Cass. n. 13540/2021

In caso di sottoposizione ad amministrazione straordinaria della società datrice di lavoro, deve distinguersi tra domande del lavoratore che mirano a pronunce di mero accertamento oppure costitutive (ad esempio, domanda di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro) e domande dirette alla condanna al pagamento di somme di denaro (anche se accompagnate da domande di accertamento o costitutive aventi funzione strumentale): per le prime deve, infatti, riconoscersi la perdurante competenza del giudice del lavoro, mentre per le seconde opera (diversamente dal caso del fallimento, in cui sì rinviene l’attrazione del foro fallimentare) la regola della improcedibilità o improseguíbilità della domanda, per difetto temporaneo di giurisdizione per tutta la durata della fase amministrativa di accertamento dello stato passivo dinanzi ai competenti organi della procedura, ferma restando l’assoggettabilità del provvedimento attinente allo stato passivo ad opposizione o impugnazione davanti al tribunale fallimentare (Cass. n. 19271/2013; conformi, fra le molte: n. 15066/2017; n. 13877/2004).


2020

Cass. n. 26589/2020

In merito al credito retributivo insinuato dal lavoratore allo stato passivo fallimentare, le buste paga rilasciate dal datore di lavoro sono pienamente valide come prova, ove munite, alternativamente, della firma, della sigla o del suo timbro (Cass. 1 settembre 2015, n. 17413).

Resta ferma, tuttavia, la facoltà della curatela controparte di contestarne le risultanze con altri mezzi di prova, ovvero con specifiche deduzioni e argomentazioni volte a dimostrarne l’inesattezza, la cui valutazione è rimessa al prudente apprezzamento del giudice (Cass. 5 luglio 2019, n. 18169; Cass. 11 dicembre 2019, n. 32395).


Cass. n. 14975/2020

l tema della individuazione dell’ambito della competenza funzionale inderogabile del tribunale fallimentare, prevista dall’art. 24 della legge fall. e dall’art. 13 del d.lgs. n. 270 del 1999, è stato ripetutamente affrontato da questa Corte la quale è pervenuta ad approdi che possono ritenersi consolidati.

Premessa di ordine generale è costituita dall’affermazione che in materia di procedure concorsuali la competenza funzionale inderogabile del tribunale fallimentare, prevista dall’art. 24 della legge fall. e dall’art. 13 del d.lgs. n. 270 del 1999, suo omologo nell’amministrazione straordinaria, opera con riferimento non solo alle controversie che traggono origine e fondamento dalla dichiarazione dello stato d’insolvenza ma anche con riferimento a quelle destinate ad incidere sulla procedura concorsuale in quanto l’accertamento del credito verso il fallito costituisca premessa di una pretesa nei confronti della massa dei creditori e, pertanto, tale da doversi dirimere necessariamente in seno alla procedura concorsuale, onde assicurarne l’unità e garantire la “par condicio creditorum” (cfr. Cass. 18/06/2018, n. 15982; Cass. 20/07/ 2004, n. 13496; Cass. 21/12/2001 n. 16183).

Con specifico riferimento alle controversie di lavoro il discrimen tra le sfere di cognizione del giudice del lavoro e del giudice fallimentare è stato individuato nelle rispettive speciali prerogative: del primo, quale giudice del rapporto e del secondo, quale giudice del concorso (Cass. Cass. 30/03/2018, n. 7990; Cass. 16/10/ 2017, n. 24363).

In definitiva, per quanto riguarda i rapporti di lavoro occorre distinguere fra le azioni promosse dal dipendente all’unico scopo di conseguire la soddisfazione di una pretesa meramente economica, dalle azioni finalizzate ad ottenere una pronuncia di mero accertamento o costitutive (ad es. l’accertamento della nullità o l’annullamento del licenziamento). Ciò in considerazione della particolarità della disciplina lavoristica che è diretta ad una finalità di tutela del lavoro che, per il suo specifico contenuto e per il suo rilievo costituzionale, prevale sulle pur importanti finalità alle quali è diretta la disciplina del fallimento.

Nel primo caso, infatti, viene in rilievo la strumentalità dell’accertamento di diritti patrimoniali alla partecipazione al concorso sul patrimonio del fallito laddove nel secondo caso viene in rilievo un interesse del lavoratore alla tutela della propria posizione all’interno della impresa sia in funzione di una possibile ripresa dell’attività, sia per la coesistenza di diritti non patrimoniali e previdenziali, estranei alla realizzazione della par condicio (Cass. 16/10/2017 n. 24363, in motivazione; Cass. 3/2/2017, n. 2975, Cass. 29/9/2016 n. 19308, Cass. 29/3/2011 n. 7129).

Muovendo da tale consolidata distinzione occorre ora verificare con riferimento alle domande aventi ad oggetto esclusivamente una pretesa economica e, quindi, in tesi, riconducibili all’ambito della cognizione del giudice della procedura concorsuale, gli effetti del sopravvenire alla sentenza di primo grado, della dichiarazione di insolvenza della società (e del conseguente decreto di ammissione della società alla procedura di amministrazione straordinaria).

Come sopra evidenziato (v. parag. 1) l’art. 96, comma 2, n. 3 legge fall. prevede l’ammissione al passivo con riserva dei crediti accertati con sentenza non passata in giudicato pronunziata prima della dichiarazione di fallimento (o di insolvenza) e stabilisce la possibilità per il curatore di proporre o proseguire il giudizio di impugnazione.


Cass. n. 12833/2020

Nel merito, occorre ribadire, quale sia il discrimen tra le sfere di cognizione del giudice del lavoro e del giudice fallimentare.

Ed esso non può che essere individuato nel rispetto delle rispettive speciali prerogative: di giudice del rapporto il primo e di giudice del concorso il secondo (Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363; Cass. 30 marzo 2018, n. 7990).

Sicché, al giudice del lavoro spetta la cognizione di ogni controversia avente ad oggetto lo status del lavoratore, essenzialmente radicato nei principi affermati dagli artt. 4, 35, 36 e 37 Cost., in riferimento al diritto ad una legittima e regolare instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto e alla sua corretta qualificazione e qualità.

E ciò per effetto dell’esercizio di azioni sia di accertamento mero, come in particolare di esistenza del rapporto di lavoro (Cass. 30 marzo 1994, n. 3151; Cass. 18 agosto 1999, n. 8708; Cass. 18 giugno 2004, n. 11439) o di riconoscimento della qualifica della prestazione (Cass. 20 agosto 2009, n. 18557; Cass. 6 ottobre 2017, n. 23418), ovvero di azioni costitutive, principalmente di impugnazione del licenziamento (Cass. 2 febbraio 2010, n. 2411), anche quando siano comprensive di una domanda di condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro (Cass. 3 marzo 2003, n. 3129; Cass. 27 febbraio 2004, n. 4051; Cass. 25 febbraio 2009, n. 4547; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308), pure conseguente all’accertamento di nullità, invalidità o inefficacia di atti di cessione di ramo d’azienda, in funzione del ripristino del rapporto di lavoro con la parte cedente, in caso di fallimento della cessionaria (Cass. 23 gennaio 2018, n. 1646).

Al giudice fallimentare sono invece riservati l’accertamento e la qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso.


Cass. n. 9482/2020

La dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta la perdita della capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore; a questa regola, enunciata dall’art. 43 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, fanno eccezione soltanto l’ipotesi in cui il fallito agisca per la tutela di diritti strettamente personali e quella in cui, pur trattandosi di rapporti patrimoniali, l’amministrazione fallimentare sia rimasta inerte, manifestando un totale disinteresse o indifferenza nei confronti del giudizio, situazione che non si verifica ove l’inerzia degli organi fallimentari costituisca, ad esempio, il risultato di una ponderata valutazione negativa (tra le altre: Cass. n. 24159 del 2013; Cass. n. 13814 del 2016; Cass. n. 31313 del 2018)

In particolare è stato chiarito che l’assoluto disinteresse della Curatela, come condizione negativa perché possa riconoscersi al fallito la legittimazione supplementare ed eccezionale, esige una rigorosa e specifica allegazione ed un accertamento preliminare, altrimenti generandosi una incontrollabile serie di giudizi a catena e una confusione di ruoli (o peggio l’uso strumentale di tale possibilità, per finalità estranee al corretto ed imparziale svolgimento della procedura), il cui onere di allegazione specifico, sostenuto con rigore probatorio, spetta a colui che affermi i fatti di disinteresse e chieda di surrogarsi alla curatela (Cass. n. 2626 del 2018; Cass. n. 11727 del 1990)


2019

Cass. n. 23520/2019

In tema di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, il commissario liquidatore non ha la legittimazione ad agire o resistere, in relazione ai giudizi di accertamento delle ragioni di credito e pagamento dei relativi debiti, ancorché influenti sul riparto che segue le operazioni di liquidazione, potendo, al più, spiegare intervento, in quanto la legittimazione processuale spetta all’imprenditore sottoposto al concordato preventivo, che, invero, prosegue l’esercizio dell’impresa durante lo svolgimento della procedura ed è, quindi, soggetto passivo anche in relazione agli obblighi maturati dopo l’ammissione alla procedura concordataria e dopo l’omologazione della relativa proposta (cfr. Cass. n. 18823 del 2017).

In caso di concordato preventivo con cessione dei beni ai creditori, il liquidatore ha legittimazione processuale nelle sole controversie relative a questioni liquidatorie e distributive, e non anche in quelle di accertamento delle ragioni di credito e pagamento dei relativi debiti, ancorché influenti sul riparto che segue le operazioni di liquidazione, atteso che, in queste ultime può, ove esperite nei confronti del debitore cedente, spiegare intervento senza essere litisconsorte necessario (Cass. n. 17606 del 2015).


Cass. n. 20033/2019

La produzione di documenti non è sottoposta, nel giudizio di opposizione allo stato passivo del fallimento, al divieto di cui all’art. 345 cod.proc.civ., neppure, per effetto del rinvio contenuto nell’art. 101, comma 2, legge fallimentare, nell’ipotesi di insinuazione tardiva, avendo detto giudizio disciplina propria e diversa da quella del processo ordinario di cognizione, e non p(otendo), pur assumendo natura impugnatoria, essere qualificato come un appello. Il rimedio dell’opposizione, infatti, mira a rimuovere un provvedimento emesso sulla base di una cognizione sommaria che, se non opposto, acquista efficacia di giudicato endofallimentare ex art. 96 legge fallimentare, e solo gli atti introduttivi di cui agli artt. 98 e 99 legge fallimentare, con l’onere dì specifica indicazione dei mezzi di prova e dei documenti prodotti, segnano il termine preclusivo per l’articolazione dei mezzi istruttori» (ex plurimis, Cass., nr. 21201 del 2017; Cass. nr. 4708 del 2011; Cass. nr. 24028 del 2010; Cass. nr. 19697 del 2009).


Cass. n. 18188/2019

La dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta ex art. 43 I. fall., la perdita della sua capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore, salvo che questi rimanga inerte, sicchè il fallito conserva in via eccezionale la legittimazione ad agire per la tutela dei suoi diritti patrimoniali, sempre che l’inerzia del curatore sia stata determinata da un totale disinteresse degli organi fallimentari e non sia invece conseguente ad una negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia (Cass. s.u. 24.12.09, n. 27346Cass. 25.10.13, n. 24159; Cass. 6.7.16, n. 13814; Cass. 2.2.18, n. 2626).


Cass. n. 12166/2019

La messa in liquidazione coatta amministrativa di una società, al pari del suo fallimento, non determina l’interruzione del giudizio di Cassazione, che e governato dall’impulso d’ufficio: ne consegue che, per accertare la sussistenza della legittimazione all’impugnazione, occorre far riferimento unicamente al momento dell’inizio della pendenza del procedimento di Cassazione, senza che possa attribuirsi alcuna incidenza effettuale a fatti intervenuti successivamente a tale momento (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 6083 del 22/11/1979).


Cass. n. 11123/2019

Secondo il più recente orientamento di questa Corte, in caso di sottoposizione ad amministrazione straordinaria della società datrice di lavoro, deve distinguersi tra domande del lavoratore che mirano a pronunce di mero accertamento oppure costitutive (ad esempio, domanda di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro) e domande dirette alla condanna al pagamento di somme di denaro (anche se accompagnate da domande di accertamento o costitutive aventi funzione strumentale).

Per le prime va, infatti, riconosciuta la perdurante competenza del giudice del lavoro, mentre per le seconde opera (diversamente dal caso del fallimento, in cui si rinviene l’attrazione del foro fallimentare) la regola della improcedibilità o improseguibilità della domanda, per difetto temporaneo di giurisdizione per tutta la durata della fase amministrativa di accertamento dello stato passivo dinanzi ai competenti organi della procedura, ferma restando l’assoggettabilità del provvedimento attinente allo stato passivo ad opposizione o impugnazione davanti al tribunale fallimentare (Cass. n. 19271\13, Cass. n. 15066/17) (conf. Cass. n. 8437/2020).


Cass. n. 8211/2019

L’assoggettamento di una impresa a liquidazione coatta amministrativa comporta, con riguardo alla controversia promossa nei suoi confronti per l’accertamento e il soddisfacimento di un credito e nel caso in cui l’indicato evento si verifichi nel corso del giudizio di primo grado, una situazione di temporanea improponibilità della domanda stessa (non di difetto temporaneo di giurisdizione del giudice ordinario, che mantiene il proprio potere giurisdizionale, restandone impedito soltanto nel concreto esercizio), in considerazione della necessità di far valere la pretesa creditoria in via amministrativa, davanti al commissario liquidatore, salvo restando il successivo intervento del giudice per eventuali opposizioni ed impugnazioni dello stato passivo (Cass. 22 marzo 2004, n. 5699; Cass. 12 marzo 2018, n. 5937).

Cass. n. 5188/2019

In tema di indennità risarcitoria ex art. 18 St. lav„ come novellato dall’art. 1 comma 42 della legge n. 92 del 2012, qualora risulti l’interesse del lavoratore all’accertamento del diritto di credito risarcitorio, in via non meramente strumentale alla partecipazione al concorso nella procedura di amministrazione straordinaria bensì alla tutela della propria posizione all’interno dell’impresa, spetta al giudice del lavoro la cognizione delle domande di impugnazione del licenziamento, di reintegrazione nel posto di lavoro e di accertamento dell’indennità risarcitoria.

Nel caso in esame è indubitabile che la causa petendi ed il petitum di cui alla domanda del lavortore all’epoca proposta, riguardavano il rapporto (e non la ammissione del suo credito nello stato passivo) e, in particolare la tutela della sua posizione nell’impresa sia in funzione di una possibile ripresa dell’attività, sia per la coesistenza di diritti non patrimoniali e previdenziali, estranei alla realizzazione della par condicio (Cass. n. 2975 del 2017; Cass. n. 24363 del 2017).

Sicché al giudice del lavoro (quale giudice del rapporto), oltre alla verifica sulla domanda di accertamento di illegittimità del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro, compete anche l’accertamento dell’entità dell’indennità risarcitoria, che in tema di licenziamento disciplinare in considerazione del modificato regime operato dalla legge n. 92 del 2012 comporta una valutazione dei profili di selezione e di commisurazione della tutela ex art. 18 St. lav. nuova rispetto a quella in precedenza disciplinata, restando inibita solo la pronuncia di condanna che resta di competenza del giudice fallimentare (quale giudice del concorso) sotto il profilo della insinuazione nello stato passivo e di verifica del diritto di credito per la partecipazione al concorso.


Cass. n. 4798/2019

L’intervenuto fallimento di una delle parti  non incide sulla prosecuzione del giudizio d Cassazione (cfr. ex plurimis Cass. 23.3.2017 n. 7477; Cass. 13.10.2010 n. 21153).


Cass. n. 3900/2019

Le azioni attratte nella competenza del tribunale fallimentare sono soltanto quelle promosse da curatore fallimentare per rivendicare diritti di credito vantati dal fallimento, atteso che i diritti di credito vantati dal fallito nei confronti di terzi e quelli che devono essere accertati o divenire oggetto di pronunce di condanna, costituiscono situazioni giuridiche che non derivano dalla procedura concorsuale, sicché le relative azioni – la cui legittimazione si trasferisce dal fallito al curatore – vanno esercitate o proseguite davanti al giudice ordinariamente competente, senza che, relativamente ad esse, eserciti efficacia la speciale competenza del giudice fallimentare, previst dall’art. 24 L.F. ( così Cass. n.520/1999, Cass. n.1218/1999).


Cass. n. 3150/2019

Occorre ribadire la devoluzione cognitoria, integrante questione di rito a norma degli artt. 52, 92 ss I. fall. (Cass. 18 ottobre 2005, n. 20131; Cass. 29 marzo 2011, n. 7129; Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363), nel caso di specie richiamati dagli artt. 4 ter d.l. 347/2003 conv. con mod. in I. 39/2004 e 53 d.Ig. 270/1999, della controversia al giudice del lavoro, quale giudice del rapporto e pertanto delle controversie aventi ad oggetto lo status del lavoratore (essenzialmente radicato nei principi affermati dagli artt. 4, 35, 36 e 37 Cost.), in riferimento ai diritti di corretta instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto, della sua qualificazione e qualità, nel rispetto del principio di legalità, per la natura di accertamento della domanda di qualificazione corretta del rapporto avente ad oggetto l’attività prestata dalla lavoratrice in favore della società ora in procedura e costitutivo in ordine al suo ripristino (qui per effetto della conversione del rapporto formalmente di collaborazione coordinata e continuativa in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato), come questa Corte ha ancora recentemente affermato (Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363; Cass. 21 giugno 2018, n. 16443).

E che inoltre, ancora secondo la citata giurisprudenza, essa si fonda sull’interesse della lavoratrice a garantire la propria posizione all’interno dell’impresa ora in amministrazione straordinaria, sia per l’eventualità dì una ripresa dell’attività lavorativa (conseguente alle possibili vicende evolutive della procedura medesima), sia per tutelare i connessi diritti non patrimoniali e previdenziali, estranei all’esigenza della par condicio creditorum (Cass. 29 marzo 2011, n. 7129; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308; Cass. 3 febbraio 2017, n. 2975). Sicchè, la controversia in oggetto appare estranea all’ambito cognitorio del giudice fallimentare, quale giudice del concorso, deputato all’accertamento ed alla qualificazione dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso (anche eventualmente in conseguenza di domande di accertamento o costitutive in funzione strumentale: Cass. 20 agosto 2013, n. 19271).

In ogni caso, deve essere pure confermato il principio secondo cui, nonostante la devoluzione dell’accertamento del credito nei confronti del fallimento alla competenza esclusiva del giudice delegato, ai sensi degli artt. 52 e 93 I. fall., l’improponibilità della domanda in sede extrafallimentare e la sua rilevabilità d’ufficio in ogni stato e grado devono essere coordinate con il sistema delle impugnazioni e la disciplina del giudicato: con la conseguenza che il vizio procedimentale, ove non dedotto come motivo di gravame, resta superato dall’intervenuto giudicato (Cass. 19 aprile 2002, n. 5725; Cass. 21 gennaio 2014, n. 1115; Cass. 4 ottobre 2018, n. 24156): e tanto maggiormente nel caso di specie.


2018

Cass. n. 16443/2018

Che il giudice del lavoro sia giudice del rapporto sta a significare che ad esso spetti la cognizione di ogni controversia avente ad oggetto lo status del lavoratore, essenzialmente radicato nei principi affermati dagli artt. 4, 35, 36 e 37 Cost., in riferimento al diritto ad una legittima e regolare instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto e alla sua corretta qualificazione e qualità.

E ciò per effetto dell’esercizio di azioni sia di accertamento mero, come in particolare di esistenza del rapporto di lavoro (Cass. 30 marzo 1994, n. 3151; Cass. 18 agosto 1999, n. 8708; Cass. 18 giugno 2004, n. 11439) o di riconoscimento della qualifica della prestazione (Cass. 20 agosto 2009, n. 18557; Cass. 6 ottobre 2017, n. 23418), ovvero di azioni costitutive, principalmente di impugnazione del licenziamento (Cass. 2 febbraio 2010, n. 2411), anche quando comprensive della domanda di condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro (Cass. 3 marzo 2003, n. 3129; Cass. 27 febbraio 2004, n. 4051; Cass. 25 febbraio 2009, n. 4547; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308), pure qualora conseguente all’accertamento di nullità, invalidità o inefficacia di atti di cessione di ramo d’azienda, in funzione del ripristino del rapporto di lavoro con la parte cedente, in caso di fallimento della cessionaria (Cass. 23 gennaio 2018, n. 1646).

Al giudice fallimentare, che è invece giudice del concorso, è invece riservato l’accertamento, con la relativa qualificazione, dei diritti di credito dipendenti dal rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso.

Anche l’accertamento (ed esso solo) dell’entità dell’indennità risarcitoria spetti al giudice del lavoro: tanto più nel caso di specie, in cui il lavoratore ha impugnato un licenziamento disciplinare, per il quale si profilano i delicati profili di selezione e di commisurazione della tutela (art. 18, quarto o quinto comma I. cit.).

Al giudice del lavoro resta ovviamente inibita la pronuncia di condanna.

E ciò in quanto, come più sopra argomentato, non si tratta di domanda di condanna ad un pagamento, bensì, per effetto dell’apertura della procedura concorsuale, di insinuazione allo stato passivo fallimentare, nella cognizione esclusiva del giudice fallimentare (artt. 52, 93 ss. I.fall.: richiamati dagli artt. 53 d.Ig. 270/1999 e 4terd.l. 347/2003, conv. con mod. n I. 39/2004): non tanto di accertamento del credito, nella cognizione per le ragioni dette del giudice del lavoro, quanto di verifica del diritto di (credito per la) partecipazione al concorso, di cognizione sua propria.


Cass. n. 12444/2018

Come ultimamente ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 16 ottobre 2017, n. 24363), il discrimen tra le due sfere di cognizione deve essere individuato nelle rispettive speciali prerogative: del giudice del lavoro, quale giudice del rapporto e pertanto delle controversie aventi ad oggetto lo status del lavoratore, in riferimento ai diritti di corretta instaurazione, vigenza e cessazione del rapporto, della sua qualificazione e qualità, miranti a pronunce di mero accertamento oppure costitutive, come quelle di annullamento del licenziamento e di reintegrazione nel posto di lavoro (Cass. 29 marzo 2011, n. 7129; Cass. 29 settembre 2016, n. 19308; Cass. 3 febbraio 2017, n. 2975); del giudice fallimentare, quale giudice del concorso, nel senso dell’accertamento e della qualificazione dei diritti di credito dipendenti da rapporto di lavoro, in funzione della partecipazione al concorso (anche eventualmente in conseguenza di domande di accertamento o costitutive in funzione strumentale: Cass. 20 agosto 2013, n. 19271) e con effetti esclusivamente endoconcorsuali, a norma dell’art. 96, ult. comma I. fall., ovvero destinate comunque ad incidere sulla procedura concorsuale e che pertanto devono essere esaminate nell’ambito di quest’ultima per assicurarne l’unità e per garantire la parità tra i creditori.

In ogni caso la preesistenza alla procedura concorsuale di una sentenza non definitiva (tanto di riconoscimento che di esclusione di un credito) comporta la necessità, per contestarne ovvero per ottenerne l’ammissione allo stato passivo, dell’impugnazione in via ordinaria del curatore fallimentare, e analogamente del commissario straordinario, ovvero del creditore (Cass. 23 dicembre 2010, n. 26041; Cass. 22 luglio 2013, n. 17834; Cass. 19 febbraio 2015, n. 3338).