Cass. n. 15096/2018

La norma penale relativa alla occupazione di lavoratori privi di permesso di soggiorno ( art. 22,,comma 12, D.Lgs n. 286/1998) non assorbe quella relativa all’illecito amministrativo costituito dalla mancata denuncia del lavoratore occupato.

In realtà si tratta di due fattispecie distinte che neppure possono essere correlate in termini di causalità o antecedenza logica dell’una rispetto all’altra, cosi’ da determinare una oggettiva connessione tra l’illecito amministrativo ed il reato.

Questa Corte, al fine di stabilire l’organo competente alla valutazione, ha infatti definito l’esatta relazione necessaria tra le due fattispecie, statuendoa riguardo che “la connessione obiettiva dell’illecito amministrativo con un reato che, ai sensi dell’art. 24 della I. n. 689 del 1981, determina lo spostamento della competenza ad applicare la sanzione dall’organo amministrativo al giudice penale, rileva esclusivamente qualora l’accertamento del primo costituisca l’antecedente logico necessario per l’esistenza del secondo mentre, in difetto di tale rapporto di pregiudizialità, la pendenza del procedimento penale non fa venire meno detta competenza”(Cass, n.30319/2017).

Nel caso di specie alcuna connessione e’ possibile in quanto le due ipotesi sanzionatorie hanno riguardo a condotte tra loro differenti (occupazione di lavoratore privo di permesso di soggiorno; mancata denuncia del lavoratore occupato), considerate dal legislatore , nelle rispettive sedi, penale ed amministrativa, a tutela di distinte finalità.

La norma penale e’ diretta a contrastare il fenomeno della immigrazione clandestina mentre la disposizione amministrativa vuole evitare il ” lavoro nero” .

La sussunzione dell’una nell’altra determinerebbe una inaccettabile confusione tra divieti penali e obblighi cui e’ comunque tenuto il datore di lavoro, con la conseguenza che, una volta giudicato per l’assunzione di un lavoratore extracomunitario privo di permesso di soggiorno ( nel caso di specie, peraltro, il datore di lavoro era stato assolto dal reato per un vizio nel procedimento), il datore di lavoro sarebbe esonerato dagli obblighi connessi alla prestazione di lavoro in “nero” .

Sul punto questa Corte ha invece statuito che nel caso di prestazioni lavorative rese dal lavoratore extracomunitario privo del permesso di soggiorno, l’illegittimità del contratto per la violazione di norme imperative (art. 22 del T. U. immigrazione) poste a tutela del prestatore di lavoro (art. 2126 c.c.), sempre che la prestazione lavorativa sia lecita, non esclude l’obbligazione retributiva e contributiva a carico del datore di lavoro, in coerenza con la razionalità complessiva del sistema che vedrebbe altrimenti alterate le regole del mercato e della concorrenza ove si consentisse a chi viola la legge sull’immigrazione di fruire di condizioni più vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro che rispetti la disciplina in tema di immigrazione” ( Cass. n. 18540/2015; Cass. n. 7380/2010).