento, sviluppata dalle tre sentenze rese dalle Sezioni Unite il 21 febbraio 1984, nn. 1228, 1229 e 1230, si è rilevato che, a norma dell’art. 300 cod. proc, civ,, essendo indispensabile la comunicazione formale dell’evento da effettuarsi dal procuratore della parte deceduta o che ha perduto la capacità di stare in giudizio, e non avendo perciò rilevanza la conoscenza che dell’evento le altre parti abbiano aliunde, l’effetto interruttivo del processo è prodotto da una fattispecie complessa costituita dal verificarsi dell’evento e dalla dichiarazione in udienza o dalla notificazione fattane dal procuratore alle altre parti; dichiarazione o notificazione del procuratore che, consistendo nell’esteriorizzazione di una determinazione volitiva, al fine di produrre l’effetto interruttivo dei processo, si configura come negozio processuale dei procuratore legittimato dal potere rappresentativo conferito con la procura ad litem.

Finché non vi sia la comunicazione formale del procuratore della parte divenuta incapace, proseguendo l’iter processuale nello stato anteriore, come se la parte foss ancora in vita o continuasse ad essere capace, si verifica, appunto, il fenomeno dell’ultrattività della procura ad litem, nonostante il verificarsi dell’evento che, per la norma dell’art. 1722, n. 4, cod. civ. avrebbe dovuto procurarne l’estinzione.

Le sezioni Unite hanno chiaramente accolto il richiamato auspicio affermando che «Qualora durante la pendenza del giudizio, sopraggiunga la morte della parte costituita ed i! suo procuratore ometta di dichiarare o notificare l’evento nei modi e nei tempi di cui all’art.300 c.p.c., la posizione giuridica dei .-appresentato (rispetto alle altre parti e al giudice) resta stabilizzata nella fase attiva del rapporto processuale e nelle .successive fasi di quiescenza e riattivazione del rapporto a seguito della proposizione del giudizio di gravame, sicché è ammissibile l’atto di impugnazione notificato presso il difensore, alla parte deceduta o divenuta incapace, pur se il notificante abbia avuto aliunde conoscenza dell’evento.

Tale linea interpretativa è stata condivisa da questa Corte in ulteriori pronunce espressamente riferito anche al fenomeno societario (vedi Cass. 9/1072017 n.23563 secondo cui la cancellazione di una società di persone dal registro delle imprese, costituita in giudizio a mezzo di procuratore che tale evento non abbia dichiarato in udienza o notificato alle altre parti nei modi e nei tempi di cui all’art. 300 c.p.c., comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che detto procuratore continua a  rappresentare la parte come se l’evento interruttivo non si fosse verificato, con conseguente ammissibilità della notificazione dell’impugnazione presso di lui, ex art.330, comma 1, c.p.c., senza che rilevi la conoscenza “aliunde” dell’avvenuta cancellazione da parte del notificante (Cass.23/11/2018 n. 30341, secondo cui la cancellazione della società dal registro delle imprese da luogo a un fenomeno estintivo che priva la stessa della capacità di stare in giudizio, costituendo un evento interruttivo la cui rilevanza processuale è peraltro subordinata, ove la parte sia costituita a mezzo di procuratore, stante la regola dell’ultrattività dei mandato alla lite, dalla dichiarazione in udienza ovvero dalla notificazione dell’evento alle altre parti).


Cass. n. 10988/2020

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, al giudizio di cassazione, in quanto dominato dall’impulso d’ufficio, non sono applicabili le comuni cause di interruzione previste in via generale dalla legge (tra le altre: Cass. n. 17450 del 2013; Cass. n. 8685 del 2012; Cass. n. 14786 del 2011; Cass. n. 21153 del 2010; Cass. n. 25749 del 2007; Cass. n. 23294 del 2004; Cass. n. 5626 del 2002).

In particolare, di recente è stato ribadito il principio di diritto secondo il quale: “L’avvenuta cancellazione dal registro delle imprese della società, dopo la proposizione del ricorso per cassazione, debitamente comunicata dal suo difensore, non è causa di interruzione del processo” (Cass. n. 2625 del 2018; conf. a Cass. n. 3323 del 2014).


Cass. n. 9302/2020

E’ ben vero che la cancellazione dal registro delle imprese comporta l’estinzione della società e la priva della capacità processuale, sicché, qualora l’estinzione intervenga in pendenza di un giudizio di cui la società è parte, si produce un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss. cod. proc. civ..

Tuttavia, qualora siffatto evento non sia stato fatto constare processualmente nei modi di legge (come nel caso in esame), l’impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve provenire dai soci (o essere proposta nei confronti dei soci), in quanto la legittimazione processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 cod. proc. civ., per effetto della vicenda estintiva, in capo agli stessi (cfr. Cass. 23574 del 2014, conformi Cass. sez. lav. 1958 del 2017 e 13183 del 2017; cfr. Cass. 23574 del 2017), quali successori a titolo universale divenuti partecipi della comunione in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione (cfr. Cass. n. 1958 del 2017).