Cass. n. 10988/2020

Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, al giudizio di cassazione, in quanto dominato dall’impulso d’ufficio, non sono applicabili le comuni cause di interruzione previste in via generale dalla legge (tra le altre: Cass. n. 17450 del 2013; Cass. n. 8685 del 2012; Cass. n. 14786 del 2011; Cass. n. 21153 del 2010; Cass. n. 25749 del 2007; Cass. n. 23294 del 2004; Cass. n. 5626 del 2002).

In particolare, di recente è stato ribadito il principio di diritto secondo il quale: “L’avvenuta cancellazione dal registro delle imprese della società, dopo la proposizione del ricorso per cassazione, debitamente comunicata dal suo difensore, non è causa di interruzione del processo” (Cass. n. 2625 del 2018; conf. a Cass. n. 3323 del 2014).


Cass. n. 9302/2020

E’ ben vero che la cancellazione dal registro delle imprese comporta l’estinzione della società e la priva della capacità processuale, sicché, qualora l’estinzione intervenga in pendenza di un giudizio di cui la società è parte, si produce un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss. cod. proc. civ..

Tuttavia, qualora siffatto evento non sia stato fatto constare processualmente nei modi di legge (come nel caso in esame), l’impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve provenire dai soci (o essere proposta nei confronti dei soci), in quanto la legittimazione processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 cod. proc. civ., per effetto della vicenda estintiva, in capo agli stessi (cfr. Cass. 23574 del 2014, conformi Cass. sez. lav. 1958 del 2017 e 13183 del 2017; cfr. Cass. 23574 del 2017), quali successori a titolo universale divenuti partecipi della comunione in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione (cfr. Cass. n. 1958 del 2017).