Cass. n. 14997/2021

Il Giudice delle leggi (C. Cost. n. 262/2017) ha precisato che:

a) l’affidamento ai collegi interni non appartenenti all’organizzazione giudiziaria del compito di interpretare e applicare le norme relative al rapporto di lavoro dei dipendenti degli organi costituzionali è finalizzato alla migliore garanzia dell’autonomia degli stessi ed è rispettosa della «grande regola» del diritto al giudice e alla tutela giurisdizionale effettiva dei diritti, perché detta tutela è comunque assicurata;
b) gli organi di autodichia, infatti, benché interni ed estranei all’organizzazione della giurisdizione, risultano costituiti secondo regole volte a garantire la loro indipendenza ed imparzialità e sono quindi chiamati a svolgere funzioni obiettivamente giurisdizionali per

la decisione delle controversie in cui siano coinvolte le posizioni giuridiche soggettive dei dipendenti;
c) in particolare il Presidente della Repubblica ha istituito organi di primo e secondo grado, composti solo da magistrati, nominati con suo decreto, dinanzi ai quali i giudizi si svolgono secondo moduli procedimentali di natura sostanzialmente giurisdizionale, idonei a garantire il diritto di difesa e un effettivo contraddittorio;

d) è da escludere, pertanto, che tali collegi siano stati configurati quali giudici speciali ex art. 102 Cost., sicché avverso le loro decisioni non è neppure ipotizzabile il ricorso ex art. 111, settimo comma, Cost., essendo la sottrazione delle decisioni stesse al controllo della giurisdizione comune un riflesso dell’autonomia degli organi costituzionali in cui sono inseriti;

e) il carattere oggettivamente giurisdizionale dell’attività degli organi di autodichia li rende giudici ai fini della loro legittimazione a sollevare questioni di legittimità costituzionale delle norme di legge cui le fonti di autonomia effettuino rinvio.

Sulla base dei principi affermati dalla Corte Costituzionale le Sezioni Unite hanno escluso che le decisioni degli organi di autodichia possano essere sottoposte al controllo del giudice ordinario, privo di giurisdizione ( Cass. S.U. n. 12570/2018 e negli stessi termini Cass. n. 85/2021 che richiama Cass. Sez. Un. n.18266/2019, Cass. Sez. Un. n. 18265/2019, Cass. Sez. Un. n. 7220/2020, Cass. Sez. Un. 7210/2020, Cass. Sez. Un. n. 10775/2018).


Cass. n. 85/2021

La Corte Costituzionale ha affermato che l’autodichia costituisce manifestazione tradizionale della sfera di autonomia riconosciuta agli organi costituzionali, a quest’ultima strettamente legata nella concreta esperienza costituzionale.

Come già rilevato da questa Corte (Cass. Sez. Un. n. Cass. Sez. Un. n.25211/2020, Cass. Sez. Un. n. 7220/2020, Cass. Sez. Un. n.1720/2020, Cass. Sez. Un. n. 18265/2019, Cass. Sez. Un. n. 18266/2019, Cass. Sez. Un. n 10775/2018) nella citata sentenza della Corte costituzionale n. 262 del 2017 sono altresì contenute le seguenti significative precisazioni:

a) i collegi dell’autodichia, benchè siano “interni” all’organo costituzionale di appartenenza e quindi estranei all’organizzazione della giurisdizione, tuttavia sono tenuti al rispetto della “grande regola” del diritto al giudice e alla tutela giurisdizionale effettiva dei propri diritti, essendo questa una scelta che appartiene ai grandi principi di civiltà del tempo presente, che non può conoscere eccezioni;

b) i suddetti collegi oggi, in seguito alle ultime modifiche, risultano costituiti secondo regole volte a garantire la loro indipendenza ed imparzialità e sono quindi chiamati a svolgere funzioni obiettivamente giurisdizionali per la decisione delle controversie loro attribuite come del resto, in relazione alla funzione del giudicare, impongono i principi costituzionali ricavabili dagli artt. 3, 24, 101 e 111 Cost. e come ha richiesto la Corte Europea dei diritti dell’uomo, in particolare nella sentenza 28 aprile 2009, Savino e altri contro Italia;

c) presso la Camera dei Deputati e presso il Senato della Repubblica le controversie in argomento si svolgono, in primo e in secondo grado, secondo moduli procedimentali di natura sostanzialmente giurisdizionale, idonei a garantire il diritto di difesa e un effettivo contraddittorio;

d) è da escludere, quindi, che tali collegi siano stati configurati quali giudici speciali ex art. 102 Cost., sicchè avverso le loro decisioni non è neppure ipotizzabile il ricorso ex art. 111 Cost., comma 7, essendo la sottrazione delle decisioni stesse al controllo della giurisdizione comune, in definitiva, un riflesso dell’autonomia degli organi costituzionali in cui sono inseriti;

e) il carattere oggettivamente giurisdizionale dell’attività degli organi di autodichia, posti in posizione d’indipendenza, li rende giudici ai fini della loro legittimazione a sollevare questioni di legittimità costituzionale delle norme di legge cui le fonti di autonomia effettuino rinvio;

La normativa di base applicata dai suindicati collegi, regolamenti parlamentari “maggiori” e “minori”, integrati da atti ad essi equiparati, come le delibere dell’Ufficio di Presidenza è sottratta al sindacato di legittimità costituzionale e le decisioni ivi assunte sono del pari immuni rispetto al sindacato di legittimità previsto dall’art. 111 Cost., comma 7.

Sulla base dei principi affermati dalla Corte Costituzionale questa Corte ha escluso che le decisioni degli organi di autodichia possano essere sottoposte al controllo del giudice ordinario, privo di giurisdizione, ed hanno aggiunto che, d’altra parte, “eventuali dubbi di legittimità costituzionale delle norme di legge cui i regolamenti parlamentari e le fonti di autonomia in genere fanno rinvio possono essere evidenziati davanti agli organi dell’autodichia stessa (Cass. Sez. Un. n.18266/2019, Cass. Sez. Un. n. 18265/2019, Cass. Sez. Un. n. 7220/2020, Cass. Sez. Un. 7210/2020 Cass. Sez. Un. n. 12570/2018, Cass. Sez. Un. n. 10775/2018).

Anche con specifico riferimento alle controversie relative alle condizioni di attribuzione e alla misura degli assegni vitalizi per gli ex parlamentari, istituto riconducibile alla normativa di “diritto singolare” che si riferisce al Parlamento e ai suoi membri a presidio della peculiare posizione di autonomia riconosciuta dagli artt. 64, comma 1, 66 e 68 Cost., è stato affermato che esse spettano alla cognizione degli organi di autodichia (Cass. Sez. Un. n. 7220/2020, Cass. Sez. Un. 7210/2020, Cass. Sez. Un. n.18266/2019, Cass. Sez. Un. n. 18265/2019).

Il ricorso in esame investe la decisione del Collegio di Appello della Camera dei Deputati n. 2 del 3 luglio 2017, organo di autodichia, interno all’organo costituzionale Camera dei Deputati, estraneo all’organizzazione della giurisdizione.

Trovano, pertanto, applicazione i principi enunciati dalla Corte Costituzionale e dalle Sezioni Unite di questa Corte nelle decisioni sopra citate, le cui argomentazioni motivazionali devono intendersi qui richiamate ex art. 118 disp. att. cod.proc.civ. atteso che i predetti principi non risultano infirmati dalle prospettazioni difensive sviluppate dal ricorrente nella memoria.

In conclusione, va dichiarata l’inammissibilità del ricorso per cassazione avverso la decisione del Collegio d’Appello della Camera dei Deputati.


Cass. n. 92/2018

Le Sezioni unite di questa Corte (sent. n. 27683 del 2008) hanno rilevato, in sede di riparto di giurisdizione, che, nel nostro ordinamento, i gruppi parlamentari, espressamente previsti dalla Costituzione (art. 72, comma 3), sono disciplinati dai regolamenti parlamentari, distinguendosi “due piani di attività dei gruppi parlamentari: uno squisitamente parlamentare, in relazione al quale i gruppi costituiscono gli strumenti necessari per lo svolgimento delle funzioni proprie del Parlamento, come previsto e disciplinato dalle norme della Costituzione, dalle consuetudini costituzionali, dai regolamenti delle camere e dai regolamenti interni dei gruppi medesimi; l’altro, più strettamente politico, che concerne il rapporto del singolo gruppo con il partito politico di riferimento, ed in ordine al quale i gruppi parlamentari sono da assimilare ai partiti politici, cui va riconosciuta la qualità di soggetti privati, con conseguente esclusione del divieto di interferenza da altri poteri, e in particolare dall’autorità giudiziaria”.

Se ne è tratta la conseguenza che “non può estendersi alle controversie dei dipendenti dei gruppi parlamentari la “giurisdizione domestica” prevista per i dipendenti della Camera in quanto, riguardo ai gruppi parlamentari ed alle relative controversie, non esiste nell’ordinamento una norma avente fondamento costituzionale sia pure indiretto (scilicet in forza di regolamento parlamentare) che autorizzi la deroga al principio della indefettibilità della tutela giurisdizionale davanti ai giudici comuni” (v. conf. Cass. SS.UU. n. 3335 del 2004).

L’orientamento che, negando l’autodichia, disconosce ogni pretesa di giurisdizione domestica e restituisce al giudice ordinario le controversie dei gruppi parlamentari con i loro dipendenti, è stato ancora di recente ribadito anche in relazione ai dipendenti dei gruppi parlamentari del Senato della Repubblica (il cui regolamento contiene, sul punto, disposizioni analoghe a quelle presenti nel regolamento della Camera dei deputati) da Cass. SS.UU. n. 27396 del 2014, che ha statuito come la controversia spetti “alla cognizione del giudice ordinario, quale giudice comune dei diritti che nascono dal rapporto di lavoro, giacché nei confronti dei loro dipendenti i gruppi parlamentari si configurano, non come organi dell’istituzione parlamentare, ma come associazioni non riconosciute, e quindi come soggetti privati”.

Nell’ambito della medesima controversia che ha dato origine all’affermazione della giurisdizione ordinaria con Cass. SS.UU. n. 27683/08 cit., proseguita innanzi alla sezione semplice, questa Corte, con sentenza n. 11207 del 2009, disputandosi della legittimazione passiva di un gruppo parlamentare convenuto in giudizio “senza tenere conto che nel periodo di tempo in contestazione erano esistiti diversi gruppi parlamentari nel senso di diversi soggetti giuridici (associazioni non riconosciute)”, ha affermato il principio a mente del quale, a norma dei regolamenti parlamentari, “il gruppo parlamentare si costituisce (id est “viene a giuridica esistenza”) all’inizio di ogni legislatura e il gruppo parlamentare così costituito non può, quindi, ritenersi continuazione di un gruppo parlamentare della precedente legislatura scioltosi con essa”.

Il principio è stato ulteriormente confermato da Cass. n. 12817 del 2014 che ha cassato la sentenza resa in sede di rinvio nella medesima vicenda giudiziaria; la pronuncia di merito aveva errato nel ritenere una sostanziale continuità giuridica tra i vari gruppi parlamentari – sicché il successivo aveva risposto delle obbligazioni sorte con il precedente – ponendo a carico dell’ultimo gruppo parlamentare – e quindi del suo presidente – le obbligazioni assunte da soggetti diversi da quello evocato in giudizio e in tempi in cui, addirittura, il gruppo parlamentare non esisteva.

In tal modo era stato disatteso il principio di diritto su richiamato, secondo cui ciascun gruppo parlamentare non può ritenersi prosecuzione o continuazione di un gruppo parlamentare della precedente legislatura e, in linea più generale, si era trascurato di considerare che si è in presenza di soggetti giuridici diversi, sicché l’estinzione di uno di essi (ovvero di un gruppo parlamentare) non comporta alcun fenomeno di successione nel debito in capo al diverso soggetto, venuto a giuridica esistenza successivamente; pertanto – conclude il precedente citato – la diversità giuridica tra i diversi gruppi parlamentari e la reciproca autonomia escludono che il gruppo parlamentare da ultimo convenuto possa essere ritenuto responsabile di obbligazioni assunte dai gruppi parlamentari che lo hanno preceduto.

Costituisce incontrastato criterio ermeneutico quello secondo cui, in caso di scioglimento, l’associazione non riconosciuta non si estingue, se e fino a che persistano rapporti giuridici pendenti di cui sia titolare, restando in vita allo scopo della relativa compiuta definizione a mezzo dei suoi organi, che, eventualmente in regime di prorogati°, rimangono in carica a quel fine, con il diritto di agire e contraddire giudizialmente per la tutela dei diritti dell’associazione (cfr. Cass. n. 5746 del 2007; Cass. n. 9556 del 1992; Cass. n. 13946 del 1991; Cass. n. 5925 del 1987).