Cass. SS.UU. n. 1867/2020

Con specifico riguardo ai collaboratori fissi, si è più volte espressa la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha riconosciuto la natura subordinata del rapporto di lavoro giornalistico non quotidiano del collaboratore fisso, a condizione che sussistano i requisiti di cui all’art. 2 del C.C.N.L. di categoria del 1959, consistenti «nella continuità della prestazione, intesa come svolgimento di un’attività non occasionale, rivolta ad assicurare le esigenze formative e informative di uno specifico settore, nella responsabilità di un servizio, che implica la sistematica redazione di articoli su specifici argomenti o rubriche; nel vincolo di dipendenza, per effetto del quale l’impegno del collaboratore di porre la propria opera a disposizione del datore di lavoro permane anche negli intervalli fra una prestazione e l’altra» (Cass. 17/06/1997, n. 5432; Cass.27/6/1990, n. 6512; più di recente, Cass. 13/11/2018, n.29182; Cass. 20/05/2014, n. 11065).

Il collaboratore fisso assicura una semplice continuità dell’apporto, limitato di regola ad offrire servizi inerenti ad un settore informativo specifico di competenza (ancora Cass. n. 29182/2018 cit.); non è richiesta la quotidianità, nel senso che non è tenuto a garantire la sua presenza giornaliera in redazione, né a partecipare alla «cucina» redazionale, né a rispettare un rigido orario di lavoro, sia pur nell’imprescindibile rispetto dei tempi di lavorazione del giornale e rimanendo a disposizione dell’azienda anche negli intervalli tra più prestazioni.

L’idea di fondo che tra le due figure (quella del collaboratore fisso e quella del redattore) vi sia una differenza non meramente quantitativa – segnata solo dalla quotidianità della prestazione – ma anche qualitativa, in ragione del maggior apporto professionale richiesto al redattore rispetto al collaboratore fisso, è alla base di alcune pronunce di questa Corte che, pur muovendo dalla constatazione dell’esistenza di elementi comuni caratterizzanti le due figure professionali, ha comunque ravvisato un rapporto di sovraordinazione dell’una rispetto all’altra, con la conseguenza che «ben può il giudice di merito, al quale sia stato richiesto in giudizio il riconoscimento della qualifica di redattore, prendere in esame le concrete modalità di esercizio dell’attività lavorativa, così come dedotte dallo stesso lavoratore e risultanti acquisite al giudizio in esito a regolare contraddittorio, al fine del riconoscimento della qualifica di collaboratore fisso, senza che sia perciò configurabile una violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, giacché, in tal caso, il giudice, sulla base degli stessi fatti oggettivi dedotti dal lavoratore, si limita, nell’ambito del principio iura novit curia, ad individuare l’esatta qualificazione giuridica del rapporto di lavoro in contestazione (Cass. 09/06/2000, n. 7931; Cass. 17/04/1990, n. 3168).

In questa differenziazione di ruoli all’interno dell’azienda editoriale, in cui il redattore fornisce un contributo di maggiore esperienza e professionalità, si giustifica la scelta della contrattazione collettiva di attribuire la relativa qualifica solo al giornalista professionista (art. 5) e di richiederne l’utilizzazione nell’ambito di determinate posizioni.

Le caratteristiche del collaboratore fisso sono solo quelle delineate dall’art. 2 C.N.L.G. (continuità di prestazione, vincolo di dipendenza e responsabilità di un servizio) ed esse appaiono del tutto compatibili con quelle descritte dall’art. 1, I. n. 69 del 1963 (attività giornalistica non occasionale e retribuita, e non necessariamente esclusiva, potendo il pubblicista esercitare anche altre professioni o impieghi).

E come il pubblicista «può, ma, evidentemente, non deve svolgere altra attività professionale» (secondo quanto affermato da autorevole dottrina), altrettanto il collaboratore fisso può ma non deve essere occupato in altri impieghi o professioni, non essendo la mancanza di esclusività (l’unico) elemento qualificante della sua prestazione.

“In tema di rapporto di lavoro giornalistico, l’attività del collaboratore fisso espletata con continuità, vincolo di dipendenza e responsabilità di un servizio rientra nel concetto di “professione giornalistica”. Ai fini della legittimità del suo esercizio è condizione necessaria e sufficiente la iscrizione del collaboratore fisso nell’albo dei giornalisti, sia esso elenco dei pubblicisti o dei giornalisti professionisti: conseguentemente, non è affetto da nullità per violazione della norma imperativa contenuta nell’art. 45 L. n. 69/1963 il contratto di lavoro subordinato del collaboratore fisso, iscritto nell’elenco dei pubblicisti, anche nel caso in cui svolga l’attività giornalistica in modo esclusivo”.


Cass. n. 15610/2019

Non configura un demansionamento la riduzione del numero di articoli affidati al collaboratore fisso, in presenza dello svolgimento dell’attività con i caratteri tipici delle mansioni di inquadramento, non essendo rinvenibile, né nella legge, né nelle pattuizioni collettive, il diritto del collaboratore ad un certo numero di pezzi annuo.


Cass. n. 14262/2019

E’ legittima l’attività giornalistica svolta, anche in modo esclusivo e continuativo, dal collaboratore fisso iscritto nell’elenco dei pubblicisti (n.d.r. la Corte ha definito la questione in senso opposto a quanto ritenuto da Cass. n. 3177/2019 – v. intra – e pertanto ha rimesso gli atti al Primo Presidente, ai sensi e per gli effetti dell’art. 374 c.p.c., per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite).

Il principio per cui  l’attività di giornalista professionista espletata di fatto da soggetto non iscritto nell’elenco dei professionisti è sanzionata con la nullità del contratto (Cass. n. 5370 del 1998; n. 7020 del 2000; 12820 del 2002; n. 23472 del 2007; n. 21884 del 2016; n. 10158 del 2017) è valevole solo per l’esercizio dell’attività giornalistica di redattore: “Per l’esercizio dell’attività giornalistica di redattore ordinario è necessaria l’iscrizione nell’albo dei giornalisti professionisti, sicché il contratto giornalistico concluso con un redattore ivi non iscritto è nullo non già per illiceità della causa o dell’oggetto, ma per violazione di norme imperative; ne consegue che, per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, detta nullità non produce effetti ex art. 2126 c.c. ed il lavoratore ha diritto, ai sensi dell’art. 36 Cost., alla giusta retribuzione, la cui determinazione spetta al giudice di merito” (cfr. Cass. n. 27608 del 2006; n. 23638 del 2010; n. 21884 del 2016; n. 10158 del 2017).

Nessuno dei precedenti finora citati ha esaminato la questione della necessità di iscrizione nell’elenco professionisti dell’albo anche per il valido esercizio dell’attività giornalistica come collaboratore fisso.

Anzi, alcune pronunce (relative al testo legislativo anteriore alla modifica del 2016) sembrano dare per scontato che chi svolga attività giornalistica come collaboratore fisso possa essere iscritto nell’elenco professionisti o nell’elenco pubblicisti dell’albo.

In tal senso Cass. n. 12252 del 2003 ove si legge: “…questa Corte ha affermato che la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato di collaborazione fissa, fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio, tali requisiti sussistendo quando il soggetto, sebbene non impegnato in una attività quotidiana, che contraddistingue invece quella del redattore, adempia l’incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte al soddisfacimento di esigenze informative di uno specifico settore di vita sociale o di specifici argomenti di informazione e assumendo la responsabilità del servizio attraverso la redazione sistematica di articoli o con la tenuta di rubriche, con il conseguente affidamento dell’impresa giornalistica, che si assicura così la copertura dell’area informativa in questione, contando per il perseguimento degli obiettivi editoriali sulla disponibilità del lavoratore anche nell’intervallo tra una prestazione e l’altra” (nello stesso senso Cass. n. 3168 del 1990; n. 7020 del 2000).

La differenza anche qualitativa delle mansioni attribuibili al giornalista professionista e al pubblicista è, d’altra parte, il riflesso del diverso percorso professionale previsto dalla legge n. 69 del 1963 per le due figure. Il primo è tenuto a svolgere il periodo di praticantato (art. 34, L. n. 69 del 1963) e a superare una prova di idoneità professionale (art. 32), mentre il pubblicista deve unicamente documentare, attraverso giornali e periodici contenenti scritti a sua firma e certificati dei direttori delle pubblicazioni, di aver svolto attività pubblicistica regolarmente retribuita da almeno due anni (art. 35).

Da quanto detto emerge come il discrimine tra la professione di giornalista professionista e quella di pubblicista, secondo l’art. 45 della legge n. 69 del 1963, come sostituito dalla L. n. 198 del 2016, debba essere individuato attraverso le diverse qualifiche e mansioni che, secondo il dettato di legge e di contratto collettivo, risultano a ciascuna figura attribuibili e non possa dipendere unicamente dal dato fattuale quantitativo dell’esclusività o meno dell’impegno in concreto profuso.

Con la conseguenza che il dato fattuale, dello svolgimento in modo esclusivo dell’attività di collaboratore fisso, non può costituire criterio univoco per attrarre l’esercizio di attività nella professione del giornalista professionista, a cui, in realtà, sono riservati compiti diversi e più complessi.

A parere di questo collegio, dal punto di vista sistematico, non è ravvisabile alcuna ragione logica e giuridica per cui il collaboratore fisso debba necessariamente essere un giornalista professionista e non possa essere un pubblicista, anche ove eserciti di fatto l’attività in modo esclusivo, per scelta o per necessità, risultando le caratteristiche delineate dall’art. 2 c.n.l.g. (continuità di prestazione, vincolo di dipendenza e responsabilità di un servizio) assolutamente compatibili con quelle descritte dall’art. 1, L. n. 69 del 1963 (attività giornalistica non occasionale e retribuita, e non necessariamente esclusiva, potendo il pubblicista esercitare anche altre professioni o impieghi).


Cass. n. 7044/2019

Ai sensi dell’art. 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico del 10 gennaio 1959, reso efficace ‘erga omnes’ con il d.P.R. 16 gennaio 1961 n. 153, la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato di collaborazione fissa, fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio, tali requisiti sussistendo quando il soggetto, sebbene non impegnato in un’attività quotidiana, che contraddistingue invece quella del redattore, adempia l’incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte ad esigenze informative di un determinato settore di vita sociale e assumendo la responsabilità del servizio; e l’accertamento della sussistenza di un tale rapporto implica sia l’impegno di redigere normalmente, e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non venga meno nell’intervallo fra una prestazione e l’altra, tenendosi conto peraltro delle esigenze insite nel servizio svolto, sia, infine, l’inserimento sistematico del soggetto nell’organizzazione aziendale”, (v. Cass. 27 maggio 2000, n. 7020; cfr. anche Cass. 9 giugno 2000, n. 7931; Cass. 14 dicembre 2002, n. 17914; Cass. 9 marzo 2004, n. 4797; Cass. 23 marzo 2004, n. 5807).


Cass. n. 3177/2019

La differenza tra collaboratore fisso e redattore è stata delineata in Cass. 21 ottobre 2015, n. 21424 nei seguenti termini:

«Nel lavoro giornalistico subordinato è stato posto in rilievo il carattere collettivo dell’opera redazionale, stante la peculiarità dell’orario di lavoro e dei vincoli posti dalla legge per la pubblicazione del giornale e la diffusione delle notizie (Cass. 9 giugno 1998 n. 5693), con la puntualizzazione che la figura professionale del redattore, implica pur essa il particolare inserimento della prestazione lavorativa nell’organizzazione necessaria per la compilazione del giornale, vale a dire in quella apposita e necessaria struttura costituita dalla redazione, caratterizzata dalla funzione di programmazione e formazione del prodotto finale e delle attività organizzate a tal fine, quali la scelta e la revisione degli articoli, la collaborazione all’impaginazione, la stesura dei testi redazionali ed altre attività connesse (vedi in motivazione, Cass. 21 ottobre 2000 n.13945, cui acide Cass. 6 maggio 2015 n. 9119), che si realizza nella quotidianità dell’impegno lavorativo, a differenza di quella che connota l’attività del collaboratore fisso di cui all’art. 2 c.n.l.g. che richiede solo la continuità della prestazione (cfr. Cass. 8 febbraio 2011, n. 3037)».

Dunque, alla stregua di detta giurisprudenza il know how richiesto per fare il redattore o il collaboratore fisso ‘giornalista’ professionista è lo stesso: evidentemente esso non cambia sol per l’esistenza o meno d’un vincolo di presenza quotidiana.

In altre parole, quanto alla professionalità non vi sono differenze qualitative tra redattore e collaboratore fisso ove quest’ultimo svolga l’attività giornalistica con le caratteristiche della continuità ed esclusività (v. art. 1 I. n. 69/1963).

Diverso è il ruolo del pubblicista, che è un giornalista non professionale (per l’iscrizione nell’elenco dei pubblicisti non è necessario alcun esame, ma solo l’avvenuta pubblicazione di taluni articoli su testate giornalistiche; inoltre, i pubblicisti hanno la possibilità di avere diversi impieghi in più campi).

Del pari diverso è il know how richiesto per fare il pubblicista (che non deve né provvedere alla compilazione quotidiana del giornale né essere responsabile d’un dato servizio).

L’attività di giornalista svolta da un collaboratore fisso in modo continuativo ed esclusivo a scopo di guadagno (v. art. 1, comma 2, legge n. 69/1963) rientra pur sempre nel concetto di ‘professione di giornalista’ e, in quanto tale, è bisognosa di previa iscrizione nell’elenco dei giornalisti professionisti a pena di nullità del contratto (secondo la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità: v. la già citata Cass. 29 dicembre 2006, n. 27608, nonché la già citata Cass. n. 23472/2007).


Cass. n. 839/2019

Il fatto di occuparsi in modo indistinto di tutti gli avvenimenti relativi alla zona a lui assegnata, e non di specifici settori, segna la principale distinzione tra il corrispondente ed il collaboratore fisso ex art. 2, dal quale il corrispondente, che è un giornalista operante in una località diversa da quella ove ha sede la redazione del giornale, si distingue per il fatto di non avere un campo di attività specializzato, fornendo, in relazione agli avvenimenti della zona assegnatagli, notizie e servizi interessanti le materie più disparate.


Cass. n. 32699/2018

Ai sensi dell’art. 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico del 10 gennaio 1959, reso efficace “erga omnes” con il d.P.R. 16 gennaio 1961 n. 153, la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato di collaborazione fissa, fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio, tali requisiti sussistendo quando il soggetto, sebbene non impegnato in un’attività quotidiana, che contraddistingue invece quella del redattore, adempia l’incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte ad esigenze informative di un determinato settore di vita sociale e assumendo la responsabilità del servizio; e l’accertamento della sussistenza di un tale rapporto implica sia l’impegno di redigere normalmente, e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non venga meno nell’intervallo fra una prestazione e l’altra, tenendosi conto peraltro delle esigenze insite nel servizio svolto, sia, infine, l’inserimento sistematico del soggetto nell’organizzazione aziendale”, (Cass. n. 7020 del 2000; cfr. anche Cass. n. 7931 del 2000; Cass. n. 4797 del 2004).

La Corte di merito si è attenuta ai suddetti principi ed ha escluso che ricorresse nel caso di specie il vincolo di dipendenza sul rilievo della “inesistenza di un obbligo di rendersi disponibile per soddisfare le esigenze aziendali anche negli intervalli temporali tra una prestazione e l’altra”, per essere le richieste rivolte dalla redazione alla giornalista, di scrivere talora articoli in tempi brevi, formulate non con le modalità tassative proprie della subordinazione bensì “come semplici proposte, cui l’appellante era libera di aderire o meno”.


Cass. n. 32153/2018

La distinzione tra i compiti del redattore e quelli del collaboratore fisso ex art. 2 c.c.n.l.g. è ancorata sia al carattere quotidiano della prestazione del primo, esigendosi per il collaboratore solo il  diverso requisito della “continuità”, sia al fatto che solo al primo è richiesto il coinvolgimento nella cd. cucina redazionale, implicante la più ampia elaborazione del prodotto da editare, sotto il profilo della definitiva revisione e selezione degli articoli e sotto il profilo della composizione del giornale da pubblicare (Cass.08/02/2011 n. 3037; Cass. 25/06/2009 n. 14931; Cass. 09/03/2004 n. 4797).

Il collaboratore fisso da identificarsi nel giornalista che, pur non assicurando una attività giornaliera, fornisca con continuità ai lettori un flusso di notizie attraverso la redazione sistematica di articoli o la tenuta di rubriche, ha diritto, ai sensi dell’art. 2, comma 4, del c.c.n.l. lavoro giornalistico, ad una retribuzione collegata al numero di collaborazioni fornite, ossia al numero di articoli redatti o rubriche tenute, nonché all’impegno di frequenza e alla natura e all’importanza delle materie trattate, ferma restando la soglia minima di quattro od otto collaborazioni al mese.

Ove il numero delle collaborazioni sia particolarmente elevato e superiore a quello pattuito, il giudice, ai fini della equa determinazione della retribuzione, non può limitarsi ad un aumento proporzionale della stessa in rapporto al maggior numero di articoli o rubriche rispetto a quelli concordati, dovendo anche tenere conto di tutti gli altri parametri previsti dalla disposizione collettiva ( Cass. 09/01/2014 n. 290) (conf. Cass. 3177/2019).

E’ stato, quindi, ritenuto che potrebbe pertanto effettivamente risultare violato, nel quomodo, il canone di proporzionalità e di equa determinazione della retribuzione laddove si provvedesse a tale adeguamento dividendo semplicemente il compenso pattuito per le collaborazioni previste, moltiplicandolo quindi per tutti gli articoli o pezzi giornalistici prodotti, senza congruamente accertare l’impegno di frequenza richiesto e la natura ed importanza delle materie trattate che parimenti contribuiscono, in base al c.c.n.l.g. (art. 2, comma 4), a quantificare la retribuzione dovuta (Cass. n. 290/2014, in motivazione).


Cass. n. 30265/2018

Ai sensi dell’art. 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico del 10 gennaio 1959, reso efficace “erga omnes” con il d.P.R. 16 gennaio 1961 n. 153, la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato di collaborazione fissa, fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio, tali requisiti sussistendo quando il soggetto, sebbene non impegnato in un’attività quotidiana, che contraddistingue invece quella del redattore, adempia l’incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte ad esigenze informative di un determinato settore di vita sociale e assumendo la responsabilità del servizio; e l’accertamento della sussistenza di un tale rapporto implica sia l’impegno di redigere normalmente, e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non venga meno nell’intervallo fra una prestazione e l’altra, tenendosi conto peraltro delle esigenze insite nel servizio svolto, sia, infine, l’inserimento sistematico del soggetto nell’organizzazione aziendale”, (Cass. n. 7020 del 2000; cfr. anche Cass. n. 7931 del 2000; Cass. n. 4797 del 2004).

La Corte di merito si è attenuta ai suddetti principi ed ha riconosciuto la sussistenza nel caso di specie dei requisiti di cui all’art. 2 c.n.l.g. per la continuità della prestazione, stabilmente prestata da oltre trent’anni e con le medesime cadenze (due o tre articoli settimanali sulla squadra di calcio Savoia, il notiziario da pubblicare in giorni prestabiliti), la responsabilità di un settore informativo, nel caso di specie composto dalle notizie calcistiche e dagli eventi sportivi della zona di Torre Annunziata, il vincolo di dipendenza “desumibile dall’essere a disposizione per le esigenze informative diverse ed ulteriori da quelle normalmente affidategli … e dall’avere sempre ottemperato agli incarichi commissionatigli”, ed ulteriormente comprovato dall’uso delle attrezzature aziendali e dalla percezione di un rimborso spese fisso, in aggiunta al compenso per i singoli pezzi.


Cass. n. 29379/2018

Non osta all’accertamento dell’esistenza di un rapporto subordinato di collaborazione fissa la circostanza che il ricorrente abbia chiesto di essere qualificato come redattore ordinario, in quanto l’individuazione della qualifica, nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato del quale è stato domandato l’accertamento, è compito del giudice, il quale ben può, a fronte di una richiesta di qualifica superiore (come quella di redattore ai sensi dell’art. 1 del contratto giornalistico), ritenere sussistente una qualifica diversa (come quella di collaboratore fisso ai sensi dell’art. 2 dello stesso contratto): cfr., fra le molte, Cass. n. 3168/1990).


Cass. n. 29182/2018

Ai fini della distinzione del redattore dalle altre figure di giornalisti si è ritenuto imprescindibile il requisito della quotidianità della prestazione in contrapposizione alla semplice sua continuità, caratterizzante la figura del collaboratore fisso; quest’ultima, ai sensi dell’art. 2 c.n.l.g. del 10.1.59, reso efficace “erga omnes” con il D.P.R. n. 153 del 1961, “esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio, tali requisiti sussistendo quando il soggetto, sebbene non impegnato in un’attività quotidiana, che contraddistingue invece quella del redattore, adempia l’incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte ad esigenze informative di un determinato settore di vita sociale e assumendo la responsabilità del servizio; e l’accertamento della sussistenza di un tale rapporto implica sia l’impegno di redigere normalmente, e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non venga meno nell’intervallo fra una prestazione e l’altra, tenendosi conto peraltro delle esigenze insite nel servizio svolto, sia, infine, l’inserimento sistematico del soggetto nell’organizzazione aziendale”, (Cass. n. 11065 del 2014; Cass n. 4797 del 2004; Cass. n. 833 del 2001; Cass. n. 7020 del 2000; Cass. n. 7931 del 2000).

Il collaboratore fisso, secondo la definizione di cui all’art. 2 c.n.l.g., è incaricato di “soddisfare le esigenze formative o informative riguardanti uno specifico settore di sua competenza” (cfr. Cass. n. 11065 del 2014; Cass. n. 4797 del 2004; Cass. n. 7931 del 2000).


Cass. n. 26676/2018

Ai sensi di quanto disposto dall’art. 2 CCNLG, il compenso del collaboratore fisso deve quantificarsi tenendo conto sia dei parametri indicati nella disposizione contrattuale e cioè l’importanza delle materie trattate, il tipo, la qualità e quantità delle collaborazioni» (cfr. Cass. n. 290/2014) sia della circostanza che le disposizioni contrattuali forniscono la soglia minima relativa a collaborazioni di 4 o 8 pezzi al mese e rientra nei poteri di apprezzamento discrezionale del giudice di merito individuare un logico criterio per il compenso di un numero maggiore di collaborazioni, tenendo conto di tutti i parametri sopra evidenziati» (Cass. n. 290/2014 cit. che richiama Cass. n. 17403/2011; in motivazione, anche Cass. n. 8257/2017).


Cass. n. 9961/2018

La figura del collaboratore fisso si caratterizza per un’attività giornalistica continuativa che ha per oggetto il controllo della notizia, la sua elaborazione e quindi la stesura del pezzo o dell’articolo, con modalità di acquisizione delle notizie e verifica delle stesse su un particolare tema, che non necessariamente devono essere espletate in redazione (cfr., fra le altre, Cass. 13 novembre 2017, n. 26760).

Non a caso, tale figura non è incompatibile con attività giornalistica svolta contemporaneamente anche per altre testate e la pur assidua frequentazione della redazione può avere le più varie giustificazioni, tra cui profili di autonoma determinazione del giornalista e, ad esempio, di facoltativa utilizzazione, da parte del giornalista, di opportunità logistiche messe a disposizione dalla redazione della testata (Cass. n. 26760 del 2017 cit.).

Per la configurabilità della qualifica di collaboratore fisso, di cui all’art. 2 del C.N.L.G. è stato altresì rimarcato che la responsabilità di un servizio va intesa come l’impegno del giornalista di trattare, con continuità di prestazioni, uno specifico settore o specifici argomenti d’informazione, onde deve ritenersi tale colui che mette a disposizione le proprie energie lavorative, per fornire con continuità ai lettori della testata un flusso di notizie in una specifica e predeterminata area dell’informazione, attraverso la redazione sistematica di articoli o con la tenuta di rubriche, con conseguente affidamento dell’impresa giornalistica, che si assicura così la copertura di detta area informativa, rientrante nei propri piani editoriali e nella propria autonoma gestione delle notizie da far conoscere, contando, per il perseguimento di tali obiettivi, sulla piena disponibilità del lavoratore, anche nell’intervallo tra una prestazione e l’altra (cfr. Cass. 3 maggio 2017, n. 10685).


Cass. n. 26760/2017

Il collaboratore fisso è colui “che mette a disposizione le proprie energie lavorative, per fornire con continuità ai lettori della testata un flusso di notizie in una specifica e predeterminata area dell’informazione, attraverso la redazione sistematica di articoli o con la tenuta di rubriche, con conseguente affidamento dell’impresa giornalistica, che si assicura così la “copertura” di detta area informativa, rientrante nei propri piani editoriali e nella propria autonoma gestione delle notizie da far conoscere, contando, per il perseguimento di tali obiettivi, sulla piena disponibilità del lavoratore, anche nell’intervallo tra una prestazione e l’altra” (così Cass. 11065/2014 ).