INDENNIZZO INAIL E DANNO BIOLOGICO

Cass. n. 24880/2019

Per i danni di natura biologica inferiori al 6%, non vi è copertura assicurativa e, ove l’assicurazione obbligatoria non opera, di esonero del datore di lavoro non è dato parlare. In tali casi vigono, per il debitore, le regole generali del diritto comune per il risarcimento del danno da inadempimento contrattuale ( per una completa ricognizione della materia, cfr. Cass. nr. 9166 del 2017).

Occorre ribadire quanto questa Corte ha già avuto modo di affermare ovvero che la determinazione del danno biologico ai fini della tutela dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali non si effettua con i medesimi criteri valevoli in sede civilistica atteso che in sede previdenziale vanno osservate obbligatoriamente le tabelle delle invalidità (“Tabella delle menomazioni”; “Tabella indennizzo danno biologico”; “Tabella dei coefficienti”) di cui al D.M. n. 12 luglio 2000, e successivi aggiornamenti, ai sensi del D.Lgs. nr. 38 del 2000, art. 13, mentre ai fini civilistici si utilizzano baremes facoltativi, secondo tabelle elaborate dalla comunità scientifica ( Cass. nr. 8243 del 2016).

E’ dunque possibile che la stessa menomazione, in ambito civilistico/risarcitorio venga stimata, dal punto di vista medico-legale, in misura diversa rispetto all’ambito previdenziale/indennitario, conseguendo le due liquidazioni fini propri e tra loro diversi.

Sulla base di tale premessa teorica, va dunque osservato come la decisione della Corte di appello di accertamento di una diversa percentuale di invalidità, nei due differenti ambiti, pure a fronte della medesima menomazione della integrità psico-fisica, sia giuridicamente corretta; i giudici di merito, infatti, per determinare il grado di invalidità, in ambito INAIL, hanno fatto riferimento alla previsione delle tabelle di cui al DM 12.7.2000 e, sulla base della stesse, ritenuto che la patologia accertata, responsiva al trattamento farmacologico, determinasse una invalidità inferiore al 6%.


Cass. n. 13868/2019

Le somme eventualmente versate dall’Inail a titolo di indennizzo ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicché, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa, il giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile; ove siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’Inail, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso” (Cass. n. 9166/2017 cit., cui integralmente si rinvia per ogni ulteriore argomentazione e statuizione di supporto; in precedenza v. Cass. n. 777 del 2015; Cass. n. 13689 del 2015; Cass. n. 3074 del 2016).

Le prestazioni dovute dall’INAIL a titolo di indennizzo in seguito all’entrata in vigore del d. lgs. n. 38 del 2000 non sono a priori integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo al soggetto infortunato o ammalato; il datore di lavoro, anche ove ricorra una ipotesi in cui è operante l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, resta debitore e titolare dal lato passivo dell’obbligazione di risarcire i danni complementari, secondo le regole civilistiche ed a prescindere da ogni responsabilità penale, e differenziali, finanche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso.

Ai fini dell’accertamento del danno differenziale, è sufficiente che siano dedotte in fatto dal lavoratore circostanze che possano integrare gli estremi di un reato perseguibile d’ufficio, sottolineando che anche la violazione delle regole di cui all’art. 2087 c.c., norma di cautela avente carattere generale, è idonea a concretare la responsabilità penale (Corte cost. n. 74 del 1981; Cass. n. 1579 del 2000).

Spetterà poi al giudice il compito di qualificare giuridicamente i fatti e sussumerli nell’alveo della fattispecie penalistica, accertando autonomamente ed in via incidentale la sussistenza del reato.

La richiesta del lavoratore di risarcimento dei danni, patrimoniali e non, derivanti dall’inadempimento datoriale, è idonea a fondare un petitum rispetto al quale il giudice dovrà applicare il meccanismo legale previsto dall’art.10 D.P.R. n. 1124/65 anche ex officio, pur dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, atteso che, rappresentando il differenziale normalmente un minus rispetto al danno integrale preteso, non può essere considerata incompleta al punto da essere rigettata una domanda in cui si richieda l’intero danno.

In proposito opportuno rammentare la giurisprudenza secondo cui ciò che conta è che il pregiudizio sia stato prospettato o addirittura sia insito nelle caratteristiche della fattispecie di cui costituisca conseguenza naturale, a prescindere da quale sia stata la sua qualificazione formale (Cass. n. 12236 del 2012).


Cass. n. 9744/2019

L’indennizzo erogato dall’INAIL ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non copre il danno biologico da inabilità temporanea, atteso che sulla base di tale norma, in combinato disposto con l’art. 66, comma 1, n. 2, del d.P.R. n. 1124 del 1965, il danno biologico risarcibile è solo quello relativo all’inabilità permanente (cfr. Cass. n. 4972 del 2018).

Pertanto il danno biologico temporaneo, determinato da una inabilità temporanea, ha natura “complementare” e non è suscettibile di decurtazione nella determinazione del risarcimento in sede civile che, come detto, postula l’omogeneità delle poste da confrontare.


Cass. n. 9112/2019

La differenza strutturale e funzionale tra l’erogazione INAIL ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 e il risarcimento del danno secondo i criteri civilistici preclude di poter ritenere che le somme eventualmente a tale titolo versate dall’istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo al soggetto infortunato od ammalato.

La diversità ontologica tra l’istituto assicurativo e le regole della responsabilità civile trova un riscontro sul piano costituzionale, posto che i due rimedi rinvengono ciascuno un referente normativo diverso: la prestazione indennitaria risponde agli obiettivi di solidarietà sociale cui ha riguardo l’art. 38 Cost. mentre il rimedio risarcitorio, a presidio dei valori della persona, si innesta sull’art. 32 Cost.

L’assicurazione INAIL non copre tutto il danno biologico conseguente all’infortunio o alla malattia professionale ed ammettere il carattere assorbente della prestazione indennitaria (per effetto della rimodulazione dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000) implicherebbe una riduzione secca del livello protettivo, sia rispetto alle potenzialità risarcitorie del danno biologico sia a confronto con il ristoro accordato a qualsivoglia vittima di un evento lesivo (cfr. Cass., Sez. Lav., n. 777 del 2015; Cass., Sez. Lav., n. 19973, Cass., Sez. Lay., n. 23263, entrambe del 2017).

Considerato, dunque, che la nozione di danno biologico in senso omnicomprensivo, quale lesione alla salute, comprende, secondo i criteri civilistici, la lesione medico legale (ossia la perdita anatomica o funzionale), il danno dinamico-relazionale (sia nei suoi aspetti ordinari, comuni a qualunque persona con la medesima invalidità, sia in quelli peculiari, specifici del caso concreto), e tutti i conseguenti pregiudizi che la lesione produce sulle attività quotidiane, personali e relazionali (cfr., da ultimo, su tale nozione, Cass., Sez.III, n. 7513 e n. 23469 del 2018), può ritenersi, in ossequio alla nozione unitaria di danno non patrimoniale, correttamente comparabile il danno biologico, valutato in senso civilistico, con l’indennizzo del danno biologico liquidato dall’INAIL ai sensi dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, trattandosi di poste omogenee (sul computo per poste omogenee, cfr. Cass., Sez. III, n. 13222 del 2016; Cass., Sez. Lav., n. 20807 del 2016; Cass., Sez.Lav., 9166 del 2017.

Non pare possa annoverarsi, quale pronuncia di segno contrario, Cass., Sez. Lay., n. 777 del 2015 che, in realtà, ha affrontato esclusivamente il problema, di carattere generale, della liquidabilità del danno biologico differenziale – giungendo ad affermare che le somme eventualmente erogate dall’INAIL non esauriscono il diritto al risarcimento del danno biologico in capo all’assicurato – senza occuparsi di criteri di computo tra risarcimento ed indennizzo; né può ritenersi che Cass., Sez.Lav., n. 18469 del 2012, abbia affermato la liquidazione autonoma del danno differenziale, avendo ritenuto, sul punto, generiche le censure sollevate in ricorso).

In sintesi, il raffronto tra risarcimento del danno civilistico ed indennizzo erogato dall’INAIL va effettuato secondo un computo per poste omogenee: vanno, dapprima, distinte le due categorie di danno (patrimoniale e non patrimoniale); il danno patrimoniale calcolato con i criteri civilistici va comparato alla quota INAIL rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato (volta all’indennizzo del danno patrimoniale); in ordine al danno non patrimoniale, effettuato il calcolo secondo i criteri civilistici, vanno, dapprima, espunte le voci escluse dalla copertura assicurativa (danno morale e danno biologico temporaneo) che spettano interamente al danneggiato e, poi, dall’ammontare complessivo del danno non patrimoniale così ricavato (corrispondente al danno biologico) va detratto (non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo) il valore capitale della quota della rendita INAIL destinata a ristorare, in forza dell’art. 13 d.lgs. n. 38 del 2000, il danno biologico stesso.


Cass. n. 5419/2019

Con specifico riguardo alla nozione di danno biologico nell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e ai relativi rapporti con le altre voci di danno rientranti nella categoria del danno non patrimoniale,  va effettuato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota destinata a ristorare, in forza dell’art. 13 d.lgs. n. 38 del 2000, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale (cfr. Cass. n. 13222 del 2016, Cass. n. 20807 del 2016, Cass. 9166 del 2017, Cass. n. 27669 del 2017).


Cass. n. 1385/2018

In tema di danno cd. differenziale, il giudice di merito deve procedere d’ufficio allo scomputo, dall’ammontare liquidato a detto titolo, dell’importo della rendita INAIL, anche se l’istituto assicuratore non abbia, in concreto, provveduto all’indennizzo, trattandosi di questione attinente agli elementi costitutivi della domanda, in quanto l’art. 10 del d.P.R. n. 1124 del 1965, ai commi 6, 7 e 8, fa riferimento a rendita “liquidata a norma”, implicando, quindi, la sola liquidazione, un’operazione contabile astratta, che qualsiasi interprete può eseguire ai fini del calcolo del differenziale. Diversamente opinando, il lavoratore locupleterebbe somme che il datore di lavoro comunque non sarebbe tenuto a pagare, né a lui, perché, anche in caso di responsabilità penale, il risarcimento gli sarebbe dovuto solo per l’eccedenza, né all’INAIL, che può agire in regresso solo per le somme versate; inoltre, la mancata liquidazione dell’indennizzo potrebbe essere dovuta all’inerzia del lavoratore, che non abbia denunciato l’infortunio, o la malattia, o abbia lasciato prescrivere l’azione (vedi Cass. 31/5/2017 n.13819).

Si è al riguardo precisato (cfr. Cass. 10/4/2017 n.9166) che le somme eventualmente versate dall’Inail a titolo di indennizzo ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicché, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa il giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd.”danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’Istituto assicurativo, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso.

Con la precisazione, in continuità con Cass. 14/10/2016 n. 20807 ed in motivazione, con Cass.26/6/2015 n. 13222, che il computo del danno differenziale va operato per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita assicurativa, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale.


Cass. n. 20807/2016

Punto di partenza è la considerazione che nel sistema assicurativo INAIL delineato con il d.l.vo 38/2000- art. 13 – è pacificamente compresa la indennizzabilità del danno biologico, con conseguente applicabilità anche per tale voce di danno dell’esonero da responsabilità civile del datore di lavoro ex art. 10 DPR 1124/1965 (Cassazione civile sez. lav., 29 gennaio 2001, n. 1114).

Il predetto decreto legislativo ha innovato i criteri di determinazione dell’indennizzo per invalidità permanente; i danni vengono valutati in base a specifica “tabella delle menomazioni”, comprensiva degli aspetti dinamico-relazionali, prevista dallo stesso testo normativa e successivamente approvata con DM del Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del 12 luglio 2000, pubblicato in G.U. del 25-7-2000.

I postumi così determinati: – se inferiori al 6% sono in franchigia e non danno diritto ad indennizzo (possono essere eventualmente cumulati con menomazioni provocate da altri eventi infortunistici o malattie professionali); – se compresi tra il 6% e il 15% vengono considerati danno biologico ed indennizzati in capitale; – se determinanti menomazioni dal 16% al 100% danno luogo ad erogazione di una rendita, nella misura indicata nell’apposita “tabella indennizzo danno biologico”, di cui allo stesso D.M. 12 luglio 2000,  nonché di un’ulteriore quota di rendita commisurata al grado della menomazione, alla retribuzione dell’assicurato e al coefficiente di cui all’apposita “tabella dei coefficienti”.

Tali coefficienti- dispone il citato articolo 13 D.Lvo 38/2000, comma due lettera b)- “costituiscono indici di determinazione della percentuale di retribuzione da prendere in riferimento per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali, in relazione alla categoria di attività lavorativa di appartenenza dell’assicurato e alla ricollocabilita’ dello stesso”.

Nei casi di menomazioni indennizzate in rendita, dunque, una quota della rendita indennizza il danno biologico, una quota ulteriore- rapportata alla retribuzione dell’assicurato ed alla sua capacità lavorativa specifica-invece il danno patrimoniale, con liquidazione delle due poste distinta e derivante dalla applicazione di tabelle diverse, rispettivamente la “tabella indennizzo danno biologico” per il danno biologico e la “tabella dei coefficienti” per il danno patrimoniale.

Sicché, come osservato nel precedente di legittimità citato (sentenza nr. 13222/2015), l’ indennizzo in forma di rendita” ha veste unitaria ma duplice contenuto”

Chiarita la distinzione ai fini dell’indennizzo assicurativo delle voci di danno, si tratta allora di stabilire se tale distinzione debba essere riprodotta nella liquidazione del risarcimento del danno cd. differenziale o piuttosto se, come sostiene la società ricorrente, ai fini risarcitori il danno costituisca una posta unitaria, comprensiva sia dei pregiudizi patrimoniali che di quelli non patrimoniali.

A tale alternativa deve fornirsi risposta nel primo dei sensi prospettati.

Dal sistema c.d. bipolare del danno (delineato sin dal Cass. n. 8827 e n. 8828/2003; Cass. n. 157601/2006; Cass. n. 23918/2006; Cass. n. 9510/2006; Cass. n. 9514/2007; Cass. n. 14846/2007; Cass. S.U. n. 26972/2008 – nella quale si è affermato che la rilettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.) deriva quale coronario la necessità di una distinzione delle poste anche nella liquidazione del danno-conseguenza; pertanto non appare corretta la pretesa della società ricorrente di vedere sottratto ai fini del computo del danno cd. differenziale dall’importo del danno non patrimoniale/biologico (anche) quanto indennizzato dall’INAIL alla lavoratrice per le conseguenze patrimoniali dell’infortunio.

Correttamente la Corte di merito, determinato il valore capitale della rendita, ha dunque distinto la quota-capitale relativa nel sistema assicurativo al danno biologico da quella inerente al danno patrimoniale ed ha liquidato il danno differenziale per poste omogenee, rispettivamente non-patrimoniale e patrimoniale.


DANNO DIFFERENZIALE – NOZIONE

Cass. n. 13645/2019

Il danno differenziale (c.d. quantitativo per distinguerlo da quello qualitativo o complementare, cfr. Cass. n. 9166 del 2017), è costituito dal surplus di risarcimento dei medesimi pregiudizi oggetto di tutela indennitaria INAIL e in presenza dei presupposti di esclusione dell’esonero del datoredi lavoro (“permane la responsabilità civile a carico di coloro che hanno riportato condanna penale per il fatto dal quale l’infortunio è derivato…”, art. 10, comma 2, D.P.R. n. 1124 del 1965).

Tale danno differenziale, coerentemente alla struttura bipolare del danno-conseguenza, è determinato secondo un computo per poste omogenee (cfr. Cass. n. 1322 del 2015, nn. 13222, 17407 e 20807 del 2016, n. 9166 del 2017, nn. 3296 e 21961 del 2018), vale a dire che dalle singole componenti, patrimoniale e biologico, di danno civilistico spettante al lavoratore devono essere detratte distintamente le indennità erogate dall’INAIL per ciascuno dei suddetti pregiudizi.

Si è affermato, ad esempio, come dall’ammontare complessivo del danno biologico dovesse detrarsi non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, il danno biologico, con esclusione, invece, della quota rapportata (per menomazioni di grado pari o superiore al 16%) alla retribuzione ed alla capacità lavorativa dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale (Cass. n. 20807 del 2016, n. 13222 del 2015).

Una volta stabilito che, in relazione all’evento lesivo, ricorrono le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965, ai fini della determinazione del risarcimento del danno, in sede giudiziale occorrerà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (c.d. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove poi siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, il giudice potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso (Cass. n. 9166 del 2017).

Le modifiche dell’art. 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, introdotte dall’art. 1, comma 1:126, della L. n. 145 del 2018, non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima del 10 gennaio 2019, data di entrata in vigore della citata legge finanziaria.


Cass. n. 27952/2018

Le somme eventualmente versate dall’Inail a titolo di indennizzo ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 non possono considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato o ammalato, sicché, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore di lavoro il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa (nella specie per demansionamento), il giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal d.P.R. n. 1124 del 1965, ed in tal caso, potrà procedere, anche di ufficio, alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del decreto citato, ossia all’individuazione dei danni richiesti che non siano riconducibili alla copertura assicurativa (cd. “danni complementari”), da risarcire secondo le comuni regole della responsabilità civile.

Ove siano dedotte in fatto dal lavoratore anche circostanze integranti gli estremi di un reato perseguibile di ufficio, potrà pervenire alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, valutando il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, dal quale detrarre quanto indennizzabile dall’Inail, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale, ed a tale ultimo accertamento procederà pure dove non sia specificata la superiorità del danno civilistico in confronto all’indennizzo, ed anche se l’Istituto non abbia in concreto provveduto all’indennizzo stesso” (Cass. n. 9166 del 2017).


DANNO DIFFERENZIALE DOPO LA RIFORMA DI CUI ALLA L. N. 145/2019 (le disposizioni di cui alle lettere a), b), c), d), e) e f) della L. n. 145/2018 sono state abrogate dall’art. 3 sexies del D.L. n. 34/2019, conv. con modificazioni dalla L. n 58/2019).

Cass. n. 11114/2019

La legge n. 145 del 2018, art. 1, comma 1126, ha invece reso indifferente la natura (biologica o patrimoniale) delle voci del risarcimento del danno civilistico e dell’indennità Inail tra cui operare la detrazione ai fini del calcolo del danno differenziale; così ridefinendo il danno differenziale come il risultato ottenuto sottraendo dal risarcimento “complessivamente calcolato per i pregiudizi oggetto di indennizzo”, la “indennità che, a qualsiasi titolo ed indistintamente … è liquidata all’infortunato o ai suoi aventi diritto”.

L’obbligo risarcitorio del datore di lavoro, ove non operi l’esonero, comprende ora unicamente la parte che eccede tutte le indennità liquidate dall’Inail all’infortunato, ai sensi dell’art. 66 del T.U. e dell’art. 13, D.Lgs. n. 38 del 2000,

La legge finanziaria del 2019, nel mutare i criteri di calcolo del danno differenziale rendendo indistinte le singole poste (di danno biologico e patrimoniale) oggetto specularmente di risarcimento civilistico e di tutela indennitaria Inail, ha direttamente inciso sul contenuto di danno differenziale, cioè sulle componenti dello stesso, con inevitabili ripercussioni sulla integralità del risarcimento del danno alla persona, principio costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. per tutte Cass., S.U., n. 26972 del 2008).

L’applicazione del citato art. 1, comma 1126 nei giudizi in corso determinerebbe, in base a quanto detto, il disconoscimento di effetti, riconducibili agli infortuni verificatisi e alle malattie denunciate prima dell’1.1.19, già prodotti dai suddetti fatti generatori e si porrebbe, quindi, in violazione del divieto di retroattività di cui all’art. 11 delle preleggi.

La tutela dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, suscettibile di dar luogo al risarcimento dei danni conseguenza secondo la modalità del danno biologico, (cfr. Cass., S.U., n. 26972 del 2008), elevata a diritto inviolabile ai sensi dell’art. 32 Cost., appare certamente idonea ad integrare i “principi costituzionali” ed i valori di civiltà giuridica che si pongono quale ostacolo all’efficacia retroattiva delle disposizioni in esame.

Deve quindi affermarsi che le modifiche degli artt. 10 e 11 del d.p.r. n. 1124 del 1965, introdotte dall’art. 1, comma 1126, della L. n. 145 del 2018, non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019, data di entrata in vigore della citata legge di stabilità e, dunque, tale nuovo testo degli artt. 10 e 11 del d.p.r. n. 1124 del 1965 non può trovare applicazione nel presente procedimento, avente ad oggetto infortunio sul lavoro avvenuto prima dell’entrata in vigore della legge n. 145 del 2018.

Il datore di lavoro non può contestare il fondamento dell’accertamento per il mancato superamento del limite del 16% dei postumi invalidanti. Infatti, da un lato, il datore di lavoro è estraneo al rapporto tra infortunato ed ente assicuratore e, dall’altro, è da escludere che l’indebita maggiore liquidazione si risolva in danno del datore di lavoro medesimo, in quanto l’obbligo di rivalsa a favore dell’I.N.A.I.L. è in ogni caso contenuto nei limiti del risarcimento che egli deve all’infortunato (in tal senso è la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte: v. Cass. 2050 del 1984, 7098 del 1987, 2286 del 1988; 7792 del 1998 ; 17960 del 2006; 5385 del 2018).

L’INAIL eroga una prestazione che per il suo carattere — rigidamente predeterminato ex lege- e per la sua funzione- di assicurare un mero sostegno sociale all’infortunato- non corrisponde al danno risarcibile previsto nel modello della responsabilità civile, avente funzione di ristoro integrale delle conseguenze pregiudizievoli dell’illecito e la diversità trova ragionevole spiegazione nella differenza delle fattispecie disciplinate giacché le prestazioni erogate dall’Inail sono dovute in dipendenza dal semplice verificarsi dell’infortunio mentre il risarcimento da responsabilità civile presuppone la configurabilità di un illecito e l’accertamento della colpevolezza.

In tema di prova della congruità dell’indennità corrisposta dall’INAIL al lavoratore nel giudizio di regresso intentato nei confronti del datore di lavoro, poiché l’Istituto svolge la sua azione attraverso atti emanati a conclusione di procedimenti amministrativi, tali atti, come attestati dal direttore della sede erogatrice, sono assistiti dalla presunzione di legittimità propria di tutti gli atti amministrativi, che può venir meno solo di fronte a contestazioni precise e puntuali che individuino il vizio da cui l’atto in considerazione sarebbe affetto e offrano contestualmente di provarne il fondamento.

Pertanto, in difetto di contestazioni specifiche, deve ritenersi che la liquidazione delle prestazioni sia avvenuta nel rispetto dei criteri enunciati dalla legge, e che il credito relativo alle prestazioni erogate sia esattamente indicato in sede di regresso sulla base della certificazione del direttore della sede (Cass. n. 21540 del 2007; 11617 del 2010; 15716 del 2010; 1841 del 2015).


La differenza strutturale e funzionale tra l’erogazione INAIL ex art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000 e il risarcimento del danno secondo i criteri civilistici preclude di poter ritenere che le somme eventualmente a tale titolo versate dall’istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo al soggetto infortunato od ammalato.

La diversità ontologica tra l’istituto assicurativo e le regole della responsabilità civile trova un riscontro sul piano costituzionale, posto che i due rimedi rinvengono ciascuno un referente normativo diverso: la prestazione indennitaria risponde agli obiettivi di solidarietà sociale cui ha riguardo l’art. 38 Cost. mentre il rimedio risarcitorio, a presidio dei valori della persona, si innesta sull’art. 32 Cost.

L’assicurazione INAIL non copre tutto il danno biologico conseguente all’infortunio o alla malattia professionale ed ammettere il carattere assorbente della prestazione indennitaria (per effetto della rimodulazione dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000) implicherebbe una riduzione secca del livello protettivo, sia rispetto alle potenzialità risarcitorie del danno biologico sia a confronto con il ristoro accordato a qualsivoglia vittima di un evento lesivo (cfr. Cass., Sez. Lav., n. 777 del 2015; Cass., Sez. Lav., n. 19973, Cass., Sez. Lay., n. 23263, entrambe del 2017).

In questo contesto, va dato atto che successivamente la deliberazione in camera di consiglio a seguito della pubblica udienza tenuta da questo Collegio il 28.11.2018 e prima della pubblicazione della sentenza è intervenuta la legge di bilancio per l’anno 2019 (legge n. 145 del 2018), che – all’art. 1, comma 1126 – ha sostanzialmente introdotto un diverso sistema di comparazione tra danno civilistico e indennizzo erogato dall’INAIL mediante l’adozione di un criterio di scomputo “per sommatoria” o “integrale”, anziché “per poste”, con conseguente diritto di regresso dell’Istituto per “le somme a qualsiasi titolo pagate”.

Deve, peraltro, affermarsi, come già statuito da questa Corte (sentenza n. 8580 del 2019) che le modifiche dell’art. 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, introdotte dall’art. 1, comma 1126, della legge n. 145 del 2018, non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019, data di entrata in vigore della citata legge finanziaria; quindi la novella in esame non ha rilievo nel presente procedimento che ha ad oggetto una malattia professionale denunciata prima dell’entrata in vigore della legge n. 145 del 2018.


Cass. n. 8580/2019

La legge n. 145 del 2018 ha inciso sui criteri di calcolo del danno cd. differenziale, modificando le voci da prendere in esame per determinare il quantum che, secondo il disposto dell’art. 10, comma 6, “ascende a somma maggiore dell’indennità liquidata all’infortunato o ai suoi aventi diritto”.

Correlativamente, è stato modificato il quantum di ciò che l’Istituto può pretendere in via di regresso nei confronti del responsabile civile.

Sostanzialmente, la finanziaria del 2019 ha imposto, ai fini del calcolo del danno differenziale, l’adozione di un criterio di scomputo “per sommatoria” o “integrale”, anziché “per poste”, con conseguente diritto di regresso dell’Istituto per “le somme a qualsiasi titolo pagate”.

La modifica apportata dalla legge n. 145 del 2018 sul calcolo del danno differenziale (secondo il criterio dello scomputo integrale anziché per poste), in quanto presuppone il riconoscimento di una struttura bipolare del risarcimento del danno alla persona nelle sue componenti di danno patrimoniale e non patrimoniale, non può avere enucleato una variante di senso degli artt. 10 e 11 citati.

Il danno, nella sua composita struttura, costituisce conseguenza dell’infortunio o della malattia professionale, e difatti il diritto al risarcimento sorge in connessione causale e temporale con la commissione dell’illecito, l’applicazione dell’art. 1, comma 1126 cit. ai giudizi in corso comporterebbe una modifica degli effetti ricollegabili agli infortuni o alle malattie professionali verificatisi o denunciati prima dell’entrata in vigore della stessa.

Deve quindi affermarsi che le modifiche dell’art. 10 del D.P.R. n. 1124 del 1965, introdotte dall’art. 1, comma 1126, della L. n. 145 del 2018, non possono trovare applicazione in riferimento agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate prima dell’1.1.2019, data di entrata in vigore della citata legge finanziaria; quindi la novella in esame non ha rilievo nel presente procedimento che ha ad oggetto una malattia professionale denunciata prima dell’entrata in vigore della legge n. 145 del 2018.

Il danno non patrimoniale spettante iure hereditatis non rientra tra le voci indennizzabili dall’Inail e si colloca, pertanto, tra i danni cd. complementari, rispetto ai quali non si pone un problema attinente ai criteri di scomputo; peraltro, la prestazione economica che la legge pone a carico dell’ente previdenziale in caso di morte del lavoratore assicurato, cioè la rendita in favore dei superstiti, costituisce risarcimento del danno patrimoniale subito in dipendenza della morte del congiunto (cfr. Cass. n. 6306 del 2017; n. 19560 del 2003), ed attiene quindi ad una voce eterogenea rispetto al danno non patrimoniale riconosciuto nel caso in esame iure hereditatis, come tale neancheastrattamente scomputabile secondo l’indirizzo consolidato sopra richiamato che esige, comunque, la omogeneità dei pregiudizi e delle corrispondenti poste.


DANNO DIFFERENZIALE – REGIME ANTECEDENTE AL D.LGS. N. 38/2000

Nell’ipotesi di infortunio precedente all’entrata in vigore del d.lgs. n. 38/2000, l’esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni subiti dal lavoratore infortunato e la limitazione dell’azione risarcitoria di quest’ultimo al cosiddetto danno differenziale non riguardano quelle componenti del danno che non formano oggetto della copertura assicurativa, quali il danno alla salute, o biologico, ed il danno morale di cui all’art. 2059 cod. civ., l’integrale risarcimento dei quali può sempre essere richiesto autonomamente, e non a titolo di danno differenziale, indipendentemente dall’entità dell’indennizzo assicurativo.

Questa Corte, relativamente agli infortuni occorsi prima dell’entrata in vigore del d.llgs. n. 38/2000 e dell’emanazione del DM 12.7.2000 ha, infatti, ritenuto che al fine della liquidazione equitativa del danno biologico lamentato e richiesto nei confronti del datore di lavoro, è ben possibile il ricorso alla misura degli indennizzi fissati nelle tabelle INAIL, elaborate per la liquidazione del danno biologico di origine lavorativa, estesa nell’ambito dell’assicurazione obbligatoria con riguardo agli infortuni sul lavoro verificatisi e alle malattie professionali denunciate a decorrere dalla data di pubblicazione del suddetto decreto ministeriale, e cioè dal 25 luglio 2000, con conseguente corrispondente esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile (v. Cass. 17 luglio 2015, n. 15074; Cass. 8 febbraio 2011, n. 3048).


QUESTIONI PROCESSUALI

Cass. n. 6346/2019

Il datore di lavoro non ha titolarità del rapporto fatto valere in giudizio, per l’accertamento a carico della lavoratrice di un danno biologico dipendente da mobbing (ben qualificabile malattia professionale non tipizzata, conseguente a prestazione di attività lavorativa) in misura dell’8%, il quale risulta coperto dall’assicurazione obbligatoria dell’Inail, nella sussistenza dei presupposti per l’esonero dalla responsabilità civile del datore di lavoro (Cass. 10 aprile 2017, n. 9166; Cass. 1 agosto 2018, n. 20392).


ISTITUTO DELL’ESONERO DELLA RESPONSABILITA’ DATORIALE

Cass. n. 9166/2018

L’istituto dell’esonero è strettamente inserito nel vigente sistema previdenziale-assicurativo, come uno degli aspetti del complesso rapporto tra oggetto dell’assicurazione, erogazione dei contributi, prestazioni assicurative. Esso costituisce una garanzia per la quale -nell’ambito dei rischi coperti da assicurazione, ed in relazione ai quali il datore di lavoro eroga contributi – egli non è tenuto al risarcimento del danno.

L’esonero opera pertanto all’interno e nell’ambito dell’oggetto dell’assicurazione, cosi come delimitata dai suoi presupposti soggettivi ed oggettivi.

Laddove la copertura assicurativa non interviene per mancanza di quei presupposti, non opera l’esonero: e pur trovando il danno origine dalla prestazione di lavoro, la responsabilità è disciplinata dal codice civile, senza i limiti posti dall’art. 10 del T.U. del 1965. Come è stato affermato in sintesi in dottrina, se non si fa luogo alla prestazione previdenziale, non vi è assicurazione: mancando l’assicurazione, cade l’esonero” (Corte cost. n. 356 del 1991; v. poi Corte cost. n. 405 del 1999; principi ribaditi anche da questa Corte: Cass. n. 1114 del 2002; Cass. n. 16250 del 2003; Cass. n. 8386 del 2006; Cass. n. 10834 del 2010) (conf. Cass. n. 4612/2019).

In sintesi il d.lgs. n. 38/2000 così delimita i danni coperti dall’assicurazione obbligatoria: le menomazioni permanenti comprese tra il 6% ed il 15%, danno luogo ad un indennizzo in somma capitale, rapportato al grado della menomazione; le menomazioni pari o superiori al 16%, danno luogo ad una rendita ripartita in due quote: la prima quota è determinata in base al grado della menomazione, cioè al danno biologico subito dall’infortunato, la seconda tiene conto delle conseguenze di natura patrimoniale della lesione.

Per i danni di natura biologica inferiori al 6% o temporanei non vi è copertura assicurativa. L’INAIL è esclusivo debitore limitatamente alle prestazioni di tipo indennitario predeterminate in base alla legge.

Tutto ciò che non è riconducibile a menomazioni che, per natura o grado, non costituiscono danno biologico -inteso secondo il d. Igs. n. 38 del 2000- superiore al 6% ovvero danno patrimoniale pari o superiore al 16% non è coperto dall’assicurazione obbligatoria e, quindi, è escluso dalla disciplina dell’esonero.

La nozione di “danno differenziale”, rettamente inteso come quella parte di risarcimento che eccede l’importo dell’indennizzo dovuto in base all’assicurazione obbligatoria e che resta a carico del datore di lavoro ove il fatto costituisca reato perseguibile d’ufficio.

Esso è quello che rientra nel tipo già considerato dall’assicurazione obbligatoria, ma che, in ragione del carattere indennitario di questa, può presentare delle differenze dei valori monetari rispetto al danno civilistico, primariamente sia per la diversa valutazione del grado di inabilità in sede INAIL in confronto al diritto comune (dove il grado di invalidità permanente viene determinato con criteri non imposti dalla legge ma elaborati dalla scienza medico legale), sia per il diverso valore del punto di inabilità.

Esaminando l’art. 13 del d. Lgs. n. 38 del 2000 si è rilevato “che la prospettiva della norma non è quella di fissare in via generale ed omnicomprensiva gli aspetti risarcitori del danno biologico, ma solo quella di definire i meri aspetti indennitari agli specifici ed unici fini dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali. Infatti, l’erogazione effettuata dall’INAIL è strutturata in termini di mero indennizzo, indennizzo che, a differenza del risarcimento, è svincolato dalla sussistenza di un illecito (contrattuale od aquiliano) e, di conseguenza, può essere disposto anche a prescindere dall’elemento soggettivo di chi ha realizzato la condotta dannosa e da una sua responsabilità”.

Si è tenuto presente “che, anche riguardo al consolidamento degli effetti patrimoniali in capo all’avente diritto, l’indennizzo INAIL si struttura in modo diverso da un risarcimento del danno, dal momento che la rendita cessa con la morte del lavoratore (e non passa nell’asse ereditario), mentre il diritto al risarcimento, una volta consolidatosi, entra a far parte del patrimonio dell’avente diritto e si trasferisce agli eredi”.

Si è trovata la conferma delle notevoli divergenze strutturali tra l’indennizzo erogato dall’INAIL e il risarcimento del danno biologico nella considerazione che “mentre quest’ultimo trova titolo nell’art. 32 Cost., l’indennizzo INAIL è invece collegato all’art. 38 Cost., e risponde alla funzione sociale di garantire mezzi adeguati alle esigenze di vita del lavoratore”.

Dalla “differenza strutturale e funzionale tra l’erogazione INAIL ex art. 13 cit. e il risarcimento del danno biologico” ne è conseguita la preclusione “a ritenere che le somme eventualmente a tale titolo versate dall’istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno biologico in capo al soggetto infortunato od ammalato, nel senso che esse devono semplicemente detrarsi dal totale del risarcimento spettante al lavoratore”, anche perché ritenere il contrario significherebbe attribuire al lavoratore “un trattamento deteriore – quanto al danno biologico – del lavoratore danneggiato rispetto al danneggiato non lavoratore”, con dubbi di legittimità costituzionale.

Tale esigenza di detrazione è confermata da altre recenti pronunce della Corte che hanno chiarito alcuni criteri che presiedono allo scomputo. Così Cass. n. 20807 del 2016, in continuità con Cass. n. 13222 del 2015, ha affermato il principio secondo cui: “in tema di liquidazione del danno biologico cd. differenziale, di cui il datore di lavoro è chiamato a rispondere nei casi in cui opera la copertura assicurativa INAIL in termini coerenti con la struttura bipolare del danno-conseguenza, va operato un computo per poste omogenee, sicché, dall’ammontare complessivo del danno biologico, va detratto non già il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di essa destinata a ristorare, in forza dell’art. 13 del d.lgs. n. 38 del 2000, il danno biologico stesso, con esclusione, invece, della quota rapportata alla retribuzione ed alla capacità lavorativa specifica dell’assicurato, volta all’indennizzo del danno patrimoniale”.

Nell’ambito di un giudizio di surrogazione per i danni derivanti da circolazione stradale si è altresì affermato che “quando la vittima di un illecito aquiliano abbia percepito anche l’indennizzo da parte dell’INAIL, per calcolare il danno biologico permanente differenziale è necessario: (a) determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo, secondo i criteri della responsabilità civile, ivi inclusa la personalizzazione o “danno morale” che dir si voglia, attesa la natura unitaria ed omnicomprensiva del danno non patrimoniale; (b) sottrarre dall’importo sub (a) non il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico” (Cass. n. 17407 del 2016, in cui si è altresì precisato che “per quanto riguarda il risarcimento del danno biologico temporaneo, esso in nessun caso potrà essere ridotto per effetto dell’intervento dell’assicuratore sociale, dal momento che l’Inali non indennizza questo tipo di pregiudizio”).

In definitiva, a fronte di una domanda del lavoratore che chieda al datore il risarcimento dei danni connessi all’espletamento dell’attività lavorativa, il giudice adito, una volta accertato l’inadempimento, innanzitutto dovrà verificare se, in relazione all’evento lesivo, ricorrano le condizioni soggettive ed oggettive per la tutela obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali stabilite dal D.P.R. n. 1124 del 1965 (sul punto v., da ultimo, Cass. n. 23146 del 2016; per l’assunto secondo cui per le malattie non tabellate i fattori di rischio comprendono anche quelle situazioni di dannosità che, seppure ricorrenti anche per attività non lavorative, costituiscono un rischio specifico cd. improprio v. Cass. n. 3227 del 2011; entrambe in motivazione).

In tal caso potrà procedere alla verifica di applicabilità dell’art. 10 del decreto citato nell’intero del suo articolato meccanismo, anche ex officio ed indipendentemente da una richiesta di parte in quanto si tratta dell’applicazione di norme di legge al cui rispetto il giudice è tenuto (in tal senso, circa i criteri di liquidazione del danno differenziale, v. Cass. n. 20807/2016 cit.).

Prima individuando i danni richiesti dal lavoratore che non siano riconducibili alla copertura assicurativa e che abbiamo definito, per comodità di sintesi, complementari; per essi non opera l’esonero del datore di lavoro di cui al primo comma dell’art. 10 D.P.R. n. 1124 del 1965 e quindi gli stessi andranno risarciti secondo le comuni regole della responsabilità civile, anche in punto di presunzione di colpa.

Indi, ove siano dedotte in fatto dal lavoratore circostanze che possano integrare gli estremi di un reato perseguibile d’ufficio, attuato il giudizio di sussunzione e di qualificazione giuridica che compete al giudice, questi potrà accertare in via incidentale autonoma la sussistenza dell’illecito penale e, in caso di esito positivo circa tale accertamento, procedere alla determinazione dell’eventuale danno differenziale, secondo le regole dettate dai successivi commi dell’art. 10 più volte citato.

Valuterà, cioè, il complessivo valore monetario del danno civilistico secondo i criteri comuni, con le indispensabili personalizzazioni, e da esso detrarrà quanto indennizzabile dall’INAIL, in base ai parametri legali, in relazione alle medesime componenti del danno, distinguendo, altresì, tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale (come già sancito da Cass. n. 20807/2016 cit.).

In materia di azioni di risarcimento del danno, pone in rilievo non la qualificazione formale ma la natura e le caratteristiche del pregiudizio stesso (v. Cass. n. 12236 del 2012, secondo cui ciò che conta è che il pregiudizio sia stato prospettato o addirittura sia insito nelle caratteristiche della fattispecie di cui costituisca conseguenza naturale, a prescindere da quale sia stata la sua qualificazione formale).

La domanda di risarcimento del danno non patrimoniale è una domanda di carattere onnicomprensivo e che l’unitarietà del diritto al risarcimento e la normale non frazionabilità del giudizio di liquidazione comportano che, quando un soggetto agisca in giudizio per chiedere il risarcimento dei danni a lui cagionati da un dato comportamento del convenuto, la domanda si riferisce a tutte le possibili voci di danno originate da quella condotta.

Ne consegue che, laddove nell’atto introduttivo siano indicate specifiche voci di danno, a tale specificazione deve darsi valore meramente esemplificativo dei vari profili di pregiudizio dei quali si intenda ottenere il ristoro, a meno che non si possa ragionevolmente ricavarne la volontà di escludere dal petitum le voci non menzionate (Cass. n. 22514 del 2014; Cass. n. 23147 del 2013; Cass. n. 3718 del 2012; Cass. n. 17879 del 2011; Cass. n. 26505 del 2009; Cass. n. 22884 del 2007; Cass. n. 10441 del 2007; Cass. n. 3936 del 2007; Cass. n. 11761 del 2006).


DANNO BIOLOGICO – LIQUIDAZIONE RENDITA

Cass. 17407/2016

L’incremento della rendita per danno biologico, di citi all’art. 134, comma 2, lettera (b), del d. lgs 23.2.2000 n. 38 costituisce un indennizzo forfettario del danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro.

Tanto si desume: (a) in primo luogo dalla lettera della legge, la quale espressamente afferma che l’ulteriore quota di rendita di cui si discute è erogata “per l’indennizzo delle conseguenze patrimoniali” della lesione della salute; (b) dal principio c.d. di “aredittualità” del danno biologico.

Quest’ultimo, infatti, consiste nella “lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona”, e deve essere indennizzato “in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato” (così l’art. 13, comma 1, cit. d.lgs. 38/2000, cit.).

Da tali principi deve desumersi che qualsiasi incremento del risarcimento dovuto dall’INAIL per il danno biologico patito dal lavoratore, che sia agganciato al reddito della vittima, abbia lo scopo di ristorare il pregiudizio patrimoniale da compromissione della capacità di lavoro e di guadagno, perché sarebbe altrimenti incompatibile con la natura areddituale del risarcimento del danno biologico.

Pertanto, quando ricorrano i presupposti di fatto di cui all’art. 13, comma 2, lettera (b), d. Lgs. 38/2000, l’INAIL liquida all’avente diritto un indennizzo in forma di rendita che ha veste unitaria, ma duplice contenuto: con quell’indennizzo, infatti, l’INAIL compensa sia il danno biologico, sia il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro e di guadagno.

Da quanto esposto consegue che quando la vittima di un illecito aquiliano abbia percepito anche l’indennizzo da parte dell’INAIL, per calcolare il danno biologico permanente differenziale è necessario:

(a) determinare il grado di invalidità permanente patito dalla vittima e monetizzarlo secondo i criteri della responsabilità civile, ivi inclusa la personalizzazione o “danno morale” che dir si voglia, attesa la natura unitaria ed omnicomprensiva del danno non patrimoniale;

(b) sottrarre dall’importo sub (a) non il valore capitale dell’intera rendita costituita dall’INAIL, ma solo il valore capitale della quota di rendita che ristora il danno biologico (come già ritenuto da questa Corte: Sez. 3, Sentenza n. 13222 del 26.6.2015).

Per quanto riguarda il risarcimento del danno biologico temporaneo, esso in nessun caso potrà essere ridotto per l’effetto dell’intervento dell’assicuratore sociale, dal momento che l’Inail non indennizza questo tipo di pregiudizio, e se non v’è pagamento non può esservi — per quanto detto — surrogazione.

Per quanto riguarda il risarcimento del danno patrimoniale da riduzione permanente della capacità di guadagno, che l’INAIL, per quanto detto,  indennizza a prescindere da qualsiasi prova della sua sussistenza sol che l’invalidità causata dall’infortunio superi il 16%, il relativo indennizzo assicurativo potrà essere detratto dal risarcimento aquiliano solo se la vittima abbia effettivamente patito un pregiudizio di questo tipo.

Negli altri casi, l’indennizzo resta acquisito alla vittima, ma né potrà essere defalcato dal credito risarcitorio di quest’ultima per altre voci di danno, né potrà dar luogo a surrogazione: se infatti la vittima non ha patito alcuna riduzione della capacità di guadagno., non vanta il relativo credito verso il responsabile, e se quel diritto non esiste, non può nemmeno trasferirsi.

Per quanto riguarda il danno patrimoniale da inabilità temporanea al lavoro e quello rappresentato dalle spese mediche, solitamente non si pongono problemi di calcolo del danno differenziale, essendo i suddetti pregiudizi di norma integralmente ristorati dall’INAIL.

E’ tuttavia ovvio, alla luce di quanto esposto, che l’indennizzo pagato dall’Inail a titolo di inabilità temporanea o spese mediche non può essere defalcato dal credito risarcitorio aquiliano spettante alla vittima per voci di danno diverse.

Infine, per quanto riguarda i ratei di rendita già riscossi dalla vittima prima del risarcimento, essi seguiranno sorte diversa a seconda del titolo per il quale sono stati pagati, e quindi.. – i ratei (o la quota parte di essi) già riscossi a titolo di danno biologico permanente, andranno a defalco del credito risarcitorio spettante alla vittima per questa voce di danno; – i ratei (o la quota parte di essi) già riscossi a titolo di danno patrimoniale da incapacità lavorativa, andranno a defalco del credito risarcitorio spettante alla vittima per questa voce di danno, se esistente ed accertato.


CRITERI DI DETERMINAZIONE DEL DANNO – CAPITALIZZAZIONE 

Cass. n. 24627/2019

«In tema di liquidazione dei danni patrimoniali da invalidità permanente in favore del soggetto leso o da morte in favore dei superstiti, ove il giudice di merito utilizzi il criterio della capitalizzazione del danno patrimoniale futuro, adottando i coefficienti di capitalizzazione della rendita fissati nelle tabelle di cui al R.D. 9 ottobre 1922, n. 1403, egli deve adeguare detto risultato ai mutati valori reali dei due fattori posti a base delle tabelle adottate, e cioè deve tenere conto dell’aumento della vita media e della diminuzione del tasso di interesse legale e, onde evitare una divergenza tra il risultato del calcolo tabellare ed una corretta e realistica capitalizzazione della rendita, prima ancora di “personalizzare” il criterio adottato al caso concreto, deve “attualizzare” lo stesso, o aggiornando il coefficiente di capitalizzazione tabellare o non riducendo più il coefficiente a causa dello scarto tra vita fisica e vita lavorativa» (in senso conf. v. Cass. Sez. 3, n. 15738 del 2.7.2010, nonchè Cass. sez. 3, n. 12124 del 19.8.2003, in cui si è precisato che il giudice del merito può far ricorso alle tabelle di cui al R.D. n. 1403 del 1922, oppure ricorrere alle regole di equità di cui agli artt. 1226 e 2056 cod. civ., trattandosi di criteri peraltro integrabili tra loro’) non tassativi e costituendo tale scelta un giudizio di merito che, se congruamente motivato, è insindacabile in sede di legittimità).