Cass. n. 11371/2020

L’iscrizione di un lavoratore nell’elenco dei lavoratori agricoli svolge una mera funzione ricognitiva della relativa situazione soggettiva e di agevolazione probatoria, che viene meno  qualora l’I.N.P.S., a seguito di un controllo, disconosca l’esistenza del rapporto di lavoro, esercitando una propria facoltà (che trova conferma nel d.lgs. n. 375 del 1993, art. 9) con la conseguenza che, in tal caso, il lavoratore ha l’onere di provare l’esistenza, la durata e la natura onerosa del rapporto dedotto a fondamento del diritto all’iscrizione e di ogni altro diritto consequenziale di carattere previdenziale fatto valere in giudizio” (cfr. Cass. 10096 del 2016, nonché anche Cass. nn 27144, 27145 del 19 dicembre 2014; Cass. 26949 del 19 dicembre 2014; Cass. n. 25833 del 5 dicembre 2014; Cass., n. 23340 del 3 novembre 2014).

Si è altresì precisato che sebbene l’iscrizione negli elenchi abbia la funzione di rendere certa la qualità di lavoratore agricolo, conferendole efficacia nei confronti dei terzi, la stessa non integra una prova legale – salvo che per quanto concerne la provenienza del documento stesso e i fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o essere stati da lui compiuti – costituendo, alla stregua di qualsiasi altra attestazione proveniente dalla pubblica amministrazione, una risultanza processuale che deve essere liberamente valutata dal giudice.

Ne deriva che, quando contesti l’esistenza dell’attività lavorativa o del vincolo della subordinazione, l’ente previdenziale ha l’onere di fornire la relativa prova, cui l’interessato può replicare mediante offerta, a sua volta, di altri mezzi di prova; con l’ulteriore conseguenza che, se la prova (contraria) viene data mediante la produzione in giudizio di verbali ispettivi – i quali, a loro volta, essendo attestazioni di fatti provenienti da organi della pubblica amministrazione, sono soggetti al medesimo regime probatorio sopra illustrato per l’iscrizione negli elenchi (cfr. Cass. Sez. un. 3 febbraio 1996, n. 916 e numerose successive conformi) – l’esistenza della complessa fattispecie deve essere accertata mediante la comparazione e il prudente apprezzamento di tutti i contrapposti elementi acquisiti alla causa.


Cass. n. 15773/2019

L’iscrizione nell’elenco dei lavoratori agricoli assolve una funzione di agevolazione probatoria che viene meno qualora l’INPS, a seguito di un controllo, disconosca l’esistenza di un rapporto di lavoro esercitando una propria facoltà, che trova fondamento nell’art. 9 del d.lgs. n. 375 del 1993, con la conseguenza che, in tal caso, il lavoratore ha l’onere di provare l’esistenza, la durata e la natura onerosa del rapporto dedotto a fondamento del diritto di iscrizione e di ogni altro diritto consequenziale di carattere previdenziale fatto valere in giudizio (vedi Cass. n. 12001 del 16/05/2018, nonché Cass. n. 10096 del 2016; Cass. nn. 27144, 27145 del 19/12/2014; Cass. n. 26949 del 19/12/2014; Cass. n. 25833 del 5/12/2014; Cass. n.23340 del 3/11/2014).


Cass. n. 3805/2019

Deve essere esclusa la natura di imprenditori agricoli agli enti pubblici economici come i consorzi di bonifica, i quali perseguono fini economici non solamente agricoli, anche se con attività in parte strumentali all’agricoltura, con la conseguenza che al rapporto di lavoro dei loro dipendenti si applica la disciplina sui contratti a termine – in particolare, la regola sull’onere di specificazione delle ragioni giustificatrici ex art. 1 del d.lgs. n. 368 del 2001 – senza che osti la disposizione che esclude dall’applicazione della disciplina stessa i rapporti instaurati dai “datori di lavoro dell’agricoltura”.

Tale principio non può che valere anche per gli enti pubblici non economici, quale un ente locale (Cass. 12242 del 2012 (conf. Cass. 29061 del 2017).


Cass. 22658/2018

La disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato, quale prevista dalla legge n. 230 del 1962, non trova applicazione nel caso di rapporti di lavoro agricolo (conformi, tra le altre, Cass. lav. n. 5754 del 19/04/2001 e n. 11795 del 06/08/2002),.

Nel settore del lavoro agricolo la regola è il rapporto a tempo determinato – con conseguente onere a carico del lavoratore della prova della sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato – al quale non si applica la legge n. 230 del 1962.

Per contro, non riguardano la fattispecie qui in esame i precedenti di questa Corte relativi ai Consorzi di bonifica, avendo questi natura di ente pubblico, secondo Cass. lav. n. 12242 del 17/07/2012, non essendo essi imprenditori agricoli, ma perseguendo fini economici non solamente agricoli, anche se con attività in parte strumentali all’agricoltura, di modo che, inoltre, secondo Cass. lav. n. 15494 del 14/07/2011, al rapporto di lavoro dei dipendenti dei consorzi di bonifica è applicabile la disciplina sui contratti a termine di cui alla legge n. 230 del 1962, e in particolare la prescrizione dell’atto scritto a norma dell’art. 1, poiché la disposizione dell’art. 6, che esclude dalla disciplina della stessa legge i rapporti tra “datori di lavoro dell’agricoltura e salariati fissi comunque denominati” – e in base ad una necessaria interpretazione estensiva tutti i lavoratori agricoli- è applicabile ai lavoratori alle dipendenze di imprese definibili come agricole a norma dell’art. 2135 cod. civ., mentre gli enti di bonifica -anche se talvolta ricondotti dalla legge al settore agricolo ai fini previdenziali- non sono imprenditori agricoli).


Cass. n. 13677/2018

L’iscrizione di un lavoratore nell’elenco dei lavoratori agricoli svolge una mera funzione ricognitiva della relativa situazione soggettiva e di agevolazione probatoria, che viene meno qualora l’I.N.P.S., a seguito di un controllo, disconosca l’esistenza del rapporto di lavoro, esercitando una propria facoltà (che trova conferma nel d.lgs. n. 375 del 1993, art. 9) con la conseguenza che, in tal caso, il lavoratore ha l’onere di provare l’esistenza, la durata e la natura onerosa del rapporto dedotto a fondamento del diritto all’iscrizione e di ogni altro diritto consequenziale di carattere previdenziale fatto valere in giudizio” (cfr. Cass. 10096 del 2016, nonché anche Cass. nn. 27144, 27145 del 19 dicembre 2014; Cass. 26949 del 19 dicembre 2014; Cass. n. 25833 del 5 dicembre 2014; Cass., n. 23340 del 3 novembre 2014).

Il principio è confermato da quanto già affermato dalle Sezioni unite di questa Corte n. 1133 del 26 ottobre 2000 e nn.1186, 1187 e 1188 del 17 novembre 2000 secondo cui “il rapporto giuridico assicurativo nei confronti dell’ente previdenziale sorge come diretta conseguenza di un’attività di lavoro, subordinata o autonoma svolta da un determinato soggetto: l’attività lavorativa, quindi, costituisce il presupposto (o l’elemento) essenziale per la nascita del rapporto”; tuttavia in taluni casi la legge prevede, per la nascita del rapporto, la presenza di ulteriori presupposti”.

Così per il lavoro in agricoltura lo svolgimento di un minimo di giornate lavorative nell’anno deve essere certificato dall’iscrizione negli elenchi nominativi di cui al R.D. 24 settembre 1940 n. 1949 che ha stabilito la compilazione per ogni comune di elenchi nominativi dei lavoratori subordinati dell’agricoltura, distinti per qualifiche, con il relativo compito di accertamento affidato dapprima a commissioni comunali, quindi attribuito agli Uffici provinciali SCAU (Servizio per i contributi agricoli unificati).

Se poi è vero che l’iscrizione negli elenchi ha la funzione di rendere certa la qualità di lavoratore agricolo, conferendole efficacia nei confronti dei terzi, la stessa non integra una prova legale – salvo che per quanto concerne la provenienza del documento stesso e i fatti che il pubblico ufficiale attesta essere avvenuti in sua presenza o essere stati da lui compiuti – costituendo, alla stregua di qualsiasi altra attestazione proveniente dalla pubblica amministrazione, una risultanza processuale che deve essere liberamente valutata dal giudice.

Ne deriva che, quando contesti l’esistenza dell’attività lavorativa o del vincolo della subordinazione, l’ente previdenziale ha l’onere di fornire la relativa prova, cui l’interessato può replicare mediante offerta, a sua volta, di altri mezzi di prova; con l’ulteriore conseguenza che, se la prova (contraria) viene data mediante la produzione in giudizio di verbali ispettivi – i quali, a loro volta, essendo attestazioni di fatti provenienti da organi della pubblica amministrazione, sono soggetti al medesimo regime probatorio sopra illustrato per l’iscrizione negli elenchi (cfr. Cass. Sez. un. 3 febbraio 1996, n. 916 e numerose successive conformi) – l’esistenza della complessa fattispecie deve essere accertata mediante la comparazione e il prudente apprezzamento di tutti i contrapposti elementi acquisiti alla causa.


Cass. n. 5391/2018

La giurisprudenza formatasi sulla nuova formulazione recata dall’art. 2135 cod.civ., ha evidenziato come il legislatore abbia, nella “subiecta materia”, inteso ampliare significativamente la nozione di imprenditore agricolo, allo scopo di rafforzare la posizione imprenditoriale dell’operatore soprattutto per le attività connesse, pur mantenendo fermo il nucleo essenziale dell’attività agricola, siccome incentrata sul «fattore terra», intesa come fattore produttivo, negando, invece la sussistenza dell’impresa agricola, allorché le attività connesse di cui all’art. 2135 assumano rilievo decisamente prevalente, sproporzionato rispetto a quelle di coltivazione , allevamento e silvicoltura (Cass. n. 16614/2016 – Cass. n. 22978/2016 – Cass. n. 24995/2010).

La suddetta nozione di imprenditore agricolo rileva ai fini dell’inquadramento previdenziale, nonché della tutela assicurativa, come desumibile dal rinvio all’art. 2135 cod. civ. operato dall’art. 207 T.U. n. 1124/65.

Il Collegio ritiene di dover dare continuità a tale consolidato orientamento, in considerazione, anche , del tenore letterale del novellato art. 2135 cod. civ., che, con il richiamo alle attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico, ha, all’evidenza, inteso ricomprendere tra le attività complementari, anche quelle attività che non presentino una connessione necessaria tra produzione e utilizzazione del fondo, essendo, invece, sufficiente che intercorra un mero collegamento funzionale e meramente strumentale con il terreno, al di fuori di una stretta connessione reale, come richiesta dalla previgente normativa.