Cass. n. 11533/2020

Ai sensi dell’art. 230 bis cod. civ. l’impresa familiare, ha carattere residuale in quanto mira a coprire le situazioni di apporto lavorativo all’impresa del congiunto (parente entro il terzo grado o affine entro il secondo) che non rientrino nell’archetipo del rapporto di lavoro subordinato o per le quali non sia raggiunta la prova dei connotati tipici della subordinazione ed a confinare in un’area limitata il lavoro familiare gratuito (cfr. Cass. 27/10/2014 n. 22751).

Per verificare l’esistenza dell’impresa familiare ed accertare la partecipazione alla stessa dei componenti della famiglia è necessario che risulti allegata e dimostrata sia l’esercizio di un’impresa ma soprattutto un’attività lavorativa e, se del caso, un corrispettivo erogato dal titolare così da consentire di distinguere il caso del lavoro subordinato da quello della compartecipazione all’ impresa familiare restando esclusa una causa gratuita della prestazione lavorativa per ragioni di solidarietà familiare (cfr. Cass. 18/10/ 2005 n. 20157). E’ ben vero che, ai sensi dell’art. 230 bis cod.civ., non è richiesta una continuità di presenza in azienda, tuttavia è necessaria una continuità dell’apporto (cfr. Cass. 23/09/2002 n. 13849).


Cass. n. 15962/2019

Occorre premettere che il legislatore – nell’evidente intendimento di rafforzare il vincolo familiare nello sviluppo dell’idea della famiglia come comunità e nell’apprestamento di una tutela minima e inderogabile a quei rapporti di comune lavoro nell’ambito degli aggregati familiari (in passato ricondotti ad una causa affectionis vel benevolentiae, o ad un contratto innominato di lavoro gratuito: Cass. 9.6.1983, n. 3948), in una sorta di istituto intermedio tra il rapporto di lavoro subordinato e di società (senza tuttavia essere, in senso tecnico, né l’uno né l’altro) del tutto peculiare ed autonomo (Corte cost. 15.11.1993, n. 419) – abbia concepito l’impresa familiare (art. 230 bis c.c.) come quella in cui collaborino il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo, per tali intesi i familiari che prestino la loro attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa appunto familiare (art. 230 bis, primo e terzo comma c.c.).

Detta disposizione, introdotta dalla riforma del diritto di famiglia con l’art. 89 1. 19 maggio 1975, n. 151, è da ritenersi norma di chiusura della disciplina dei rapporti patrimoniali, che, come si evince dall’incipit dell’art. 230bis c.c. “salvo sia configurabile un diverso rapporto”, prefigura l’istituto dell’impresa familiare come autonomo, di carattere speciale, ma non eccezionale, e di natura residuale rispetto ad ogni altro rapporto negoziale eventualmente configurabile.

L’impresa appartiene poi, soltanto al suo titolare, creando fra i partecipanti un rapporto meramente interno, di natura obbligatoria, per la qualificazione dei loro diritti economici alla stregua di diritti di credito nei confronti del titolare medesimo (in questi sensi in motivazione, vedi Cass. 13.10.2015 n.20552).

In particolare, secondo la linea ermeneutica definita dalla giurisprudenza di questa Corte e qui condivisa, i collaboratori familiari concorrono con l’imprenditore alla ripartizione degli utili in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato (con specifico riferimento ai criteri di determinazione, sulla base degli utili non ripartiti al momento della sua cessazione o di quella del singolo partecipante, nonché dell’accrescimento, a tale data, della produttività dell’impresa: Cass. 8.3.2011, n. 5448; Cass. 8.4.2015, n. 7007), tenuto conto delle spese di mantenimento, pure gravanti sul familiare che esercita l’impresa, pertanto da detrarre, e restando a carico del partecipante che agisca per il conseguimento della propria quota l’onere di provare la consistenza del patrimonio familiare e l’ammontare degli utili da distribuire (Cass. 23.6.2008, n.1V..057).

La disposizione che disciplina l’istituto reca, infatti, una previsione “binaria” dei diritti spettanti ai familiari partecipanti che prestino in modo continuativo la attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare: quello al mantenimento, che si protrae durante lo svolgimento del rapporto; quello alla partecipazione agli utili ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato, che sorge al momento della cessazione dell’impresa familiare o al momento della cessazione della partecipazione.

Come rilevato in dottrina, l’art.230 bis, in sostanziale assonanza con il principio di adeguatezza ex art.36 Cost., istituisce una tutela comunque rispondente al livello economico della comunità, indipendentemente dalla qualità e quantità del lavoro svolto, scomponendosi in due proposizioni:una destinata ad assicurare un minimum di carattere eminentemente assistenziale e l’altra avente ad oggetto una effettiva compartecipazione dei componenti agli utili prodotti.

E’ stato, quindi, sostenuto che degli oneri di mantenimento, il titolare del’impresa familiare debba farsi carico con priorità rispetto alla ripartizione degli utili e degli incrementi, in considerazione del rilievo preminente spettante alle esigenze esistenziali rispetto a quelle meramente utilitaristiche.

Nell’ottica descritta, la statuizione della Corte distrettuale che ha detratto l’ammontare degli stipendi concordato fra le parti nella scrittura del 1994, dagli utili da ripartire tra i familiari compartecipi della attività d’impresa, non risulta coerente con i dettami della normativa richiamata secondo l’interpretazione in questa sede patrocinata, che esclude la detraibilità dagli utili da ripartire, delle somme destinate al mantenimento dei familiari, considerando l’autonomia del diritto alla quota di utili dell’impresa familiare rispetto al diritto al mantenimento del partecipante all’impresa medesima (vedi Cass. 2.4.1992 n.4057).


Cass. n. 32698/2018

Sia per le comunioni tacite familiari, già contemplate dall’art. 2140 cod.civ., sia per l’impresa familiare disciplinata dall’art. 230 bis cod.civ. (introdotto dalla legge nr. 151 del 1975, il cui art. 205 ha abrogato il citato art. 2140) non è configurabile alcuna presunzione che il denaro utilizzato per l’acquisto di un immobile compiuto da un partecipante in nome proprio ed in costanza di comunione provenga dagli utili tratti dall’attività economica comune, attesa la compatibilità del fondo comune costituito da detti utili con un patrimonio personale dei partecipanti, con la conseguenza che, in applicazione dei principi generali sull’onere probatorio, colui che afferma che detto acquisto è stato effettuato con denaro comune è tenuto a fornire la prova del proprio assunto ( Cass. nr. 9119 del 1999; in motivazione: Cass. nr. 7007 del 2015; in senso sostanzialmente conforme, Cass. nr. 25158 del 2010).

La Corte di appello non ha fatto corretta applicazione della regola di riparto dell’onere probatorio, laddove ha ritenuto, invece, (che dovesse presumersi) la natura di incrementi aziendali (recte beni acquistati con utili aziendali) in relazione ai « due negozi e (ai) due alloggi, oltre al terreno, acquistati nel periodo di esistenza e di operatività dell’impresa familiare» così incorrendo nella violazione denunciata

n.d.r. La Corte ha elaborato il seguente principio di diritto: In tema di impresa familiare non è configurabile alcuna presunzione che l’immobile acquistato da parte di un familiare partecipante, in nome proprio, durante il periodo di esistenza dell’impresa, configuri bene acquistato con gli utili della attività familiare, con la conseguenza che, in applicazione dei principi generali sull’onere probatorio, colui che affermi che detto acquisto sia stato effettuato con gli utili aziendali è tenuto a fornire la prova del proprio assunto.


Cass. n. 6158/2018

Deve essere posto a carico della parte attrice l’onere di provare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato nel periodo in cui la attività lavorativa era stata formalmente prestata in termini di impresa familiare, trattandosi del fatto costitutivo dei diritti azionati.

L’accertamento del fatto negativo (la inesistenza della impresa familiare) non è che un diverso modo di presentarsi della stessa questione: accertata la sostanza del rapporto in termini di subordinazione, la inesistenza della impresa familiare conseguiva ex se dal carattere residuale dell’istituto senza necessità di un distinto accertamento (ed una specifica prova) della simulazione.

La sentenza impugnata è conforme al principio di diritto che pone l’onere della prova a carico di chi allega la intercorrenza del rapporto di lavoro subordinato e che individua nel nomem iuris attribuito dalle parti al contratto uno degli indici di qualificazione.

La Corte di merito ha evidenziato che la continuazione del rapporto con modalità «analoghe» a quelle osservate in costanza del precedente rapporto di lavoro subordinato non era in sé decisiva, potendo trovare giustificazione nel potere del titolare della impresa familiare di «coordinamento e di organizzazione del lavoro degli altri familiari coadiuvanti» (così in sentenza) e non già nel potere di supremazia gerarchica, che, contrariamente a quanto denunziato in ricorso, la sentenza non ha riconosciuto al titolare della impresa familiare.