Cass. n. 13629/2020

Quanto alla affermata sopravvivenza, in termini generali, degli effetti dell’ordinanza cautelare del giudice amministrativo nonostante la perenzione del giudizio, le doglianze sono infondate.

Questa Corte ha già affermato che il provvedimento cautelare emesso dal giudice amministrativo per assicurare interinalmente gli effetti della decisione sul ricorso non assume (al pari di quello emesso dal giudice ordinario – salvo i casi espressamente previsti -) carattere decisorio e non incide in via definitiva sulle posizioni soggettive dedotte in giudizio, essendo destinato a perdere efficacia per effetto della sentenza definitiva di merito.

Pur coinvolgendo posizioni di diritto soggettivo, esso, dunque, non statuisce su di esse con la forza dell’atto giurisdizionale idoneo ad assumere autorità di giudicato, neppure sul punto della giurisdizione (v. Cass., Sez. Un., 23 settembre 2013, n. 21677; Cass., Sez. Un., 26 gennaio 2011, n. 1767, nonché numerose altre, tra cui Cass., Sez. Un., 31 gennaio 2006, n. 2053 e Cass., Sez. Un., 8 aprile 2008, n. 9151, che hanno ritenuto non precluso il regolamento preventivo di giurisdizione dopo l’emanazione del provvedimento cautelare, dato che quest’ultimo non costituisce pronunzia di merito ai sensi dell’art. 41 cod. proc. civ.).

Anche il giudice amministrativo si è pronunciato nel medesimo senso chiarendo che le ordinanze cautelari, in quanto prive di contenuto definitivamente decisorio, sono insuscettibili di passare in giudicato, analogamente ai provvedimenti istruttori, interlocutori o di rinvio al ruolo ordinario (v. Cons. St., sez. III, 29 agosto 2018, n. 5084; Cons. St., sez. V, 10 giugno 2015, n. 2847).

Ed infatti, se a fronte di ogni atto (negativo, positivo, discrezionale, vincolato, etc.), il giudice può sempre stabilire un assetto provvisorio degli interessi, destinato a durare fino alla decisione della causa, che gli sembri il più idoneo ad assicurare interinalmente la fruttuosità della relativa decisione di merito (ciò anche mediante ordinanze propulsive, contenenti ordini di fare rivolti all’amministrazione, consistenti in ordini di provvedere in caso di silenzio-inadempimento ovvero in ordini di rivedere provvedimenti negativi), tuttavia il provvedimento cautelare è sempre emanato “con riserva” di accertamento della fondatezza nel merito, onde evitare che la pendenza del giudizio vada a danno dell’attore risultato vittorioso all’esito del giudizio, ed è dunque interinalmente subordinato alla verifica definitiva della fondatezza delle tesi del ricorrente.

Da ciò discende che anche i provvedimenti cautelari che hanno un contenuto positivo devono limitarsi a introdurre una disciplina che anticipi in via meramente interinale la produzione degli effetti del provvedimento negato o non adottato dall’amministrazione, essendo la misura cautelare destinata comunque ad estinguersi laddove non sia seguita da una decisione di merito, non potendo aspirare ad acquisire stabilità neppure ove la volontà delle parti sia concorde in tal senso.

Gli effetti di carattere sostanziale conseguono, dunque, solo al passaggio in giudicato della pronuncia di merito favorevole, che è la sola idonea ad assicurare al provvedimento adottato in via cautelare effetti permanenti (v. Cons. St., sez. III, 8 giugno 2016, n. 2448; Cons. St., sez. V, 20 marzo 2008, n. 1222).

Sotto il profilo sistematico, la inconfigurabilità di un “giudicato cautelare” è direttamente dimostrata anche dall’art. 21 septies, I. n. 241 del 1990, il quale sanziona con la nullità solo ed esclusivamente l’atto che viola, o elude il giudicato sulla sentenza e non anche l’atto che risulti in contrasto con una decisione cautelare priva dell’efficacia di cosa giudicata (v. Cons. St., sez. III, 28 giugno 2019, n. 4461.

Del resto, tale principio è stato indirettamente confermato dall’art. 92, comma 5, seconda parte, c.p.a. che, sia pure al differente fine della definizione della competenza del TAR adito, ha espressamente, escluso la natura di decisione implicita delle ordinanze istruttorie o interlocutorie di cui all’art. 36, comma 1, c.p.a. e di quelle che disattendono l’istanza cautelare (v. Cons. St., sez. IV, 20 aprile 2016, n. 1554).

Pertanto, se il provvedimento cautelare è, per sua natura, un provvedimento interinale che subisce le sorti del giudizio nel cui ambito è emanato, è evidente che la sua efficacia viene meno: – a seguito di una pronuncia di rigetto del ricorso; – nel caso di successiva ordinanza di revoca del provvedimento cautelare ‘res melius perpensa’ – per la sopravvenienza di situazioni incompatibili con il mantenimento degli effetti del provvedimento cautelare; – in conseguenza di qualunque vicenda processuale che abbia effetti estintivi sul processo cautelare o, come verificatosi nella specie, sull’intero giudizio, vista la stretta strumentalità, non solo funzionale, ma anche strutturale che nell’ambito del processo amministrativo emerge tra la tutela cautelare e la decisione di merito, garantendo la prima provvisoriamente gli effetti della seconda pur senza escludere, ovviamente, la possibilità di un giudizio dall’esito diametralmente opposto a quello che la misura cautelare assicura in via interinale.

Si consideri, del resto, che, con orientamento pacifico a far data da Cons. St., a.p., 28 settembre 1984 n. 19, è stato ritenuto che l’esistenza di una fase cautelare non impedisce il decorso del termine per la perenzione tanto nel caso in cui essa si sia conclusa con un provvedimento favorevole o sfavorevole per l’interessato, quanto nel caso in cui il giudice non si sia pronunciato, (si vedano anche Cons. St., sez. IV, 7 maggio 2004, n. 2845 e Cons. St., sez. VI, 5 febbraio 2010, n. 45), il che vale a sottolineare ulteriormente la non incidenza del provvedimento cautelare sul giudizio di cognizione.


Cass. n. 12368/2020

«La pretesa azionata dal vincitore di un pubblico concorso bandito da un piccolo Comune non soggetto al patto di stabilità interno (vigente ratione temporis), posizionatosi al primo posto della relativa graduatoria finale, a causa della propria mancata assunzione in servizio – della quale il giudice del merito abbia ritenuto l’illegittimità in considerazione dell’assenza di impedimenti dovuti ad impossibilità sopravvenuta o a circostanze indipendenti dalla volontà della P.A. – non investe provvedimenti discrezionali della P.A. medesima, ma atti negoziali, relativi alla fase della gestione del rapporto di lavoro, cui si correlano diritti soggettivi; essa pertanto rientra a pieno titolo nell’ambito applicativo dell’art. 63, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001 e ciò comporta che il giudice ordinario ha anche il potere di adottare nei confronti della P.A. una sentenza di condanna all’assunzione dell’interessato».


Cass. n. 12366/2020

Sussiste la giurisdizione del giudice ordinario per le controversie in cui si discuta della corretta determinazione del TFR con riguardo ad un rapporto rientrante nel pubblico impiego privatizzato che, pur se iniziato prima del 30 giugno 1998, sia cessato in epoca successiva a tale data – come pacificamente accade nella specie, avendo il rapporto avuto termine a settembre 2006 – atteso che solo in tale momento, con l’erogazione del trattamento di fine rapporto e la percezione di una somma eventualmente inferiore a quella dovuta, si realizza il fatto dannoso subito dal lavoratore in conseguenza del pregresso comportamento illecito del datore di lavoro, con la conseguenza che il giudice avente giurisdizione in tale momento conosce dell’intero arco temporale della pretesa (vedi per tutte: Cass. SU 30 giugno 2008, n. 17774).


Cass. n. 10991/2020

Le assunzioni da parte delle Pubbliche Amministrazioni mediante avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento ai sensi della legislazione vigente (art. 35 d.lgs. n. 165 del 2001) sono comprese tra le assunzioni le cui controversie sono devolute al giudice ordinario dall’art. 63 del d.lgs. n. 165 cit., trattandosi di giudizi nei quali si fanno valere posizioni di diritto soggettivo all’assunzione (vedi, per tutte: Cass. SU 3 novembre 2009, n. 23202; Cass. SU 29 novembre 2006, n. 25276).

D’altra parte, nella stessa logica, nelle controversie relative a procedure concorsuali nell’ambito del pubblico impiego c.d. privatizzato, la cognizione della domanda, avanzata dal candidato utilmente collocato nella graduatoria finale e riguardante la pretesa allo “scorrimento” della graduatoria del concorso espletato, appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario, perché in essa si fa valere il diritto all’assunzione, al di fuori dell’ambito della procedura concorsuale e dall’esercizio di poteri discrezionali della P. A. (vedi, fra le tante: Cass. SU 20 dicembre 2016, n. 26272; Cass. SU 29 dicembre 2016, n. 27460).

Di conseguenza, con riguardo ali lavori socialmente utili e fattispecie assimilate (LSU/LPU etc.), per tutto ciò che attiene alle eventuali assunzioni oppure alle stabilizzazioni dei lavoratori, in applicazione delle graduatorie delle liste di collocamento sussiste la giurisdizione del giudice ordinario in quanto la P.A. svolge in questi ambiti un’attività vincolata ai criteri predeterminati dalla legge nella scelta dei singoli lavoratori, a differenza di quanto accade in ordine alla scelta del progetto ed all’individuazione delle professionalità occorrenti, attività queste ultime svolte dall’Amministrazione nell’esercizio della propria discrezionalità e con poteri autoritativi (Cass. SU 17 febbraio 2017, n. 4229; Cass. SU 31 gennaio 2008, n. 2277; Cass. Sez. Lav., 20 settembre 2016, n. 18423; Cass. SU 22 settembre 2003, n. 14070; Cass. 16 giugno 2000, n. 445; Cass. 3 luglio 2008, n. 20591; Cass. SU 2 luglio 2007, n. 14952, nonché di recente Cass. Sez. Lav. 15 ottobre 2018, n. 25723).

Come afferma la Corte d’appello, nella specie la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda principale si estende automaticamente anche alla domanda risarcitoria, visto che entrambe hanno la loro fonte nel diritto soggettivo della ricorrente all’assunzione, che è risultato violato dalla complessivamente inadeguata gestione della graduatoria della selezione in oggetto da parte della P.A., per la quale – come si riferisce nel ricorso – al momento in cui l’interessata avrebbe potuto ottenere la stabilizzazione del rapporto con contratto a tempo indeterminato alle dipendenze del Comune di Lecce si è trovata a non possedere il requisito di cui all’art. 2, comma 1, del d.lgs. 28 febbraio 2000, n. 81 (effettiva maturazione di dodici mesi di permanenza in tali attività nel periodo dal 10 gennaio 1998 al 31 dicembre 1999) per essere stata assunta il 28 settembre 1998 anziché il 3 agosto 1998, come avrebbe dovuto se la sua posizione nella graduatoria fosse stata correttamente stabilita.

Pertanto, in applicazione del criterio del petitum sostanziale – che è quello che governa il riparto di giurisdizione – si deve ritenere che, nella specie, anche la domanda risarcitoria rientri nella giurisdizione del giudice ordinario perché con essa non risulta essere stata dedotta la violazione di una norma che regola il procedimento ordinato all’esercizio di un potere autoritativo e discrezionale della P.A. sulla base di un corrispondente interesse pretensivo, ma si è fatta valere pur sempre la lesione del diritto soggettivo all’assunzione, imputata al cattivo svolgimento da parte dell’Amministrazione di attività di natura non discrezionale riguardante la gestione della graduatoria de qua e in particolare alla inerzia materiale dell’Amministrazione, la quale di per sé non costituisce espressione di poteri autoritativi o scelte discrezionali, ma, nella specie, violazione della clausola generale di cui all’art. 2043 cod. civ., ponendosi quale fattore causale di danno lesivo del suddetto diritto soggettivo (arg. ex Cass. SU 13 maggio 2019, n. 12640; Cass. 16 gennaio 2013, n. 996).

Del resto, la suddetta pretesa risarcitoria va collegata all’indirizzo in base al quale – in linea generale, in riferimento alle più differenti situazioni e con diverse motivazioni – si è dato rilievo al contrasto con il principio di ragionevolezza di disfunzioni e/o sovraccarico e/o inefficienze e/o lungaggini di tipo burocratico che ostacolino la realizzazione di posizioni giuridiche soggettive dei privati, senza che il destinatario possa porvi preventivo rimedio, da parte sia della Corte costituzionale (vedi: sentenze n. 209 e n. 483 del 1995; n. 327 del 1999; n. 35 del 2004), sia della Corte di Giustizia UE (sentenza 24 aprile 2008, procedimenti riuniti C 55/07 e C 56/07; sentenza 12 maggio 2011, C- 107/10; sentenza 16 novembre 2016, C-316/15), sia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (sentenza 15 settembre 2016, Giorgioni c. Italia; sentenza 23 giugno 2016, Srumia c. Italia; sentenza 2 marzo 2017, Talpis c. Italia).


Cass. n. 6755/2020

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, la sopravvivenza della giurisdizione del giudice amministrativo, regolata dall’art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, costituisce, nelle intenzioni del legislatore, ipotesi assolutamente eccezionale, sicché, per evitare il frazionamento della tutela giurisdizionale, quando il lavoratore deduce un inadempimento unitario dell’Amministrazione, la protrazione della fattispecie oltre il discrimine temporale del 30 giugno 1998 radica la giurisdizione presso il giudice ordinario anche per il periodo anteriore a tale data, non essendo ammissibile che sul medesimo rapporto abbiano a pronunciarsi due giudici diversi, con possibilità di differenti risposte ad una stessa istanza di giustizia” (vedi, tra le tante: Cass. SU 29 dicembre 2017, n. 31230; Cass. SU 1 marzo 2012, n. 3183; Cass. SU 29 maggio 2012, n. 8520; Cass. SU 7 gennaio 2013, n. 142, nonché: Cass. SU 23 novembre 2012, n. 20726; Cass. SU 19 maggio 2014, n. 10918; Cass. SU 17 novembre 2015, n. 23459; Cass. SU 15 marzo 2016, n. 5074; Cass. SU 22 marzo 2017, n. 7305).


Cass. n. 5549/2020

Qualora il giudice di primo grado dichiari il difetto di giurisdizione sulla domanda, il giudice di secondo grado, che affermi la giurisdizione negata dalla prima sentenza, deve fare applicazione dell’art. 353 c.p.c., indipendentemente dal fatto che le parti abbiano formulato conclusioni di merito, e rimettere la causa al primo giudice, con la conseguenza che, ove a ciò non provveda, statuendo nel merito, la cassazione della relativa decisione deve essere disposta direttamente con rinvio al primo giudice, vertendosi in tema di violazione del principio di ordine pubblico del doppio grado di giurisdizione, senza che in ciò possa ravvisarsi una lesione della ragionevole durata del processo (Cass. S.U. n. 13722 del 2017).


Cass. n. 2361/2020

«In tutti i casi nei quali vengono in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si agisca a tutela delle posizioni di diritto soggettivo in materia di lavoro pubblico, è consentita esclusivamente l’instaurazione del giudizio ordinario, nel quale la tutela è pienamente assicurata dalla disapplicazione dell’atto e dagli ampi poteri riconosciuti al giudice ordinario dal secondo comma del menzionato art. 63» (v. Cass., Sez. Un., n. 13169/2006 e negli stessi termini Cass., Sez. Un., n. 26799/2008, Cass., Sez. Un., n. 28806/2011, Cass., Sez. Un. n. 15276/2017, Cass., Sez. Un., n. 32625/2018).

Le Sezioni Unite hanno evidenziato che ai finì del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo si deve fare riferimento al petitum sostanziale, che va identificato in relazione alla causa petendi, ossia all’intrinseca natura della posizione dedotte, in giudizio sicché qualora, come nella fattispecie, il lavoratore denunci il subito demansionamento e rivendichi il diritto al risarcimento dei danni patiti, la controversia non ha ad oggetto gli atti discrezionali inerenti l’organizzazione dell’ufficio, bensì le modalità di gestione del rapporto di lavoro ed il diritto soggettivo del dipendente a non essere assegnato a mansioni inferiori a quelle corrispondenti alla qualifica posseduta (v. Cass., Sez. Un., n. 23305/2016).


Cass. n. 28097/2019

Ai fini del riparto di giurisdizione deve essere valorizzata l’unitarietà sostanziale della fattispecie dedotta in giudizio nelle questioni cosiddette «a cavallo», ossia ricadenti in parte prima e in parte dopo il 30 giugno 1998.

Questa giurisprudenza, invero, pur sancendo che in materia di pubblico impiego privatizzato la giurisdizione del giudice ordinario è la regola mentre quella del giudice amministrativo è ipotesi eccezionale, mantiene ferma la potestà giurisdizionale di quest’ultimo per tutte quelle controversie concernenti questioni che, in concreto, alla data di entrata in vigore del D.Lgs. n. 80 del 1998, il pubblico dipendente avrebbe potuto instaurare e che aveva tempo fino al 15 settembre 2000 per instaurare.

E’ stato precisato che il «canone della “fattispecie sostanzialmente unitaria” costituisce una nozione di sintesi ricavata dalla controversia in concreto sottoposta al giudice e connotata da identità di “petitum” e “causa petendi” della pretesa azionata con riferimento all’intero periodo controverso, anche se “a cavallo” del 30 giugno 1998».

Occorre al riguardo richiamare il principio più volte affermato da questa Corte (Cass.SSUU 8363/2007, 6573/2006, 14858/2006) secondo cui il D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 69, comma 7, nel trasferire al giudice ordinario le controversie del pubblico impiego privatizzato, pone il discrimine temporale – individuato in relazione alla data del 30 giugno 1998 – tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa con riferimento al dato storico costituito dall’avverarsi delle circostanze e dei fatti materiali posti alla base della pretesa avanzata, in ordine alla cui giuridica rilevanza sia insorta controversia.

E qualora la lesione d’un diritto sia stata prodotta da un atto (avente natura negoziale o di provvedimento amministrativo), la giurisdizione va individuata con riferimento alla data dell’atto medesimo (“ex plurimis” Cass. SSUU: 13981/2017, 7305/2017, 28808/2011, 16393/2011, 9446/2011, 8363/2007, 14858/2006; Cass. 31333/2018), dovendosi escludere in ogni caso che eventi successivi al 30 giugno 1998, quali la formazione di indirizzi giurisprudenziali, l’intervento di chiarimenti interpretativi di disposizioni di legge ed i conseguenti mutamenti delle prassi applicative successive al 30 giugno 1998, possano valere a determinare la competenza del giudice ordinario per fattispecie perfezionatesi in epoca anteriore (Cass. SSUU 12493/2007).


Cass. n. 21399/2019

Qualora la lesione di un diritto sia stata prodotta da un atto (avente natura negoziale o di provvedimento amministrativo), la giurisdizione va individuata con riferimento alla data dell’atto medesimo (vedi, fra le tante: Cass. Sez.Un. 6/6/2017, n. 13981; Cass. Sez. Un. 22/3/2017, n. 7305; Cass. Sez.Un. 27/12/2011, n. 28808; Cass. Sez.Un. 27/7/2011, n. 16393; Cass. Sez.Un. 28/4/2011, n. 9446; Cass. 4/4/2007, n. 8363; Cass. Sez. Un. 28/6/2006, n. 14858; v. pure Cass. 4/12/2018, n. 31333), dovendosi escludere in ogni caso che eventi successivi al 30 giugno 1998, quali la formazione di indirizzi giurisprudenziali, l’intervento di chiarimenti interpretativi di disposizioni di legge ed i conseguenti mutamenti delle prassi applicative successive al 30 giugno 1998, possano valere a determinare la competenza del giudice ordinario per fattispecie perfezionatesi in epoca anteriore (vedi Cass. Sez. Un. 29/5/ 2007, n. 12493).

(n.d.r.: Sull’inquadramento in ruolo, presso le AUSL, degli psicologi giusto il disposto di cui alla L. n. 207/1985 ed al relativo contenzioso riferito al riconoscimento della pregressa anzianità lavorativa, la pronuncia ha così affermato): il DPCM del 2001 non ha inciso sulla posizione dei ricorrenti né, conseguentemente, ha generato il diritto, e quindi la sua giustiziabilità, ma ha dettato disposizioni riguardanti altre categorie professionali (specialisti ambulatoriali, medici e altre professionalità sanitarie, medici della guardia medica, dell’emergenza territoriale e della medicina dei servizi in regime convenzionale), di stretta esegesi, limitate ai fini ed agli effetti ivi previsti e non interpretabili in via estensiva (in tal senso, sul DPCM cit., Cass. 17/9/2015, n. 18233; Cass. 25/3/2015, n. 6014; Cass. 9/6/2009,n. 13236).


Cass. n. 19269/2019

L’esistenza di un rapporto di impiego con il Ministero della Difesa costituisce mera occasione per il verificarsi della fattispecie che, invece, trova il suo fondamento in diritti soggettivi normativamente disciplinati (da ultimo Cass. SS.UU. n. 8982 dell’11 aprile 2018) (n.d.r.: fattispecie relativa ad un Carabiniere che, ferito in un conflitto a fuoco, aveva introdotto il giudizio diretto al riconoscimento dei benefici previsti per le vittime del dovere e segnatamente dell’assegno vitalizio di cui all’art. 2 I. n. 407 del 1998).

In relazione ai benefici di cui alla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 565, in favore delle vittime del dovere, il legislatore ha configurato un diritto soggettivo, e non un interesse legittimo, in quanto, sussistendo i requisiti previsti, i soggetti di cui l’art. 1, comma 563 di quella legge, o i loro familiari superstiti, hanno una posizione giuridica soggettiva nei confronti di una P.A. priva di discrezionalità, sia in ordine alla decisione di erogare, o meno, le provvidenze che alla misura dì esse (Cass.SS.UU. n. 23300 del 16.11.2016).

Tale diritto non rientra nell’ambito di quelli inerenti al rapporto di lavoro subordinato dei dipendenti pubblici, potendo esso riguardare anche coloro che non abbiano con l’amministrazione un siffatto rapporto, ma abbiano in qualsiasi modo svolto un servizio, ed ha, inoltre, natura prevalentemente assistenziale, sicchè la competenza a conoscerne è regolata dall’art. 442 c.p.c. e la giurisdizione “è del giudice ordinario, quale giudice del lavoro e dell’assistenza sociale” (Cfr nello stesso senso Cass. SU n. 15484/2017, SU n. 7761/2017).


Cass. n. 19266/2019

Le Sezioni unite della Corte, in continuità con numerosi altri precedenti, hanno riaffermato la giurisdizione del giudice ordinario in tema di benefici in favore delle vittime del dovere, o dei loro familiari superstiti, trattandosi di posizione giuridica soggettiva nei confronti di una P.A. priva di discrezionalità, in ordine alla decisione di erogare le provvidenze e alla misura dì esse (Cass., Sez.U., n. 15485 del 2017, Cass.n. 24592 del 2018; Cass., Sez.U., n. 15484 del 2017)

Le richiamate decisioni hanno, peraltro, ribadito, che trattasi di diritto non strettamente inerente il rapporto di lavoro subordinato dei dipendenti pubblici, potendo riguardare anche coloro che non abbiano con l’amministrazione un siffatto rapporto, ma abbiano in qualsiasi modo svolto un servizio, ed ha rimarcato la natura prevalentemente assistenziale dei benefici (di qui la competenza a conoscerne alla stregua dell’art. 442 cod proc. cív. e la giurisdizione del giudice ordinario, quale giudice del lavoro e dell’assistenza sociale) (sull’interpretazione del comma 564 dell’articolo 1 della legge 23 dicembre, n. 266).


Cass. n. 18811/2019

Appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario, secondo il criterio di riparto fissato dalla sentenza della Corte cost. n. 204 del 2004 ed ora dall’art. 133, comma 1, lett. c), cod. proc. amm., le controversie sul corrispettivo dovuto in applicazione della disciplina del rapporto concessorio determinata nell’accordo contrattuale stipulato, in condizioni di pariteticità, tra la ASL e la struttura privata concessionaria.

Peraltro, qualora la ASL opponga alla domanda di pagamento (“petitum” formale immediato) l’esistenza di una propria deliberazione che, in attuazione di quella regionale a contenuto generale, determini in concreto il tetto di spesa e la creditrice replichi, negando la soggezione della propria pretesa creditoria a tali atti o sostenendone l’illegittimità, il “petitum” sostanziale della domanda non è automaticamente inciso da siffatte “replicationes”, le quali devono essere considerate irrilevanti ai fini della individuazione della giurisdizione, a meno che non si sostanzino in una richiesta di accertamento con efficacia di giudicato dell’illegittimità del provvedimento posto a fondamento dell’eccezione sollevata dalla ASL.

In quest’ultimo caso, infatti, poiché il”petitum” sostanziale investe anche l’esercizio di un potere autoritativo, il giudice ordinario deve declinare la giurisdizione sulla domanda di annullamento della deliberazione, trattenendo la sola domanda di condanna alle indennità, canoni o corrispettivi, salvo poi sospendere il giudizio ex art. 295 cod. proc. civ. in attesa della definizione del giudizio sul provvedimento rimesso alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.


Cass. n. 17140/2019

Sono devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie concernenti gli atti amministrativi adottati dalle Pubbliche Amministrazioni nell’esercizio del potere loro conferito dall’art. 2 del d.lgs. n. 165 del 2001, aventi ad oggetto la fissazione delle linee e dei principi fondamentali della organizzazione degli uffici, nel cui quadro i rapporti di lavoro si costituiscono e si svolgono, caratterizzati da uno scopo esclusivamente pubblicistico, sul quale non incide la circostanza che gli stessi, eventualmente, influiscano sulªlo “status” di una categoria di dipendenti, costituendo quest’ultimo un effetto riflesso, inidoneo ed insufficiente a connotarli delle caratteristiche degli atti adottati “iure privatorum” (tra le altre, Cass. SSU 8821/2018, 8363/2007).

Nell’emanazione di tali atti organizzativi la Pubblica Amministrazione datrice di lavoro esercita, infatti, un potere autoritativo in deroga alla generale previsione del successivo art. 5, secondo cui la gestione del rapporto avviene con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro.

Spetta, invece, al giudice ordinario pronunciarsi sull’illegittimità e/o inefficacia di atti assunti dalla PA con la capacità e i poteri del datore di lavoro privato (art. 5, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001), di fronte ai quali sono configurabili solo diritti soggettivi.

Va precisato che la giurisdizione del giudice ordinario non soffre deroga per il fatto che venga in questione un atto amministrativo presupposto, che può essere disapplicato a tutela del diritto azionato (Cass. SSU 8821/2018, 16756/2014, 3032/2011, 15904/2006).

Ai fini del riparto della giurisdizione, deve, poi, escludersi ogni rilievo alla circostanza che la pretesa giudiziale sia stata prospettata come richiesta di annullamento e di conseguente disapplicazione di un atto amministrativo.

Con riguardo alla mobilità del personale docente, va osservato che le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. SSU 8821/2018, che richiama 6421/2005), hanno affermato che il d.lgs n 297/1994 considera la materia della mobilità oggetto di contrattazione collettiva e perciò, necessariamente, sottratta all’ambito dei poteri amministrativi ed autoritativi dell’amministrazione, in linea con i principi generali dettati, in tema di rapporti di lavoro pubblico costituiti mediante contratti, dal d. Igs. n 165 del 2001, che assegnano al dominio del diritto pubblico soltanto i procedimenti concernenti le linee fondamentali di organizzazione degli uffici, l’individuazione degli uffici di maggiore rilevanza e i modi di conferimento della titolarità dei medesimi, la determinazione delle dotazioni organiche complessive (art 2, comma 1, d. Igs. n 165 del 2001), nonché, come si ricava dalla norma processuale dettata dall’art 63, comma 4 del d. Igs. n. 165 del 2001, le procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, mentre ogni altra determinazione relativa all’organizzazione degli uffici e alle misure inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte dagli organi preposti alla gestione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro (art 5, comma 2, d. Igs. n 165/2001).

N.d.R. La Corte ha espresso i seguenti principi di diritto

“In relazione al personale, docente e non docente, del comparto delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica e musicale (AFAM), appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia sui criteri per l’assegnazione dei posti nell’ambito della procedura di mobilità, trattandosi della fase esecutiva del rapporto di lavoro”.

“La natura privata del procedimento di mobilità del personale AFAM docente e non docente, non consente di configurare in astratto interessi legittimi, atteso che tali situazioni giuridiche soggettive sono concepibili soltanto in correlazione con l’attività autoritativa dell’amministrazione, alla quale non può essere ricondotto il provvedimento in data 18.6.2010 del Consiglio Accademico del Conservatorio  che ha reso indisponibile al trasferimento una delle cattedre di “Organo e Composizione Organistica”, senza che rilevi che la pretesa giudiziale sia stata prospettata come richiesta di annullamento di atto amministrativo”.


Cass. n. 17137/2019

La domanda di risarcimento dei danni per lesione dell’integrità psico-fisica proposta da un dipendente pubblico, per fatti avvenuti in epoca antecedente al 30.6.1998, rientra nella giurisdizione esclusiva del GA qualora sia fatta valere la responsabilità contrattuale dell’Ente datore di lavoro, mentre è devoluta alla giurisdizione del GO nel caso in cui sia dedotta la responsabilità extracontrattuale, ossia una condotta dell’amministrazione potenzialmente lesiva nei confronti della generalità dei consociati e non solo dei propri dipendenti (Cass. n. 33211 del 2018).


Cass. n. 16999/2019

E’ infondata l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario di cui al primo motivo di ricorso della Presidenza del Consiglio e considerata sussistente la giurisdizione del giudice ordinario quando si discute di un atto di natura privatistica (revoca dell’incarico) di microorganizzazione, riguardante la gestione del rapporto di lavoro del dipendente con la PA, assunto in costanza di rapporto, ancorché venga in questione un atto amministrativo presupposto ai sensi dell’art. 63, co. 1, d.lgs. n. 164/2001; hanno quindi rimesso il giudizio alla sezione lavoro per l’esame degli altri motivi ed anche per la liquidazione delle spese (Cass. S.U. n. 32625/2018).


Cass. n. 11950/2019

Il giudice munito di giurisdizione deve essere individuato con riferimento alla data della determinazione con la quale è stata approvata la nuova graduatoria (6 febbraio 2004), atteso che solo tale provvedimento, disponendola decorrenza economica ex nunc del superiore inquadramento, ha fatto sorgere nel dipendente la necessità di chiedere la tutela giurisdizionale della propria posizione (cfr. Cass. S.U. nn. 2705/2012, 579 e 580/2014, n. 26276/2016, n. 13981/2017; Cass. nn. 342/2018, 22082/2018 e 31333/2018).

Trattandosi di procedura concorsuale per l’accesso ad una qualifica funzionale interna alla medesima area professionale, non trova applicazione l’art. 63, comma 4, del d.lgs. n. 165/2001, giacché sono ascritte al diritto pubblico e all’attività autoritativa dell’amministrazione quelle procedure finalizzate o alla costituzione ex novo dei rapporti di lavoro o alla novazione oggettiva dei rapporti già esistenti, che si verifica solo qualora il dipendente venga inquadrato in un’area funzionale superiore.


Cass. n. 6532/2019

Quando le controversie riguardanti lo svolgimento del rapporto di lavoro pubblico attengono a una fase anteriore al 30 giugno 1998 (data indicata dalla disciplina sul riparto di giurisdizione di cui al d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 come limite temporale per la devoluzione delle controversie sul pubblico impiego privatizzato al giudice ordinario), le stesse rientrano nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo; ha anche affermato che a tal fine, l’avvenuto superamento della data del 15 settembre 2000, fissata dall’art. 45, comma diciassettesimo, dello stesso d.lgs. n. 80 del 1998 (poi art. 69, comma settimo, del d.lgs. n. 165 del 2001), da parte dei ricorrenti non rileva ai fini del radicamento della giurisdizione in capo al giudice ordinario, in quanto tale data è stata dal legislatore concepita non già quale limite alla persistenza della giurisdizione suddetta, bensì quale termine di decadenza per la proponibilità della domanda giudiziale (Cass. n.4846 del 2013; Cass. n.24690 del 2010).

Il citato orientamento è stato di recente riconfermato anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 6 del 2018, che ha dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità dell’art. 69, co.7 del d.lgs. n.165 del 2001, per contrasto con l’art. 117 co.1, Cost e per potenziale contrasto con l’art. 6 CEDU (si veda ord. interlocutoria Sez. Un. n. 6891 del 2016), motivando che l’art. 69, co.7 del d.lgs. n.165 del 2001, dettato per sancire la disciplina transitoria della devoluzione del contenzioso in materia di pubblico impiego contrattualizzato al giudice ordinario, non costituisce una norma di riparto di giurisdizione, ma un termine di decadenza per la proponibilità della domanda.


Cass. n. 6264/2019

Spetta alla Corte dei Conti la giurisdizione sull’azione di responsabilità promossa nei confronti degli organi e dei dipendenti dell’Anas s.p.a. (Cass. S.U. n. 15594 del 2014).


Cass. n. 3805/2019

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, la sopravvivenza della giurisdizione del giudice amministrativo, regolata dall’art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, costituisce, nelle intenzioni del legislatore, ipotesi assolutamente eccezionale, sicché, per evitare il frazionamento della tutela giurisdizionale, quando il lavoratore deduce un inadempimento unitario dell’Amministrazione, la protrazione della fattispecie oltre il discrimine temporale del 30 giugno 1998 radica la giurisdizione presso il giudice ordinario anche per il periodo anteriore a tale data, non essendo ammissibile che sul medesimo rapporto abbiano a pronunciarsi due giudici diversi, con possibilità di differenti risposte ad una stessa istanza di giustizia (Cass. S.U. n. 7305 del 2017, n. 20726 del 2012).


Cass. n. 268/2019

Il giudice, ex art. 63, comma 2, d.lgs. n. 165 del 2001, può adottare tutti i provvedimenti, di accertamento, costitutivi e di condanna, richiesti dalla natura dei diritti tutelati, pertanto può disporre il rinnovo di una procedura selettiva.

Come questa Corte ha già affermato, (Cass., n. 2971 del 2017) ove l’Amministrazione si sia vincolata nel bando ad una valutazione, sia pure non comparativa, di tutti gli aspiranti, ne è illegittima l’omissione, in ragione dei principi di correttezza e buona fede e di buon andamento dell’amministrazione.


Cass. n. 193/2019

In base ai principi elaborati dalla Corte costituzionale (cfr sentenza n. 2 del 2001) e dalla giurisprudenza di legittimità in materia di riparto di giurisdizione nelle controversie relative a procedure concorsuali per l’assunzione di pubblici dipendenti, la giurisdizione deve essere attribuita al giudice ordinario od a quello amministrativo a seconda che ricorra una delle diverse ipotesi di cui al seguente quadro complessivo: a) giurisdizione del giudice amministrativo nelle controversie relative a concorsi per soli candidati esterni; b) identica giurisdizione nelle controversie relative a concorsi misti, restando irrilevante che il posto da coprire sia compreso o meno nell’ambito della medesima area funzionale alla quale sia riconducibile la posizione di lavoro di interni ammessi alla procedura selettiva, poichè, in tal caso, la circostanza che non si tratti di passaggio ad area diversa viene vanificata dalla presenza di possibili vincitori esterni; c) ancora giurisdizione amministrativa quando si tratti di concorsi per soli interni che comportino passaggio da una fascia o un’area funzionale ad un’altra; d) residuale giurisdizione del giudice ordinario nelle controversie attinenti a concorsi per soli interni, che comportino passaggio da una qualifica ad un’altra, ma nell’ambito della medesima area funzionale (cfr, ex plurimis, Cass., SU, n. 12221/2006 e, fra le più recenti, Cass., SU, 10409/2013; 7171/2014).


Cass. n. 32161/2018

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, nel regime transitorio di devoluzione del contenzioso alla giurisdizione del giudice ordinario, il disposto del D.Lgs. nr. 165 del 2001, art. 69, comma 7, – secondo cui sono attribuite al giudice ordinario le controversie di cui all’art. 63 del decreto medesimo relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro successivo al 30 giugno 1998 e restano attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore a tale data – stabilisca, come regola, la giurisdizione del giudice ordinario, per ogni questione che riguardi il periodo del rapporto successivo al 30 giugno 1998 o che parzialmente investa anche il periodo precedente, ove risulti essere sostanzialmente unitaria la fattispecie dedotta in giudizio, e lasci residuare, come eccezione, la giurisdizione del giudice amministrativo, per le sole questioni che riguardino unicamente il periodo del rapporto compreso entro la data suddetta (successivamente, in applicazione dell’enunciato principio, Cass. nr. 13573 del 2016).


Cass. n. 1770/2018

Le Sezioni Unite hanno affermato (Cass., n. 12103 del 2013)  che ai fini del riparto di giurisdizione relativamente ad una domanda di risarcimento danni di un dipendente nei confronti della P.A., attinente al periodo di rapporto di lavoro antecedente la data del 1° luglio 1998 (a norma dell’art. 69, comma settimo, del d.lgs. n. 165 del 2001) – come anche a quella di un dipendente comunque in regime di diritto pubblico – la giurisdizione è devoluta al giudice amministrativo, se si fa valere la responsabilità contrattuale dell’ente datore di lavoro, mentre appartiene al giudice ordinario nel caso in cui si tratti di azione che trova titolo in un illecito.

L’accertamento circa la natura del titolo di responsabilità azionato prescinde dalle qualificazioni operate dall’attore, anche attraverso il richiamo strumentale a disposizioni di legge, quali l’art. 2087 cod. civ. o l’art. 2043 cod. civ., mentre assume valore decisivo la verifica dei tratti propri dell’elemento materiale dell’illecito, e quindi l’accertamento se il fatto denunciato violi il generale divieto di “neminem laedere” e riguardi, quindi, condotte la cui idoneità lesiva possa esplicarsi indifferentemente nei confronti della generalità dei cittadini come nei confronti dei propri dipendenti, ovvero consegua alla violazione di obblighi specifici che trovino la ragion d’essere nel rapporto di lavoro.


Cass. n. 97/2018

In tema di pubblico impiego contrattualizzato, la sopravvivenza della giurisdizione del giudice amministrativo, regolata dall’art. 69, comma 7, del d.lgs. n. 165 del 2001, costituisce, nelle intenzioni del legislatore, ipotesi assolutamente eccezionale, sicché, per evitare il frazionamento della tutela giurisdizionale, quando il lavoratore deduce un inadempimento unitario dell’amministrazione, la protrazione della fattispecie oltre il discrimine temporale del 30 giugno 1998 radica la giurisdizione presso il giudice ordinario anche per il periodo anteriore a tale data, non essendo ammissibile che sul medesimo rapporto abbiano a pronunciarsi due giudici diversi, con possibilità di differenti risposte ad una stessa istanza di giustizia” (Cass. SSUU nn 3183/2012, 8520/2012, 22782/2012, 20726/2012, 142/2013, 142/2013, 10918/2014, 23459/2015, 225074/2016; 761/2017).