Cass. n. 8801/2020

E’ noto, per principio di diritto comunemente ritenuto che, in tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che contesti la richiesta risarcitoria pervenutagli dal lavoratore sia onerato, pur con l’ausilio di presunzioni semplici, della prova dell’aliunde perceptum o dell’aliunde percipiendum, a nulla rilevando la difficoltà di ta!e tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall’azienda, dovendosi escludere che il lavoratore abbia l’onere di farsi carico di provare una circostanza, quale la nuova assunzione a seguito del licenziamento, riduttiva del danno patito (Cass. 17 novembre 2010, n. 23226; Cass. 12 maggio 2015, n. 9616); e che la deduzione dell’aliunde non integri un’eccezione in senso stretto, ben potendo essere rilevata dal giudice anche in assenza di eccezione di parte, comunque presupponendo l’allegazione da parte del datore di lavoro di circostanze di fatto specifiche (Cass. 4 dicembre 2014, n. 25679), sulla base di indicazioni puntuali, essendo inammissibili richieste probatorie generiche o meramente esplorative (Cass. 31 gennaio 2017, n. 2499)  (n.d.r.: il principio è riferito a licenziamento intimato antecedentemente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012).


Cass. n. 8799/2020

Non sono deducibili a titolo di aliunde perceptum dal risarcimento del danno per mancata costituzione del rapporto di lavoro le somme che traggono origine dal sistema di sicurezza sociale che appronta misure sostitutive del reddito in favore del lavoratore, considerato che l’ eventuale non debenza dà luogo ad un indebito previdenziale ripetibile, nei limiti di legge, dall’Istituto previdenziale (cfr., tra le altre, Cass. n. 14878 del 7.6.2018, Cass. n. 9724 del 18/4/2017, Cass. n. 7794 del 27/03/2017).

La indennità percepita a titolo di cassa integrazione opera su un piano diverso dagli incrementi patrimoniali che derivino al lavoratore dall’essere stato liberato, anche se illegittimamente, dall’obbligo di prestare la sua attività, dando luogo la sua eventuale non spettanza ad un indebito previdenziale, ripetibile nei limiti di legge (esattamente in termini, in riferimento alla stessa vicenda circolatoria aziendale: Cass. 27 marzo 2017, n. 7794, sia pure con qualificazione del trattamento economico a titolo risarcitorio, secondo indirizzo superato).

Un tale arresto è evidentemente indipendente dalla qualificazione del trattamento economico dovuto al lavoratore illegittimamente trasferito, in una con il compendio aziendale cui é addetto, dal datore cedente al cessionario (con ordine di ripristino del rapporto al datore tuttavia ad esso inadempiente) di natura risarcitoria (secondo il precedente indirizzo: Cass. 17 luglio 2008 n. 19740; Cass. 9 settembre 2014 n. 18955; Cass. 30 maggio 2016 n. 11095; Cass. 27 marzo 2017, n. 7794), piuttosto che retributiva (Cass. 31 maggio 2018, n. 14019 e Cass. 1 giugno 2018, n. 14136, estensione del principio di diritto affermato da Cass. s.u. 7 febbraio 2018, n. 2990, con indirizzo avallato anche da Corte cost. 28 febbraio 2019, n. 29) (n.d.r. medesimo principio affermato in relazione all’indennità di mobilità da Cass. n. 8949/2020).


Cass. n. 34124/2019

In base a consolidati e condivisi orientamenti di questa Corte i principi applicabili in materia possono essere ricostruiti come segue (Cass. n. 23430 del 2017):

a) l’eccezione con la quale il datore di lavoro deduca che il dipendente illegittimamente estromesso dall’azienda ha percepito un altro reddito per effetto di una nuova occupazione (aliunde perceptum) ovvero deduca la colpevole astensione del lavoratore da comportamenti idonei ad evitare l’aggravamento del danno (aliundepercipiendum) non fa valere alcun diritto sostanziale di impugnazione, né l’eccezione stessa è identificabile come oggetto di una specifica disposizione di legge che ne faccia riserva in favore della parte, sicché, allorquando vi sia stata rituale allegazione dei fatti rilevanti e gli stessi possano ritenersi incontroversi o dimostrati per effetto di mezzi di prova legittimamente disposti, il giudice può trarne d’ufficio — anche nel silenzio della parte interessata ed anche se l’acquisizione possa ricondursi ad un comportamento della controparte — tutte le conseguenze cui essi sono idonei ai fini della quantificazione del danno lamentato dal dipendente (vedi, per tutte: Cass. S.U. n. 1099 del 1998 e successiva giurisprudenza conforme);

b) tuttavia, ai fini della sottrazione dell’aliunde perceptum dalle retribuzioni dovute al lavoratore, è necessario che risulti la prova, il cui onere grava sul datore di lavoro, non solo del fatto che il lavoratore licenziato abbia assunto nel frattempo una nuova occupazione, ma anche di quanto percepito, essendo questo il fatto che riduce l’entità del danno presunto e non potendo il datore di lavoro limitarsi a richiedere al giudice l’ordine di esibizione documentale nei confronti del lavoratore per verificarne eventuali diversi redditi percepiti, in quanto allegazione e richiesta di prova non possono essere avanzate in via meramente esplorativa (Cass. n. 2499 del 2017; Cass. n. 21919 del 2010; Cass. n. 11795 del 2012; Cass. n. 5676 del 2012; Cass. n. 6668 del 2004);

c) la suddetta prova può essere fornita anche con l’ausilio di presunzioni semplici, ma ne è onerato il datore di lavoro, a nulla rilevando la difficoltà di tale tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall’azienda in quanto deve escludersi che il lavoratore abbia l’onere di farsi carico di provare una circostanza, quale una nuova assunzione, riduttiva del danno patito (vedi, per tutte: Cass. n. 9616 del 2015; Cass. n. 23226 del 2010);

d) peraltro, l’eccezione del cosiddetto aliunde percotum non integra un’eccezione in senso stretto e, pertanto, è rilevabile dal giudice anche in assenza di un’eccezione di parte in tal senso, ovvero in presenza di un’eccezione intempestiva, purché la rioccupazione del lavoratore costituisca allegazione in fatto ritualmente acquisita al processo, anche se per iniziativa del lavoratore e non del datore di lavoro (fra le tante: Cass. n. 9464 del 2009; Cass. n. 18093 del 2013;

e) inoltre ad essa si applica la regola generale secondo cui il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non solo non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ma è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati ex actis, in quanto il regime delle eccezioni si pone in funzione del valore primario del processo, costituito dalla giustizia della decisione, valore che resterebbe obliterato ove anche le questioni rilevabili d’ufficio fossero subordinate ai limiti preclusivi di allegazione e prova previsti per le eccezioni in senso stretto (Cass. S.U. n. 10531 del 2013; Cass. S.U. n. 15661 del 2005);

f) ne consegue che può tenersi conto dell’aliunde perceptum — ove si configuri come fatto sopravvenuto — anche per la prima volta nel giudizio di rinvio se soltanto in occasione del suo svolgimento sia stato possibile rilevare una tale circostanza di fatto ed essa sia stata dedotta nel primo atto difensivo utile dalla conoscenza del fatto stesso, dovendo il datore di lavoro fornire la prova del momento di acquisizione della notizia (vedi: Cass. n. 26828 del 2013; Cass. n. 20500 del 2008; Cass. n. 5893 del 1999);

g) in ogni caso, trattandosi di eccezione in senso lato, nel rito del lavoro è nella facoltà del giudice, nell’esercizio dei suoi poteri d’ufficio ex art. 421 cod. proc. civ. ammettere la prova indispensabile per decidere la causa sul punto, con riferimento ai fatti ritualmente allegati dalle parti ed emersi nel processo a seguito del contraddittorio (Cass. n. 26289 del 2013; Cass. 23 maggio 2017, n. 12907 del 2017) (n.d.r.: il principio è riferito a licenziamento intimato antecedentemente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012).


Cass. n. 31527/2019

La detraibilità dall’indennità risarcitoria prevista dal nuovo testo dell’art. 18, comma 4, Stat. lav., a titolo di aliunde percipiendum, di quanto il lavoratore avrebbe potuto percepire dedicandosi alla ricerca di una nuova occupazione, ha l’onere di allegare le circostanze specifiche riguardanti la situazione del mercato del lavoro in relazione alla professionalità del danneggiato, da cui desumere, anche con ragionamento presuntivo, l’utilizzabilità di tale professionalità per il conseguimento di nuovi guadagni e la riduzione del danno (Cass. n. 17683 del 2018), dovendosi escludere che il lavoratore abbia l’onere di farsi carico di provare una circostanza, quale la nuova assunzione a seguito del licenziamento, riduttiva del danno patito (Cass. n. 9616 del 2015 e n. 23226 del 2010).


Cass. n. 25355/2019

Il datore di lavoro che invochi l’aliunde perceptum da detrarre dal risarcimento dovuto al lavoratore deve allegare circostanze di fatto specifiche e, ai fini dell’assolvimento del relativo onere della prova su di lui incombente, è tenuto a fornire indicazioni puntuali, rivelandosi inammissibili richieste probatorie generiche o con finalità meramente esplorative ( ex plurimis, Cass. nr. 2499 del 2017) (n.d.r.: il principio è riferito a licenziamento intimato successivamente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012. Nelle ipotesi di reintegrazione previste dall’art. 18, commi 1-2 e 4, a seguito della predetta riforma, si prevede, espressamente, che l’indennità riconosciuta al lavoratore, dal giorno del licenziamento a quello di effettiva reintegrazione, debba avvenire al netto di quanto dal medesimo percepito per lo svolgimento di altre attività, rese nel periodo di estromissione).


Cass. n. 16041/2019

Nei giudizi di impugnativa di licenziamento, il cosiddetto “aliunde perceptum” non costituisce oggetto di eccezione in senso stretto ed è, pertanto, rilevabile d’ufficio dal giudice se le relative circostanze di fatto risultano ritualmente acquisite al processo, anche se per iniziativa del lavoratore (Cass. n. 18093 del 2013; n. 26828 del 2013; n. 15065 del 2001) (n.d.r. fattispecie antecedente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012).


Cass. n. 7864/2019

In tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che invochi l’aliunde perceptum da detrarre dal risarcimento dovuto al lavoratore deve allegare circostanze di fatto specifiche e, ai fini dell’assolvimento del relativo onere della prova su di lui incombente, è tenuto a fornire indicazioni puntuali, rivelandosi inammissibili richieste probatorie generiche o con finalità meramente esplorative (Cass. n. 2499 del 2017; v. pure Cass. n. 9616 del 2015).


Cass. n. 7647/2019

In particolare, in tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che contesti la richiesta risarcitoria pervenutagli dal lavoratore è onerato, pur con l’ausilio di presunzioni semplici, della prova dell’aliunde percipiendum, allo scopo di conseguire il ridimensionamento della quantificazione del danno, a nulla rilevando la difficoltà di tale tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall’azienda (Cass. n. 9616 del 2015; Cass. n. 23326 del 2010), conformemente al principio per il quale è il debitore che deve fornire la prova che il creditore avrebbe potuto evitare i danni, di cui chiede il risarcimento, usando l’ordinaria diligenza (Cass. n. 15750 del 2015).

E’ necessario dunque che il datore di lavoro alleghi circostanze di fatto specifiche (v. Cass. n. 2499 del 2017; Cass. n. 25679 del 2014), non potendo esonerarsi chiedendo al giudice di voler disporre generiche informative o di attivare poteri istruttori con finalità meramente esplorative (cfr. pure Cass. n. 4884 del 2015; Cass. n. 27424 del 2014).

Sicché, anche ove applicabile il ragionamento presuntivo, costituisce onere del datore di lavoro fornire, in sede di allegazione, circostanze specifiche con riguardo, ad esempio, alla situazione del mercato del lavoro in relazione alla professionalità del dipendente, per consentire che, in base al criterio anche presuntivo, possa risalirsi dal fatto noto alla prova del fatto ignoto (di recente v. Cass. n. 17683 del 2018).


Cass. n. 6267/2019

Qualora vi sia stato il conseguimento da parte del lavoratore di altri guadagni, occorre che esso rilevi in riferimento solo ad attività non compatibile con la continuazione della prestazione lavorativa e resa possibile dalla recuperata disponibilità di tempo, secondo le regole di cui all’art. 1223 e ss cod. civ..


Cass. n. 3655/2019

Incombe sul datore di lavoro, al fine di veder ridurre il risarcimento del danno ex art. 1227 c.c., l’onere di dimostrare la percezione di altri redditi od utilità economiche conseguite dal lavoratore a seguito del licenziamento, così come la prova della sua colpevole inerzia al fine di ridurre il danno (duty to minimize), giusta il consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 11122\16, Cass. n. 9616\15, Cass. n.12997\04, Cass. n. 10043\04, Cass. n. 5908\04).

In tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che invochi l'”aliunde perceptum” da detrarre dal risarcimento dovuto al lavoratore deve allegare circostanze di fatto specifiche e, ai fini dell’assolvimento del relativo onere della prova su di lui incombente, è tenuto a fornire indicazioni puntuali, rivelandosi inammissibili richieste probatorie generiche o con finalità meramente esplorative (dirette cioè, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 210 c.p.c., a verificare solo l’eventuale esistenza di documenti di supporto alla tesi attorea, laddove la citata norma del codice di rito richiede la prova del possesso dei documenti da parte del destinatario dell’ordine di esibizione (cfr.,ex plurimis, cfr. Cass. n. 2499\17; Cass. ord. n. 23120\10).


Cass. n. 183/2019

In tema di impugnativa di licenziamento in grado di appello, l’eccezione cosiddetta di “aliunde perceptum” – cioè la deduzione della rioccupazione del lavoratore licenziato al fine di limitare il danno da risarcire a seguito di licenziamento illegittimo – non costituisce eccezione in senso stretto ma ha carattere di eccezione in senso lato, con la conseguenza che i fatti suscettibili di formare oggetto di tale eccezione sono rilevabili d’ufficio dal giudice d’appello, sempre che l’appellato non abbia tacitamente rinunciato ad avvalersene non avendovi fatto riferimento in alcuna delle proprie difese del grado, atteso che l’onere della dettagliata esposizione di tutte le sue difese (imposto dall’art. 436, secondo comma cod. proc. civ.) non è assolto se nel corso del giudizio l’interessato non dimostri di volersi avvalere della specifica difesa dedotta in primo grado (Cass. 5610 del 2005).


Cass. n. 27657/2018

In tema di impugnativa di licenziamento, il cosiddetto “aliunde perceptum” (ossia il fatto che il lavoratore dopo il licenziamento abbia trovato altra occupazione, così limitando il danno risarcibile) non costituisce oggetto di eccezione in senso stretto ed è pertanto rilevabile d’ufficio dal giudice anche in assenza di un’eccezione di parte in tal senso, ovvero in presenza di un’eccezione intempestiva; è tuttavia pur sempre necessario che il fatto oggetto di rilievo risulti ritualmente acquisito al processo per essere stato tempestivamente allegato (e provato) da una delle parti”, (Cass. n. 15065 del 2001; Cass. n. 18093 del 2013).


Cass. n. 512/2018

In tema di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro che contesti la richiesta risarcitoria pervenutagli dal lavoratore è onerato, pur con l’ausilio di presunzioni semplici, della prova dell’aliunde perceptum o dell’aliunde percipiendum, a nulla rilevando la difficoltà di tale tipo di prova o la mancata collaborazione del dipendente estromesso dall’azienda, dovendosi escludere che il lavoratore abbia l’onere di farsi carico di provare una circostanza, quale la nuova assunzione a seguito del licenziamento, riduttiva del danno patito (Cass.12 maggio 2015, n. 9616; Cass. 17 novembre 2010 n. 23226).

In base a consolidato e condiviso orientamento di questa Corte il dovere del danneggiato di attivarsi per evitare il danno secondo l’ordinaria diligenza ex art. 1227 c.c., comma 2, deve essere inteso come sforzo di evitare il danno attraverso un’agevole attività personale, o mediante un sacrificio economico relativamente lieve, mentre non sono comprese nell’ambito dell’ordinaria diligenza quelle attività che siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici (cfr, per tutte: Cass. 11 marzo 2016, n. 4865; Cass. 11 febbraio 2005, n. 2855). La regola di cui all’art. 1227, comma 2, cod.civ. è applicabile anche al danno da risarcire ex art. 18 Stat.lav. a seguito di un licenziamento dichiarato illegittimo, ma sempre entro i suddetti limiti, il che comporta, in particolare, che l’obbligo di cooperazione del creditore volto ad evitare l’aggravarsi del danno, nell’ambito dell’ordinaria diligenza, ivi previsto, possa riguardare solo quelle attività che non siano gravose, eccezionali o tali da comportare notevoli rischi e sacrifici per il creditore, secondo una valutazione riservata al giudice di merito e sottratta al sindacato di legittimità se sorretta da congrua motivazione (Cass. 4 dicembre 2012, n. 21712; Cass. 11 maggio 2005 n. 9898; Cass. 6 luglio 2002, n. 9850; Cass. 11 maggio 2005 n. 9898; Cass. 13 giugno 2012, n. 9656).