GIUDIZIO DI PRIMO GRADO – RAPPORTO FRA LE DUE FASI

Cass. n. 21557/2019

Nel rito cd. Fornero, il giudizio di primo grado, pur unitario, si articola in due fasi procedimentali e l’introduzione della fase di opposizione richiede un’autonoma costituzione delle parti, come è dimostrato dal fatto che l’art. 1, commi 51 e 53, della L. n. 92 del 2012 preveda a loro carico gli stessi incombenti che caratterizzano l’introduzione del giudizio nel rito del lavoro.

Ne consegue che il ricorso in opposizione può essere depositato in forma cartacea, non ricorrendo i presupposti per l’applicazione dell’art. 16-bis del d.l. n. 179 del 2012 (conv., con modif., in I. n. 221 del 2012), secondo cui il deposito degli atti processuali delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche.


Cass. n. 21556/2019

Nel rito cd. Fornero, il giudizio di primo grado è unico a composizione bifasica; l’opposizione non ha carattere impugnatorio ma di prosecuzione dello stesso grado del giudizio (cfr. Cass. n. 11115 del 2019; n. 27655 del 2017), sicché non vi è alcuna incompatibilità per il giudice della fase sommaria di conoscere anche dell’eventuale opposizione all’ordinanza emessa in quella sede (in tal senso del resto C.Cost. n. 78 del 2015).


Cass. n. 19579/2019

La fase di opposizione rispetto a quella sommaria del giudizio non costituisce grado diverso del giudizio a cognizione sommaria, non essendo una revisio prioris instantiae, ma solo una prosecuzione del giudizio di primo grado in forma ordinaria e non più urgente (Cass. s.u. 18 settembre 2014, n. 19674; Cass. 17 febbraio 2015, n. 3136; Cass. 3 marzo 2016, n. 4223).

Infatti, il giudizio introdotto dalla cd. legge Fornero è un nuovo rito speciale finalizzato all’accelerazione dei tempi del processo, che si caratterizza per l’articolazione del giudizio di primo grado in due fasi: una a cognizione semplificata (o sommaria) e l’altra, di opposizione, a cognizione piena nello stesso grado.

Mentre la prima fase è connotata, ancorché il ricorso debba avere i requisiti di cui all’art. 125 c.p.c., dalla mancanza di formalità, in assenza del rigido meccanismo di decadenze e preclusioni stabilito dagli artt. 414 e 416 c.p.c. e con un’istruttoria semplificata, limitata agli “atti di istruzione indispensabili”, la seconda fase è invece introdotta con un ricorso in opposizione e ispirata in linea di massima al modello ordinario, a cognizione piena con tutti gli “atti di istruzione ammissibili e rilevanti”. Sicché, dopo una fase iniziale concentrata e deformalizzata – mirata a riconoscere, sussistendone i presupposti, al lavoratore ricorrente una tutela rapida ed immediata e ad assegnargli un vantaggio processuale (da parte ricorrente a parte eventualmente opposta), ove il fondamento della sua domanda risulti prima facie sussistere alla luce dei soli “atti di istruzione indispensabili” – il procedimento si riespande, nella fase di opposizione, alla dimensione ordinaria di cognizione piena con accesso per le parti a tutti gli “atti di istruzione ammissibili e rilevanti” (Cass. 21 novembre 2017, n. 27655).

Per tale ragione ben può, non costituendo domanda nuova inammissibile per mutamento della causa petendi, essere dedotta in fase di opposizione una modulazione del rapporto subordinato diversa da quella prospettata nella fase sommaria (Cass. 28 febbraio 2019, n. 5993) e, a maggior ragione, essere proposta per la prima volta l’eccezione (tale in senso proprio) di decadenza dall’impugnativa del licenziamento, dovendo il ricorso che la introduce contenere gli elementi indicati dall’art. 414 c.p.c., idonei a delimitare il thema decidendumnel giudizio di cognizione ordinaria (Cass. 11 dicembre 2015, n. 25046).


Cass. n. 15515/2019

La fase dell’opposizione, ai sensi della legge n. 92 del 2012, art. 1, comma 51, non costituisce un grado diverso rispetto al giudizio a cognizione sommaria: essa non è, in altre parole, una revisio prioris instantiae, ma solo una prosecuzione del giudizio di primo grado in forma ordinaria e non più urgente (Cass., n. 27655 del 2017, n. 22656 del 2016, n. 19919 del 2016, n. 17329 del 2016, n. 19142 del 2015; Cass., S.U.,n. 19674 del 2014).

Quello introdotto dalla cd. legge Fomero, come sottolineato dalle Sezioni Unite (citata Cass., S.U., n. 19674 del 2014), è un nuovo speciale rito finalizzato all’accelerazione dei tempi del processo, che si caratterizza per l’articolazione del giudizio di primo grado in due fasi: una fase a cognizione semplificata (o sommaria) e l’altra, definita di opposizione, a cognizione piena nello stesso grado.

Mentre la prima fase è caratterizzata, ancorché il ricorso debba avere i requisiti di cui all’art. 125 cod. proc. civ., dalla mancanza di formalità, poiché rispetto al rito ordinario delle controversie di lavoro non è previsto il rigido meccanismo delle decadenze e delle preclusioni di cui agli artt. 414 e 416 cod. proc. civ., e l’istruttoria, semplificata è limitata agli “atti di istruzione indispensabili”, la seconda fase è invece introdotta con un atto di opposizione proposto con ricorso.

In sostanza, dopo una fase iniziale concentrata e deformalizzata – mirata a riconoscere, sussistendone i presupposti, al lavoratore ricorrente una tutela rapida ed immediata, ove il fondamento della sua domanda risulti prima facie sussistere alla luce dei soli atti di istruzione indispensabili – il procedimento si riespande, nella fase dell’opposizione, alla dimensione ordinaria della cognizione piena con accesso per le parti a tutti gli atti di istruzione ammissibili e rilevanti.

Si è altresì precisato (Cass., S.U., n. 4308 del 2017) che l’opposizione non verte sullo stesso oggetto dell’ordinanza opposta (pronunciata su un ricorso “semplificato” e sulla base dei soli atti di istruzione ritenuti, allo stato, indispensabili), né tantomeno è circoscritta alla cognizione di “errores in procedendo” o “in iudicando” eventualmente commessi dal giudice della prima fase, ma può investire anche differenti profili sia soggettivi (stante anche il possibile intervento di terzi), sia oggettivi (in ragione dell’ammissibilità di domande nuove, anche in via riconvenzionale, purché fondate sugli stessi fatti costitutivi), sia procedimentali, essendo previsto che in detto giudizio possano essere dedotte circostanze di fatto ed allegati argomenti giuridici anche diversi da quelli già addotti, e che si dia corso a prove ulteriori.


Cass. n. 15008/2019

Il giudizio di primo grado è unico a composizione bifasica, con una prima fase ad istruttoria sommaria, diretta ad assicurare una più rapida tutela al lavoratore, ed una seconda fase, a cognizione piena, che della precedente costituisce una prosecuzione, sicché non costituisce domanda nuova, inammissibile per mutamento della causa petendi, la deduzione di ulteriori motivi di invalidità del licenziamento impugnato.» ( Cass. n. 27655/2017 e negli stessi termini, fra le più recenti, Cass. n. 21162/2018, che richiama anche Cass. n. 25046/2015 e Cass. n. 19552/2016).


Cass. n. 11115/2019

Com’è noto nel rito cd. Fornero, il giudizio di primo grado è unico a composizione bifasica, ove l’opposizione non ha carattere impugnatorio ma di prosecuzione dello stesso grado del giudizio (ex aliis, Cass. n.25046\15), sicché non vi è alcuna incompatibilità per il giudice della fase sommaria di conoscere anche dell’eventuale opposizione all’ordinanza emessa in quella sede (in tal senso del resto C.Cost. n. 78 del 2015, Cass. n. 3136\15).


Cass. n. 9458/2019

Il ricorso in opposizione si pone in “rapporto di prosecuzione, nel medesimo grado di giudizio, con la fase sommaria”, e quindi, come chiarito dal comma 51, non potrà contenere domande diverse da quelle già proposte nella prima fase, salve le domande fondate sui medesimi fatti costitutivi (che avrebbero potuto, quindi, essere già state proposte nella prima fase ma non lo sono state), o che siano proposte rispetto a soggetti rispetto ai quali la causa e’ comune o dai quali si vuole essere garantiti.

Di recente questa Corte ha ulteriormente chiarito che “Nel rito cd. Fornero, il giudizio di primo grado è unico a composizione bifasica, con una prima fase ad istruttoria sommaria, diretta ad assicurare una più rapida tutela al lavoratore, ed una seconda fase, a cognizione piena, che della precedente costituisce una prosecuzione, sicché non costituisce domanda nuova, inammissibile per mutamento della “causa petendi”, la deduzione di ulteriori motivi di invalidità del licenziamento impugnato (Cass.n. 27655/2017).


Cass. n. 989/2019

La fase di opposizione del c.d. Rito Fornero non ha natura impugnatoria ma si pone in rapporto di prosecuzione, nel medesimo grado di giudizio, con la fase sommaria, tanto che il ricorso che la introduce deve contenere gli elementi indicati dall’art. 414 c.p.c., ossia quelli idonei a delimitare il tema della decisione nel giudizio di cognizione ordinaria (Cass. 11/12/2015 n. 25046).


Cass. n. 32492/2018

L’applicabilità al giudizio di opposizione disciplinato dalla legge n. 92/2012 dei principi elaborati dalla giurisprudenza con riferimento alla proposizione dell’appello è già stata affermata da questa Corte che a detta conclusione è pervenuta, pur nella ritenuta natura non impugnatoria dell’opposizione stessa, valorizzando le palesi similitudini fra i procedimenti, individuate: nella proposizione a mezzo di ricorso da depositarsi entro un termine perentorio, il cui mancato rispetto rende definitive le statuizioni adottate con l’ordinanza non opposta (Cass. S.U. n. 17443/2014 e Cass. S.U. n. 19674/2014); nella necessità della fissazione da parte del giudice dell’udienza di discussione entro un termine prestabilito; nella previsione di un termine, a garanzia del diritto di difesa del resistente, entro cui deve essere effettuata la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza nonché di un ulteriore termine nel rispetto del quale deve avvenire la costituzione (cfr. Cass. n. 16154/2015).

E’ stato, pertanto, evidenziato che, in caso di mancata notifica dell’opposizione, trova applicazione per identità di ratio la regola propria del rito del lavoro, affermata a partire da Cass. S.U. n. 20604/2008, secondo cui l’appello, seppure tempestivamente depositato, è improcedibile ove l’appellante, che abbia ricevuto rituale comunicazione del decreto di fissazione dell’udienza di discussione, ometta di provvedere alla notifica, giacché il potere del giudice di assegnare un nuovo termine ex art. 291 cod. proc. civ. può essere esercitato solo in presenza di una notifica nulla, non già nei casi in cui il procedimento notificatorio sia stato del tutto omesso ( Cass. n. 16154/2015; Cass. n. 17325/2016; Cass. n. 9142/2018).

Peraltro l’ambito di applicazione del principio affermato dalle Sezioni Unite è stato circoscritto dalle pronunce successive alle sole ipotesi di inesistenza della notificazione ed è stato escluso che l’improcedibilità possa derivare dal mancato rispetto del termine fissato per la notificazione (cfr. fra le più recenti Cass. n. 3959/2016, Cass. n. 27350/2017, Cass. n. 2278/2018, Cass. n. 8553/2018) o del termine dilatorio a comparire.

Si è osservato al riguardo che «nel rito del lavoro l’inosservanza, in sede di ricorso in appello, del termine dilatorio a comparire non è configurabile come vizio di forma e di contenuto dell’atto introduttivo, atteso che, a differenza di quanto avviene nel rito ordinario, essa si verifica quando l’impugnazione è stata già proposta mediante il deposito del ricorso in cancelleria…, tale inosservanza non comporta la nullità dello stesso atto di appello, bensì quella della sua notificazione, sanabile ex tunc per effetto di spontanea costituzione dell’appellato o di rinnovazione, disposta dal giudice ex art. 291 c.p.c., costituendo questa norma espressione di un principio generale dell’ordinamento, riferibile ad ogni atto che introduce il rapporto processuale e lo ricostituisce in una nuova fase giudiziale, per cui sono sanabili ex tunc, con effetto retroattivo a seguito della rinnovazione disposta dal giudice, non solo le nullità contemplate dall’art. 160 c.p.c., ma tutte le nullità in genere della notificazione, derivanti da vizi che non consentono all’atto di raggiungere lo scopo a cui è destinato …» (Cass. n. 20335/2016 e negli stessi termini fra le più recenti Cass. n. 1493/2018 e Cass. n. 13669/2018).


La composizione strutturale del giudizio di primo grado, nel cd. “rito Fornero”, in una prima fase ad istruttoria sommaria, diretta ad assicurare una più rapida tutela al lavoratore e in una seconda, a cognizione piena, che costituisce una prosecuzione della precedente fase, consente la deduzione, non integrante domanda nuova inammissibile per mutamento della causa petendi, di ulteriori motivi di invalidità del licenziamento impugnato e pertanto di ragioni ulteriori di sua censura o comunque ad esso connesse (a superamento di un primo orientamento contrario, di Cass. 28 settembre 2015, n. 19142, in più condivisibile e ormai consolidato indirizzo: Cass. 11 dicembre 2015, n. 25046; Cass. 30 settembre 2016, n. 19552; Cass. 21 novembre 2017, n. 27655 ).


MUTAMENTO DI RITO – AMMISSIBILITA’ – EFFETTI

Cass. n. 21297/2019

L’ordinanza di mutamento dal rito speciale cd. Fornero – emessa al termine della fase sommaria – al rito ordinario del lavoro non ha contenuto decisorio, con la conseguenza che la stessa non può costituire oggetto di opposizione avverso l’ordinanza medesima (in tal senso, anche Cass.. n. 15011 del 2019, u.p. 21 marzo 2019, depositata il 31 maggio 2019).


Cass. n. 15011/2019

L’ordinanza che dispone il mutamento del rito, ai sensi degli artt. 426 e 427 c.p.c., non ha contenuto decisorio e non ha portata vincolante in ordine alla qualificazione del rapporto oggetto di causa; ne consegue la non impugnabilità dell’ordinanza medesima (cfr. Cass. n. 19345 del 2007; n. 5174 del 2001; n. 1538 del 1997).

Tale conclusione non è contraddetta dalla pronuncia di questa Corte n. 19552 del 2016, che ha sostenuto come “nel rito cd. Fornero, il giudizio di primo grado è unico a composizione bifasica, con una prima fase ad istruttoria sommaria, diretta ad assicurare una più rapida tutela al lavoratore, ed una seconda fase a cognizione piena che della precedente costituisce una prosecuzione, sicché l’unico rimedio esperibile avverso il provvedimento conclusivo della fase sommaria, anche quando in mero rito, è il ricorso in opposizione previsto dall’art. 1, comma 51, della I. n. 92 del 2012, e non il reclamo che, ove proposto, va dichiarato inammissibile”; difatti, ciò che è suscettibile di opposizione è il provvedimento conclusivo della fase sommaria, anche se di mero rito, purché dotato di carattere decisorio e non ordinatorio, come nel caso in esame l’ordinanza che dispone il mutamento del rito.

Peraltro, come correttamente precisato nella sentenza impugnata, in conformità alla giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 19136 del 2005; n. 19942 del 2008; n. 22325 del 2014), dall’adozione di un rito errato non deriva alcuna nullità, né la stessa può essere dedotta quale motivo di impugnazione, a meno che l’errore di rito non abbia inciso sul contraddittorio o sull’esercizio del diritto di difesa o non abbia, in generale, cagionato un qualsivoglia altro specifico pregiudizio processuale alla parte. Nessuna deduzione in tal senso è contenuta nel ricorso in esame.


Cass. n. 3803/2019

La violazione della disciplina sul rito assume rilevanza invalidante soltanto nell’ipotesi in cui, in sede di impugnazione, la parte indichi lo specifico pregiudizio processuale concretamente derivatole dalla mancata adozione del rito diverso, quali una precisa e apprezzabile lesione del diritto di difesa, del contraddittorio e, in generale, delle prerogative processuali protette della parte (Cass. n. 19942 del 2008, Cass. SS.UU. n. 3758 del 2009; Cass. n. 22325 del 2014; Cass. n. 1448 del 2015).

Perché essa assuma rilevanza invalidante occorre infatti che la parte che se ne dolga in sede di impugnazione indichi il suo fondato interesse alla rimozione di uno specifico pregiudizio processuale da essa concretamente subito per effetto della mancata adozione del rito diverso (in termini, avuto riguardo al cd. “rito Fornero”, v. Cass. n. 12094 del 2016).

Tale pregiudizio non può essere certo ravvisato, come opina la società, nella privazione di “una fase processuale”, considerato che il rito ordinario seguito nella specie rappresenta la massima espansione della cognizione integrale, idonea a consentire il migliore esercizio del diritto di difesa, sicché parte ricorrente nella sostanza si limita ad invocare la violazione della legge processuale, con una concezione del processo volta a ricollegare il danno processuale alla mera irregolarità, concezione avulsa dai parametri, oggi recepiti anche in ambito costituzionale e sovranazionale, di effettività, funzionalità e celerità dei modelli procedurali (cfr. Cass. n. 4506 del 2016).


Cass. n. 31077/2018

La trattazione della controversia, da parte del giudice adito, con un rito diverso da quello previsto dalla legge, ammesso che tale debba considerarsi il rito di cui alla L. n. 92 del 2012 rispetto alle domande di parte datoriale di accertamento della legittimità del licenziamento, non determina inammissibilità della domanda o nullità del procedimento e della sentenza emessa, se la parte non deduca e dimostri che dall’erronea adozione del rito sia derivata una lesione del diritto di difesa, del contraddittorio o un diverso regime probatorio (cfr. Cass. n. 1201 del 2012; Cass., S.U., n. 25034 del 2006)

Nel rito …di cui alla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 47 e segg., il giudizio a cognizione piena è soltanto eventuale ed è attivabile con l’opposizione (cfr. citato art. 1, comma 51), per cui se questa non viene proposta l’ordinanza conclusiva della fase sommaria è idonea a passare in giudicato. Con la conseguenza che è necessario che il giudice della fase sommaria del procedimento di cui all’art. 1, comma 48, ammetta ed esamini la questione di rito (nel caso di specie la litispendenza) e decida sulla stessa. Solo così, infatti, è possibile evitare un possibile conflitto di giudicati sulla stessa questione, nel pieno rispetto dei principi (posti alla base della disciplina prevista dall’art. 39 c.p.c.) di unitarietà della giurisdizione e di economia processuale.

Né… può condividersi la soluzione, pure prospettata, secondo cui, ove venga sollevata una questione di litispendenza (o continenza), il giudice della fase sommaria deve provvedere alla immediata conversione del rito sommario (ex comma 48) nel rito ordinario a cognizione piena.

Tale soluzione non trova alcun riscontro nella disciplina del rito Fornero e si pone in contrasto col meccanismo processuale previsto dal legislatore, che ha configurato, infatti, la fase sommaria nelle cause aventi ad oggetto l’impugnativa del licenziamento (nelle ipotesi comprese nell’ambito di applicazione della L. n. 300 del 1970) come un passaggio processuale diretto a favorire una rapida definizione della causa.

Se quindi l’ordinanza che definisce la fase sommaria può legittimamente avere contenuto solo processuale, rientrando tale esito nella formula del “rigetto”, deve ammettersi la proponibilità dell’opposizione avverso la stessa

La violazione del termine non minore di venticinque giorni – che deve intercorrere tra la data di notifica dell’atto d’appello e la data dell’udienza di discussione (ai sensi dell’art. 435, co. 3, cod. proc. civ.) configura un vizio della notificazione che produce nullità ed impone l’ordine di rinnovazione della notificazione stessa in applicazione dell’art. 291 c.p.c. solo in difetto di costituzione dell’appellato. Il vizio resta invece sanato da detta costituzione, ancorché effettuata al solo scopo di far valere la nullità, (stante la certezza del raggiungimento dello scopo dell’atto), salva la facoltà dell’appellato di chiedere, all’atto della costituzione, un rinvio dell’udienza per usufruire dello intero periodo previsto dalla legge ai fini di un’adeguata difesa (cfr. Cass. 9735 del 2018; Cass. n. 25684 del 2015; Cass. n. 488 del 2010; Cass. n. 8777 del 2008; Cass. n. 10119 del 2006).

I medesimi principi devono ritenersi applicabili al rito introdotto dalla L. n. 92 del 2012, salva la diversità dei termini stabiliti dall’art. 1, commi 60, 51, 52 e 52, rispetto al codice di procedura civile.


Cass. 23038/2018

La trattazione della controversia, da parte del giudice adito, con un rito diverso da quello previsto dalla legge non determina alcuna nullità del procedimento e della sentenza successivamente emessa, se la parte non deduca e dimostri che dall’erronea adozione del rito le sia derivata una lesione del diritto di difesa: Cass. n. 23682/2017 (ord.) (la Corte ha ritenuto inammissibile il motivo di ricorso proposto avverso la sentenza di appello che ha ritenuto applicabile il rito speciale relativamente al riconoscimento di una fattispecie interpositoria con contestuale richiesta di riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato in capo al soggetto utilizzatore della prestazione).


Cass. n. 16138/2018

L’istituto del mutamento implicito del rito, da “speciale Fornero” in “ordinario lavoro” non è contemplato né disciplinato nel nostro ordinamento.

Si può discutere se le domande non azionabili ex art. 1 comma 47 legge 92/2012 debbano essere dichiarate improponibili ovvero siano suscettibili di conversione del rito, ma detta conversione deve sempre esplicarsi con un provvedimento espresso, di separazione delle istanze non ammissibili attraverso un mutamento parziale del rito, ma mai in modo implicito.

Avvalora tale impostazione il principio di virtuale consolidabilità del rito adottato, in assenza di un provvedimento in senso contrario del giudice, nonché l’argomentazione secondo la quale l’implicitezza del provvedimento può afferire ad atti di natura decisoria, siano essi di merito o istruttori, ma non a quelli di natura ordinatoria processuale che sono, invece, caratterizzati dai principi di tipicità, della forma predeterminata dalla legge e dalla necessaria riferibilità degli effetti secondo le modalità che a ciascun tipo di provvedimento la legge riconnette.


PROPOSIZIONE DEL RICORSO PER CASSAZIONE

Cass. n. 20922/2019

Il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione  previsto dall’art. 1, c. 62, L. n. 92/2012, decorre dalla semplice comunicazione del provvedimento, trattandosi di previsione speciale che in via derogatoria comporta la decorrenza del termine da detto incombente, su cui non incide la modifica dell’art. 133, secondo comma, cod. proc. civ., nella parte in cui stabilisce che “la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 cod. proc. civ.”, norma attinente al regime generale della comunicazione dei provvedimenti da parte della cancelleria” (vedi, fra le altre: Cass. 17 ottobre 2017, n. 24458; Cass. n. 19177/2016; Cass. n. 6259/2016; Cass. n. 7571/2016; Cass. n. 26479 del 2017; Cass. n. 8686 del 2018; Cass. n. 134 del 2019).


Cass. n. 134/2019

Il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione, di cui al citato art. 1, comma, 62 della legge nr. 92 del 2012, decorre dalla semplice comunicazione del provvedimento, trattandosi di previsione speciale, che in via derogatoria comporta la decorrenza del termine da detto incombente, su cui non incide la modifica dell’art. 133, comma 2, cod.proc.civ., nella parte in cui stabilisce che «la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c.» norma attinente al regime generale della comunicazione dei provvedimenti da parte della cancelleria (Cass. nr. 26479 del 2017; Cass. nr. 19177 del 2016; Cass. nr. 16216 del 2016; in motivazione, Cass. nr. 19505 del 2018).


Cass. n. 19089/2018

Il ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello a definizione del reclamo deve essere proposto, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla comunicazione della stessa o dalla notificazione se anteriore.

Tale previsione non autorizza a ritenere, tuttavia, che anche il ricorrente incidentale debba rispettare tale termine di decadenza.

Al riguardo può, invero, richiamarsi quanto affermato, sebbene con riguardo al reclamo incidentale, da Cass. 29.11.2016 n. 28425, in merito al proposizione del giudizio di reclamo dinanzi alla Corte di Appello.


Il termine di sessanta giorni per la proposizione del ricorso per cassazione, di cui all’art. 1, comma 62, della I. n. 92 del 2012, decorre dalla semplice comunicazione del provvedimento. Si tratta infatti di previsione speciale, che in via derogatoria comporta la decorrenza del termine da detto incombente e sul quale non incide la modifica dell’art. 133, comma 2, cod. proc. civ., nella parte in cui stabilisce che “la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 c.p.c”, norma, quest’ultima, attinente al regime generale della comunicazione dei provvedimenti da parte della cancelleria (cfr. Cass. 28/09/2016. n. 19177) sempre che la comunicazione contenga il testo integrale della decisione sicché, analogamente a quanto avviene per la notificazione, alla parte sia consentita la conoscenza delle ragioni sulle quali la pronuncia è fondata per valutarne la correttezza (cfr. Cass. 16/05/2016 n. 10017).


OBBLIGATORIETA’ DEL RITO – FATTI COSTITUTIVI FONDANTI LE DOMANDE DIVERSE DALL’IMPUGNAZIONE DEL LICENZIAMENTO – DOMANDE SUBERNATE DIVERSE DALLA TUTELA DI CUI ALL’ART. 18 ST. LAV.

Cass. n. 15506/2019

La domanda volta al risarcimento del danno che si assumono essere derivati dall’affidamento riposto nella regolarità della procedura concorsuale pubblica e nella legittimità della successiva assunzione, non può ritenersi ancorata ai medesimi “fatti costitutivi” sottesi alla vicenda relativa alla legittimità dell’estinzione del rapporto di lavoro, proposta ai sensi dell’art. 1, commi 48 e ss., L. n. 92/2012.


Cass. n. 12534/2019

Nel giudizio di impugnativa del licenziamento introdotto ex lege 92/2012 non può trovare ingresso la  domanda di accertamento della nullità e/o inefficacia e/o illegittimità delle sanzioni disciplinari irrogate al lavoratore nel corso del rapporto di lavoro, qualora le stesse, seppur menzionate nella contestazione disciplinare non abbiano configurato elementi costitutivi dell’illecito addebitato.

Il principio risulta coerente con il disposto dell’art. 1, comma 48, legge n. 92/2012 cit. che esclude l’applicazione dello specifico rito contemplato in tema di impugnativa di licenziamento a domande diverse da quella intesa a far valere la illegittimità del recesso datoriale con le connesse conseguenze ai sensi del novellato art. 18 legge 20/5/1970 n. 300.

L ’avere il giudice di appello escluso che i precedenti disciplinari richiamati configurassero elementi integrativi della complessiva condotta addebitata con la lettera di contestazione non osta, infatti, da un punto di vista logico prima che giuridico, a che tali precedenti possano venire in in considerazione quali elementi sintomatici dell’atteggiamento ostile del lavoratore verso la parte datoriale ed, in definitiva, sul piano della lesione del rapporto fiduciario (Cass, 25/1/2018 n. 1909).


Cass. n. 33555/2018

Il “rito Fornero” è ben applicabile alla domanda di accertamento del rapporto di lavoro tra le parti, in quanto finalizzata a quello di illegittimità del licenziamento e di applicabilità del regime di tutele stabilite dal novellato art. 18 L. 300/1970: sicché, con il solo limite di quelle artificiose, il procedimento speciale deve trovare ingresso a prescindere dalla fondatezza delle allegazioni, senza che la veste formale assunta dalle relazioni giuridiche tra le parti ne possa precludere l’accesso (Cass. 8 settembre 2016, n. 17775; Cass. 30 gennaio 2018, n. 2303).


Cass. n. 23876/2018

Per il lavoratore licenziato è obbligatorio il ricorso al procedimento specifico introdotto dall’art. 1, comma 47 ss. I. 92/2012 (Cass. 11 novembre 2015, n. 23073), integrando poi le sanzioni disciplinari anteriormente erogate la fattispecie del licenziamento intimato, sicchè rientrano pienamente nella previsione del rito, riservato alle domande fondate sul comune presupposto della vicenda estintiva del rapporto di lavoro (Cass. 16 agosto 2016, n. 17107).

La Corte territoriale ha correttamente applicato il rito anche alle sanzioni antecedenti all’impugnato licenziamento, non oggetto di autonoma valutazione ex se, ma integranti la fattispecie del recesso.


Cass. n. 23338/2018

La legge n. 92 del 2012 ha introdotto un nuovo rito speciale, la cui disciplina va osservata senza possibilità di essere derogata dai principi generali dell’ordinamento, salva la necessità di integrazione del rito in caso di lacuna del dettato normativo”, (Cass. n. 14098 del 2016).

In riferimento al primo grado, la Corte ha rilevato che “nel c.d. rito Fornero … non è prevista, al termine della discussione, la lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”, (Cass. n. 18865 del 2016).


Cass. n. 21959/2018

Ai fini dell’applicabilità del rito di cui alla L. n. 92/2012 rientrano tra le questioni che il giudice deve affrontare e risolvere nel percorso per giungere alla decisione di merito sulla domanda, che è appunto quella concernente la legittimità o meno del licenziamento, la natura giuridica del rapporto di lavoro, così come l’individuazione del soggetto che si assume essere datore di lavoro e destinatario dei provvedimenti di tutela ai sensi dell’art. 18 della legge nr. 300 del 1970 (conf. Cass. nr. 2303 del 2018).

Il riferimento all’operatività del rito speciale «quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro» esplica la volontà del legislatore «di non precluderne l’utilizzo per barriere imposte dall’apparenza della forma».

Così come pacificamente un lavoratore che alleghi la qualificazione solo formale di un rapporto come autonomo, deducendo la subordinazione, può impugnare il recesso invocando la tutela dell’art. 18 con il ricorso ex lege nr. 92 del 2012, altrettanto può fare il lavoratore che invochi la stessa tutela in un rapporto di lavoro non formalizzato ovvero nei confronti di un soggetto diverso da quello che risulti essere il formale datore di lavoro» ( cfr Cass.n. 17775 del 2016).


Cass. n. 20772/2018

Questa Corte nella sentenza n. 17091/2016, ha affermato che al comma 48 dell’art. 1 della legge n. 92 del 2012, che prevede testualmente che “con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi”, deve essere ricondotto un significato che risponda all’intento di evitare che il “thema decidendum”, individuato con riferimento al nucleo della controversia necessariamente assoggettato al rito speciale, si allarghi con l’introduzione di nuovi temi d’indagine, tali da ritardare il processo, vanificando la celerità della sua conclusione.

In applicazione di tale principio, deve ritenersi corretta la valutazione di inammissibilità delle domande dirette al riconoscimento del diritto dei ricorrenti alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze di una società ritenuta cessionaria ai sensi dell’art. 2112 c.c., con l’inquadramento e le mansioni espletate presso il soggetto considerato cedente.

Ciò non toglie che in via incidentale fosse comunque necessario valutare se sussistessero i presupposti di un trasferimento di azienda o se il passaggio dei dipendenti venisse prefigurato alle medesime condizioni, essendo una tale indagine di sicuro rilievo ai fini del giudizio sulla legittimità o meno del licenziamento intimato, sicchè l’avere speso una parte delle motivazioni in relazione alla ravvisabilità o meno della vicenda traslativa non può essere oggetto di valida critica, laddove la mancata valutazione di domande funzionali a pronunce costitutive o a specificazioni circa la posizione di ciascun dipendente anche a livello di retribuzioni richieste si è posta in linea con i principi su richiamati.


Cass. n. 19861/2018

Nel caso di impugnativa di licenziamento discriminatorio, secondo il rito di cui all’art. 1, commi 48 e seguenti, della I. n. 92 del 2012, è ammissibile la proposizione in via subordinata, da parte del lavoratore, delle domande volte alla declinatoria di difetto di giusta causa ovvero ingiustificatezza del recesso datoriale, in quanto fondate sul comune presupposto della vicenda estintiva del rapporto, né tale trattazione congiunta determina aggravi istruttori, evitando, semmai, un’inutile rinnovazione dell’attività processuale oltre al frazionamento dei processi cui accede il rischio di giudicati contrastanti (Cass. n. 17107 del 2016).

In particolare, qualora non possa essere accolta la domanda principale presentata dall’attore volta a far dichiarare il carattere discriminatorio del licenziamento subito ai sensi dall’art. 18 della legge n. 300 del 1970, si può passare all’esame della domanda subordinata di applicazione della tutela c.d. obbligatoria di cui all’art. 8 della legge n. 604 del 1966, domanda che può essere avanzata, appunto in via subordinata, anche in un procedimento instaurato ai sensi della legge n. 92 del 2012 (Cass. nn. 12094 e 17107 del 2016).


Cass. n. 10966/2018

Riguardo al rito speciale previsto dalla L. n. 92 del 2012 rientra nell’ambito di applicazione di cui all’art. 1, comma 47, della citata legge anche l’accertamento in via incidentale della natura giuridica del rapporto di lavoro quale presupposto per la richiesta di tutela ex art. 18 I. n. 300 del 1970, dovendo il giudice individuare la fattispecie secondo il canone della prospettazione, con il solo limite di quelle artificiose, sicché, una volta azionata dal lavoratore una impugnativa di licenziamento postulando l’applicabilità delle tutele previste dall’art. 18 dello Statuto, il procedimento speciale deve trovare ingresso a prescindere dalla fondatezza delle allegazioni, senza che la veste formale assunta dalle relazioni giuridiche tra le parti ne possa precludere l’accesso (cfr. Cass. n. 17775 del 2016; Cass. n. 12094 del 2016; sulla forza espansiva del cd. “rito Fornero” v. anche: Cass. n. 17091 del 2016; Cass. n. 17107 del 2016)

In particolare questa Corte ha chiarito che il riferimento all’operatività del rito speciale “quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro” esplica la volontà del legislatore di non precluderne l’utilizzo per barriere imposte dall’apparenza della forma, sicché “pacificamente un lavoratore che alleghi la qualificazione solo formale di un rapporto come autonomo, deducendo la subordinazione, può impugnare il recesso invocando la tutela dell’art. 18 con il ricorso ex lege n. 92 del 2012” (in termini: Cass. n. 17775/2016 cit.).


Cass. n. 24983/2016

Nel caso di impugnativa di licenziamento discriminatorio, secondo il rito di cui all’art. 1, commi 48 e seguenti, della I. n. 92 del 2012, è ammissibile la proposizione in via subordinata, da parte del lavoratore, delle domande volte alla declinatoria di difetto di giusta causa ovvero ingiustificatezza del recesso datoriale, in quanto fondate sul comune presupposto della vicenda estintiva del rapporto, né tale trattazione congiunta determina aggravi istruttori, evitando, semmai, un’inutile rinnovazione dell’attività processuale oltre al frazionamento dei processi cui accede il rischio di giudicati contrastanti” ( Cass. n. 17107/2016).

Nel caso di impugnativa di licenziamento, secondo il rito di cui all’art. 1, comma 48, della I. n. 92 del 2012, è ammissibile la proposizione in via subordinata, da parte del lavoratore, delle domande di pagamento del t.f.r. e dell’indennità di preavviso, in quanto nascenti dalla cessazione del rapporto, e quindi fondate su fatti costitutivi già dedotti, sicché il relativo esame non comporta un indebito ampliamento del tema sottoposto a decisione, ed evita il frazionamento dei processi o pronunce in mero rito, permettendo, al contrario, che un’unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro dia luogo ad un unico processo ( 17091/2016), ed ancora che “la domanda di tutela avverso licenziamento nelle ipotesi regolate dall’art. 18 st.lav. e quella avente ad oggetto l’impugnativa del medesimo recesso cui possa essere, in via subordinata, riconosciuta la tutela di cui all’art. 8 della I. n. 604 del 1966, possono essere proposte in unico ricorso, con rito ex art. 1, comma 48, della I. n. 92 del 2012, in quanto fondate sugli stessi fatti costitutivi, poiché la dimensione dell’impresa non è un elemento costitutivo della domanda del lavoratore, e, la prospettata interpretazione estensiva della disciplina di cui alla I. n. 92 del 2012, consente di evitare la parcellizzazione dei giudizi in modo che da un’unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro possa scaturire un unico processo. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, a fronte di un’impugnativa di licenziamento di una lavoratrice, assunta formalmente con contratto di associazione in partecipazione, aveva riconosciuto la tutela di cui all’art. 8 della I. n. 604 del 1966, richiesta in via subordinata)  per cui non appare coerente con il sistema che il lavoratore sia costretto a riproporre la domanda una volta che si profili solo un caso di illegittimità del recesso in un’azienda sotto i 15 dipendenti e quindi una tutela di natura obbligatoria (conf. Cass. n. 12094/2016).


Cass. n. 19557/2016

Come avviene per ogni questione di rito o di competenza, anche l’individuazione dell’applicabilità o meno del rito di cui all’art. 1, commi 48 e ss., legge n. 92/12 non è secundum eventum litis, ossia non dipende dall’esito dell’istruttoria e dalla decisione, ma deriva dalla domanda, di guisa che, ove il lavoratore impugni un licenziamento chiedendo l’applicazione della tutela di cui all’art. 18 legge n. 300/70, il rito sarà quello cd. Fomero.

E se all’esito dell’istruttoria dovesse emergere l’applicabilità della sola tutela cd. obbligatoria di cui all’art. 8 legge n. 604/66, il giudice dovrà pronunciarsi su di essa, senza che a ciò ostino le caratteristiche di celerità del rito (che, anzi, verrebbero frustrate se si dovesse celebrare nuovo separato giudizio per applicare la tutela obbligatoria).

In tal senso milita altresì il principio generale di unicità della domanda di impugnazione del licenziamento, nel senso che essa è pur sempre unica e inscindibile, a prescindere dal tipo di tutela che, all’esito del giudizio, il giudice riterrà di accordare.

Infatti unico ne è l’oggetto, ossia il bene della vita che si vuole soddisfare, unico è il fatto costitutivo invocato a sostegno della domanda (il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, interrotto da un licenziamento di cui si assume l’illegittimità: v. Cass. S.U. n. 141/06 e le successive conformi Cass. nn. 12722/06, 13945/06, 15948/06, 19275/06, 6344/09), identiche sono le parti.

E se la domanda è unica, essa non può essere oggetto di differenti giudizi a seconda del tipo di provvedimento giurisdizionale richiesto.

Diversamente opinando, rigettata la domanda di reintegra nel posto di lavoro a cagione della ravvisata legittimità del licenziamento, il lavoratore potrebbe nuovamente adire il giudice impugnando lo stesso recesso già giudicato fra le medesime parti come legittimo, ma chiedendo la sola tutela obbligatoria (o, nell’ambito del nuovo testo dell’art. 18 come novellato ex art. 1 legge n. 92/12, chiedendo una tutela meramente indennitaria in luogo della quella reintegratoria invocata nel primo processo).

Ma si tratta di conclusione – all’evidenza – inaccettabile.

Dunque, questa Corte ritiene di dover mantenere fermo l’indirizzo di Cass. S.U. n. 141/06 e, pertanto, di andare in contrario avviso ad altro precedente (ci si riferisce a Cass. n. 1662/15) che, invece, ha ritenuto improponibile la domanda di riassunzione ex art. 8 della legge n. 604/66 proposta dal lavoratore in via subordinata rispetto alla tutela ex art. 18 legge n. 300/70, basata sul presupposto che il numero dei dipendenti e/o la qualità soggettiva del datare di lavoro siano (diversi) fatti costitutivi.

In realtà il requisito dimensionale (per la tutela reale o per quella obbligatoria) non è – secondo il citato orientamento delle S.U. e delle sentenze successive ad esso conformi – un fatto costitutivo: è, invece, un fatto impeditivo della reintegra l’inesistenza degli estremi occupazionali di cui all’art. 18 legge n. 300/70 (tanto che della relativa prova è onerato il datore di lavoro).

Invero, alla stregua del summenzionato orientamento delle S.U., fatti costitutivi del diritto soggettivo del lavoratore a riprendere l’attività sono esclusivamente l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’asserita illegittimità dell’atto espulsivo, mentre le dimensioni dell’impresa, inferiori ai limiti stabiliti dall’art. 18 legge n. 300/70, costituiscono, insieme alla giusta causa o al giustificato motivo di licenziamento, fatti impeditivi (non a caso, ex art. 5 legge n. 604/66, la giusta causa o il giustificato motivo di licenziamento devono essere provati dal datore di lavoro).

Con l’assolvimento di tale onere probatorio il datore di lavoro dimostra – conformemente alla regola generale di cui all’art. 1218 c.c. – che l’inadempimento degli obblighi derivatigli dal contratto di lavoro non gli è imputabile o che, comunque, il diritto del lavoratore a riprendere il proprio posto non sussiste per difetto del relativo requisito dimensionale, con conseguente riduzione della tutela ad un mero ristoro pecuniario.

E se i fatti costitutivi del diritto del lavoratore a riprendere l’attività sono esclusivamente l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’asserita illegittimità dell’atto espulsivo (fatti costitutivi identici tanto in ipotesi di stabilità reale quanto di stabilità meramente obbligatoria ex art. 8 legge n. 604/66), si conferma anche per la domanda subordinata, intesa ad ottenere la seconda e meno pregnante tutela, l’adattabilità del rito di cui all’art. 1, commi 48 e ss., legge n. 92/12, riservato non solo alle domande ex art. 18 legge n. 300/70, ma – appunto – anche a quelle “fondate sugli identici fatti costitutivi”.


Cass. n. 17775/2016 

In quanto il comma 47 dell’art. 1 della I. n. 92/2012 individua l’ambito di applicazione del rito specifico con il richiamo “alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro”, è necessario che, dedotta l’esistenza di un rapporto di lavoro qualificabile come subordinato a tempo indeterminato e di un licenziamento che lo risolva in modo illegittimo, si invochi la tutela prevista dall’art. 18 dello Statuto.

Applicando il criterio della prospettazione, l’individuazione della fattispecie, ai fini delle questioni di mero rito, deve essere compiuta in base alla domanda come formulata e, in particolare, con riferimento al petitum ed alla causa petendi con essa esposti, indipendentemente dalla relativa fondatezza.

Invero secondo l’insegnamento di legittimità, “qualora l’attore chieda il riconoscimento di un diritto che assume essere stato violato, previa allegazione di specifici fatti relativi ad un determinato rapporto giuridico, competente a decidere la controversia – sulla base di tale “petitum” sostanziale – è il giudice indicato dalla legge in relazione a tale rapporto, anche se il convenuto, in base alla contestazione dell’esistenza di quel determinato fatto, eccepisca che al rapporto intercorso tra le parti debba essere assegnata una natura diversa, salvo che la prospettazione dell’attore non risulti in modo evidente pretestuosa ed artificiosamente allegata proprio al fine di operare una non consentita scelta del rito e del giudice” (così Cass. n. 4662 del 1997; ma v. anche Cass. n. 11415 dei 2007; Cass. n. 8189 del 2012; Cass. n. 7182 del 2014).

Una volta azionata dal lavoratore una impugnativa di licenziamento postulando l’applicabilità delle tutele previste dall’art. 18 dello Statuto, salvo il limite delle prospettazioni artificiose, deve trovare ingresso il procedimento speciale previsto dalla I. n. 92 del 2012, a prescindere ovviamente dalla fondatezza di allegazioni e pretese e senza che la veste formale assunta dalle relazioni giuridiche tra le parti possa precludere tale accesso.

Di talché la natura giuridica del rapporto di lavoro così come l’individuazione del soggetto che si assume essere datore di lavoro e destinatario dei provvedimenti di tutela ex art. 18 I. n. 300/70 risultano tra le questioni che il giudice dovrà affrontare e risolvere nel percorso per giungere alla decisione di merito sulla domanda su cui può statuire, che è appunto la domanda concernente la legittimità o meno del licenziamento.

In tal senso è la lettera del comma 47 dell’art. 1 della I. n. 92/2012 che condiziona l’applicabilità de! rito al solo presupposto che si tratti di “controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300, e successive modificazioni”, senza negare l’accesso al procedimento speciale laddove si individui il datore di lavoro in un soggetto diverso da quello che ne abbia la veste solo formale, con una preclusione che sarebbe priva di ragionevolezza.

Vuole dirsi – avuto riguardo al caso di specie – che se il lavoratore aveva diritto alla tutela prevista dall’art. 18 della I. n. 300 del 1970 in quanto il rapporto di lavoro era in fatto realmente imputabile ad una pluralità di soggetti, non si vede perché il riconoscimento di detta tutela avrebbe dovuto avvenire nelle forme procedimentali diverse da quelle previste espressamente dalla legge per tali controversie solo perché egli era formalmente inquadrato da uno solo di tali soggetti.

Anche il riferimento all’operatività del rito speciale “quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro” esplica la volontà del legislatore di non precluderne l’utilizzo per barriere imposte dall’apparenza della forma: così come pacificamente un lavoratore che alleghi la qualificazione solo formale di un rapporto come autonomo, deducendo la subordinazione, può impugnare il recesso invocando la tutela dell’art. 18 con il ricorso ex lege n. 92 del 2012, altrettanto può fare il lavoratore che invochi la stessa tutela in un rapporto di lavoro non formalizzato ovvero nei confronti di un soggetto diverso da quello che risulti essere il formale datore di lavoro.

La violazione della disciplina sul rito assume rilevanza invalidante soltanto nell’ipotesi in cui, in sede di impugnazione, la parte indichi lo specifico pregiudizio processuale concretamente derivatole dalla mancata adozione del rito diverso, quali una precisa e apprezzabile lesione del diritto di difesa, del contraddittorio e, in generale, delle prerogative processuali protette della parte (Cass. n. 19942 del 2008, Cass. SS.UU. n. 3758 del 2009; Cass. n. 22325 del 2014; Cass. n. 1448 del 2015).


Cass. n. 17091/2016 

La censura involge l’interpretazione dell’art. 1 c. 48 della I. n. 92 del 2012.

La norma prevede testualmente che “con il ricorso non possono essere proposte domande diverse da quelle di cui al comma 47 del presente articolo, salvo che siano fondate sugli identici fatti costitutivi”.

Il tenore della disposizione  non consente un’interpretazione strettamente aderente al dato testuale.

L’evidente antinomia tra le espressioni “domande diverse” e “identici fatti costitutivi”, infatti, è conciliabile soltanto ove si ritenga proponibile una domanda in cui, ferme le allegazioni proprie della domanda proposta ai sensi del comma 47, muti esclusivamente il petitum: ipotesi, questa, in concreto non prospettabile, posto che all’impugnativa dei licenziamenti in discussione (contemplata nel comma 47 e per definizione soggetta al rito speciale) corrisponde necessariamente, quale petitum, la richiesta della tutela prevista dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300.

Ne consegue che si deve accedere a un’interpretazione che, per un verso, consenta di attribuire un significato alla disposizione (che, cioè, non porti ad escludere del tutto la proponibilità di domande diverse da quelle di cui al comma 47), e, per altro verso, sia coerente con la finalità sottesa all’insieme delle norme regolanti il rito speciale, connotate da un impulso di accelerazione impresso con la previsione di termini stringenti e cadenzati, che è quella di limitarne l’ambito di applicazione, assicurando una tutela reintegratoria sollecita.

In sostanza alla norma va ricondotto un significato che risponda all’intento di evitare che il thema decidendunn, individuato con riferimento al nucleo della controversia necessariamente assoggettato al rito speciale, si allarghi con l’introduzione di nuovi temi d’indagine, tali da ritardare il processo, vanificando la celerità della sua conclusione.

Tutto ciò premesso e venendo alla questione in esame, va rilevato che le domande proposte in via subordinata dal lavoratore (dirette all’accertamento del diritto del medesimo al trattamento di fine rapporto e all’indennità di preavviso, in ipotesi di accoglimento della tesi della controparte) sono riconducibili al theme decidendum della controversia come delineatosi nella dialettica processuale.

Esse, infatti, riguardando le pretese al trattamento di fine rapporto e all’indennità di preavviso, nascenti dalla cessazione del rapporto, traggono fondamento dai medesimi fatti costitutivi (e impeditivi) posti a base della contrapposta deduzione delle parti riguardo alla sussistenza del giustificato motivo di recesso.

In relazione alle predette domande, pertanto, è ravvisabile la coincidenza dei fatti costitutivi con quelli comunque dedotti nel processo dalle parti, con la conseguenza che l’esame delle stesse non importa un indebito ampliamento del thema decidendum.

Dall’intero sistema, quindi, provengono segnali che contrastano con l’interpretazione strettamente letterale dell’art. 1 c. 48 della I. n. 92 del 2012 cui si è attenuta la Corte nella sentenza impugnata.

Ed allora, in conclusione, ritiene il collegio che, tra le possibili soluzioni interpretative della norma in esame, debba privilegiarsi quella che, compatibile con una esegesi letterale e sistematica, nonché con la garanzia di effettività della tutela giurisdizionale, discostandosi dal precedente enunciato di questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 16662 del 10/08/2015, Rv. 636735), eviti il frazionamento dei processi e le pronunce in mero rito, consentendo che un’unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro dia luogo a un unico processo, senza eccessivo aggravio di attività e ritardo per il soggetto che chieda l’attuazione dei diritti sorti a seguito di quell’unica vicenda.


Cass. 12094/2016 

Qualora l’attore chieda il riconoscimento di un diritto che assume essere stato violato, previa allegazione di specifici fatti relativi ad un determinato rapporto giuridico, competente a decidere la controversia – sulla base di tale “petitum” sostanziale – è il giudice indicato dalla legge in relazione a tale rapporto, anche se il convenuto, in base alla contestazione dell’esistenza di quel determinato fatto, eccepisca che al rapporto intercorso tra le parti debba essere assegnata una natura diversa, salvo che la prospettazione dell’attore non risulti in modo evidente pretestuosa ed artificiosamente allegata proprio al fine di operare una non consentita scelta del rito e del giudice” (così Cass. n. 4662 del 1997; ma v. anche Cass. n. 11415 del 2007; Cass. n. 8189 del 2012; Cass. n. 7182 del 2014).

Dunque – salvo il limite di prospettazioni artificiose, teso a scongiurare condotte processuali obliquamente finalizzate al solo scopo di percorrere la corsia accelerata del rito speciale – vale ribadire che la contestazione sulla veridicità dei fatti che radicano l’invocata tutela non è dirimente, ai fini del rito. Infatti la questione di rito deve essere delibata in base alla domanda dell’attore a nulla contando né le contestazioni del convenuto sugli elementi posti a fondamento della domanda, né l’indagine di merito che il giudice deve compiere per la decisione, poiché tale attività non assume rilievo in ordine alla risoluzione delle questioni di rito

La domanda di tutela avverso il licenziamento nelle ipotesi regolate dall’art. 18 St. lav. e quella avente ad oggetto l’impugnativa del medesimo recesso cui possa essere, in via subordinata, riconosciuta la tutela di cui all’art. 8 della I. n. 604/1966, possono essere proposte in unico ricorso, con rito ex art. 1, co. 48, della I. n. 92/2012, in quanto fondate sugli stessi fatti costitutivi, poiché la dimensione dell’impresa non è un elemento costitutivo della domanda del lavoratore, e, la prospettata interpretazione estensiva della disciplina di cui alla I. n. 92/2012, consente di evitare la parcellizzazione dei giudizi in modo che da un’unica vicenda estintiva del rapporto di lavoro possa scaturire un unico processo.


GIUDIZIO DI OPPOSIZIONE – DOMANDE E IMPUGNAZIONI ESPERIBILI

Cass. n. 13025/2019

“Nel rito cd. Fornero, in caso di soccombenza reciproca nella fase sommaria e di opposizione di una sola delle parti, l’altra parte può riproporre nella fase a cognizione piena, con la memoria difensiva, le domande e le eccezioni non accolte, anche dopo la scadenza del termine per presentare autonoma opposizione e senza necessità di formulare una domanda riconvenzionale con relativa istanza di fissazione di una nuova udienza ai sensi dell’art. 418 c.p.c., atteso che l’opposizione non ha natura impugnatoria, ma produce la riespansione del giudizio, chiamando il giudice di primo grado ad esaminare l’oggetto dell’originaria impugnativa di licenziamento nella pienezza della cognizione integrale”.


Cass. n. 5993/2019

L’avere specificato, in sede di opposizione, che il rapporto di lavoro subordinato aveva avuto una modulazione composita, nello stesso arco temporale, non solo con l’espletamento delle mansioni dedotte nella prima fase del giudizio, ma anche di altre e diverse e che, comunque, era cessato con lo stesso unico asserito licenziamento ritenuto illegittimo, non rappresenta  un non consentito ampliamento del thema decidendum, incompatibile con l’esigenza di celerità dello speciale rito introdotto dalla legge n. 92 del 2012, in quanto, in pratica, fondata sugli stessi fatti costitutivi (sussistenza di un rapporto di lavoro di natura subordinata e illegittimità del recesso) (cfr. in termini Cass. 27.3.2018 n. 7586; Cass. 8.9.2016 n. 17775; Cass. 10.9.2018 n. 21959).


Cass. n. 30443/2018

L’espresso richiamo all’art. 414 c.p.c., quanto ai requisiti del ricorso in opposizione, unitamente a quello dell’art. 416 c.p.c., quanto alla memoria di costituzione, e dell’art. 421 c.p.c., quanto ai poteri d’ufficio del giudice, implica che l’opposizione sia modellata sulla disciplina dell’ordinario giudizio di primo grado di cui agli artt. 413 e ss. c.p.c., cui deve farsi riferimento per integrare quella speciale prevista dai commi 51-57 dell’art. 1 della I. n. 92/2012, senza possibilità di fare ricorso alle norme sulle impugnazioni.

In particolare l’opposto, “fino a dieci giorni prima dell’udienza” (comma 51), “deve costituirsi mediante deposito in cancelleria di memoria difensiva a norma e con le decadenze di cui all’articolo 416 del codice di procedura civile” (comma 53).

In tale memoria difensiva potrà dunque “riproporre la domanda o le difese non accolte, e ciò anche nella ipotesi in cui per la parte che si costituisce sia spirato il termine per proporre autonomo atto di opposizione” (in termini Cass. n. 3836/2016 cit.; successiva conf. Cass. n. 21156/2018 cit.).

L’ammissibilità di una mera riproposizione in memoria di costituzione, non preclusa da un giudicato che non si è formato mercé l’opposizione della controparte, è coerente con un giudizio di opposizione che riespande l’oggetto del contendere nella dimensione della cognizione ordinaria e che addirittura ne consente l’ampliamento, attraverso la chiamata di terzi in causa e la proposizione di domande riconvenzionali (pur se fondate sui medesimi fatti costitutivi), per cui sarebbe irragionevole impedire l’accesso all’esame del giudice di questioni invece già sollevate nella precedente fase.

La riproposizione, per il tramite della memoria difensiva dell’opposto, delle istanze già formalizzate nel corrispondente atto introduttivo della fase sommaria è compatibile con le esigenze di rispetto del contraddittorio, considerato proprio che si tratta di un patrimonio conoscitivo già esposto alle parti ed al giudice nel primo stadio del procedimento.

Del resto anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, finanche nell’ipotesi in cui sia stato emesso per una somma inferiore a quella indicata nel ricorso monitorio, il creditore opposto può limitarsi ad insistere, con la sua costituzione, nell’accoglimento dell’originaria più ampia domanda, non essendo “alterato l’oggetto dell’accertamento del giudizio di opposizione, a seguito del quale non è stato riconosciuto al creditore più di quello che egli aveva richiesto con il ricorso introduttivo” (Cass. n. 7003 del 1993).

La richiesta con cui il lavoratore opposto, come nella specie, ferma l’illegittimità del licenziamento, insiste nella richiesta di reintegrazione già formulata con il ricorso ex art. 1, commi 47 e 48, I. n. 92/2012, non può essere considerata una domanda riconvenzionale intesa nel senso di azione diretta ad ottenere una pronuncia suscettibile di giudicato del tutto autonoma, anche se connessa, rispetto all’iniziativa dell’attore, perché non amplia l’oggetto del processo con carattere di novità ma replica i contenuti della domanda già introdotta nella prima fase.

Del pari non può essere considerata una riconvenzionale in senso proprio la richiesta del datore di lavoro opposto che – evocato in giudizio dal lavoratore opponente che richiede una maggiore tutela rispetto a quella riconosciuta dall’ordinanza – si limiti in memoria difensiva ad insistere nel rigetto dell’impugnativa di licenziamento, sostenendo la legittimità del medesimo, così come da conclusioni formulate in occasione della costituzione nella precedente fase sommaria (che è il caso deciso da Cass. n. 21156 del 2018).


Cass. n. 21156/2018

Qualora all’esito della fase sommaria, la domanda di impugnazione del licenziamento venga accolta solo parzialmente, la instaurazione del giudizio di opposizione ad opera di una delle parti, consente all’altra di riproporre con la memoria difensiva la domanda o le difese non accolte, e ciò anche nella ipotesi in cui per la parte che si costituisce sia spirato il termine per proporre un autonomo atto di opposizione.

Per rimettere in discussione l’intero thema decidendum, è sufficiente che la parte opposta riproponga, nella memoria difensiva, le questioni sollevate nella fase sommaria in qualità di ricorrente e/o di resistente (conf. Cass. n. 30443/2018).


Cass. n. 27655/2017

E’ ammissibile la proponibilità, nella fase dell’opposizione (per la prima volta) della sia della deduzione relativa alla natura ritorsiva del licenziamento, sia quella relativa all’erroneo criterio di calcolo.

Ciò, anche considerato che sono fatti costitutivi del diritto soggettivo del lavoratore a riprendere l’attività e, sul piano processuale, dell’azione di impugnazione del licenziamento l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato e l’illegittimità dell’atto espulsivo, e che la mancanza di funzione impugnatoria e il ruolo di giudizio di primo grado dell’opposizione consente di introdurre ulteriori prospettazioni di invalidità de iure (criteriocomputo aritmetico, intento ritorsivo) del recesso datoriale.

Va, altresì, ricordato che si ha domanda nuova – per modificazione della “causa petendi” solo quando i nuovi elementi, dedotti dinanzi al giudice di secondo grado, comportino il mutamento dei fatti costitutivi del diritto azionato, modificando l’oggetto sostanziale dell’azione ed i termini della controversia, in modo da porre in essere una pretesa diversa, per la sua intrinseca essenza, da quella fatta valere in primo grado e sulla quale non si è svolto in quella sede il contraddittorio (Cass., n. 15506 del 2015, n. 15101 del 2012), e che tale evenienza non è ravvisabile nella statuizione della Corte d’Appello, laddove si indicano come fatti costitutivi nuovi l’erroneità del calcolo aritmetico e l’intento ritorsivo, entrambi pur sempre riferiti alla domanda introduttiva del giudizio di declaratoria dell’illegittimità del licenziamento e reintegra (contra Cass. 19142/2015 – v. infra).


Cass. n. 3836/2016 

Qualora all’esito della fase sommaria la domanda di impugnazione del licenziamento venga accolta solo parzialmente, la instaurazione del giudizio di opposizione ad opera di una delle parti, consente all’altra di riproporre con la memoria difensiva la domanda o le difese non accolte, e ciò anche nella ipotesi in cui per la parte che si costituisce sia spirato il termine per proporre un autonomo atto di opposizione.


Cass. n. 19142/2015

E’ inammissibile, perché costituisce una domanda nuova (mutato libelli) per mutamento della causa petendi, ossia per introduzione di un tema dell’indagine di fatto completamente diverso (Cass. 8 ottobre 2007 n.21017, 11 luglio 2005 n.14496), la deduzione relativa alla pretesa discriminatoria del licenziamento che viene formulata, per la prima volta  in sede di opposizione all’ordinanza di cui all’art.1, comma 49, 1. 28 giugno 2012 n.92, ossia non nel ricorso introduttivo del processo.


Cass. n. 15066/2015

La fase dell’opposizione non costituisce un grado diverso rispetto a quello che ha preceduto l’ordinanza, ma solo una prosecuzione del medesimo giudizio in forma ordinaria, sicchè non è configurabile alcuna violazione riconducibile all’art. 51, n. 4, cod. proc. civ., nel caso in cui lo stesso giudice-persona fisica abbia conosciuto della causa in entrambi le fasi.

Nella fase oppositoria la cognizione si espande in ragione non solo del nuovo apporto probatorio, ma anche perchè in tale giudizio possono essere dedotte circostanze di fatto ed allegati argomenti giuridici anche differenti da quelli già dedotti nonché prove ulteriori, anche alla luce della pressoché totale assenza di preclusioni e decadenze per le parti. In definitiva è ravvisabile nella specie un giudizio unico anche se contraddistinto da due fasi, in conformità, del resto, al diritto vivente ormai univocamente formatosi sulla questione. Pertanto il fatto che entrambe le fasi di detto unico grado del giudizio possano essere svolte dal medesimo magistrato non confligge con il principio di terzietà del giudice e si rivela invece funzionale all’attuazione del principio del giusto processo, per il profilo della sua ragionevole durata. E ciò a vantaggio, anche e soprattutto, del lavoratore, il quale, in virtù dell’effetto anticipatorio (potenzialmente idoneo anche ad acquisire carattere definitivo) dell’ordinanza che chiude la fase sommaria, può conseguire una immediata, o comunque più celere, tutela dei propri diritti, mentre la successiva, ed eventuale, fase a cognizione piena è volta a garantire alle parti, che non restino soddisfatte del contenuto dell’ordinanza opposta, una pronuncia più pregnante e completa.


Cass. n. 3136/2015

La fase dell’opposizione ai sensi dell’art.1, comma 51, 1. n.92 del 2012 nonTh costituisce un grado diverso rispetto alla fase che ha preceduto l’ordinanza. Essa non è, in altre parole, revisio prioris instantiae ma solo una prosecuzione del giudizio di primo grado in forma ordinaria e non più urgente.

Detto contenuto impugnatorio è stato poi escluso dalle Sezioni unite di questa Corte, che con ordinanza 18 settembre 2014 n.19674 hanno espressamente definito quella successiva all’opposizione di cui all’art.1, comma 51, cit,. come fase del giudizio di primo grado.


GIUDIZIO DI RECLAMO

L’art. 1, comma 58, L. n. 92/2012, prevede espressamente che, contro la sentenza che decide sul ricorso in opposizione è ammesso reclamo davanti alla Corte d’appello, «da depositare, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla comunicazione, o dalla notificazione se anteriore».

La «comunicazione» menzionata nella disposizione è quella effettuata dalla cancelleria a mente dell’art. 133, comma 2, cod. proc. civ., nel testo modificato dall’art. 45 del d.l. n. 90/2014, convertito con modificazioni nella legge n. 114/2014, ed è effettuata alle parti costituite «mediante biglietto contenente il testo integrale della sentenza» che può essere, ai sensi dell’art. 136, comma 2, cod. proc.civ., «consegnato dal cancelliere al destinatario, che ne rilascia ricevuta, ovvero trasmesso a mezzo posta elettronica certificata, nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici».

Questa Corte ha precisato che al rito speciale disciplinato dalla legge n. 92/2012, sebbene le forme della comunicazione siano disciplinate dal codice di rito, l’art. 133 cod. proc. civ. non si applica nella parte in cui dispone che «la comunicazione non è idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325», perché la disposizione, di carattere generale, non può investire, neppure indirettamente, le previsioni speciali che « in via derogatoria, comportino la decorrenza di termini – anche perentori – dalla semplice comunicazione del provvedimento, e tale è certamente il caso previsto dall’art. 1, commi 58 e 62, L. n. 92 del 2012» ( Cass. n. 83/2019 che richiama Cass. n. 6059/2018; Cass. n. 19177/2016; Cass. n. 23526/2014, avallata da Cass. SS.UU. n. 25208 del 2015).


Cass. n. 6651/2019

Ai fini della decorrenza del termine breve previsto dalla disciplina speciale di cui all’art. 1, comma 62, della L. n. 92 del 2012 per l’impugnazione della sentenza emessa in sede di reclamo, non è, infatti, sufficiente il mero avviso di deposito del provvedimento, ma è necessaria la comunicazione del testo integrale della decisione che, analogamente a quanto avviene per la notificazione, consente alla parte di avere conoscenza delle ragioni sulle quali la pronuncia è fondata e di valutarne la correttezza (vedi Cass. 16/05/2016 n.10017 cui adde Cass. 24/10/2017 n.25136).

Esposte tali premesse, occorre ribadire l’insegnamento di questa Corte secondo cui il comma 62 dell’art. 1 della legge 28.6.2012 n. 92 si pone come norma speciale rispetto alla disciplina generale del cosiddetto termine breve di impugnazione, dettata dagli artt. 325 e 326 c.p.c., poiché fa decorrere il termine perentorio dalla comunicazione della sentenza o dalla notificazione, ma solo se anteriore alla prima, e consente l’applicazione del termine stabilito dall’art. 327 c.p.c. unicamente nel caso in cui risultino omesse sia la notificazione che la comunicazione della decisione (vedi Cass.28/9/2016 n.19177 cui adde, in motivazione, Cass. 18/1/2018 n.14086).

La maggiore novità, introdotta dal legislatore del 2012, rispetto alla previgente disciplina di cui agli artt. 325 e segg. c.p.c. (che resta applicabile in tutti gli altri casi in cui non opera la normativa speciale de qua) in tema d’impugnazioni, è data, infatti, dal rilievo processuale attribuito anche alla comunicazione del provvedimento ad opera della cancelleria del giudice che lo emette, mentre il codice di rito non prevedeva alcuna decorrenza in caso di mera comunicazione della sentenza, ma unicamente dalla notificazione, ovvero, in mancanza di questa, dal trascorrere del cd. termine lungo ex art. 327 c.p.c. (in termini, vedi Cass. 3/8/2016 n.16216).


Cass. n. 824/2019

Il giudice di secondo grado (id est il giudice del reclamo), per decidere la controversia sottoposta al suo riesame, può agire con piena libertà senza essere tenuto a seguire criticamente, punto per punto, la sentenza impugnata e quindi egli può, senza essere soggetto ad alcun vincolo, salva l’ipotesi che su taluni punti della controversia la sua indagine sia preclusa per essersi formata la cosa giudicata, non soltanto pervenire a diverse conclusioni in base ad un diverso apprezzamento dei fatti, ma anche giungere alla medesima soluzione in forza di motivi e di considerazioni che il primo giudice aveva trascurato e così sostituire totalmente la propria motivazione a quella della sentenza di primo grado, pur confermandone il contenuto decisorio (v. Cass. 22 gennaio 2002, n. 696; Cass. 14 marzo 2016, n. 4889; Cass. 19 gennaio 2018, n. 1323).


L’impugnazione della sentenza pronunciata ai sensi dell’art. 1, comma 57, della Legge n. 92/ 2012 è, nella sostanza, un appello, sicché per tutti i profili non regolati dalle disposizioni specifiche trova applicazione la disciplina dell’appello nel rito del lavoro, che realizza il ragionevole equilibrio tra esigenze di celerità ed affidabilità (Cass. 09/09/2016 n. 17863).

Ne deriva che la disciplina dell’atto introduttivo del reclamo è quella dell’art. 434 cod. proc. civ. (nel testo, “ratione temporis” vigente, introdotto dall’art. 54, comma 1, lett. c) bis, del d.l. n.22/06/2012 n. 83 conv. con modif. in Legge 07/08/2012 n. 134 (conf. 24354/2018).

Tale previsione, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell’art. 342 cod. proc. civ., non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente il “quantum appellatum”, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonché ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata (Cass. 05/02/2015 n. 2143) (Conf. Cass. n. 21718/2018).


Cass. n. 21718/2018

Il reclamo, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito al giudice, alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost., comma 2, di assegnare all’appellante, ai sensi dell’art. 421 cod. proc. civ., un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 cod. proc. civ. (cfr. Cass. 19 ottobre 2017, n. 24742; Cass. 29 dicembre 2016, n. 27395; Cass. 19 gennaio 2016, n. 837).


Cass. n. 21518/2018 

Avverso la sentenza del Tribunale sulla domanda di impugnativa del licenziamento nelle ipotesi di cuiall’art. 18 st.lav. il termine breve di trenta giorni per la proposizione del reclamo alla Corte di Appello decorre, come previsto dall’art. 1, comma 58, I. n. 92 del 2012, dalla comunicazione alle parti della sentenza del Tribunale, anche nelle ipotesi nelle quali il giudice abbia dato lettura in udienza del dispositivo e della motivazione, come previsto dall’art. 429 c.p.c., poiché la I. n. 92 del 2012 ha introdotto un nuovo rito speciale, la cui disciplina deve essere osservata senza possibilità di deroga dai principi generali dell’ordinamento, salvo necessità di integrazione del rito nel caso di lacuna del dettato normativo.» (Cass. n. 1498/2016 e negli stessi termini Cass. 8832/2017 e Cass. 17211/2016).

Si è evidenziato anche che non incide sulla decorrenza del termine previsto per il reclamo di cui all’art. 1, comma 58, della I. n. 92 del 2012, la modifica dell’art. 133, comma 2, cod.proc.civ., nella parte in cui stabilisce che «la comunicazione non e’ idonea a far decorrere i termini per le impugnazioni di cui all’art. 325 cod. proc. civ.», in quanto detta norma attiene al regime generale della comunicazione dei provvedimenti da parte della cancelleria, rispetto al quale la disposizione speciale ha efficacia derogatoria (Cass. n. 6059/2018) (conf. Cass. n. 19862/2018).


MODALITA’ DI DEPOSITO ATTI PROCESSUALI

Cass. n. 8591/2019

La questione posta è quella di stabilire se l’atto di impulso della fase dell’opposizione sia da considerare proposto da una “parte precedentemente costituita”, poiché l’art. 16-bis, co. 1, d.l.n. 179/2012, richiede che in tal caso gli atti processuali e i documenti di parte siano depositati “esclusivamente con modalità telematiche”.

Ritiene il Collegio che, in considerazione dei testuali contenuti nell’art. 1, co. 51 e 53, L. 92/2012, il passaggio alla seconda fase richieda una specifica costituzione in giudizio.

Difatti, il ricorso in opposizione deve contenere i requisiti di cui all’art. 414 cod. proc. civ. e deve essere depositato dinanzi al Tribunale (art. 51, primo comma); le modalità di costituzione dell’opposto sono delineate a norma e con le decadenze previste dall’art. 416 cod. proc. civ. (art. 53, primo comma). Si tratta di adempimenti che ricalcano quelli della fase introduttiva del giudizio di primo grado nel rito del lavoro. Pertanto, nel c.d. rito Fornero, il giudizio di primo grado, pur articolandosi in due fasi procedimentali, richiede per l’introduzione della seconda fase un’autonoma costituzione in giudizio delle parti.

Alla stregua dei tali considerazioni, non ricorrono i presupposti per l’applicazione dell’art. 16-bis, co. 1, d.l. 179/2012 cit.. (conf. Cass. n. 2930 del 2019 in altra analoga fattispecie).


TERMINI DI IMPUGNAZIONE

Cass. n. 5188/2019

Risulta idoneo, ai fini della conservazione dell’efficacia della impugnazione stragiudiziale del licenziamento, ai sensi del novellato art. 6 della legge n. 604/1966, il mero deposito nella cancelleria del giudice del ricorso ex art. 1 comma 48 e ss della legge n. 92 del 2012 e non anche la notifica al datore del lavoro o la messa a conoscenza di quest’ultimo del ricorso medesimo (cfr. in termini, Cass. 15.11.2018 n. 29429; Cass. 14.7.2016 n. 14390).

Nel rito di cui all’art. 1 commi 48 e ss. della legge n. 92 del 2012 (così come in quello del lavoro), ove risulti omessa o inesistente la notifica del ricorso introduttivo del giudizio e del decreto di fissazione dell’udienza, è ammessa l’assegnazione di un nuovo termine perentorio, ex art. 291 comma 1 cpc, per il rinnovo della stessa, non ostandovi le esigenze di celerità che lo ispirano né il principio della ragionevole durata del processo, atteso che l’eventuale inammissibilità o improcedibilità del ricorso non ne precludono la riproposizione, con una ulteriore dilatazione del tempo necessario ad ottenere una pronuncia di merito (cfr. Cass. 1.2.2017 n. 2621).


Cass. n. 31647/2018

La proposizione di un procedimento cautelare ex art. 700 cod. proc. civ. non è idonea a mantenere l’efficacia dell’impugnazione stragiudiziale del licenziamento effettuata ai sensi dell’art. 6, comma 2, della legge n. 604 del 1966 (come novellata dall’art. 32 della legge n 183 del 2010) essendo necessaria la proposizione di un giudizio ordinario, ossia di un ricorso ex art. 414 cod. proc. civ., nell’ambito del quale – eventualmente – proporre una istanza cautelare ex art. 700 cod. proc. civ..

Non è possibile ritenere il provvedimento emesso ai sensi dell’art. 700 cod.proc.civ. equivalente all’ordinanza adottata ex art. 1, comma 50, della legge n 92 del 2012 posto che la fase sommaria del procedimento speciale introdotto dalla legge n. 92 citata (caratterizzata dalla sommarietà dell’istruttoria) ha natura semplificata ma non cautelare (cfr. Cass. SS.UU. nn. 17443 e 19674 del 2014, Cass. S.U. n. 4308 del 2017; in senso conforme, da ultimo, Cass. n. 16024 del 2018).


La proposizione di un ricorso cautelare, ai sensi e per gli effetti dell’art. 700 c.p.c., non è in grado di interrompere i termini di decadenza previsti per la proposizione del ricorso introduttivo del giudizio, come disciplinati dall’art. 6, L. n. 604/1966.

Lo scopo della disciplina introdotta dalla L. n. 183 del 2010, di provocare in tempi ristretti una pronuncia di merito sulla legittimità del licenziamento, attraverso la previsione di termini di decadenza per l’azione in giudizio, sarebbe completamente vanificato da una interpretazione volta a ritenere impedita la decadenza anche da un ricorso ai sensi dell’art. 700 c.p.c., proposto nel termine di 270 giorni dall’impugnativa stragiudiziale, senza che sia possibile individuare a quel punto un qualsiasi altro termine, se non quello ordinario di prescrizione, entro cui instaurare la causa di merito.

Difatti, col nuovo testo dell’art. 669 octies, comma 6, aggiunto dall’art. 2, comma 3, lett. e-bis), D.L. n. 35 del 2005, convertito con modificazioni in L. n. 80 del 2005, si è stabilito che le disposizioni di cui al medesimo art. 669 octies e al primo comma dell’art. 669 nonies (che prevedono il vincolo di strumentalità necessaria tra la fase cautelare e quella di merito, pena l’inefficacia del provvedimento di accoglimento) non si applicano ai provvedimenti di urgenza emessi ai sensi dell’art. 700 c.p.c. e agli altri provvedimenti cautelari ad effetto anticipatorio della decisione di merito, risultando così introdotto un vincolo di strumentalità attenuta tra la fase cautelare e quella di merito, essendo quest’ultima prevista come solo eventuale (cfr. Cass. Ord. n. 18264 del 2017; Ord. n. 11949 del 2015).


RICORSO INTRODUTTIVO PROPOSTO DAL DATORE DI LAVORO

Cass. n. 30433/2018

Il ricorso con le forme di cui all’art. 1, commi 47 e ss. L. n. 92/2012 può essere proposto anche dal datore di lavoro al fine di accertarsi la legittimità del licenziamento irrogato al lavoratore.

Nel processo civile, in cui per definizione le parti si contrappongono in posizione paritaria, il principio sancito dall’art. 3, primo comma, della Costituzione implica necessariamente la piena uguaglianza delle parti stesse dinanzi al giudice ed impone al legislatore di disciplinare la distribuzione di poteri, doveri ed oneri processuali secondo criteri di pieno equilibrio (cfr. Corte Cost. nr. 253 del 1994), a meno che non sussista una ragione che legittimi una tutela differenziata e che, dunque, con riferimento alla fattispecie concreta, giustifichi, a monte, l’esclusione di un’azione datoriale di accertamento della legittimità del licenziamento.

La giurisprudenza di legittimità, prima della introduzione del nuovo rito, ha sempre affermato la sussistenza di un interesse ad agire, anche del datore di lavoro, ogni qualvolta ricorresse una pregiudizievole situazione d’incertezza, in relazione al rapporto di lavoro, non eliminabile senza l’intervento del giudice (Cass. nr. 5889 del 1993); in particolare, questa Corte ha ritenuto ammissibile la domanda del datore di lavoro diretta all’accertamento della legittimità del licenziamento (Cass. nr. 279 del 1996), ancorché questo risultasse essere già stato impugnato dal lavoratore con l’instaurazione di un (precedente) giudizio, salva in ogni caso l’applicabilità della disciplina della continenza delle cause ex art. 39 cod. proc. civ. (cfr. Cass 14.7.1998 n. 6891; Cass. nr. 7096 del 2012).

Ritiene il Collegio che il citato orientamento meriti di essere confermato, pur in presenza, all’attualità, della nuova fattispecie decadenziale di cui all’art. 6 della legge nr. 604 del 1966; l’introduzione di termini di decadenza ed inefficacia (per effetto dell’art. 32 della legge nr. 183 del 2010 e successive modifiche ex art. 1 co. 38 della legge nr. 92 del 2012) in precedenza non previsti e funzionali, in aderenza con l’art. 111 Cost., all’esigenza di consolidamento e certezza delle situazioni giuridiche (cfr. in motivazione Cass. nr. 16591 del 2018 e Cass. nr. 22824 del 2015) se idonea, sul piano concreto, a limitare le ipotesi di iniziativa datoriale, non vale ad escludere, in via assoluta e generale, la sussistenza di un interesse, degno di tutela, del datore di lavoro a rimuovere giudizialmente l’incertezza di un provvedimento di recesso, al fine di organizzare stabilmente la propria azienda.


PUBBLICO IMPIEGO

Cass. n. 29376/2018

Le modifiche apportate dalla legge n. 92 del 2012 all’art. 18 della legge n. 300 del 1970 non si applicano ai rapporti di pubblico impiego privatizzato, sicché la tutela del dipendente pubblico, in caso di licenziamento illegittimo intimato in data successiva all’entrata in vigore della richiamata legge n. 92, resta quella prevista dall’art. 18 st.lav. nel testo antecedente la riforma (Cass. n.  21297/2019; Cass., n. 11868 del 2016).


Cass. n. 29177/2018

La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che l’individuazione del mezzo di impugnazione esperibile avverso un provvedimento giurisdizionale deve essere effettuata, in base al principio dell’apparenza, sulla base della qualificazione dell’azione compiuta dal giudice, indipendentemente dalla sua esattezza, sicché anche in caso di scelta erronea del rito, non corretta dal giudice attraverso ordinanza di mutamento del rito stesso, il giudizio deve proseguire in sede di impugnazione nelle forme adottate, quantunque erronee (cfr. fra le tante Cass. n. 13381/2017; Cass. n. 15272/2014 e Cass. n. 21520/2015, pronunciata in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa)

Deve essere ribadito il principio per cui le modifiche introdotte dalla L. n. 92/2012, sono inapplicabili ai rapporti di lavoro pubblico limitatamente al regime delle tutele previste nell’ipotesi di ritenuta illegittimità del licenziamento, non estendendosi alle disposizioni di carattere processuale.

Il principio deve essere qui ribadito giacché, da un lato, anche per l’impiego pubblico sussistono le medesime esigenze acceleratorie poste alla base del nuovo rito, dall’altro la disposizione processuale fa riferimento alle «controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300 e successive modificazioni», norma, quest’ultima, che, sia pure nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla legge n. 92/2012, disciplina le conseguenze del licenziamento illegittimo, sino all’entrata in vigore del d.lgs. n. 75/2017, che ha inserito il comma 2 bis nel corpo dell’art. 63 del d.lgs. n. 165/2001 (ndr: principio riferito a licenziamento emanato antecedentemente alla riforma del d.lgs. n. 165/2001 disposta con il d.lgs. n. 75/2017, che ha riformulato l’art. 63 del predetto d.lgs. n. 165/2001 ed ha previsto esplicitamente il regime di tutela garantito ai pubblici dipendenti illegittimamente licenziati, con ciò evitando l’espresso richiamo alle tutele dell’art. 18 St. Lav.).

Il rito speciale non costituisce uno strumento finalizzato alla tutela delle ragioni del dipendente — con la possibilità che questo scelga il rito da seguire — bensì una tecnica di tutela volta ad abbreviare i tempi necessari per ottenere una decisione definitiva ogni qual volta la domanda abbia ad oggetto l’impugnativa di un licenziamento ascrivibile ad una delle ipotesi regolate dall’art. 18 citato.

Correlativamente, il lavoratore licenziato non può rinunciare al procedimento speciale, perché la specialità non è prevista nel suo esclusivo interesse  ( Cass. n. 23073/2015).


ORDINANZA RESA NELLA FASE SOMMARIA – EFFETTI ED EFFICACIA

Cass. 16024/2018

Il rito introdotto dalla I. n. 92 del 2012 è espressamente applicabile “alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300 e successive modificazioni” (art. 1, co. 47) ed il ricorso che attiva il procedimento è evidentemente finalizzato ad ottenere, in caso di ritenuta illegittimità del licenziamento, le tutele previste dall’art. 18 St. Lav. così come novellato dalla medesima legge, tra cui anche l’eventuale ordine di reintegrazione nel posto di lavoro, con le pronunce patrimoniali conseguenziali.

Già con l’ordinanza resa dal giudice all’esito della fase sommaria può essere accolta la domanda avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento, con provvedimento immediatamente esecutivo (art. 1, co. 49) e, ricorrendone i presupposti, può essere disposta la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro ai sensi dell’art. 18 I. n. 300 del 1970.

Non vi è ragione per ritenere che da tale ordine di reintegrazione non debbano discendere anche gli effetti previsti dal comma 3 dell’art. 18, come modificato, in base al quale “al lavoratore è data facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale”.

Il contenuto di tale provvedimento giudiziale è del tutto sovrapponibile a quello reso con sentenza all’esito di un giudizio a cognizione ordinaria prima dell’entrata in vigore del procedimento previsto dalla I. n. 92 del 2012 ed è dotato di “efficacia esecutiva” che “non può essere sospesa o revocata fino alla pronuncia della sentenza con cui il giudice definisce il giudizio” di opposizione (art. 1, co. 50).

Inoltre, in caso mancata opposizione nel termine fissato “a pena di decadenza” (art. 1, co. 51), l’ordine di reintegrazione pronunciato nella fase sommaria diviene irretrattabile e fisiologicamente può accadere che solo da esso derivino le conseguenze previste dall’art. 18, tra cui anche la facoltà di opzione.

Invero, secondo le Sezioni unite di questa Corte, la prima fase del procedimento di impugnativa di licenziamento, di cui alla I. n. 92 del 2012, pur caratterizzata da sommarietà dell’istruttoria, ha natura semplificata e non cautelare in senso stretto, non riferendosi la sommarietà anche alla cognizione del giudice, né sussistendo un’instabilità dell’ordinanza conclusiva di tale fase, che è idonea al passaggio in giudicato in caso di omessa opposizione (Cass. SS.UU. nn. 17443 e 19674 del 2014; conf. Cass. SS.UU. n. 4308 del 2017).

Non appare di ostacolo alla conclusione qui patrocinata la circostanza che il terzo comma dell’art. 18 della I. n. 300 del 1970 faccia espresso riferimento alla richiesta di indennità da farsi entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della “sentenza”, atteso che l’ordinanza in discorso ne ha tutto il contenuto, compresa l’efficacia esecutiva, e questa Corte ha già avuto modo di estendere analogicamente la facoltà di opzione all’ipotesi di provvedimento di reintegrazione emesso nell’ambito di una procedura ex art. 700 c.p.c., pur non presentando necessariamente contenuto ed efficacia analoghi a quelli di un ordine di reintegrazione emesso con la sentenza di merito ex art. 18 cit. (cfr. Cass. n. 1254 del 2003; conf. Cass. n. 24350 del 2010).

Quanto alle possibili revoche dell’ordine di reintegrazione all’esito del giudizio di opposizione, ciò non può rappresentare certo ostacolo all’interpretazione accolta, come non lo è la circostanza che anche la sentenza di reintegrazione di primo grado possa essere riformata in appello ovvero quella che dispone la reintegrazione in appello possa essere cassata o riformata a seguito di rinvio.

L’opzione esegetica qui affermata appare infine coerente con la finalità del meccanismo connesso all’esercizio del diritto di opzione, finalità messa in chiara luce da SS.UU. n. 18353 del 2014, che è quella di attribuire alle parti uno strumento di semplificazione dei rapporti nel corso del processo, favorendo la composizione transattiva della controversia, nel senso che, esercitata l’opzione e sgombrato il campo dall’ordine di reintegrazione, può addivenirsi con più facilità alla conciliazione della lite.


 

NOTIFICAZIONI

Cass. n. 9412/2018

Il principio di celerità che informa il cd. rito Fornero non può indurre a ritenere che il mancato rispetto del termine per la notificazione dell’originario ricorso ex art. 1, comma 48, L.n.92/12, , possa indurre a ritenere nullo l’intero processo, imponendo il suo rinnovo ab origine (Cass. n. 16349/2016).

Alla luce dei principi costituzionali e dell’Unione Europea deve escludersi che un vizio di notifica dell’atto introduttivo del giudizio comporti l’azzeramento dell’azione in senso sostanziale, in contrasto con l’esigenza di effettività della tutela giurisdizionale.

Nella medesima prospettiva si colloca Cass. n. 2621 del 2017 la quale ha escluso, in stretta continuità con quanto statuito da Cass. n. 1453/2015, che le esigenze di celerità che ispirano il rito previsto dalla I. n. 92 del 2012 possano spingersi sino al punto di negare la possibilità di concedere ex art. 291 c.p.c. nuovo termine per la notifica del ricorso introduttivo del giudizio e del decreto di fissazione dell’udienza, pur se la notifica stessa risulti omessa del tutto, atteso che “il principio costituzionale di ragionevole durata di cui all’art. 111, co. 2, Cost., va esaminato nell’ottica non del singolo processo, ma dei tempi complessivi necessari affinché su un dato diritto azionato si ottenga una pronuncia di merito, nel sostanziale rispetto dell’art. 24 Cost.” ed è “compito dell’interprete far sì che le pronunce di mero rito siano limitate ai casi strettamente necessari, sicché, se il vizio d’un atto processuale è sanabile, il processo potrà chiudersi con una pronuncia di mero rito solo dopo che il giudice abbia invitato la parte a porvi rimedio e questa non vi abbia provveduto.

L’opposizione depositata “a pena di decadenza” nel termine di trenta giorni, a mente del richiamato comma 52, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, deve essere notificata dall’opponente all’opposto almeno trenta giorni prima della data fissata per la sua costituzione.

Quindi l’opponente, come in ogni giudizio di tipo oppositorio in cui, ove non coltivato, si determina il consolidamento del provvedimento emesso nella fase precedente, ha un tempo per compiere l’attività di ulteriore impulso del procedimento dopo l’emissione del decreto di fissazione dell’udienza.

La mancata conoscenza dell’avvenuto deposito del decreto espone l’opponente a conseguenze pregiudizievoli rappresentate non solo dal mancato rispetto del termine da concedere all’opposto ma, soprattutto, dalla possibilità che non riesca a provvedere alla notificazione e anche che la prefissata udienza si svolga in sua assenza.

Pertanto anche in tale caso deve operare il principio, ritenuto – secondo la richiamata giurisprudenza della Corte costituzionale – “generale criterio interpretativo”, in base al quale ove sia prescritto un tempo per il compimento di una certa attività processuale, la cui omissione si risolva in un pregiudizio della situazione tutelata, deve essere assicurata la conoscibilità dell’atto che funge da presupposto condizionante l’onere notificatorio gravante sull’opponente, sia per consentire il rispetto dei termini imposti dall’ulteriore sviluppo del procedimento, ma anche per evitare che l’omessa notificazione si traduca in una preclusione alla prosecuzione del giudizio, con pregiudizio irreversibile per l’opponente.

Dunque, in mancanza di conoscenza legale da parte dell’opponente dell’avvenuto deposito del decreto di fissazione dell’udienza e quindi dell’insorgere dell’onere di provvedere alla notificazione, ove sia omessa la medesima, è preclusa l’applicazione di una sanzione processuale idonea a cagionare il passaggio in giudicato del provvedimento giudiziale emesso all’esito della fase sommaria (cfr. Cass. SS.UU. n. 17443 del 2014; n. 19674 del 2014; n. 4308 del 2017). Ne consegue che il giudice non può giungere ad una pronuncia in rito di “improcedibilità” dell’opposizione, rilevando l’omessa notificazione del ricorso, senza preventivamente accertarsi che l’opponente abbia avuto conoscenza dei decreto di fissazione dell’udienza.


TERMINI DI IMPUGNAZIONE

Cass. n. 9882/2017

L’art. 1, comma 58, L.n.92\12, è norma speciale, dettata dalle pacifiche esigenze acceleratorie del rito cd. Fornero in tema di licenziamenti, la quale stabilisce (e stabiliva, anche prima della riforma processuale del 2014), come regola la decorrenza del termine (breve) per impugnare dalla comunicazione o dalla notificazione (se anteriore) della sentenza, prevedendo come ipotesi residuale (“in mancanza di comunicazione o notificazione”, comma 61) il termine cd.lungo.

Trattasi dunque, come è stato più volte osservato da questa Corte, di disciplina speciale che non potrebbe comunque essere derogata da normativa generale ancorché posteriore.

Come chiarito da Cass. ord. n.23526\14 la modifica dell’art. 133 cod. proc. civ. attiene al regime generale delle comunicazioni dei provvedimenti da parte della Cancelleria, sicché non può investire, neppure indirettamente, le previsioni speciali che, in via derogatoria, comportino la decorrenza di termini – anche perentori – dalla semplice comunicazione del provvedimento. La novella, come deduce lo stesso ricorrente, è finalizzata a neutralizzare gli effetti della generalizzazione della modalità telematica della comunicazione (in tal senso cfr. sempre Cass. ord.n.23526\14, pure citata dal ricorrente).

A ciò aggiungasi quanto parimenti osservato da Cass. sez.lav. n.17251\16, secondo cui l’art. 1 della legge 28.6.2012 n. 92 stabilisce, al comma 62, che il ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello a definizione del reclamo “deve essere proposto, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla comunicazione della stessa o dalla notificazione se anteriore”. Il successivo comma 64 aggiunge che “in mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l’articolo 327 del codice di procedura civile”.

La disposizione si pone come norma speciale rispetto alla disciplina generale del cosiddetto termine breve di impugnazione, dettata dagli artt. 325 e 326 c.p.c., poiché fa decorrere il termine perentorio dalla comunicazione della sentenza o dalla notificazione (ma solo se anteriore alla prima), e consente l’applicazione del termine (cd. lungo) stabilito dall’art.327 c.p.c. unicamente nel caso in cui risultino omesse sia la notificazione che la comunicazione della decisione.

Peraltro, affinché possa decorrere il termine breve, non è sufficiente il mero avviso del deposito della sentenza, essendo, invece, necessario che la comunicazione si riferisca al contenuto integrale della decisione, di modo che la parte sia posta, dal momento della comunicazione, in grado di conoscere le ragioni sulle quali la pronuncia è fondata e di valutarne la correttezza.

A dette conclusioni conduce innanzitutto il tenore letterale del richiamato comma 62 che, diversamente da quanto disposto, ad esempio, dal comma 2 dell’art. 420 bis c.p.c., fa riferimento, appunto, alla comunicazione della sentenza e non “dell’avviso di deposito” della stessa.


 

REGOLAMENTO DI GIURISDIZIONE

Cass. Ord. S.U. 19674/2014 

Il regolamento preventivo di giurisdizione è ammissibile, anche se proposto durante la prima fase del procedimento d’impugnazione del licenziamento quale previsto dai commi 47 ss. dell’art. I della legge 28 giugno 2012, n. 92, che ha introdotto un nuovo speciale rito per le controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300.

Può richiamarsi in proposito Cass., sez. un., 10 luglio 2012 n. 11512, che ha ritenuto ammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione proposto nel procedimento sommario ex art. 702 bis ss. cod. proc. civ., trattandosi di rito avente natura cognitiva e non cautelare, cui è assimilabile il particolare procedimento avente ad oggetto l’impugnativa di licenziamento. Cfr. anche Cass., sez. un., 4 novembre 2004, n, 21099, che parimenti ha ritenuto ammissibile il regolamento preventivo di giurisdizione anche nella fase cautelare del giudizio possessorio, qualora sia inerente alla giurisdizione sull’istanza di merito.

Mette conto ricordare infine che da ultimo questa Corte (Cass., sez. un., 31 luglio 2014, n. 17443) ha risolto in senso affermativo la simmetrica questione dell’ammissibilità, o no, nella prima fase a cognizione sommaria del procedimento ex art. 1 legge n. 92 del 2012 della declaratoria di incompetenza e del regolamento di competenza.

La seconda fase del giudizio di cui all’art. 1, commi 47 e ss, L. n. 92/2012 è introdotta con un atto di opposizione proposto con ricorso contenente i requisiti di cui all’art. 414 cod. proc. civ. , opposizione che non è una revisio prioris isiantiae, ma una prosecuzione del giudizio di primo grado, ricondotto in linea di massima al modello ordinario, con cognizione piena a mezzo di tutti gli «atti di istruzione ammissibili e rilevanti».