Cass. n. 22213/2020

Il datore di lavoro assuma espressivo di una volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il primo compito del giudice è quello di determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo in particolare presente che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere, è di per sé solo irrilevante, ove non sia accompagnata dalla indicazione dell’oggetto -che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile della rinuncia.

Soltanto dopo che l’intenzione abdicativa risulti, in esito a tale indagine, effettivamente manifestata, si pone l’ulteriore problema di esistenza e ritualità della sua impugnativa, agli effetti dell’art. 2113 cod. civ.. (Cass. lav. n. 7244 del 27/03/2014. Cfr. poi Cass. lav. n. 6615 del 30/07/1987: V. anche Cass. lav. n. 28448 del 7/11/2018, secondo cui alla dichiarazione con la quale il lavoratore rinuncia a qualsiasi ulteriore pretesa derivante dal pregresso rapporto di lavoro può essere riconosciuto valore di transazione solo ove l’accordo tra lavoratore e datore contenga lo scambio di reciproche concessioni, essenziale ad integrare il relativo schema negoziale).

Ed al riguardo Cass. lav. n. 4812 del 24/10/1978 affermava rientrante nei poteri del giudice del merito, il cui esercizio non è sindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, lo stabilire, attraverso la corretta applicazione delle norme del codice civile sull’interpretazione della volontà negoziale, se una dichiarazione, sottoscritta da un lavoratore subordinato, di essere stato soddisfatto dal proprio datore di lavoro di ogni spettanza e di non avere più nulla da pretendere, integri o meno una rinuncia o transazione, soggetta al termine d’impugnazione, di cui all’art 2113, secondo comma, cod. civ.).


Cass. n. 21317/2020

In materia di interpretazione del contratto, sebbene i criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e ss. cod.civ. siano governati da un principio di gerarchia interna in forza del quale i canoni strettamente interpretativi prevalgono su quelli interpretativi-integrativi, tanto da escluderne la concreta operatività quando l’applicazione dei primi risulti da sola sufficiente a rendere palese la “comune intenzione delle parti stipulanti”, la necessità di ricostruire quest’ultima senza “limitarsi al senso letterale delle parole”, ma avendo riguardo al “comportamento complessivo” dei contraenti comporta che il dato testuale del contratto, pur rivestendo un rilievo centrale, non sia necessariamente decisivo ai fini della ricostruzione dell’accordo, giacché il significato delle dichiarazioni negoziali non è un “prius”, ma l’esito di un processo interpretativo che non può arrestarsi al tenore letterale delle parole, ma deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore (Cass. n. 14432 del 2016).

In particolare, è stato precisato che nell’ottica dell’art. 1362 cod.civ. la comune intenzione delle parti desunta dal loro comportamento anche successivo al contratto è un criterio integrativo di quello letterale (nel senso che serve a chiarirlo), non già ad esso alternativo o, peggio, sussidiario (Cass. n. 24560 del 2016; ex pluribus, Cass. n. 261 del 2006).


Cass. n. 23395/2019

Il verbale di conciliazione è, ad ogni effetto, un atto negoziale, la cui interpretazione si risolve in un accertamento di fatto di esclusiva spettanza del giudice di merito. Tale interpretazione va operata ai sensi dell’art. 1362 e segg. c.c..

Per la qual cosa, il sindacato di legittimità può avere ad oggetto non già la ricostruzione della volontà delle parti, ma solo l’individuazione dei criteri ermeneutici del processo logico del quale il giudice di merito si sia avvalso per adempiere alla funzione a lui riservata, al fine di verificare se sia incorso in vizi del ragionamento o in errore di diritto (v. tra le molte, Cass. nn. 7557/2011, 2109/2012, 2962/2013).


Cass. n. 7173/2019

L’accertamento, da parte del giudice di merito, della portata ed estensione di un atto transattivo non è censurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua e scevra da vizi logico – giuridici. Tale proposizione, del resto, costituisce l’ineludibile corollario della natura di apprezzamento interpretativo della comune intenzione dei contraenti che è, a tale stregua, rimesso al giudice del merito: l’interpretazione di un contratto e, più in generale, di un atto di autonomia privata non è sindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione congrua ed adeguata e se condotta in conformità alla regole ermeneutiche di legge (cfr., tra le altre, Cass. 4.10.2007 n. 20708, Cass. 26 gennaio 2002, n. 975; Id. 3 dicembre 2001, n. 15274; Id. 29 marzo 2001, n. 4667), della quale nella specie non è rilevabile, per quanto detto, violazione alcuna.

Va ulteriormente richiamato il principio, affermato da questa Corte, in forza del quale, qualora, rispetto ad un medesimo rapporto, siano sorte o possano sorgere tra le parti più liti, in relazione a numerose questioni tra loro controverse, l’avere dichiarato, nello stipulare una transazione, di non aver più nulla a pretendere in dipendenza del rapporto, non implica necessariamente che la transazione investa tutte le controversie potenziali o attuali, dal momento che a norma dell’art. 1364 c.c. le espressioni usate nel contratto per quanto generali, riguardano soltanto gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di statuire.

Ne consegue che, se il negozio transattivo concerne soltanto alcuna delle stesse, esso non si estende, malgrado l’ampiezza dell’espressione adoperata, a quelle rimaste estranee all’accordo, il cui oggetto va determinato attraverso una valutazione di tutti gli elementi di fatto, con apprezzamento che sfugge al controllo di legittimità qualora sorretto da congrua motivazione (cfr., da ultimo, Cass. 18.5.2018 n. 12367).


Cass. n. 5617/2019

L’accordo transattivo di risoluzione anticipata del rapporto di lavoro (con adesione alle prestazione di un fondo di solidarietà) può anche avere per il ricorrente come motivo sottostante il demansionamento subito, ma detto motivo non inficia la validità di tale scelta negoziale alle condizioni offerte dal datore di lavoro contraente ed accettate senza riserva alcuna.

Ed infatti ai fini dell’indagine sul contenuto del contratto sono irrilevanti i motivi perseguiti dal singolo contraente ancorché determinanti della volontà negoziale, ove non si siano esteriorizzati in una condizione o in una pattuizione contrattuale (Cass. n. 9840/1999) e nel caso in esame, come anche osservato nella sentenza impugnata, non è stato dedotto dal ricorrente che fosse in qualche modo conosciuto dal datore di lavoro contraente il motivo sotteso alla scelta di aderire al piano dell’esodo incentivato.


Cass. n. 2229/2019

In materia di criteri interpretativi dell’atto di conciliazione, di indubbia natura negoziale, la Corte di Cassazione ha costantemente ritenuto (vd. da ultimo Cass. 11751/2015), che a norma dell’art. 1362 c.c. e segg., tale interpretazione si debba fondare principalmente sul significato desumibile dal tenore letterale del negozio, sia pure letto in connessione tra le varie parti dello stesso, mentre gli ulteriori canoni legali sulla interpretazione del contratti e quelli di interpretazione intervengono in caso che dall’applicazione di quello principale residui un dubbio.


Cass. n. 25/2019

Una dichiarazione di rinuncia riferita in termini generici ad una serie di titoli di pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, posto che enunciazioni di tal genere sono assimilabili alle clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell’interessato (Cass. n. 11536 del 2006 e n. 18321 del 2016).


Cass. n. 32332/2018

Una dichiarazione di rinuncia riferita in termini generici ad una serie di titoli di pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, posto che enunciazioni di tal genere sono assimilabili alle clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell’interessato (Cass. n. 11536/2006; Cass. n. 18321 del 2016).


Cass. n. 13967/2018

Un accordo può assumere valore di rinuncia o di transazione a condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili aliunde, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati od obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi, costituendo il relativo accertamento giudizio di merito, censurabile in sede di legittimità soltanto in caso di violazione dei criteri di ermeneutica contrattuale o in presenza di vizi della motivazione (Cass. 28 agosto 2013, n. 19831; Cass. 25 gennaio 2008, n. 1657; Cass. 19 settembre 2016, n. 18321).