La sentenza n. 28287/2019  affronta la questione della rilevanza della buona fede (richiamata dall’art. 3, L. n. 689/1981) nell’illecito amministrativo, confermandone la natura residuale rispetto ad una generale presunzione di colpevolezza in chi ponga in essere o manchi di impedire un fatto vietato (Cass. SS.UU. n. 10508 del 6/10/1995).

I principi evidenziati dalla Suprema Corte, tratti dai precedenti esistenti in materia sono così riassumibili:

        – l’esimente della buona fede non trova applicazione quando l’affidamento relativo alla liceità della condotta, dipende dalla concomitanza di una pluralità di fattori, tra i quali l’imprudente comportamento dell’autore della violazione;

      – non sussiste l’esimente della buona fede come causa di esclusione della responsabilità, ove sia esclusa la sussistenza di atti positivi dell’Amministrazione competente concedere l’autorizzazione, volti a creare un ragionevole affidamento sulla legittimità della condotta contestata;

        – l’esimente della buona fede rileva come causa di esclusione della responsabilità amministrativa solo quando sussistano elementi positivi idonei ad ingenerare nell’autore della violazione il convincimento della liceità della sua condotta e risulti che il trasgressore abbia fatto tutto il possibile per conformarsi al precetto di legge onde nessun rimprovero possa essergli mosso;

        –  la sufficienza, al fine d’integrare l’elemento soggettivo della violazione comporta che, al fine di escludere la responsabilità dell’autore dell’infrazione, non basta uno stato di ignoranza circa la sussistenza dei relativi presupposti, ma occorre che tale ignoranza sia incolpevole, cioè non superabile dall’interessato con l’uso dell’ordinaria diligenza.