Cass. n. 17164/2020

Come più volte affermato da questa Corte, in tema di fornitura di lavoro temporaneo, per la validità del contratto intercorso tra fornitore e utilizzatore, disciplinato dalla I. n. 196 del 1997, non è sufficiente la mera enunciazione, in esso, della causale prevista da un accordo occorrendo che la stessa sia meglio esplicitata avuto riguardo al contesto della peculiare situazione dell’impresa utilizzatrice e delle sue esigenze produttive; dalla genericità della causale deriva la nullità del suddetto contratto, cui conseguono le sanzioni previste dall’art. 10 della legge citata. (Cass. n. 25265 del 2016, v. pure 10631 del 2017, e Cass. n. 23513 del 2017).

Già in precedenza era stato ritenuto che, in tema di lavoro interinale, l’art. 1, secondo comma, della legge n. 196 del 1997 consente il contratto di fornitura di lavoro temporaneo solo per le esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate dalla norma, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare, né può indicare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa; ne consegue che, ove la clausola sia indicata in termini generici, inidonei ad essere ricondotti ad una delle causali previste dal legislatore, il contratto è illegittimo, e, in applicazione del disposto di cui all’art. 10 della legge n. 196 del 1997, il rapporto si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore interponente (Cass. n. 1148 del 2013, 10486 del 2017).

Secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte, la violazione delle disposizioni della legge n. 196 del 1997, ed in particolare dell’art. 1, comma 2, lett. a), comporta la sostituzione della parte datoriale e, salvo che non ricorrono specifiche ragioni che consentano l’apposizione di un termine, l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con l’utilizzatore interponente, senza che assuma rilievo che al rapporto con l’interposto fosse a termine, atteso che la medesima sanzione è prevista per la meno grave violazione dell’obbligo di stipulare il contratto con forma scritta e che, sul piano sistematico, una diversa conclusione, porterebbe alla inammissibile situazione per cui la violazione del divieto di interposizione di manodopera consentirebbe all’interponente di beneficiare di una prestazione a termine altrimenti preclusa (Cass. n. 21837 del 2012).

La legittimità del contratto di fornitura costituisce il presupposto per la stipulazione di un legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo. Ne consegue che l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro e, quindi, l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo; inoltre, alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal d.igs. 368 del 2001 ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore (Cass. n. 1148 del 2013).


Cass. n. 15926/2020

Dall’art. 10, comma primo, della legge n. 196 del 1997 si desume che la legge stessa – e, in particolare gli artt.1 – 11 di essa in materia di lavoro interinale – non hanno abolito il divieto di interposizione fittizia di manodopera previsto dalla legge n. 1369 del 1960.

L’espressa previsione -“continua a trovare applicazione la legge 23 ottobre 1960, n. 1369”- altro non significa, infatti, se non che il suddetto divieto continua a trovare applicazione nei confronti dell’impresa utilizzatrice che ricorra alla fornitura di prestatori di lavoro dipendente da parte di soggetti diversi da quelli cui all’art. 2 della stessa legge n. 196 del 1997 ovvero che violi le disposizioni di cui al precedente art.1, commi secondo, terzo, quarto e quinto, che stabiliscono i casi in cui è consentita o vietata la fornitura di lavoro temporaneo e dettano la disciplina rispettivamente applicabile al contratto di fornitura di lavoro temporaneo – intercorrente tra impresa fornitrice e impresa utilizzatrice – e al contratto per prestazioni di lavoro temporaneo, intercorrente fra l’impresa fornitrice e il lavoratore. Conforme Cass. lav. n. 17982 del 16/12/2002.

Cfr. inoltre Cass. lav. n. 13960 del 24/06/2011, secondo cui in materia di rapporto di lavoro interinale, la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e far venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall’indicazione nel contratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso. Pertanto, trova applicazione il disposto di cui all’art.10 della legge 24 giugno 1997, n.196 e dunque quanto previsto dall’art.1 della legge 23 ottobre 1960, n.1369, per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore “interponente”.

Parimenti, secondo Cass. lav. n. 232 del 12/01/2012, in materia di rapporto di lavoro interinale, la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice e il singolo lavoratore, dei casi in cui – e dunque delle esigenze per le quali – è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, ovvero l’insussistenza in concreto delle suddette ipotesi, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti del lavoratore, e fa venir meno la presunzione di legittimità del contratto interinale stesso.

Ne consegue che, per escludere che il contratto di lavoro con il fornitore interposto si consideri instaurato con l’utilizzatore interponente a tempo indeterminato, non è sufficiente arrestarsi alla verifica del dato formale del rispetto della contrattazione collettiva quanto al numero delle proroghe consentite, senza verificare l’effettiva persistenza delle esigenze di carattere temporaneo, in modo tanto più penetrante quanto più durevole e ripetuto sia il ricorso a tale fattispecie contrattuale.

V. inoltre Cass. lav. n. 21837 del 5/12/2012: la violazione delle disposizioni della legge n. 196 del 1997, ed in particolare dell’art. 1, comma 2, lett. a), comporta la sostituzione della parte datoriale e, salvo che non ricorrono specifiche ragioni che consentano l’apposizione di un termine, l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con l’utilizzatore interponente, senza che assuma rilievo che al rapporto con l’interposto fosse a termine, atteso che la medesima sanzione è prevista per la meno grave violazione dell’obbligo di stipulare il contratto con forma scritta e che, sul piano sistematico, una diversa conclusione, porterebbe alla inammissibile situazione per cui la violazione del divieto di interposizione di manodopera consentirebbe all’interponente di beneficiare di una prestazione a termine altrimenti preclusa.

Cass. lav. n. 7702 del 28/03/2018: in materia di rapporto di lavoro interinale, tanto ai sensi della I. n. 196 del 1997 quanto del d.lgs. n. 276 del 2003, anche in assenza di un espresso divieto di reiterazione dei contratti di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo conclusi con lo stesso lavoratore avviato presso la medesima impresa, e sempre possibile una valutazione della relativa vicenda nei termini di cui all’art. 1344 c.c., quando essa costituisca il mezzo per eludere la regola della temporaneità dell’occasione di lavoro che connota tale disciplina; tale finalità fraudolenta può essere desunta anche dalla reiterazione di assunzioni per un prolungato periodo di tempo, indipendentemente dal rispetto, per ciascuno dei singoli contratti, delle indicazioni relative alla sussistenza di esigenze tecniche, produttive e organizzative (in senso conforme Cass. n. 23684 del 2010).

Cfr. ancora Cass. lav. n. 1148 del 17/01/2013, secondo cui l’art. 1, secondo comma, della legge n. 196 del 1997 consente il contratto di fornitura di lavoro temporaneo solo per le esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate dalla norma, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare, né può indicare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa; ne consegue che, ove la clausola sia indicata in termini generici, inidonei ad essere ricondotti ad una delle causali previste dal legislatore, il contratto è illegittimo, e, in applicazione del disposto di cui all’art. 10 della legge n. 196 del 1997, il rapporto si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore interponente. Conformi Cass. VI civ. – L n. 10486 del 27/04/2017 e IV civ. lav. n. 6869 – 8/3/2019).


Cass. n. 10869/2019

In tema di lavoro interinale, l’art. 1, comma 2, della L. n. 196 del 1997 consente il contratto di fornitura di lavoro temporaneo solo per le corrispondenti esigenze rientranti nelle categorie specificate dalla norma, esigenze che il contratto di fornitura non può, quindi, omettere di indicare, né può rappresentare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa; ne consegue che, ove la clausola sia indicata in termini generici, inidonei ad essere ricondotti ad una delle causali previste dal legislatore, il contratto è illegittimo, e, in applicazione del disposto di cui all’art. 10 della I. n. 196 del 1997, il rapporto si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore interponente) (Cass.ord. n. 10486\17).


Cass. n. 5746/2019

In tema di lavoro interinale, la legittimità del contratto di fornitura costituisce il presupposto per la stipulazione di un legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo. Ne consegue che l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro e, quindi, l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo; inoltre, alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal d.lgs. 368 del 2001. ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore ( Cass. 1148/2013, Cass. n. 22223/2012).


Cass. n. 2434/2019

L’art. 1, comma 2, Legge n. 196/1997 cit. consente il contratto di fornitura di lavoro temporaneo solo per le esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate dalla norma, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare, né può indicare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa. In conseguenza, ove la clausola sia indicata in termini generici, inidonei ad essere ricondotti ad una delle causali previste dal legislatore, il contratto è illegittimo, e l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro e, quindi, l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo; inoltre, alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal d.lgs. 368 del 2001 ai fini della legittimità del lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore (Cass. 12/10/2018 n. 25529; Cass. 27/04/2017 n. 10486; Cass. 17/01/2013 n. 1148; Cass. 05/07/2011 n. 14714; Cass. 24/06/ 2011 n. 13960; Cass. 23/ /11/2010 n. 23684, alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti).


Cass. n. 198/2019

In materia di rapporto di lavoro interinale, anche la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice (nella specie la Poste italiane s.p.a.), spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e fa venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall’indicazione nel contratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso.

Con la conseguenza che trova applicazione il disposto di cui all’art.10 della legge 24 giugno 1997, n.196 e dunque quanto previsto dall’art.1 della legge 23 ottobre 1960, n.1369, per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore “interponente”. (cfr. Cass. 24.6.2011 n. 13960, Cass. 17.1.2013 n. 1148, Cass. 27.4.2017 n. 10486).


Cass. n. 8375/2018

L’art. 10, comma 1, I. 196/97 collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5 (cioè violazioni di legge concernenti proprio il contratto commerciale di fornitura), le conseguenze previste dalla legge 1369 del 1960, secondo cui “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni”, in tal senso questa Corte essendosi espressa, in modo univoco e costante, con una pluralità di decisioni, a cominciare da Cass. 23 novembre 2010 n. 23684; Cass. 24 giugno 2011 n. 13960; Cass. 5 luglio 2011 n. 14714, Cass. 9.12.2016 n. 25265, Cass. 2.5.2017 n. 10631, alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti.

L’effetto finale è la conversione del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo in un ordinario contratto di lavoro a tempo indeterminato tra l’utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore;

Un avallo alla ricostruzione operata è stato rinvenuto nella sentenza n. 58 del 16 febbraio 2006 della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionale, per irragionevolezza e contrarietà al principio di tutela del lavoro, l’intervento legislativo (L. n. 388 del 2000, art. 117, comma 1) col quale la trasformazione del contratto prevista dal secondo periodo della L. n. 196 del 1997, art.10, comma 2 (contratto per prestazioni di lavoro temporaneo di cui alla L. n. 196 del 1997, art.3, mancante della forma scritta ovvero degli elementi di cui all’art. 3, comma 3, lett. g), era stata sancita a tempo “determinato” invece che “indeterminato”, (cfr. in tali termini Cass. 5.12.2012, n. 21837, nonché Cass. 17.1.2013 n. 1148, Cass. 23.11.2011 n. 23684).


Cass. n. 29428/2018

In tema di lavoro interinale e di rapporti con la disciplina del divieto di interposizione di manodopera, mentre l’ art. 10, comma primo della legge n. 196 del 1997 si deve interpretare – al fine di evitare di ipotizzare difetti di coordinamento con il comma successivo e di ritenere pleonastici i richiami normativi in esso contenuti – nel senso che il divieto di interposizione fittizia di manodopera previsto dalla legge n. 1369 del 1960 continua a trovare applicazione nei confronti dell’impresa utilizzatrice che ricorra alla fornitura di prestatori di lavoro dipendente da parte di soggetti diversi da quelli cui all’ art. 2 della stessa legge n. 196 del 1997 ovvero che violi le disposizioni di cui al precedente art. 1, commi secondo, terzo, quarto e quinto, l’ art. 10, secondo comma, della legge citata disciplina l’ipotesi dell’instaurazione”ex lege” di un rapporto di lavoro a tempo determinato con l’impresa utilizzatrice Cass. n. 1148/2013; Cass. n. 2488/2008).

Nei casi disciplinati dal primo comma, cui sono riconnesse tutte le conseguenze anche penali previste dalla legge n. 1369 del 1960, deve ravvisarsi quale unico effetto la sostituzione di diritto del datore di lavoro-fornitore con il soggetto utilizzatore delle prestazioni mentre rimangono invariati gli altri elementi contrattuali, ivi compreso quello inerente la temporaneità del rapporto.

In tema di lavoro interinale, l’ art. 1, secondo comma, della legge n. 196 del 1997 consente il contratto di fornitura di lavoro temporaneo solo per le esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate dalla norma, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare, né può indicare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa; ne consegue che, ove la clausola sia indicata in termini generici, inidonei ad essere ricondotti ad una delle causali previste dal legislatore, il contratto è illegittimo, e, in applicazione del disposto di cui all’ art. 10 della legge n. 196 del 1997, il rapporto si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore interponente.


L’illegittimità del contratto di fornitura (di cui alla L. n. 196/1997) comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro, e quindi l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo.

Infatti, l’art. 10, primo comma, collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5, L. n. 196/1997, cioè violazioni di legge concernenti proprio il contratto commerciale di fornitura-, le conseguenze previste dalla legge 1369 del 1960, consistenti nel fatto che “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni”.

In tal senso questa Corte si è espressa, in modo univoco e costante, con una pluralità di decisioni (Cass.  n. 23684/2010; Cass. n. 13960/2011; Cass. n. 14714/2011)

Le medesime sentenze hanno precisato che alla conversione soggettiva del rapporto si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal decreto legislativo 368 del 2001 ai fini della legittimità de/lavoro a tempo determinato tra l’utilizzatore ed il lavoratore (sul punto, v. anche: Cass.  n. 6933/2012).

L’effetto finale è la conversione del contratto per prestazioni di lavoro temporaneo in un ordinario contratto di lavoro a tempo indeterminato tra l’utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore.

La violazione delle disposizioni della legge n. 196 del 1997, ed in particolare dell’art. 1, comma 2, lett. a), comporta la sostituzione della parte datoriale e, salvo che non ricorrano specifiche ragioni che consentano l’apposizione di un termine, l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con l’utilizzatore interponente, senza che assuma rilievo che il rapporto con l’interposto fosse a termine, atteso che la medesima sanzione è prevista per la meno grave violazione dell’obbligo di stipulare il contratto con forma scritta e che, sul piano sistematico, una diversa conclusione, porterebbe alla inammissibile situazione per cui la violazione del divieto di interposizione di manodopera consentirebbe all’interponente di beneficiare di una prestazione a termine altrimenti preclusa (Cass. n. 21837/2012; Cass. lav. n. 232/2012, secondo cui in materia di rapporto di lavoro interinale, la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice e il singolo lavoratore, dei casi in cui – e dunque delle esigenze per le quali – è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, ovvero l’insussistenza in concreto delle suddette ipotesi, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti del lavoratore, e fa venir meno la presunzione di legittimità del contratto interinale stesso) (ndr: la pronuncia riguarda la fattispecie del lavoro temporaneo stipulato ai sensi della L. n. 196/1997.  Le tutele spettanti in conseguenza dell’illegittimità della stipulazione del contratto di somministrazione è oggi contenuta nell’art. 39, d.lgs. n. 81/2015).


Come sottolineato da questa Corte (cfr. S.U. n. 4913/2016 e Cass. n.24258/21016), proprio la disciplina contenuta nel D.L. n.225 del 2010 consente di applicare il nuovo regime decadenziale a fattispecie (licenziamenti o altre ipotesi regolate dall’art. 32 I. n. 183 del 2010) intervenute prima del 24.11.2010, in quanto la rimessione in termini al 31.12.2011 risponde alla “ratio legis” di risolvere, in chiave costituzionalmente orientata, le conseguenze legate all’introduzione “ex novo” del suddetto termine di decadenza (conf. 2157421379/2018).

Questa S.C. ha avuto modo di affermare – riguardo all’omologa figura del lavoro temporaneo di cui alla L. n. 196 del 1997 – che il contratto di fornitura non può omettere di indicare la relativa causale, ne’ può indicarla in maniera generica limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa; ha altresì statuito che in tal caso la sanzione è l’illegittimità del contratto e la conseguente instaurazione del rapporto, a tutti gli effetti, con l’utilizzatore (v. Cass. 7.1.13 n. 1148).

Ad analoga conclusione deve pervenirsi anche in ordine alla somministrazione di lavoro di cui agli artt. 20 e ss. del D. Lgs. n. 276 del 2003. È pur vero che il D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 21, u.c., prevede espressamente la sanzione della nullità in caso di difetto di forma scritta del contratto di somministrazione e che il successivo art. 27, comma 1, stabilisce che, quando la somministrazione di lavoro sia avvenuta al di fuori dei limiti e delle condizioni di cui ai precedenti art. 20, e art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e), il lavoratore può chiedere in via giudiziaria la costituzione d’un rapporto di lavoro alle dipendenze dell’utilizzatore con effetto dall’inizio della somministrazione.

Nondimeno, la sanzione della nullità anche per indicazione omessa o generica della causale della somministrazione è nella logica del sistema, oltre che nel rilievo che l’art. 21, comma 1, lett. c), si riferisce, appunto, all’indicazione della causale. Argomento preliminare ed assorbente per ritenere prescritti a pena di nullità anche gli elementi di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e) è stato ravvisato nella seguente considerazione: ammessa la categoria degli elementi naturali del negozio (anche se autorevole dottrina ritiene debba parlarsi solo di effetti naturali), è innegabile che essi siano tali solo se derogabili dalle parti.

Ma nessuno dei citati elementi è derogabile dalla volontà delle parti, nel senso che esse non potrebbero mai, ad esempio, escludere che il lavoratore debba eseguire la propria prestazione presso una data impresa utilizzatrice o lasciarne libera la scelta da parte dell’impresa fornitrice, perché ciò produrrebbe una palese alterazione causale del negozio.

Nè, infine, può ammettersi che il contratto di somministrazione taccia, puramente e semplicemente, le ragioni della somministrazione medesima riservandosi di enunciarle solo a posteriori in ragione della convenienza del momento, perché ciò vanificherebbe in toto l’impianto della legge e siffatta omissione sarebbe indice inequivocabile di frode alla legge e/o di deviazione causale del contratto (entrambe sanzionate in via di nullità).

Pertanto, oltre alla forma scritta, devono ritenersi prescritti ad substantiam, per loro natura e/o per coerenza sistematica con altre disposizioni di legge, anche gli elementi di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 21, comma 1, lett. a), b), c), d) ed e) (cfr. in tali termini, Cass. 1.8.2014 n. 17540 e, da ultimo, da ultimo, Cass. 1.3.2018 n. 4888, che ha chiarito che anche nel contratto individuale e non solo in quello di fornitura – e cioè nel contratto tra l’impresa fornitrice di mano d’opera e l’impresa utilizzatrice – le ragioni dell’assunzione devono essere indicate specificamente).


In tema di lavoro interinale, l’indennità prevista dall’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183, nel significato chiarito dal comma 13 dell’art. 1 della legge 28 giugno 2012 n. 92, trova infatti applicazione con riferimento a qualsiasi ipotesi di ricostituzione del rapporto di lavoro avente in origine termine illegittimo e si applica anche nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore a causa dell’illegittimità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi della lett. a) del primo comma, dell’art. 3 della legge 24 giugno 1997, n. 196, convertito in contratto a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione (Cass. cit. n.1148/2013, cui adde ex plurimis, Cass. 23/04/2015, n.8286, Cass. 26/04/2017 n. 10317, Cass. 20/10/2017 n.24887) (conf. Cass. n. 22182/2018-22073-23606-21619-20927/2018).

E’ stato rimarcato al riguardo che la nullità del contratto fra impresa fornitrice e utilizzatore travolge anche quello fra lavoratore e fornitore, trattandosi di negozi collegati con l’effetto finale di produrre una duplice conversione, sul piano soggettivo e su quello oggettivo; ma fino a quando la sentenza non accerti tale conversione, il rapporto fra utilizzatore e lavoratore, finché si è protratto de facto, ha avuto caratteristiche analoghe a quelle d’un rapporto a termine, di guisa che nulla preclude il ricorso alla sanzione meramente indennitaria prevista dall’art. 32 co. 5 cit., anche perché essa è destinata – grazie all’ampia formula adoperata dal legislatore – ai “casi di conversione del contratto a tempo determinato”.

D’altronde, la tendenza normativa è – in linea di massima – quella di liquidare con un’indennità determinata a forfait (o con un risarcimento previsto entro un tetto massimo) il mancato guadagno sofferto dal lavoratore nell’arco di tempo trascorso fra l’illegittima cessazione d’un rapporto lavorativo (a cagione della nullità del termine o dell’illegittimità del licenziamento intimatogli) e il suo ripristino grazie alla sentenza del giudice: si pensi, ad esempio, all’art. 8 legge n. 604/66, all’art. 18 Stat. nuovo testo come modificato ex lege p. 92/12 (che riserva solo a pochi casi la tutela reintegratoria piena con attribuzione di tutte le retribuzioni maturate medio tempore), e, appunto, all’art. 32 co. 5 0legge n. 183/10 (vedi in motivazione, con riferimento al contratto di somministrazione, Cass. 20/10/2017 n. 24887).

Deve pertanto concludersi che anche sotto tale profilo la pronuncia impugnata – laddove ha accertato che nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore a causa dell’illegittimità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi della lett. a) del primo comma dell’art. 3 della legge 24 giugno 1997, n. 196, rinviene applicazione l’art. 32 comma 5 1.183/2010 – è conforme a diritto (ndr: la pronuncia riguarda la fattispecie del lavoro temporaneo stipulato ai sensi della L. n. 196/1997.  Le tutele spettanti in conseguenza dell’illegittimità della stipulazione del contratto di somministrazione è oggi contenuta nell’art. 39, d.lgs. n. 81/2015, che conferma quanto statuito dalla Suprema Corte).


Cass. 22381/2018

Il contratto di fornitura non può omettere di indicare la relativa causale, né può indicarla in maniera generica limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa (Cass. 7 gennaio 2013, n. 1148), è pervenuta ad analoghe conclusioni anche in ordine alla somministrazione di lavoro di cui agli artt. 20 e ss. del d.lgs. n. 276/2003 (v. Cass. 13 maggio 2013, n. 11411; Cass. 7 maggio 2013, n. 10560; Cass. 3 aprile 2013, n. 8120, Cass. 8 maggio 2012, n. 6933).

E’ stato precisato che l’indicazione delle ragioni giustificative non può essere tautologica, né può essere generica, dovendo esplicitare, onde consentirne lo scrutinio in sede giudiziaria, il collegamento tra la previsione astratta e la situazione concreta (v. anche Cass. 5 maggio 2016, n. 9121; Cass. 10 agosto 2014, n. 17540; Cass. 6 ottobre 2014, n. 20001) (conf. Cass. n. 23606/2018).

Nella specie non è censurabile la decisione qui impugnata che ha ritenuto che la casuale indicata in contratto (‘gestione del cali center in relazione alle esigenze di carattere organizzativo connesse al riassetto societario  non soddisfacesse quel minimo necessario di specificità della causale medesima che, sia pure non più legata a situazioni tipizzate dal legislatore o dal contratto collettivo, deve sempre essere chiaramente espressa con riferimento al contesto della peculiare situazione dell’impresa utilizzatrice e delle sue esigenze produttive (v. Cass. 9 dicembre 2016, n. 25265), non risultando, in particolare, esplicitato per quali ragioni per la gestione del cali center occorresse il ricorso al lavoro somministrato né in cosa consistesse il riassetto societario indicato ovvero il periodo temporale di riferimento.

La sanzione di nullità del contratto opera anche in ipotesi di indicazione omessa o generica della causale della somministrazione, con conseguente trasformazione del contratto a tempo determinato alle dipendenze del somministratore in contratto di lavoro a tempo indeterminato alle dipendenze dell’utilizzatore (cfr. Cass. n. 25265/2016 cit.; Cass. n. 17540/14 cit.; Cass. 29 maggio 2013, n. 13404; Cass. 9 settembre 2013, n. 20598).

L’art. 32 I. n. 183/2010 trova applicazione, quale ius superveniens, in assenza di formazione di giudicato (Cass., Sez. U, 27 ottobre 2016, n. 21691), a tutti i giudizi pendenti all’entrata in vigore della legge (v. fra le altre in motivazione, Cass.12 agosto 2015, n. 16763 ed i precedenti ivi richiamati) (sull’applicabilità del termine di impugnazione previsto dalla L. n. 183/2010 -art. 32 – come differito dalla .L. n. 10/2011, si veda Cass. 21724/2018).

Ciò anche in tema di lavoro interinale, posto che l’indennità prevista dalla norma citata riguarda ogni caso in cui vi sia un contratto di lavoro a tempo determinato per il quale operi la conversione in contratto a tempo indeterminato, e dunque anche nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore a causa dell’illegittimità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi degli artt. 20, 21 e 22 d.lgs. n. 276/2003 (come già prima ai sensi dell’art. 3, co. 1, lett. a) I. n. 196/1997), convertito in contratto a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione.


Cass. n. 20734/2018

In tema di lavoro interinale, la prova della effettività della causale posta a base dell’impiego del lavoratore temporaneo ricade sull’utilizzatore che intende avvalersene, trattandosi di un elemento imprescindibile ai fini della verifica della legittimità del contratto; l’accertamento in fatto delle condizioni che ne giustificavano l’utilizzo appartiene alla competenza esclusiva del giudice del merito, e non è sindacabile in sede di legittimità laddove non emerga un vizio motivazionale concernente un fatto decisivo che se fosse stato diversamente valutato avrebbe condotto, con grado di certezza e non di mera probabilità, ad un opposto esito della lite) (Cass. lav. n. 25005 del 23/10/2017).


Cass. n. 19514/2018

La causale indicata nel contratto di fornitura in oggetto  non deve limitarsi a riprodurre il testo della lettera a) dell’art. 1 Legge n. 196/1997  senza ulteriori specificazioni, sia in ordine al contratto collettivo nazionale applicabile all’utilizzatrice sia in ordine alla ipotesi di lavoro temporaneo, fra quelle individuate dal contratto collettivo, alle quali si è inteso rinviare con il contratto di fornitura.

La rilevata assenza di specificità, secondo quanto già chiarito da questa Corte (v. ex plurimis, Cass. 17/01/2013 n. 1148), rende il contratto illegittimo, per violazione della Legge n. 196 del 1997, art. 1, commi 1 e 2, che consente la stipulazione solo per le esigenze di carattere temporaneo rientranti nelle categorie specificate nel comma 2, esigenze che il contratto di fornitura non può quindi omettere di indicare, ne’ può indicare in maniera generica e non esplicativa, limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa.

Quando il contratto di lavoro che accompagna il contratto di fornitura, del quale è accertata la illegittimità, è a tempo determinato, alla conversione soggettiva del rapporto, si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato, per intrinseca carenza dei requisiti richiesti dal D.Igs. n. 368/ 2001, o dalle discipline previgenti, a cominciare dalla forma scritta, che ineluttabilmente in tale contesto manca con riferimento al rapporto tra impresa utilizzatrice e lavoratore ( Cass. 17/01/2013 n. 1148; Cass. 12/01/2012 n. 232).

L’art. 10, comma 1,Legge n. 196/1997 cit. collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5 (cioè violazioni di legge concernenti proprio il contratto commerciale di fornitura), le conseguenze previste dalla legge 1369 del 1960, consistenti nel fatto che “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni”. In tal senso questa Corte espressasi, in modo univoco e costante, con una pluralità di decisioni, a cominciare da Cass. 24/06/2011 n. 13960, Cass. 05/07/2011 n. 14174 , Cass. 23/11/ 2010 n. 23684, alle cui motivazioni si rinvia per ulteriori approfondimenti.


Cass. n. 16426/2018

La mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo (L. n. 196/1997), in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e far venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall’indicazione nel contratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso.

Pertanto, trova applicazione il disposto di cui all’art. 101. 24 giugno 1997 n. 196 e dunque quanto previsto dall’art. 1 I. 23 ottobre 1960 n. 1369, per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore (Cass. n. 13960/2011).

E’ stato più volte affermato che il contratto per prestazioni di lavoro temporaneo, al pari di quello di fornitura (ossia quello intercorrente tra impresa fornitrice ed impresa utilizzatrice), non può omettere di indicare la relativa causale, né può indicarla in maniera generica limitandosi a riprodurre il contenuto della previsione normativa, come avvenuto nel caso di specie; si è ritenuto che i motivi di cui all’art. 3, comma 3, lett. a) (ovvero quelli del ricorso alla fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo) costituiscono “requisiti essenziali del contratto ed hanno valenza autonoma e concorrono ad integrare il disposto di cui all’art. 1, comma 2, lett. a) concernente il richiamo (da parte del contratto di fornitura) dei casi previsti dagli accordi collettivi nazionali”; questa Corte ha, quindi, affermato che “I’ illegittimità del contratto di lavoro temporaneo comporta -in considerazione del collegamento causale tra contratto di fornitura e contratto per prestazioni di lavoro temporaneo- le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro, e dunque l’instaurazione del rapporto di lavoro con il fruitore della prestazione, cioè con il datore di lavoro effettivo, in quanto l’art. 10, comma 1, collega alle violazioni delle disposizioni di cui all’art. 1, commi 2, 3, 4 e 5 (cioè specifiche violazioni di legge concernenti proprio il contratto di fornitura o, in virtù del collegamento negoziale, il contratto di lavoro temporaneo), le conseguenze previste dalla L. n. 1369 del 1960, consistenti nel fatto che “i prestatori di lavoro sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che effettivamente abbia utilizzato le loro prestazioni” ( cfr. in termini, Cass. nr. 29962 del 2017, in motivazione, che richiama, ex plurimis, Cass. nr. 14714 del 2011; Cass. nr. 17997 del 2016; cfr., altresì, Cass. nr. 25265 del 2016).


Cass. n. 11638/2018

In tema di lavoro interinale, l’indennità prevista dall’art. 32 della legge 4 novembre 2010, n. 183 trova applicazione in ogni caso in cui vi sia un contratto di lavoro a tempo determinato per il quale operi la conversione in contratto a tempo indeterminato, e dunque anche nel caso di condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore a causa dell’illegittimità di un contratto per prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi della lett. a) del primo comma dell’art. 3 della legge 24 giugno 1997, n. 196, convertito in contratto a tempo indeterminato tra lavoratore e utilizzatore della prestazione, atteso che anche tale contratto è riconducibile alla categoria del contratto di lavoro a tempo determinato (come si desume anche dalla Direttiva 1999/70/CE, di recepimento dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, che, proprio per tale astratta riconducibilità, lo ha escluso espressamente dal suo campo di applicazione)”: conformi, fra le più recenti, Cass. n. 8286/2015; Cass. n. 10317/2017 (Cass. n. 13404/2013).


Cass. n. 6409/2018

In materia di rapporto di lavoro interinale, la mancanza o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l’impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell’impresa utilizzatrice, spezza l’unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell’offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e per far venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall’indicazione nel contratto di fornitura delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso.

Pertanto, trova applicazione il disposto di cui all’art.10 della legge 24 giugno 1997, n.196 e dunque quanto previsto dall’art.1 della legge 23 ottobre 1960, n.1369, per cui il contratto di lavoro col fornitore “interposto” si considera a tutti gli effetti instaurato con l’utilizzatore “interponente”.

Va infatti posto in rilievo che soltanto una lettura unitaria dei rapporti tra i tre soggetti della complessa fattispecie in esame consente di tener presente il collegamento che esiste tra la causale del contratto di fornitura (tra impresa fornitrice ed impresa utilizzatrice) e il contratto di lavoro temporaneo intercorso tra il lavoratore e l’impresa che utilizza la prestazione di lavoro.

Ne consegue che il contenuto del contratto di lavoro temporaneo assume un rilievo particolare con riferimento a quanto stabilito dall’art.1 comma 2 lettera a) della legge n.196 citata, nella misura in cui la mancanza o la genericità di tale contratto spezza appunto quella unitarietà della complessa fattispecie voluta dal legislatore, con la conseguenza che trova applicazione anche in tale contesto contrattuale quanto previsto dalla legge n. 1369/1960 in tema di interposizione di manodopera.

Premessa l’analogia tra il lavoro temporaneo di cui alla L. n. 196/1997 e la somministrazione di lavoro trattandosi di negozi collegati, ha osservato che la nullità del contratto fra somministratore ed utilizzatore travolge anche quello fra lavoratore e somministratore, con l’effetto finale di produrre una duplice conversione, sul piano soggettivo, perché il lavoratore è considerato a tutti gli effetti alle dipendenze dell’utilizzatore e non più del somministratore, e su quello oggettivo, perché quello che con il somministratore era sorto come contratto di lavoro a tempo determinato diventa un contratto di lavoro a tempo indeterminato con l’utilizzatore.