ASSENZA DEL PROGETTO – CONVERSIONE DEL CONTRATTO – PRESUNZIONE ASSOLUTA

Cass. n. 24618/2019

Quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso»(in precedenza negli stessi termini Cass. 9471/20016, Cass. 21 giugno 2016, n. 12820; Cass. 5 novembre 2018, n. 28156).

Né un tale regime sanzionatorio contrasta con il principio di “indisponibilità del tipo”, per il quale è stato escluso che il legislatore o le parti possano imporre presunzioni o qualificazioni contrattuali di autonomia che sottraggano alle indefettibili garanzie del lavoro subordinato una fattispecie che come tale si realizza (Corte cost. 25 marzo 1993, n. 121; Corte cost. 23 marzo 1994, n. 115), in quanto posto a tutela del lavoro subordinato e non invocabile nel caso inverso, nemmeno essendo sottratti al giudice i poteri di qualificazione del rapporto, ma introdotta una sanzione consistente nell’applicazione al rapporto delle garanzie del lavoro dipendente; neppure esso contrasta con l’art. 41, primo comma Cost., traendo origine da una condotta datoriale di violazione di prescrizioni di legge ed essendo coerente con la finalità antielusiva perseguita dal legislatore (Cass. 4 aprile 2019, n. 9471).


Cass. n. 23511/2019

Quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, come nel caso di specie è accaduto, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (cfr. Cass. 17/08/2016 n. 17127, 21/06/2016 n. 12820 e recentemente n. 12647 del 2019).


Cass. n. 12647/2019

La fattispecie sanzionatoria di cui al primo comma dell’art. 69, d.lgs. n. 276/2003, opera automaticamente di diritto la conversione del contratto di lavoro a progetto in caso di assenza di un “progetto, programma o fase di programma” (alla luce la previsione normativa anteriore alla riforma introdotta legge 92 del 2012, cui la controversia è sottratta ratione temporis).

Una diversa opzione interpretativa sarebbe del tutto incoerente con il complessivo assetto della nuova disciplina e tale da tradire la sua impronta antielusiva e antifrodatoria, pure considerato che la Corte costituzionale nella sentenza n. 399 del 2008 ha affermato che la novità introdotta dalla riforma è proprio quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano riconducibili ad un progetto.

Tale opzione interpretativa è l’unica che soddisfa l’esigenza di differenziare la previsione di cui al primo comma dell’art. 69 da quella delineata nel comma successivo, che opera nell’ipotesi in cui, pur essendo stato previsto un valido progetto o programma, il rapporto abbia assunto, nelle sue concrete modalità di svolgimento, la natura subordinata.

Non è ostativo il principio dell’indisponibilità qualificatoria del tipo legale, in quanto – come ha sancito la Corte costituzionale (sent. 121 del 1993 e 115 del 1994) – non è consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura ove da ciò derivi l’inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall’ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie e ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato.

Tale principio non trova applicazione all’ipotesi inversa di qualificazione come subordinato di un rapporto di lavoro autonomo.

Né sussiste la prospettata disparità di trattamento tra settore pubblico e settore privato ovvero tra lavoratori a progetto e quelli esclusi dal campo di applicazione della normativa del 2003; nel primo caso la diversa disciplina è giustificata dai molteplici profili di specialità del rapporto di lavoro pubblico, nel secondo caso dal fatto che si tratta di fattispecie in cui sono tendenzialmente assenti rischi di elusione, trattandosi per lo più lavoratori o dotati di adeguata forza contrattuale.


Cass. n. 11239/2019

Non può essere accolto il principio secondo cui l’assenza del progetto comporta la assoluta improduttività di effetti al contratto stipulato ai sensi dell’art. 61 d. Lgs n. 276/2003.

Infatti, nella disciplina dettata dal d. Lgs. n. 276/2003 cit. non vi è alcuna norma che sanzioni la mancanza del progetto con la nullità o inefficacia del contratto; anzi, tale conseguenza deve ritenersi positivamente esclusa dalla previsione di cui al comma 1 dell’art. 69 d. Igs. n. 276/2003 cit. (“ratione temporis” applicabile nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, della 1.28/6/2012 n. 92 ), destinata a prevalere, per il suo carattere di specialità, sulla generale previsione codicistica di cui all’art. 1424 cod. civ. alla stregua della quale l’assenza di progetto comporta che il rapporto è considerato rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla sua costituzione.


Cass. n. 11123/2019

L’art. 69 del d.lgs. n. 276\03 (anche ante riforma ‘Fornero’) stabilisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto o programma di lavoro (o fase di esso) sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto, a prescindere dunque dall’accertamento dell’esistenza dei requisiti tipici della subordinazione (ex aliis, Cass. n. 17127 del 17/08/2016), che nella specie la Corte di merito ha comunque ampiamente accertato tramite l’istruttoria disposta, e che la società ricorrente si limita a contestare, contrapponendo semplicemente agli accertamenti effettuati proprie diverse valutazioni ed apprezzamento dei fatti.

Né può ritenersi che la previsione, poi eliminata dalla L. n. 92\12, a ‘programmi di lavoro’, possa incidere sul principio portante della riforma riguardante la necessità di un specifico progetto, posto che altrimenti qualunque attività lavorativa potrebbe, in contrasto con la ratio legis, essere definita autonoma sol perché connessa, come necessariamente avviene per qualunque rapporto di lavoro subordinato, ad un programma di lavoro id est ad una programmata lavorazione.


Cass. n. 8665/2019

In mancanza di progetto, programma di lavoro o fase di esso (art. 69, comma 1, citato), vi è conversione automatica del rapporto in rapporto di lavoro subordinato la quale non può essere evitata dal committente-datore di lavoro neppure provando che la prestazione lavorativa sia stata caratterizzata da una piena autonomia organizzativa ed esecutiva (Cass. n. 17636 del 2016, Cass. n. 17448 del 2016, Cass. n. 17127 del 2016, Cass. n. 9471 del 2016, Cass. n. 15922 del 2013).

Tale condivisibile orientamento appare aderente alla sentenza n. 399/2008 con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto che “la novità così introdotta a regime dal d.lgs. n. 276 del 2003 è quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano però riconducibili ad un progetto” ed è altresì conforme all’art. 24 della legge 92/2012 il quale ha chiarito, in via definitiva, con norma di interpretazione autentica, che “l’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.


Cass. n. 6950/2019

Il tenore lessicale del primo comma dell’art.69 consente di rinvenire una vera e propria disposizione sanzionatoria per il caso di mancata riconducibilità del rapporto coordinato e continuativo ad uno specifico progetto o programma, disponendo tout court che il rapporto “è considerato” di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall’origine, tipica dei casi di c.d. “conversione” del rapporto ope legis (quali ad es. le fattispecie interpositorie o di illegittima apposizione del termine finale di durata al contratto di lavoro).

La differenza strutturale tra il primo ed il secondo comma dell’art. 69 sottolinea come, nella prima fattispecie, rileva il dato formale della mancanza di uno specifico progetto a fronte di una prestazione lavorativa che, in punto di fatto, rientra nello schema generale del lavoro, laddove nella seconda rilevano le modalità di tipo subordinato con cui, nonostante l’esistenza di uno specifico progetto, è stata di fatto resa la prestazione lavorativa (vedi in tal senso, in motivazione Cass. n. 9471 del 2016; Cass. n. 12820 del 2016; Cass. 11429 del 2017; Cass. n. 4337 del 2018).

E’ stato, pertanto, affermato il principio secondo cui l’art.69, primo comma del d.lgs. n.276 del 2003 si interpreta nel senso che, allorquando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa venga instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni della autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (Cass. n. 17127 del 2016).


Cass. n. 5418/2019

In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276/2003 (ratione temporis applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92/2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso.

Tale condivisibile orientamento appare aderente alla sentenza n. 399/2008 con la quale la Corte Costituzionale ha riconosciuto che “la novità così introdotta a regime dal d.lgs. n. 276 del 2003 è quella di vietare rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che, pur avendo ad oggetto genuine prestazioni di lavoro autonomo, non siano però riconducibili ad un progetto”.

L’orientamento è altresì conforme all’art. 24 della legge 92/2012 il quale ha chiarito, in via definitiva, con norma di interpretazione autentica, che “l’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato” (v. Cass. 16 ottobre 2017, n. 24379; Cass. 17 agosto 2016, n. 17127; Cass. 21 giugno 2016, n. 12828; Cass. 10 maggio 2016, n. 9471).


Cass. n. 26830/2018

Dopo una prima fase in cui era sembrata prevalere in giurisprudenza la tesi della presunzione relativa, la giurisprudenza si è assestata a favore dell’alternativa della presunzione assoluta; di questo orientamento è espressione la sentenza con la quale questa Corte ha avuto modo di affermare (Sez. L, Sentenza n. 12820 del 21/06/2016) che “In tema di contratto di lavoro a progetto, il regime sanzionatorio articolato dall’art. 69 del d.lgs. n. 276 del 2003, pur imponendo in ogni caso l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato, contempla due distinte e strutturalmente differenti ipotesi, atteso che, al comma 1, sanziona il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, realizzando un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis”, restando priva di rilievo l’appurata natura autonoma dei rapporti in esito all’istruttoria, mentre al comma 2 disciplina l’ipotesi in cui, pur in presenza di uno specifico progetto, sia giudizialmente accertata, attraverso la valutazione del comportamento delle parti posteriore alla stipulazione del contratto, la trasformazione in un rapporto di lavoro subordinato in corrispondenza alla tipologia negoziale di fatto realizzata tra le parti”.

Il principio è stato ancora più specificamente ribadito con sentenza n. 17127 del 17/08/2016 la quale ha affermato: “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso” (in precedenza negli stessi termini Cass. 9471/20016) (conf. Cass. n. 16580/2018 – Cass. n. 14388/2018).

Occorre inoltre ricordare che lo stesso legislatore, con l’art. 24 della legge 92/2012, intervenendo con norma di interpretazione autentica ha affermato che ” L’articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validita’ del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.

Ai profili di incostituzionalità relativi a questa ultima normativa va replicato che la norma interpretativa rispecchia il contenuto della norma precedente, in relazione al quale va pure messo in rilievo che se davvero il legislatore si fosse limitato a prevedere una presunzione iuris tantum, avrebbe dovuto introdurre un riferimento alla prova contraria, che invece manca del tutto nel corpo della disposizione.

Determinante poi nel rendere più convincente la tesi della presunzione assoluta risulta un’ ulteriore considerazione: secondo il D.Igs. 276/2003 le collaborazioni coordinate e continuative consentite sono tassativamente individuate nel comma 3 dell’art. 61, per cui certamente la prova dell’autonomia in difetto di progetto non potrebbe determinare il sorgere di un rapporto di co.co.co., al di fuori delle ipotesi che residuano.

Quanto ai dubbi di legittimità costituzionale prospettati in relazione all’art. 69 cit., così come sopra interpretato, va osservato che essi rileverebbero se fossero stati sottratti al giudice i poteri qualificatori, mentre nel caso in esame viene introdotta una sanzione che consiste nell’applicazione delle garanzie del lavoro dipendente; e si deve inoltre obiettare che il principio di indisponibilità del tipo è stato dettato dalla Corte Cost. (con le pronunce n. 115/1994 e 121/1993) nel caso opposto, ovvero per statuire l’illegittimità di una norma che dettasse una presunzione assoluta di autonomia, sottraendo un rapporto subordinato alle garanzie inderogabili stabilite dall’ordinamento (Corte Cost. 121/1993); mentre qui si tratta del caso inverso; non sottrazione di garanzie ma norme di miglior favore (quelle che assistono il lavoro subordinato) estese ad altri rapporti; quindi non vengono in questione i principi inderogabili stabiliti nella Costituzione a favore del lavoro subordinato.

D’altra parte, il nostro ordinamento non è estraneo alla previsione dell’applicazione delle regole del lavoro subordinato come sanzione in caso di violazioni, elusioni, abusi di determinate forme di contratti di lavoro (v. artt. 1 c. 5 della L. 1369/1960, 1 della L. 230 del 1962 e 1 del D.Ig.vo 368/2001); ammettere la conversione (ab initio o postuma) di una mera collaborazione in lavoro subordinato a tempo indeterminato, in mancanza di progetto, non contraddice perciò principi superiori né costituzionali; si tratta di realizzare una parificazione di disciplina, di garantire uno standard di trattamento minimo per rapporti continuativi (in mancanza di progetto) e connotati da una comune subordinazione di tipo economico; ciò rientra nella potestà del legislatore e non pare né irrazionale, né ingiustificato, appunto in ragione della comune appartenenza all’area della “dipendenza economica” e della connessione funzionale delle stesse prestazioni lavorative continuative con l’impresa altrui (in ragione cioè della esistenza della para-subordinazione in capo al co.co.co ).

Resta da aggiungere che rassenza del progetto” prevista dal primo comma concretizza il venir meno dell’elemento costitutivo della fattispecie legale, che si caratterizza proprio in virtù dell’esistenza di uno specifico progetto, con i requisiti e le caratteristiche dettati dalla legge; e tale ipotesi ricorre sia quando non sia stata provata (mediante la produzione del contratto o l’espletamento delle prove ammissibili) la pattuizione di alcun progetto, sia quando il progetto effettivamente pattuito non sia conforme alle sue caratteristiche, difettando gli elementi di specificità ed autonomia che sono ritenuti necessari (conf. Cass. 15530/2018).


Cass. n. 24585/2018

In mancanza di progetto, programma di lavoro o fase di esso, la conversione automatica in rapporti di lavoro subordinato non può essere evitata dal committente-datore di lavoro neppure provando che la prestazione lavorativa sia stata caratterizzata da una piena autonomia organizzativa ed esecutiva; a fronte della chiarezza del testo normativo nessun rilievo può assumere la circolare ministeriale n. 1 del 2004, che ha configurato la previsione di cui ai comma primo dell’art. 69 come presunzione relativa, anziché assoluta, e ponendo a carico del committente che intenda evitare la conversione del rapporto di lavoro a progetto in rapporto di lavoro subordinato l’onere di provare in giudizio l’autonomia del collaboratore.

Va invero ricordato che l’interpretazione ministeriale, sia essa contenuta in circolari o in risoluzioni, non vincola né le parti né i giudici, né infine costituisce fonte di diritto (Cass., Sez. Un, 21 maggio 1973, n. 1457).

E’ corretta la decisione delta Corte territoriale nella parte in cui ha fatto discendere dall’accertamento della mancanza di un programma di lavoro specifico la trasformazione ope legis del lavoro (nominalmente) a progetto in rapporto di lavoro subordinato sin dalla data della sua costituzione, a nulla rilevando le concrete modalità di svolgimento del rapporto (in tal senso, Cass., 21 giugno 2016, n. 12820); né si ravvisa nell’interpretazione fornita alla Corte territoriale alcuna violazione di legge, essendo la stessa conforme al dato testuale e alla ratio della disposizione.


Cass. n. 23025/2018

In relazione alla natura della presunzione di cui all’art. 69 d.lgs. 276/2003, l’orientamento costante di questa Corte di legittimità è nel senso che debba essere qualificata come assoluta (Cass. 12820/2016; Cass. n. 9471/2016; Cass. n. 17127/2016) ovvero nel senso che “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso” (conf. Cass. n. 27956/2018 – Cass. n. 13252/2018).

La norma interpretativa, di cui alla L. n. 92/2012  rispecchia il contenuto della norma precedente, in relazione al quale va pure messo in rilievo che se davvero il legislatore si fosse limitato a prevedere una sanzione iuris tantum, avrebbe dovuto introdurre un riferimento alla prova contraria, che invece manca del tutto nel corpo della disposizione; determinante poi nel rendere più convincente la tesi della presunzione assoluta risulta un’ulteriore considerazione: secondo il D.Igs. 276/2003 le collaborazioni coordinate e continuative consentite sono tassativamente individuate nel comma 3 dell’art. 61, per cui certamente la prova dell’autonomia in difetto di progetto non potrebbe determinare il sorgere di un rapporto di co.co.co ., al di fuori delle ipotesi che residuano).


Cass. n. 20013/2018

E’ principio affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, che va qui ribadito, quello in base al quale in tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (vedi ex plurimis, Cass. 17/8/2016 n. 17127, Cass. 21/6/2016 n.12820).

E’ stato infatti ritenuto che il combinato disposto di cui agli art.61-69 d.lgs. cit., palesi l’intenzione del legislatore delegato di vietare, in armonia con la finalità enunciata dall’art.4, comma 1, lett. c), nn. 1-6, I. n. 30/2003 (e fatte salve le specifiche eccezioni ivi previste e poi trasfuse nell’art. 61, commi 1-3, d.lgs. n.276/2003), il ricorso a collaborazioni coordinate e continuative che non siano riconducibili a uno o più progetti o programmi di lavoro o fasi di esso, allo scopo di porre un argine all’abuso della figura della collaborazione coordinata e continuativa, in considerazione della frequenza con cui giudizialmente ne veniva accertata la funzione simulatoria di rapporti di lavoro subordinato.

Questo è l’intendimento che ha mosso il legislatore, come desumibile dalla relazione introduttiva alla legge delega n.30/2003 che espressamente richiama l’esigenza di esentare dalla disciplina generale del lavoro dipendente, solo le collaborazioni “senza vincolo di subordinazione e aventi ad oggetto un progetto o un programma di lavoro o una fase di esso”.

Nell’ottica descritta è stato quindi affermato che l’art.69 ha introdotto una vera e propria disposizione sanzionatoria per il caso di mancata riconducibilità del rapporto coordinato e continuativo ad uno specifico progetto o programma, disponendo tout court che il rapporto “è considerato” di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall’origine, tipica dei casi di c.d. “conversione” del rapporto ope legis (quali ad es. le fattispecie interpositorie o di illegittima apposizione del termine finale di durata al contratto di lavoro).


Cass. n. 14512/2018

L’art.69 comma 1 al comma 1, sanziona il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, realizzando un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis” (così Cass. n.12820/2016).

Questa Corte ha altresì precisato che “In tema di lavoro a progetto, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276 del 2003 (“ratione temporis” applicabile, nella versione antecedente le modifiche di cui all’art. 1, comma 23, lett. f) della I. n. 92 del 2012), si interpreta nel senso che, quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, ma ad automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso”(cfr Cass. n. 17127/2016).


ASSENZA DEL PROGETTO – INTERPRETAZIONE

Cass. n. 27956/2018

In tema di rapporti ex artt. 61 e ss. del d.lgs. n. 276 del 2003, l’assenza del progetto di cui all’art. 69, comma 1, del medesimo decreto, che ne rappresenta un elemento costitutivo, ricorre sia quando manchi la prova della pattuizione di alcun progetto, sia allorché il progetto, effettivamente pattuito, risulti privo delle sue caratteristiche essenziali, quali la specificità e l’autonomia  (Cass. sez. lav. n. 8142 del 29.3.2017).


ART. 69 COMMI 1 E 2, D.LGS. N. 276/2003 – DIFFERENZE

Cass. n. 27715/2019

«In tema di contratto di lavoro a progetto, il regime sanzionatorio articolato dall’art. 69 del d.lgs. n. 276 del 2003, pur imponendo in ogni caso l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato, contempla due distinte e strutturalmente differenti ipotesi, atteso che, al comma 1, sanziona il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, realizzando un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis”, restando priva di rilievo l’appurata natura autonoma dei rapporti in esito all’istruttoria, mentre al comma 2 disciplina l’ipotesi in cui, pur in presenza di uno specifico progetto, sia giudizialmente accertata attraverso la valutazione del comportamento delle parti posteriore alla stipulazione del contratto, la trasformazione in un rapporto di lavoro subordinato in corrispondenza alla tipologia negoziale di fatto realizzata tra le parti» (Cass. n. 12820 del 21/06/2016).


Cass. n. 24358/2018

Le azioni giudiziali garantite dall’art. 69 d.lgs. n. 276 del 2003 sono fondate su fatti costitutivi differenti, a seconda che si invochi la conversione di cui al comma 1 ovvero la trasformazione di cui al comma 2, a cui corrispondono oneri probatori del tutto diversi. Invero, mentre nell’un caso il fatto costitutivo consiste in una collaborazione coordinata e continuativa di tipo autonomo, nel secondo caso il fatto costitutivo risiede in una collaborazione di tipo subordinato; nell’un caso il collaboratore deve provare il fatto costitutivo della continuità e coordinazione della propria prestazione rispetto alle esigenze del committente (ed è onere di quest’ultimo provare il fatto impeditivo dell’esistenza dello specifico progetto), nel secondo caso l’onere della prova che le concrete modalità di svolgimento della prestazione abbiano attinto la fattispecie dell’art. 2094 cod.civ. grava per intero sul collaboratore, ben potendo la sussistenza dello specifico progetto (peraltro in concreto irrilevante) darsi per provata in assenza di contestazione espressa: l’art. 62, dLgs. n. 276 del 2003, prevede infatti per il progetto un requisito di forma ad probationem ed è principio consolidato che, in casi del genere, qualora debbano considerarsi pacifici tra le parti la stipula e il contenuto del contratto, il giudice deve tenerne conto ai fini della decisione, a nulla rilevando la mancata produzione di un atto sottoscritto dai contraenti idoneo a documentare la conclusione dell’accordo (cfr. Cass. n. 9471 del 2016; Cass. n. 22395 del 2006).


QUESTIONI PROCESSUALI

Cass. n. 24480/2019

Il lavoratore che deduca con il ricorso introduttivo la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato e la simulazione di un contratto a progetto non può far valere successivamente nel corso del giudizio (in sede di appello, come nella specie) la nullità del contratto a progetto per mancanza del progetto in quanto tale ulteriore prospettazione costituisce domanda nuova, trattandosi di una diversa “causa petendi”, con l’inserimento di un fatto nuovo a fondamento della pretesa e di un diverso tema di indagine e di decisione.

La preclusione posta dall’art. 414 cod.proc.civ. non può essere superata ritenendo riconducibile la domanda di nullità del contratto per mancanza del progetto alla richiesta di accertamento della simulazione del contratto di collaborazione, atteso che la prospettazione della carenza dei profili formali del contratto implica l’allegazione di fatti nuovi rispetto alla deduzione delle modalità di svolgimento, in concreto, del rapporto (cfr., Cass. S.U. n. 8202 del 2005, e numerose altre conformi tra cui Cass. n. 14696 del 2007, Cass. n. 2577 del 2009, Cass. n. 20055 del 2016, con riguardo alla necessaria allegazione tempestiva dei fatti anche ai fini dell’esercizio dei poteri d’ufficio del giudice; Cass. n. 8264 del 2005, con riguardo alla tardiva deduzione di inosservanza della procedura ex art. 7 della legge n. 300 del 1970 ai fini della illegittimità del licenziamento; Cass. n.17606 del 2007 con riguardo alla tempestiva deduzione dei fatti posti a base della detrazione dell’aliunde perceptum dal risarcimento del danno dovuto alla lavoratrice; Cass. nn. 6057 del 2014, 20436 del 2015, 10420 del 2017 in materia di tempestive allegazioni nella procedura di licenziamento collettivo).


Cass. n. 24100/2019

Il regime indennitario istituito dall’art. 32, quinto comma I. 183/2010 si applica anche al contratto di collaborazione a progetto illegittimo, in quanto fattispecie nella quale ricorrono le condizioni della natura a tempo determinato del contratto di lavoro e della presenza di un fenomeno di conversione” (n.d.r.. principio di diritto elaborato ai sensi dell’art. 384, c. 2, c.p.c.).

Il quarto comma dell’art. 32, L. n. 183/2010 rivela immediatamente come il quinto richiami esclusivamente l’istituto del “contratto a tempo determinato”, senza alcuna sua regolamentazione specifica; al contrario del quarto, che indica invece analiticamente, per ciascuna ipotesi, la disciplina di riferimento.

Sicché, il quinto comma contiene una formulazione unitaria, indistinta e generale di “casi” di “conversione del contratto a tempo determinato” senza alcuna specificazione normativa di riferimento, né aggiunta di ulteriori elementi selettivi.

Sulla base di tale piana constatazione interpretativa, questa Corte già da tempo ha adottato una lettura estensiva della formula “casi di conversione del contratto a tempo determinato”, comprensiva anche dei contratti di lavoro temporaneo, non preclusa da una “indicazione”, contenuta nella sentenza 9 novembre 2011, n. 303 della Corte costituzionale, in quanto “non vincolante e limitata ad un inciso, peraltro riguardante il contratto di somministrazione, in una sentenza focalizzata su altro problema” (Cass. 17 gennaio 2013, n. 1148; Cass. 29 maggio 2013, n. 13404).

Tanto chiarito, occorre allora assumere come dato acquisito, per indirizzo giurisprudenziale di legittimità ormai consolidato in diritto vivente, la necessità (e, al tempo stesso, la sufficienza) di verificare, per l’inclusione nell’art. 32, quinto comma I. 183/2010 della fattispecie in esame, la sussistenza delle due sole condizioni: a) di natura a tempo determinato del contratto di lavoro; b) di presenza di un fenomeno di conversione.

Tale approdo interpretativo (oltre che nelle citate Cass. 17 gennaio 2013, n. 1148; Cass. 29 maggio 2013, n. 13404, in numerose successive, tra le quali: Cass. 1 agosto 2014, n. 17540; Cass. 20 ottobre 2017, n. 24887; Cass. 3 aprile 2018, n. 8148; Cass. 12 giugno 2019, n. 15753, in materia di prestazioni di lavoro temporaneo a tempo determinato, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. a) I. 196/1997 e di somministrazione a termine) è stato ribadito con l’inequivoca affermazione della rilevanza, a fini di applicazione dell’indennità in questione, del duplice presupposto della natura a tempo determinato del contratto di lavoro dedotto in giudizio e della sua “conversione”, estensibile all’accertamento di ogni ragione che comporti la stabilizzazione del rapporto, anche se derivante da una deviazione dalla causa o funzione ad esso propria, come nell’ipotesi di nullità del termine finale apposto al contratto di formazione e lavoro per mancato adempimento dell’obbligo formativo (Cass. 21 giugno 2018, n. 16435), o addirittura di illegittimità di un contratto di lavoro autonomo a termine, convertito in contratto a tempo indeterminato, poiché la predetta indennità consegue a qualsiasi ipotesi di riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato in sostituzione di altra fattispecie contrattuale a tempo determinato (Cass. 3 agosto 2018, n. 20500).

Occorre allora verificare l’applicabilità dei suenunciati principi di diritto al contratto di lavoro a progetto.

Se le condizioni di applicabilità dell’indennità omnicomprensiva prevista dall’art. 32, quinto comma I. 183/2010 sono costituite dalla natura a tempo determinato del contratto di lavoro e dalla presenza di un fenomeno di conversione, occorre affermare, in coerente continuità con l’indirizzo interpretativo di questa Corte, la loro ricorrenza anche nel caso in esame.

Posto che la temporaneità deve nat uralmente essere intesa non soltanto nel senso di predeterminazione cronologica espressamente individuata dall’apposizione di un termine finale, ma di intrinseca limitazione nel tempo di un’attività, destinata a cessare con il raggiungimento di un obiettivo chiaramente predefinito, il contratto di lavoro a progetto integra questa prima condizione.

Esso è, infatti, ontologicamente a tempo determinato, siccome da ricondurre costitutivamente ad uno o più progetti specifici, funzionalmente collegati al raggiungimento di un risultato finale: al punto di essere contratto di lavoro a progetto in quanto “finalisticamente a tempo”, o di non esserlo, così divenendo altro.

La perdita della caratteristica coessenziale del “progetto” introduce la seconda condizione necessaria: la presenza di un fenomeno di conversione.

È noto che l’espressione “conversione”, in materia di contratti di lavoro a tempo determinato, sia utilizzata in dottrina e giurisprudenza per descrivere il meccanismo in base al quale la nullità della clausola di apposizione del termine non produce la nullità dell’intero contratto, ma la sua elisione, secondo il meccanismo previsto dall’art. 1419, secondo comma c.c., comportante la conseguente trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato, e cioè in un contratto privo della clausola accidentale nulla.

L’operatività di questo meccanismo in alcuni casi si ricava dal sistema, in altri è stabilito espressamente dalla legge (Cass. 17 gennaio 2013, n. 1148; Cass. 29 maggio 2013, n. 13404).


INDENNIZZO EX ART. 50, L. N. 183/2010

Cass. 24779/2019

La norma di cui all’art. 50, L. n. 183/2010, va interpretata nel senso che l’indennità economica si sostituisce esclusivamente alle normali conseguenze risarcitorie che derivano dall’accertamento della natura subordinata del rapporto, assicurando al lavoratore un indennizzo che copre, in via forfetaria, non diversamente dall’art. 32 della medesima legge nr. 183 del 2010, i danni derivanti dalla ingiustificata estromissione, fermo, tuttavia, il diritto del prestatore al ripristino della funzionalità del rapporto di lavoro ovvero alla «conversione», in esecuzione della sentenza (oltre che naturalmente alle retribuzioni da tali momenti in poi ed a quelle eventualmente maturate in ragione del reale atteggiarsi del rapporto intercorso e non derivanti, ex se, dalla diversa qualificazione del rapporto).

L’avverbio «unicamente» è, infatti, riferito solo al riconoscimento di un minor ristoro economico, giustificato dal rifiuto delle proposte di stabilizzazione.

L’indennità, dunque, definisce i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro, regolando la misura del risarcimento in relazione al periodo intercorrente tra la cessazione della collaborazione e la sentenza che ne accerta la natura subordinata ( e, se del caso, anche al periodo non lavorato tra una collaborazione e l’altra, in caso di riconoscimento di un unico rapporto).

Conforta siffatta interpretazione l’esame dei lavori preparatori ed, in particolare, delle schede di lettura della Camera dei Deputati relativi agli articoli contenuti nella legge nr. 183 del 2010.

In relazione all’art. 50 si dà atto che «l’articolo […] determina la misura del risarcimento nei casi in cui sia stata accertata la natura subordinata di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa».

Il riferimento esclusivamente al «risarcimento» e l’assenza di una esplicita previsione della valenza sostitutiva di detta indennità, anche della ripresa del rapporto, è segno della scelta del Legislatore di preservare l’ordinaria e più pregnante tutela disposta dall’ordinamento e cioè il mantenimento dell’accertato rapporto di lavoro.

Quest’ultimo, infatti, non può considerarsi estinto in mancanza di una chiara previsione che colleghi tale rilevantissima conseguenza al rifiuto opposto dal lavoratore alle proposte datoriali.

In definitiva, la normativa esaminata risulta, nell’insieme, adeguata a realizzare un equilibrato componimento degli opposti interessi attraverso l’analitica disciplina, in quello che è stato definito un «delicato gioco di pesi e contrappesi», dei parametri – modalità temporali e oggetto delle offerte – che devono essere rispettati dal datore di lavoro per poter beneficiare del regime speciale di cui all’art. 50. Al lavoratore che abbia rifiutato ben due proposte di assunzione (e nonostante tale rifiuto) è comunque garantita l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato (che va a sostituire il «ricorso ai contratti di lavoro subordinato» e il «corretto utilizzo dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto» di cui all’art. 1, comma 1202, della legge nr. 296 del 2006) unitamente ad un’indennità, predeterminata tra un minimo ed un massimo, che ridimensiona le pretese risarcitorie, in misura della metà del massimo dell’indennità stabilita dall’art. 32 della legge nr. 183 del 2010, non diversamente dalla previsione del sesto comma del medesimo art. 32.