Cass. n. 22064/2020

Secondo la condivisibile giurisprudenza della Corte (cfr., ad es., Cass. n. 534 del 1978; Cass. n. 6358 del 1981; Cass. n. 3452 del 1998 e, per opportuni riferimenti, anche le più recenti Cass. n. 25445 del 2010 e Cass. n. 12892 del 2012), poiché il valore di prova legale della scrittura privata riconosciuta (o da considerarsi tale), è limitato alla provenienza della dichiarazione dal sottoscrittore e non si estende al contenuto della dichiarazione stessa, qualora si deduca la falsità materiale della scrittura medesima è necessario esperire la querela di falso per rompere il collegamento, guanto a provenienza, tra dichiarazione e sottoscrizione.

Allo stesso modo è stato chiarito che, nel caso di abusivo riempimento parziale di un documento (debitamente sottoscritto) avvenuto “absque pactis’, cioè senza che il suo autore sia stato autorizzato dal sottoscrittore, con preventivo accordo, si viene a versare in una ipotesi di vera e ‘propria falsità materiale, che investe il modo di essere sul piano oggettivo dell’atto, ovvero la realtà grafica che esso è destinato ad assumere e conservare, sicché la contestazione del testo del documento, una volta riconosciuta la sottoscrizione, non può essere fatta valere che con la querela di falso, imponendosi la necessità di far accertare l’interruzione del collegamento tra sottoscrizione e dichiarazione, guanto alla provenienza di questa dall’apparente sottoscrittore.

Pertanto, con riferimento alla fattispecie in questione, deve affermarsi che, poiché in caso allegazione dell’abusività di aggiunta di contenuti di una scrittura privata di cui non si disconosce la sottoscrizione (come nella specie, laddove si era addotto che le scritte relative alla redazione delle due ricevute di pagamento), viene a configurarsi la contestazione del collegamento fra scrittura ed autore, la parte eccipiente non può limitarsi al mero disconoscimento dell’autenticità della scrittura (come, invece, ritenuto sufficiente dalla Corte di appello, nella controversia di cui trattasi) ma è onerata — in funzione dell’ottenimento dell’eventuale caducazione dell’efficacia probatoria del documento — a proporre querela di falso in sede civile (rimanendo, ovviamente, irrilevante, a tal fine, ogni riferimento all’eventuale querela formulata in ambito penale), dal momento che, in tal caso, si viene a versare in una ipotesi assimilabile a quella di un falso materiale.


Cass. n. 19611/2020

Nel giudizio per cassazione è ammissibile la produzione di documenti non prodotti in precedenza solo ove attengano alla nullità della sentenza impugnata o all’ammissibilità processuale del ricorso o del controricorso, ovvero al maturare di un successivo giudicato, mentre non è consentita la produzione di documenti nuovi relativi alla fondatezza nel merito della pretesa, per far valere i quali, se rinvenuti dopo la scadenza dei termini, la parte che ne assuma la decisività può esperire esclusivamente il rimedio della revocazione straordinaria ex art. 395, n. 3, c.p.c. (cfr., in tali termini, Cass. 12.7.2018 n. 18464).

L’art. 372 c.p.c., in tema di deposito di documenti nuovi in sede di legittimità, nonostante il testuale riferimento alla sola inammissibilità del ricorso, consente la produzione di ogni documento incidente sulla proponibilità, procedibilità e proseguibilità del ricorso medesimo, inclusi quelli diretti ad evidenziare l’acquiescenza del ricorrente alla sentenza impugnata per comportamenti anteriori all’impugnazione, ovvero la cessazione della materia del contendere per fatti sopravvenuti che elidano l’interesse alla pronuncia sul ricorso purché riconosciuti ed ammessi da tutti i contendenti (cfr. Cass.29.2.2016 n.3934).


Cass. n. 16869/2020

“L’omessa indicazione dei documenti prodotti nell’atto di costituzione in giudizio (ovvero, nella memoria difensiva depositata dall’attore rispetto alla domanda riconvenzionale proposta nei suoi confronti) e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto, determina la decadenza del diritto alla produzione, che può essere superata solo per effetto dell’esercizio, in presenza di condizioni idonee a giustificarlo, del potere istruttorio officioso previsto dagli artt. 421 e 437, secondo comma, cod. proc. civ., che pongono un contemperamento al principio dispositivo, ispirato all’esigenza della ricerca della verità materiale cui è ispirato il rito del lavoro” (Cass. n. 12902/2015, fra le altre conformi).


Cass. n. 112/2020

La conoscibilità della fonte normativa si atteggi diversamente a seconda che si versi in un’ipotesi di violazione del contratto collettivo nazionale di lavoro privatistico rispetto a quella in cui le questioni attengano ad un contratto collettivo nazionale del pubblico impiego, atteso che, mentre in quest’ultimo caso il giudice procede con mezzi propri (secondo il principio “iura novit curia”), nel primo il contratto è conoscibile solo con la collaborazione delle parti, la cui iniziativa, sostanziandosi nell’adempimento di un onere di allegazione e produzione, è assoggettata alle regole processuali sulla distribuzione dell’onere della prova e sul contraddittorio, che non vengono meno neppure nell’ipotesi di acquisizione giudiziale ai sensi dell’art. 425, quarto comma c.p.c. (Cass. 16 settembre 2014, n. 19507; Cass. 5 marzo 2019, n. 6394);

Questa Corte ha diversamente modulato l’onere di deposito, nel giudizio di cassazione, dei contratti e degli accordi collettivi imposto, a pena di improcedibilità del ricorso, dall’art. 369, secondo comma, n. 4 c.p.c. (nella formulazione introdotta dal d.Ig. 40/2006): secondo un indirizzo, in un’accezione più rigorosa, per la quale esso è stato ritenuto soddisfatto solo con la produzione del testo integrale del contratto collettivo, quale adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c. (Cass. 4 marzo 2015, n. 4350; Cias. 14 giugno 2018, n. 15580; Cass. 4 marzo 2019, n. 6255); secondo altro, in una più flessibile, per la quale esso è stato invece ritenuto soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente munita di visto ai sensi dell’art. 369, terzo comma c.p.c. (Cass. s.u. 3 novembre 2011, n. 22726; Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 18 settembre 2017, n. 21554; Cass. 3 maggio 2019, n. 11599);

Sempre è stata tuttavia affermata, secondo l’uno e l’altro indirizzo ai fini di procedibilità del ricorso, l’esigenza, in ogni caso, di una specifica indicazione, a pena di inammissibilità a norma dell’art. 366, primo comma, n. 6 c.p.c., degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi (con richiamo sul punto di tutte le sentenze citate al punto precedente).


Cass. n. 23928/2019

La natura di atto amministrativo dei decreti ministeriali osta all’applicabilità del principio iura novit curia, con la conseguenza che spetta alla parte interessata l’onere della relativa produzione, la quale non è suscettibile di equipollenti (Cass. 2.7.2014 n. 15065).


Cass. n. 19569/2019

Nel rito del lavoro, in base al combinato disposto dell’art. 414 nr. 5 e dell’art. 415, primo comma, cod.proc.civ. (che stabiliscono l’obbligo del ricorrente di indicare specificamente i mezzi di prova di cui intende avvalersi e di depositare unitamente al ricorso i documenti ivi indicati) e dell’art. 437, secondo comma, cod.proc.civ.(che, a sua volta, pone il divieto di ammissione in grado di appello di nuovi mezzi di prova, fra i quali devono annoverarsi anche i documenti), l’omessa indicazione nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado dei documenti e l’omesso deposito degli stessi contestualmente a tale atto determinano la decadenza del diritto alla produzione dei documenti stessi, salvo che la produzione non sia giustificata dal tempo della loro formazione o dall’evolversi dalla vicenda processuale successivamente al ricorso ed alla memoria di costituzione (ad esempio, a seguito di riconvenzionale o di intervento o chiamata in causa del terzo) (conf. Cass. 25346/2019).

L’irreversibilità dell’estinzione del diritto di produrre i documenti, dovuta al mancato rispetto di termini perentori e decadenziali, rende il diritto stesso insuscettibile di reviviscenza in grado di appello.