Cass. n. 22231/2020

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il giudice civile, in assenza di divieti di legge, può formare il proprio convincimento anche in base a prove atipiche come quelle raccolte in un altro giudizio tra le stesse o tra altre parti, fornendo adeguata motivazione della relativa utilizzazione, senza che rilevi la divergenza delle regole, proprie di quel procedimento, relative all’ammissione e all’assunzione della prova (Cass. n. 25067 del 2018, n. 840 del 2015).

Occorre, dunque, ai fini del corretto utilizzo di fonti di prova raccolte in un diverso giudizio, che il giudice dia un’adeguata motivazione delle ragioni per le quali ritiene di dovere utilizzare tali fonti, tanto più se queste riguardano parti diverse da quelle della causa sottoposta al suo esame.


Cass. n. 21204/2020

In linea con quanto già affermato da questa Corte (Cass., Sez. L, Sentenza n. 25374 del 25/10/2017, Cass. Sez. L, Sentenza n. 22534 del 23/10/2014), deve ritenersi che nel rito del lavoro, l’uso dei poteri istruttori da parte del giudice ex artt. 421 e 437 c.p.c., non ha carattere discrezionale, ma costituisce un potere-dovere del cui esercizio o mancato esercizio questi è tenuto a dar conto; tuttavia, al fine di censurare idoneamente in sede di ricorso per cassazione l’inesistenza o la lacunosità della motivazione sulla mancata attivazione di detti poteri, occorre dimostrare di averne sollecitato tempestivamente l’esercizio, indicando una “pista probatoria” ed i relativi mezzi di prova, in quanto diversamente si introdurrebbe per la prima volta in sede di legittimità un tema del contendere totalmente nuovo rispetto a quelli già dibattuti nelle precedenti fasi di merito.

Non è dunque sindacabile in sede di legittimità il mancato uso dei poteri officiosi da parte del giudice ove la parte non abbia sollecitato gli stessi tempestivamente e compiutamente, ossia nei termini previsti per l’espletamento di attività istruttoria e con indicazione delle vie probatorie utili e disponibili.

Nella specie, a quanto consta, non vi è stata siffatta richiesta della parte né in primo grado, né nell’atto di appello, essendo stata solo in sede di conclusioni d’appello formulata una intempestiva richiesta, comunque carente del contenuto prescritto.


Cass. n. 14081/2020

Nel rito del lavoro, in base al combinato disposto degli artt. 416, terzo comma, c.p.c., 437, secondo comma, c.p.c., l’omessa indicazione, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti, e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, a meno che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi della vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione; inoltre tale rigoroso sistema di preclusioni trova un contemperamento – ispirato alla esigenza della ricerca della “verità materiale”, cui è doverosamente funzionalizzato il rito del lavoro, teso a garantire una tutela differenziata in ragione della natura dei diritti che nel giudizio devono trovare riconoscimento – nei poteri d’ufficio del giudice in materia di ammissione di nuovi mezzi di prova, ai sensi dell’art. 437, secondo comma, c.p.c., ove essi siano indispensabili ai fini della decisione della causa.

Quanto all’esercizio dei poteri officiosi nel rito del lavoro, con precedenti decisioni sempre nella composizione a Sezioni unite di questa Corte, si è sancito che, proprio in nome del contemperamento del principio dispositivo con le esigenze della ricerca della verità materiale, allorquando le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, il giudice ove reputi insufficienti le prove già acquisite, non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale di giudizio fondata sull’onere della prova, ma ha il potere- dovere di provvedere d’ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale ed idonei a superare l’incertezza del fatti costitutivi dei diritti in contestazione, indipendentemente dal verificarsi di preclusioni o decadenze in danno delle parti (cfr. in termini: Cass. SS.UU. n. 761 del 2002).

Successivamente, ribadito che i poteri d’ufficio del giudice del lavoro possono essere esercitati pur in presenza di già verificatesi decadenze o preclusioni e pur in assenza di una esplicita richiesta delle parti in causa, si è affermato, a composizione di un contrasto interno alla Sezione lavoro, che l’esercizio di essi, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 c.p.c., non è arbitrario né meramente discrezionale, ma si presenta come un potere-dovere, sicché il giudice del lavoro non può limitarsi a fare meccanica applicazione della regola formale del giudizio fondata sull’onere della prova, avendo l’obbligo – in ossequio al “giusto 25 processo regolato dalla legge” – di esplicitare le ragioni per le quali reputi di far ricorso all’uso dei poteri istruttori ovvero di non farvi ricorso ed il relativo provvedimento può, così, essere sottoposto al sindacato di legittimità qualora non sia sorretto da una congrua e logica spiegazione nel disattendere la richiesta di mezzi istruttori relativi ad un punto della controversia che, se esaurientemente istruito, avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione della causa (Cass. SS. UU. n. 11353 del 2004; più di recente v. Cass. 19305 del 2016; Cass. n. 28439 del 2019).

In punto di “indispensabilità” della prova nel giudizio di appello, sempre le Sezioni unite (sent. n. 10790 del 2017), sebbene con riferimento all’art. 345, comma 3, c.p.c., nel testo previgente rispetto alla novella di cui al d.l. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla I. n. 134 del 2012 (con formulazione analoga all’art. 437, comma 2, c.p.c.), hanno stabilito che “costituisce prova nuova indispensabile, quella di per sé idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio oppure provando quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado”.


Cass. n. 11898/2020

Il sistema di preclusioni su cui si fonda il processo del lavoro comporta per entrambe le parti l’onere di collaborare, fin dalle prime battute processuali, a circoscrivere la materia controversa, evidenziando con chiarezza gli elementi in contestazione.

Con la conseguenza che ogni volta che sia posto a carico di una delle parti (attore o convenuto che sia) un onere di allegazione (e di prova), il corretto sviluppo della dialettica processuale impone che l’altra parte prenda posizione in maniera precisa rispetto alle affermazioni della parte onerata, nella prima occasione processuale utile (e perciò nel corso dell’udienza di cui all’art. 420 cod. proc. civ., se non ha potuto farlo nell’atto introduttivo), atteso che il principio di non contestazione, derivando dalla struttura del processo e non soltanto dalla formulazione dell’art. 416 cod. proc. civ., è applicabile, ricorrendone i presupposti, anche con riguardo all’attore, ove oneri di allegazione (e prova) gravino anche sul convenuto (Cass. n. 3245/2003).

Nella giurisprudenza di questa Corte che nel processo del lavoro l’esercizio dei poteri istruttori d’ufficio in grado d’appello presuppone la ricorrenza di alcune circostanze: l’insussistenza di colpevole inerzia della parte interessata, con conseguente preclusione per inottemperanza ad oneri procedurali, l’opportunità di integrare un quadro probatorio tempestivamente delineato dalle parti, l’indispensabilità dell’iniziativa ufficiosa, volta non a superare gli effetti inerenti ad una tardiva richiesta istruttoria o a supplire ad una carenza probatoria totale sui fatti costitutivi della domanda, ma solo a colmare eventuali lacune delle risultanze di causa (Cass. n. 17572/2004; conformi, fra altre: Cass. n. 154/2006; Cass. n. 5878/2011);

E’ stato altresì ripetutamente precisato che i poteri istruttori d’ufficio, di cui all’art. 421 cod. proc. civ., non possono sopperire alle carenze probatorie delle parti così da porre il giudice in funzione sostitutiva degli oneri delle parti medesime e da tradurre i poteri officiosi anzidetti in poteri d’indagine e di acquisizione del tipo di quelli propri del procedimento penale (Cass. n. 11847/2009; conformi: Cass. n. 12002/2002; Cass. n. 17102/2009; Cass. n. 15899/2011).


Cass. n. 9299/2020

In tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento.

E’, pertanto, insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo giudice (vedi Cass. 8/8/2019 n.21187).

La valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’ attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non “menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex multis, vedi Cass. 2/8/2016 n.16056).

Non è dunque neanche prospettabile una questione di omesso ed insufficiente esame di un fatto decisivo per il giudizio qualora il fatto storico, rilevante in causa, (così come nella specie) sia stato comunque preso in considerazione dal giudice e si pretenda una valutazione atomistica delle singole deposizioni, non già il necessario esame complessivo delle stesse, non essendo consentito alla Corte di legittimità di procedere ad un nuovo esame di merito al cospetto di una struttura motivazionale sorretta – come nella specie – da argomentazioni logico- giuridiche del tutto congrue e non rispondenti a requisiti della assoluta omissione o della irredimibile contraddittorietà che avrebbero giustificato l’esekcizio del sindacato in questa sede di legittimità.


Cass. n. 32386/2019

In virtù del principio “iura novit curia” di cui all’art. 113, comma 1, cod. proc. civ., il giudice ha il potere-dovere di assegnare una diversa qualificazione giuridica ai fatti e ai rapporti dedotti in giudizio, nonché all’azione esercitata in causa, potendo porre a fondamento della propria decisione disposizioni e principi di diritto diversi da quelli erroneamente richiamati dalle parti, purché i fatti necessari al perfezionamento della fattispecie ritenuta applicabile coincidano con quelli della fattispecie concreta sottoposta al suo esame (Cass., n. 30607 del 2018, n. 8645 del 2018, n. 12943 del 2012).

Tale principio, va posto in immediata correlazione con il divieto di ultra o extra- petizione, di cui all’art. 112 cod. proc. civ., in applicazione del quale è invece precluso al giudice pronunziare oltre i limiti della domanda e delle eccezioni proposte dalle parti, mutando i fatti cositutivi o quelli estintivi della pretesa, ovvero decidendo su questioni che non hanno formato oggetto del giudizio e non sono rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene non richiesto o diverso da quello domandato.


Cass. n. 32265/2019

I poteri-doveri officiosi di cui agli artt. 421 e 437 c.p.c., nel ricorrere i presupposti di coerenza rispetto ai fatti allegati dalle parti e di indispensabilità al fine di percorrere una pista probatoria palesata dagli atti, possono essere esercitati dal giudice in deroga non solo alle regole sulle prove dettate dal codice civile, ma anche alle norme sull’assunzione delle prove dettate per il rito ordinario e quindi, quanto all’esibizione di cose e documenti, a prescindere dall’iniziativa di parte (in deroga all’art. 210 c.p.c.) e, quanto alla consulenza tecnica d’ufficio in materia contabile, a prescindere dal consenso di tutte le parti alla consultazione di documenti non precedentemente prodotti (in deroga all’art. 198 c.p.c.).


Cass. n. 31836/2019

I poteri officiosi di rilevazione di una nullità negoziale non possono estendersi alla rilevazione di una possibile conversione del contratto, ostandovi il dettato dell’art. 1424 cod. civ., – secondo il quale il contratto nullo può, non deve, produrre gli effetti di un contratto diverso – atteso che, altrimenti, si determinerebbe un’inammissibile rilevazione di una diversa efficacia, sia pur ridotta, di quella convenzione negoziale (Cass. S.U. 12/12/2014 n. 26242).


Cass. n. 24156/2019

Il potere-dovere del giudice di inquadrare nella esatta disciplina giuridica i fatti e gli atti che formano oggetto della contestazione incontra il limite del rispetto del “petitum” e della “causa petendi”, sostanziandosi nel divieto di introduzione di nuovi elementi di fatto nel tema controverso, sicché il vizio di “ultra” o “extra” petizione ricorre quando il giudice di merito, alterando gli elementi obiettivi dell’azione (“petitum” o “causa petendi”), emetta un provvedimento diverso da quello richiesto (“petitum” immediato), oppure attribuisca o neghi un bene della vita diverso da quello conteso (“petitum” mediato), così pronunciando oltre i limiti delle pretese o delle eccezioni fatte valere dai contraddittori (cfr. recentemente Cass. 21/03/2019 n. 8048).


Cass. n. 23935/2019

In tema di poteri istruttori d’ufficio del giudice del lavoro, l’emanazione di ordine di esibizione è, comunque, atto discrezionale e la valutazione di indispensabilità non deve essere neppure esplicitata nella motivazione. Il relativo esercizio è quindi svincolato da ogni onere di motivazione e il provvedimento di rigetto dell’istanza di ordine di esibizione non è sindacabile in sede di legittimità, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione, trattandosi di strumento istruttorio residuale, utilizzabile soltanto quando la prova dei fatti non possa in alcun modo essere acquisita con altri mezzi e l’iniziativa della parte instante non abbia finalità esplorativa (vedi Cass. 25/10/2013 n. 24188); evenienza, questa, esplicitamente esclusa, per quanto sinora detto, dalla Corte territoriale.


Cass. n. 10715/2019

Nel rito del lavoro  il mancato esercizio da parte del giudice dei poteri ufficiosi ex art. 421 cpc, preordinato al superamento di una meccanica applicazione della regola di giudizio fondata sull’onere della prova, non è censurabile con ricorso per cassazione ove la parte non abbia investito lo stesso giudice di una richiesta in tal senso, indicando anche i relativi mezzi istruttori (cfr. Cass. 12.3.2009 n. 6023); in ogni caso, gli indicati poteri di ufficio non possono essere dilatati fino a richiedere che il giudice supplisca in ogni caso alle carenze allegatorie e probatorie delle parti, in assenza di una pista probatoria rilevabile dal materiale processuale acquisito agli atti di causa.

Al riguardo deve richiamarsi l’insegnamento giurisprudenziale secondo cui il mancato esercizio dei poteri istruttori del giudice (previsti nel rito del lavoro dall’art. 421 cpc) anche in difetto di espressa motivazione sul punto, non è sindacabile in sede di legittimità se non si traduce in un vizio di illogicità della sentenza: e tale vizio non è desumibile nella gravata pronuncia. In modo corretto, quindi, una volta rilevata la nullità del termine apposto al primo contratto, l’indagine non è stata estesa anche a quelli successivi.


Cass. n. 9118/2019

Va premesso che l’istanza di esibizione, ex art. 210 cod. proc. civ., si distingue dalla richiesta di informazioni alla P.A., di cui all’art. 213 cod. proc. civ., sia per i presupposti, atteso che solo per la prima è richiesta l’indispensabilità dell’acquisizione del documento e l’iniziativa di parte, sia per la natura, pubblica o privata, del destinatario della richiesta, sia, infine, per l’oggetto in quanto, mentre la richiesta di ordine di esibizione è diretta ad acquisire uno o più specifici documenti, posseduti dall’altra parte o da un terzo, e il cui possesso l’istante dimostri di non essere riuscito diversamente ad acquisire, la richiesta ex art. 213 cod. proc. civ. ha per oggetto informazioni scritte relative ad atti e documenti propri della P.A. e, dunque, istituzionalmente in possesso di quest’ultima (cfr. Cass. 24/01/2014 n. 1484).

Peraltro, ove si sia trattato di richiesta formulata ai sensi dell’art. 213 cod. proc. civ. va rammentato che il potere di richiedere d’ufficio alla P.A. le informazioni relative ad atti e documenti della stessa che sia necessario acquisire al processo, costituisce una facoltà rimessa alla discrezionalità del giudice, il cui mancato esercizio non è censurabile in sede di legittimità (cfr. Cass. 02/09/2003 n. 12789).

Si tratta di una facoltà (e non di un obbligo) del giudice avente ad oggetto poteri inquisitori non sostitutivi dell’onere probatorio incombente alla parte (cfr. Cass. 22/06/2009 n. 14588, 27/06/2003 n. 10219, 22/03/2001 n. 4162, 12/04/1999 n. 3573 oltre alla già citata Cass. n. 12789 del 2003).


Cass. n. 9020/2019

Nel rito del lavoro la richiesta alle associazioni sindacali, a norma dell’art. 425 cod. proc. civ., di informazioni, o del testo dei contratti collettivi applicabili nella controversia, costituisce esercizio, da parte del giudice del merito, di una facoltà discrezionale, il cui uso è insindacabile sede di legittimità, tranne nell’ipotesi in cui vi sia stata specifica istanza all’uopo proposta dalla parte (Cass. 12/08/2009 n. 18261), e la stessa sia stata rigettata con motivazione erronea ed illogica (Cass. . 1654 del14/02/1987 2300 del 15/04/1982).


Cass. n. 3191/2019

Nel rito del lavoro, stante l’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, il giudice, anche in grado di appello, ex art. 437 c.p.c., ove reputi insufficienti le prove già acquisite e le risultanze di causa offrano significativi dati di indagine, può in via eccezionale ammettere, anche d’ufficio, le prove indispensabili per la dimostrazione o la negazione di fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati o contestati e sussistano altri mezzi istruttori, ritualmente dedotti e già acquisiti, meritevoli di approfondimento (da ultimo Cass. n. 7694\18).


Cass. n. 33304/2018

Nel rito del lavoro, l’omessa indicazione dei documenti prodotti nell’atto di costituzione in giudizio, e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza dal diritto di produrli, salvo che si siano formati successivamente alla costituzione in giudizio o la loro produzione sia giustificata dall’evoluzione della vicenda processuale, sicché, il giudice ne può ammettere la produzione, ai sensi dell’art. 421 c.p.c. e, in appello, ai sensi dell’art. 437 c.p.c., secondo una valutazione discrezionale insindacabile in sede di legittimità, ove ritenga tali mezzi di prova comunque ammissibili, perché rilevanti e indispensabili ai fini del decidere (cfr. Cass- S.U. n. 8202 del 2005: Cass. n. 6188 del 2009; Cass. n. 11607 del 2010; Cass. n. 11607 del 2010; Cass. n. 14820 del 2015).


Cass. n. 17875/2018

Nel rito del lavoro, in base al combinato disposto degli artt. 416, terzo comma, cod. proc. civ., che stabilisce che il convenuto deve indicare a pena di decadenza i mezzi di prova dei quali intende avvalersi, ed in particolar modo i documenti, che deve contestualmente depositare – onere probatorio gravante anche sull’attore per il principio di reciprocità fissato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 13 del 1977 – e 437, secondo comma, cod. proc. civ, che, a sua volta, pone il divieto di ammissione in grado di appello di nuovi mezzi di prova – fra i quali devono annoverarsi anche i documenti -, l’omessa indicazione, nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado, dei documenti, e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi della vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo); e la irreversibilità della estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello” (Cass. S.U. n. 8202/2005; conf Cass. n. 22055/2016; Cass. n.23652/2016).


Cass. n. 9408/2018

L’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex multisCass. n. 19011/2017; Cass.n. 16056/2016).


Cass. n. 9238/2018

Nel vigente ordinamento processuale vale il principio di acquisizione, secondo il quale le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale sono formate, concorrono tutte, indistintamente, alla formazione del convincimento del giudice, senza che la diversa provenienza possa condizionare tale formazione in un senso o nell’altro (Cass. 19/01/2010, n. 739).


Cass. n. 7694/2018

Il carattere discrezionale dei poteri d’ufficio di cui dispone il Giudice sono finalizzati al contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale  trova il solo limite dell’arbitrarietà (Cass. S.U. 17 giugno 2004 nr. 11353), sicché quando le risultanze di causa offrono significativi dati di indagine, il giudice, anche in grado di appello, ex art. 437 c.p.c., ove reputi insufficienti le prove già acquisite, può in via eccezionale ammettere, anche d’ufficio, le prove indispensabili per la dimostrazione o la negazione di fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati o contestati e sussistano altri mezzi istruttori, ritualmente dedotti e già acquisiti, meritevoli di approfondimento (Cass. 4 maggio 2012 nr. 6753; Cass. 26 maggio 2010 nr. 12856; Cass. 5 febbraio 2007 nr. 2379).


Cass. n. 6892/2018

Il giudice civile, in assenza di divieti di legge, può formare il proprio convincimento anche in base a prove atipiche come quelle raccolte in un altro giudizio tra le stesse o tra altre parti, delle quali la sentenza ivi pronunciata costituisce documentazione, fornendo adeguata motivazione della relativa utilizzazione.


Cass. n. 6890/2018

Poiché l’art. 116 cod. proc. civ. prescrive come regola di valutazione delle prove quella secondo cui il giudice deve valutarle secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti, la sua violazione e, quindi, la deduzione in sede di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 4 è concepibile solo:

a) se il giudice di merito valuta una determinata prova per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione secondo criterio diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle altro e diverso valore (come, ad esempio, valore di prova legale);

b) se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola (così violando l’articolo 116 oltre che la norma che presiede alla valutazione- secondo diverso criterio- della prova di cui trattasi) (Cass. 19/06/2014, n. 13960; Cass., 20 dicembre 2007, n. 26965).


Cass. n. 3864/2018

Non solo il potere officioso di ordinare, ai sensi dei citati artt. 210 e 421, l’esibizione di documenti sufficientemente individuati, ha carattere discrezionale, non potendo sopperire all’inerzia della parte, ma può essere esercitato unicamente se la prova del fatto che si intende dimostrare non sia acquisibile “aliunde”, non anche per fini meramente esplorativi. Per di più, il mancato esercizio da parte del giudice del relativo potere, anche se sollecitato, non è censurabile in sede di legittimità, neppure se il giudice abbia omesso di motivare al riguardo (Cass. lav. n. 5908 del 24/03/2004. Parimenti, secondo Cass. III civ. n. 19054 del 12/12/2003, l’ordine di esibizione costituisce una facoltà discrezionale rimessa al prudente apprezzamento del giudice del merito, che non è tenuto a specificare le ragioni per le quali ritiene di non avvalersene, di guisa che il mancato esercizio di tale facoltà non è sindacabile in sede di legittimità, nemmeno sotto il profilo del difetto di motivazione. Conformi Cass. I civ. n. 13443 del 12/09/2003, II civ. 12493 del 26/08/2002, sez. lav. n. 15983 del 20/12/2000, III civ. n. 4363 del 16/05/1997).