Cass. n. 12433/2020

Ai sensi dell’art. 82 del r.d. n. 37 del 1934 – non abrogato neanche per implicito dagli artt. 1 e 6 della legge n. 27 del 1997 ed applicabile anche al rito del lavoro – il procuratore che eserciti il suo ministero fuori della circoscrizione del tribunale cui è assegnato deve eleggere domicilio, all’atto di costituirsi in giudizio, nel luogo dove ha sede l’ufficio giudiziario presso il quale è in corso il processo, intendendosi, in difetto, che egli abbia eletto domicilio presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria.

Ne consegue che tale domicilio assume rilievo ai fini della notifica della sentenza per il decorso del termine breve per l’impugnazione, nonché per la notifica dell’atto di impugnazione, rimanendo di contro irrilevante l’indicazione della residenza o anche l’elezione del domicilio fatta dalla parte stessa nella procura alle liti (Cass. S.U. n. 20845 del 2007 e 6419 del 2008, Cass. n. 19440 del 2008, 8225 del 2011, 9298 del 2012).


Cass. 12432/2020

L’inidoneità del domicilio del difensore della controparte indicato nella sentenza impugnata non è ragione di incolpevolezza per la parte che doveva procedere alla notifica dell’impugnazione.

Vale infatti il principio per cui chi voglia correttamente notificare un atto di impugnazione non può fare affidamento sui dati emergenti dalla sentenza impugnata, in quanto l’omessa o erronea indicazione del domicilio eletto dalla parte è irrilevante (Cass. 31 marzo 2006, n. 7646).

Comunque i ricorrenti erano tenuti a verificare con diligenza quale fosse il domicilio dei procuratori della controparte, prima di procedere alla notificazione, come si desume dal fatto che non sarebbe stata neppure esimente, se avvenuta all’interno del circondario, anche l’eventuale modifica di esso (Cass. 17 dicembre 2015, n. 25339; Cass., S.U., 18 febbraio 2009, n. 3818).


Cass. n. 8262/2020

Secondo consolidato orientamento, meritevole di continuità in quanto condiviso per la sua correttezza, questa Corte reputa che, prima ancora del passaggio in giudicato, qualsiasi pronuncia giurisdizionale sia dotata di propria autorità, dato che la sentenza esplica un’efficacia di accertamento al di fuori del processo.

Sicché, la stabilità della sentenza impugnata, anche se provvisoria, costituisce naturale proprietà dell’atto giurisdizionale, che esprime la volontà della legge nel caso concreto, e con questa l’esigenza di una sua immediata, pur se temporanea, attuazione, nell’attesa del formarsi del giudicato e indipendentemente da questo (da ultimo: Cass. 25 giugno 2018, n. 16694; Cass. 3 luglio 2019, n. 17785).

Né a ciò osta l’eventuale contemporanea pendenza davanti a due giudici diversi, in gradi differenti, dei procedimenti di accertamento del diritto e del quantum conseguente, posto che tra essi sussiste solo un rapporto di pregiudizialità in senso logico, e non anche in senso tecnico-giuridico, sicché non ricorre un’ipotesi di sospensione necessaria, ai sensi dell’art. 295 c.p.c.: essendo eventualmente applicabile l’art. 337, secondo comma c.p.c. (di sospensione facoltativa, come si desume dall’interpretazione sistematica della disciplina del processo, in cui un ruolo decisivo riveste l’art. 282 c.p.c., poiché il diritto pronunciato dal giudice di primo grado qualifica la posizione delle parti in modo diverso rispetto allo stato iniziale della lite, giustificando sia l’esecuzione provvisoria, sia l’autorità della sentenza di primo grado: Cass. 3 novembre 2017, n. 26251; Cass. 4 gennaio 2019, n. 80), che, in caso di impugnazione di una sentenza la cui autorità sia stata invocata in un separato processo, ne prevede soltanto la possibilità di sospensione facoltativa, con esclusione del rischio di un conflitto di giudicati in quanto, a norma dell’art. 336, secondo comma c.p.c., la riforma o la cassazione della sentenza sull’an debeatur determina l’automatica caducazione di quella sul quantum (Cass. s.u. 26 luglio 2004, n. 14060; Cass. 21 febbraio 2017, n. 4442).


Cass. n. 15616/2019

La giurisprudenza di questa Corte è costante nell’affermare che la mancata indicazione, nell’intestazione della sentenza, del nome di un magistrato facente parte del collegio che, secondo le risultanze del verbale d’udienza, ha riservato la decisione, ha natura di mero errore materiale, come tale emendabile ai sensi degli artt. 287 e 288 cod. proc. civ. poiché, in difetto di elementi contrari dedotti dal ricorrente, si devono ritenere coincidenti i magistrati indicati nel predetto verbale con quelli che in concreto hanno partecipato alla deliberazione, atteso che l’intestazione è priva di autonoma efficacia probatoria, esaurendosi nella riproduzione dei dati del verbale d’udienza (Cass. n. 8136 del 2011, 4875 del 2015; v. pure Cass. n. 18226 del 2015, n.16582 e 20463 del 2014).


Cass. n. 14417/2019

Come affermato più volte da questa Suprema Corte (ex plurimis, Cass. 29 maggio 2012 n. 8537; Cass. ord. n. 1963 del 2012; Cass. n. 13630 del 2009), l’acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 cod. proc. civ. (e configurabile solo anteriormente alla proposizione del gravame, giacché successivamente allo stesso è possibile solo una rinunzia espressa all’impugnazione da compiersi nella forma prescritta dalla legge), consiste nell’accettazione della sentenza (e cioè una “libera, totale e incondizionata accettazione del “decisum”, Cass. n. 19747 del 2011), ovverosia nella manifestazione da parte del soccombente della volontà di non impugnare, la quale può avvenire sia in forma espressa che tacita (Cass. sez. un. 20 maggio 2010 n. 12339): in quest’ultimo caso, l’acquiescenza può ritenersi sussistente soltanto quando l’interessato abbia posto in essere atti da quali sia possibile desumere, in maniera precisa ed univoca, il proposito di non contrastare gli effetti giuridici della pronuncia, e cioè gli atti stessi, siano assolutamente incompatibili con la volontà di avvalersi dell’impugnazione.

Ne consegue che la spontanea esecuzione della pronunzia favorevole, anche quando la riserva d’impugnazione non venga resa nota, non comporta acquiescenza alla sentenza, preclusiva dell’impugnazione ai sensi dell’art. 329 cod. proc. civ., trattandosi di un comportamento che può risultare fondato anche sulla mera volontà di evitare le eventuali ulteriori spese di precetto e dei successivi atti di esecuzione.


Cass. n. 10045/2019

In riferimento agli interessi che maturano, unitamente alla rivalutazione monetaria, sui crediti soggetti alla disciplina dettata dall’art. 429, terzo comma, cod. proc. civ., tra cui, segnatamente, anche i crediti previdenziali ed assistenziali divenuti esigibili prima dell’entrata in vigore dell’art. 16, comma 6, della legge n. 412 del 1991, non può trovare applicazione il regime giuridico proprio delle obbligazioni pecuniarie, non avendo essi la natura di veri e propri “accessori” del credito “principale”, bensì di componenti essenziali di una prestazione unitaria, cosicché, per un verso, il pagamento del solo credito originario viene a configurarsi come l’adempimento soltanto parziale della prestazione e, per altro verso, il giudice è tenuto a determinarli anche in assenza di domanda giudiziale.

Ne consegue che, ove si domandi in giudizio l’adempimento del residuo credito per rivalutazione monetaria ed interessi legali su credito assistenziale maturato prima del 10gennaio 1992, la somma richiesta a tale titolo deve essere maggiorata di rivalutazione monetaria ed interessi legali, in cumulo tra loro, non potendo operare in relazione agli interessi legali, la disciplina generale in materia di anatocismo recata dall’art. 1283 cod. civ.” (cfr. Cass. 22.5.2008 n. 13213, Cass. 3.9.2014 n. 18558).


Cass. n. 9277/2019

La sentenza di condanna generica passata in giudicato – attesa la sua natura di vera e propria statuizione autoritativa che impone all’obbligato di adempiere ad una prestazione, anche se la determinazione di tale adempimento è rimandata – determina, nei confronti di coloro che hanno promosso il giudizio concluso con la condanna generica, l’assoggettamento dell’azione diretta alla liquidazione al termine (decennale) di cui all’art. 2953 c.c.» (Cass. 7 ottobre 2005, n. 19636; Cass. 28 marzo 2000, n. 3727).


Cass. n. 3811/2019

La notificazione della sentenza, anche se munita di formula esecutiva, effettuata alla parte presso il procuratore costituito è equivalente alla notificazione al procuratore stesso, prescritta dagli artt. 285 e 170 c.p.c., ed è pertanto idonea a far decorrere il termine di cui all’art. 325 c.p.c. per proporre appello» (Cass. 1 settembre 2014, n. 18493; Cass. 1 settembre 2009, n. 18493; Cass. 8 maggio 2008, n. 11216), sussistendo tra l’altro, nel corpo della relata, «il riferimento nominativo al procuratore stesso in tale sua veste, onde assicurare, a garanzia dell’effettività del diritto di difesa, che, almeno in astratto, l’atto pervenga nelle mani del difensore in tale sua qualità (Cass. 27 febbraio 2014, n. 4698).


Cass. n. 145/2019

Con la sentenza 2/7/2012 n.11066, le Sezioni Unite di questa Corte hanno privilegiato l’indirizzo secondo cui la sentenza, fatta valere quale titolo esecutivo può essere integrata sulla base degli elementi extratestuali acquisiti nel processo a quo, sì da non imporre al creditore l’attivazione di ulteriori mezzi cognitivi (quale quello monitorio).

In tal senso si è quindi espressa la successiva giurisprudenza di legittimità – alla quale si intende dare continuità – secondo cui il titolo esecutivo giudiziale, ai sensi dell’art. 474 comma 2, n. 1, c.p.c., non si identifica, né si , esaurisce, nel documento giudiziario in cui è consacrato l’obbligo da eseguire, essendo consentita l’interpretazione provvedimento, sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato (vedi Cass. 21/12/2016 n.26567, Cass .5/6/2018 n.14356).


Cass. n. 7576/2018

La provvisoria esecutività riconosciuta dal comma 1 dell’art. 431 cod. proc. civ. riguarda solo le sentenze contenenti una condanna al pagamento (in favore del lavoratore e per crediti derivanti dal rapporto di lavoro) di somme di denaro, come indirettamente chiarito dalla disposizione del quarto comma dello stesso articolo (che fa in ogni caso salva l’esecuzione provvisoria delle sentenze fino alla somma di lire cinquecentomila), e non anche le sentenze che accertano il diritto del lavoratore ad una qualifica superiore e condannano il datore di lavoro all’attribuzione di detta qualifica, le quali, ancorché in parte di accertamento e in parte di condanna, non sono comunque suscettibili di esecuzione forzata, non potendo l’attribuzione della qualifica e il conferimento delle relative mansioni avvenire senza la necessaria cooperazione del debitore.

Ne consegue che in presenza di una condanna a un facere infungibile, come tale non suscettibile di esecuzione forzata, resta esclusa la titolarità dell’azione esecutiva (cfr. Cass. 20/09/1990 n. 9584).

Non sussiste contraddizione tra questa affermazione e la possibilità di esperire un’azione di condanna all’attribuzione di una qualifica superiore.

Come già ritenuto da questa Corte, relativamente ai rapporti contrattuali che importino, per una delle parti o per entrambe, obblighi di fare insuscettibili per loro intrinseca natura di esecuzione forzata, è configurabile e ammissibile un’azione di condanna del contraente inadempiente alla prestazione promessa, in quanto la relativa decisione è non solo idonea a produrre ugualmente i suoi normali effetti mediante l’eventuale volontaria esecuzione da parte dell’obbligato, ma può, inoltre, costituire il presupposto per ulteriori conseguenze giuridiche derivanti dall’inosservanza dell’ordine contenuto nella sentenza che il titolare del rapporto è autorizzato ad invocare a suo favore (Cass. n. 1499 del 1968).

In quest’ordine di idee e con specifico riguardo al rapporto di lavoro, è stato, appunto, deciso che, ai fini della condanna del datore di lavoro a un facereinfungibile, ciò che rileva è l’operatività della pronuncia nell’ambito del possibile giuridico e non già in quello diverso del possibile materiale, estrinsecandosi l’effetto imperativo della decisione nel legittimare il lavoratore ad offrire la propria prestazione lavorativa esclusivamente con quelle modalità che la controparte è condannata ad accettare e con la conservazione del diritto alla retribuzione anche nel caso in cui il datore di lavoro non ottemperi alla condanna medesima (cfr. Cass. n. 1833 del 1984). (cfr. Cass. 17/06/2004 n. 11364 e per altre applicazioni anche 10109 /1996 e 9584/1990).


Cass. 2969/2018

Nel caso di esecuzione forzata promossa sulla base di un titolo esecutivo costituito da una sentenza di condanna , la sussistenza del requisito della liquidità del credito richiamato dall’art. 474, cod. proc. civ., va accertata procedendo all’interpretazione della sentenza, tenendo conto dei dati che, pure se non siano stati in essa puntualmente indicati, siano stati assunti dal giudice come certi e oggettivamente già determinati, in quanto presupposti dalle parti e non controversi, quindi acquisiti al processo, anche se per implicito (Cass. n. 6983/2003).