Cass. n. 15401/2020

Alla luce di una corretta interpretazione dell’articolo 1, paragrafo 1, primo comma, lettera a) della Direttiva 98/59/CE del Consiglio del 20 luglio 1998 (concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi), rientra nella nozione di «licenziamento» il fatto che un datore di lavoro proceda, unilateralmente e a svantaggio del lavoratore, ad una modifica sostanziale degli elementi essenziali del contratto di lavoro per ragioni non inerenti alla persona del lavoratore stesso, da cui consegua la cessazione del contratto di lavoro, anche su richiesta dal lavoratore medesimo (Corte di Giustizia UE 11 novembre 2015 in causa C-422/14, p.ti da 50 a 54).

Una tale interpretazione, conforme alla citata giurisprudenza della Corte di Giustizia, comporta il superamento della precedente dell’art. 24 I. 223/1991, anche alla luce del d.lgs. n. 151/97 di attuazione alla Direttiva comunitaria 26 giugno 1992, n. 56, nel senso che nel numero minimo di cinque licenziamenti, ivi considerato come sufficiente ad integrare l’ipotesi del licenziamento collettivo, non potessero includersi altre differenti ipotesi risolutorie del rapporto di lavoro, ancorché riferibili all’iniziativa del datore di lavoro (Cass. 6 novembre 2001, n. 13714; Cass. 22 gennaio 2007, n. 1334), dovendosi intendere il termine licenziamento in senso tecnico, senza potere ad esso parificare qualunque  altro tipo di cessazione del rapporto determinata (anche o soltanto) da una scelta del lavoratore, come nelle ipotesi di dimissioni, risoluzioni concordate, o prepensionamenti, anche ove tali forme di cessazione del rapporto fossero riconducibili alla medesima operazione di riduzione delle eccedenze della forza lavoro giustificante il ricorso ai licenziamenti (Cass. 22 febbraio 2006, n. 3866; Cass. 29 marzo 2010, n. 7519).

La Corte territoriale ha violato il superiore principio di diritto nell’escludere la rilevanza, ai fini del computo dei lavoratori determinanti la configurabilità di un licenziamento collettivo, di “alcune … risoluzioni consensuali” derivanti “dalla mancata accettazione di un trasferimento”.


Cass. n. 5240/2020

Il criterio di cui all’art. 1 della legge n. 223 del 1991 (cioè che in tema di licenziamenti collettivi il requisito dimensionale non deve essere determinato in riferimento al momento della cessazione dell’attività e dei licenziamenti, ma con riguardo alla occupazione dell’ultimo semestre) individua una specifica regola di determinazione del requisito dimensionale e che tale criterio appare estensibile, nell’ambito di una interpretazione coordinata e sistematica della legge, anche alla lettera della disposizione dell’art. 24 della legge n. 223 del 1991: ciò al fine di evitare applicazioni artificiose ed elusive della norma predetta (Cass. n. 13796 del 1999; Cass. n. 1465 del 2011; Cass. n. 12592 del 1999).


Cass. n. 26028/2018

L’art. 24 della 223/1991, che disciplina il licenziamento collettivo per riduzione di personale non in integrazione straordinaria (comma 1) ovvero per cessazione dell’attività di impresa (comma 2), riferisce l’applicazione della procedura di mobilità e delle connesse tutele per i lavoratori ai soli casi di recesso di “imprese che occupino più di quindici dipendenti”.

L’interpretazione di quest’ultima disposizione normativa, fornita dalla giurisprudenza di legittimità è nel senso che la sussistenza del prescritto requisito dimensionale non va verificata dando rilievo al numero dei dipendenti esistenti al momento del licenziamento (che potrebbe essere inferiore ai sedici richiesti dalla legge), ma avendo riguardo ad un arco di tempo più ampio – precisamente un semestre – valutato retroattivamente rispetto a tale momento e applicando un criterio di media, in analogia con quanto espressamente stabilito dall’art. 1, comma 1, ai fini dell’intervento di cassa integrazione guadagni straordinaria (cfr. Cass. n. 12592 del 1999, n. 13796 del 1999).

Pertanto, quanto alla individuazione del semestre “rilevante” ai fini indicati dal ripetuto art. 24, occorre fare riferimento alle indicazioni fornite dalla L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 1, che espressamente impone di considerare il semestre precedente la data di presentazione della richiesta di cui al comma secondo (la richiesta, cioè, di intervento straordinario di integrazione salariale); di talché, il semestre in questione va calcolato a ritroso dalla data di intimazione dei licenziamenti per cessazione di attività e, perciò, comprendendovi anche il mese nel quale è intervenuto il recesso dell’impresa datrice di lavoro.