Cass. n. 22212/2020

Si controverte sulla interpretazione dell’art. 7, commi 3 e  6, L. n. 604/1966, secondo cui: “La Direzione territoriale del lavoro trasmette la convocazione al datore di lavoro e al lavoratore nel termine perentorio di sette giorni dalla ricezione della richiesta” (comma 3); “La stessa procedura, durante la quale le parti, con la partecipazione attiva della commissione di cui al comma 3, procedono ad esaminare anche soluzioni alternative al recesso, si conclude entro venti giorni dal momento in cui la Direzione territoriale del lavoro ha trasmesso la convocazione per l’incontro, fatta salva l’ipotesi in cui le parti, di comune avviso, non ritengano di proseguire la discussione finalizzata al raggiungimento di un accordo” (comma 6).

Occorre preliminarmente osservare che la legge n.92 del 2012 ha innovato profondamente la disciplina dei licenziamenti individuali sul piano dei requisiti formali e procedurali, prevedendo una sorta di “micro- procedimento preventivo” – così come definito in dottrina – di conciliazione obbligatoria, da esperirsi in sede amministrativa, in relazione ai licenziamenti per giustificato motivo oggettivo. Si tratta di una condizione di procedibilità ai fini della intimazione del licenziamento, nella logica di generalizzare il passaggio obbligato delle controversie attraverso i procedimenti conciliativi e mediativi, che è stata disegnata dal comma 40 dell’art.1 legge n.92 del 2012 con il quale è stato ridefinito il testo dell’art.7 1.604 del 1966.

Il tenore della disposizione è fortemente innovativo rispetto al passato, giacchè viene introdotta l’obbligatorietà dell’esperimento della procedura (prima facoltativa); il soggetto proponente non è più il lavoratore (che poteva proporla entro 20 giorni dalla comunicazione del licenziamento), bensì la parte datoriale, in relazione al solo licenziamento per giustificato motivo oggettivo (mentre la formula previgente riguardava tutti i tipi di licenziamenti individuali).

Nel proprio incedere argomentativo, il giudice del gravame ha proceduto ad una disamina della disposizione muovendo dal dato letterale e giungendo al convincimento che il termine perentorio di sette giorni sancito dal comma terzo dell’art.7 I. 604/1966 come novellato dalla legge n.92/2012 decorresse dalla data di invio della convocazione per l’incontro innanzi alla commissione provinciale di conciliazione.

L’esegesi della norma è aderente al tenore letterale della stessa e si collega con le proposizioni del successivo comma 6 secondo cui la procedura si conclude entro 20 giorni dal momento in cui la direzione territoriale del lavoro ha trasmesso la convocazione dell’incontro.

E’ stato infatti congruamente rimarcato che mentre nel primo termine di sette giorni deve avvenire solo la trasmissione (intesa nel senso etimologico di invio) della convocazione da parte della D.T.L. … il successivo termine di 20 giorni comprende sia il termine per la ricezione della convocazione, sia quello entro cui l’incontro deve svolgersi.

La dedotta interpretazione della disposizione, basata sull’enunciato criterio ermeneutico primario, si conforma, del resto, alla mens legis, che ha introdotto, per quanto innanzi detto, una procedimentalizzazione del potere della parte datoriale di recedere dal contratto di lavoro per giustificato motivo oggettivo, presupposto inderogabile per l’intimazione del licenziamento, prima ancora della proposizione della domanda giudiziale; tale funzione verrebbe indubbiamente frustrata, ove si accreditasse la tesi patrocinata da parte ricorrente giacchè il licenziamento potrebbe essere intimato prima che un concreto tentativo di conciliazione abbia avuto possibilità di svolgersi, in tal modo ponendosi a carico del lavoratore incolpevole, l’eventuale inerzia della D.T.L..


Cass. n. 8660/2019

Il lavoratore che abbia ricevuto una comunicazione del licenziamento non preceduta dalla procedura obbligatoriamente prevista, ha una specifica tutela per la suddetta violazione ma, evidentemente, per far valere la stessa, deve impugnare il licenziamento nei termini ordinariamente previsti.


Cass. n. 21676/2018

Deve escludersi che la comunicazione indirizzata alla DTL, ai sensi e per gli effetti dell’art. 7, l. n. 604/1966, possa costituire atto di recesso, in quanto contenente solo l’intenzione di procedere al licenziamento ai fini di un funzionale espletamento della procedura conciliativa, in esito alla quale non è mai soluzione obbligata il licenziamento (conf. Cass. n. 22627/2015) .

ndr: La Corte, in un altro passo della sentenza, pare commettere un errore interpretativo della fattispecie in esame, laddove, afferma: Di alcun rilievo il richiamo dell’art. l c. 41 della l.n. 92/2012, sulla retrodatazione del licenziamento al momento della comunicazione del tentativo di conciliazione, in quanto non prevista nell’ipotesi in esame, (relativa al licenziamento per giustificato motivo oggettivo), ma solo per il licenziamento disciplinare”Diversamente da quanto ritenuto dalla Corte, l’art. 1, comma 41, L. n. 92/2012, dispone la retrodatazione del licenziamento anche relativamente all’ipotesi di attivazione della procedura conciliativa di cui al menzionato art. 7, L. n. 604/1966. La norma, infatti, dispone: “Il licenziamento intimato all’esito del procedimento disciplinare di cui all’articolo 7 della legge 20 maggio 1970, n. 300, oppure all’esito del procedimento di cui all’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, come sostituito dal comma 40 del presente articolo, produce effetto dal giorno della comunicazione con cui il procedimento medesimo e’ stato avviato, salvo l’eventuale diritto del lavoratore al preavviso o alla relativa indennita’ sostitutiva”.