Cass. n. 18410/2019

Gli elementi assunti a fonte di prova presuntiva non debbono essere necessariamente più d’uno, potendo il convincimento del giudice fondarsi anche su di un solo elemento purché grave e preciso, dovendosi il requisito della “concordanza” ritenersi menzionato dalla legge solo in previsione di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (Cass. n. 19088 del 2007, n.17574 del 2009, n. 656 del 2014).

Infine, rientra nei compiti del giudice di merito il giudizio circa l’opportunità di fondare la decisione sulla prova per presunzioni e circa l’idoneità degli stessi elementi presuntivi a consentire illazioni che ne discendano secondo il principio dell’id quod plerumque accidit, essendo il relativo apprezzamento sottratto al controllo in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata, immune da vizi logici o giuridici (cfr. Cass. 16728 del 2006, n. 1216 del 2006, 3874 del 2002, 12422 del 2000; v. pure tra le più recenti, 4241 del 2016).


Cass. n. 15771/2019

Le presunzioni semplici costituiscono una prova completa alla quale il giudice di merito può attribuire rilevanza, anche in via esclusiva, ai fini della formazione del proprio convincimento, ma nell’ambito del potere discrezionale, istituzionalmente demandatogli, di individuare le fonti di prova, controllarne l’attendibilità e la concludenza e, infine, scegliere, fra gli elementi probatori sottoposti al suo esame, quelli ritenuti più idonei a dimostrare i fatti costitutivi della domanda o dell’eccezione, spetta al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare il fatto da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto a lui riservato (cfr. Cass. n. 10847 del 2007; Cass. n. 24028 del 2009; Cass. n. 21961 del 2010).

La delimitazione del campo affidato al dominio del giudice del merito consente innanzi tutto di escludere che chi ricorre in cassazione in questi casi possa limitarsi a lamentare che il singolo elemento indiziante sia stato male apprezzato dal giudice o che sia privo di per sé solo di valenza inferenziale o che comunque la valutazione complessiva non conduca necessariamente all’esito interpretativo raggiunto nei gradi inferiori (v. Cass. n. 29781 del 2017).

Essendo compito istituzionalmente demandato al giudice del merito selezionare gli elementi certi da cui “risalire” al fatto ignorato (art. 2727 c.c.) che presentino una positività parziale o anche solo potenziale di efficacia probatoria e l’apprezzamento circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire illazioni che ne discendano secondo il criterio dell’id quod plerumque accidit esso è sottratto al controllo di legittimità (in termini, Cass. n. 16831 del 2003; Cass. n. 26022 del 2011; Cass. n. 12002 del 2017), salvo che esso non si presenti intrinsecamente implausibile tanto da risultare meramente apparente.

Pertanto, chi censura un ragionamento presuntivo o il mancato utilizzo di esso (come nella specie) non può limitarsi a prospettare l’ipotesi di un convincimento diverso da quello espresso dal giudice del merito, ma deve far emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio (in termini, Cass. n. 10847/2007 cit.) e, nel vigore del novellato art. 360, co. 1, n. 5, c.p.c., l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, così come rigorosamente interpretato da Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014.


Cass. n. 28933/2018

Il procedimento che deve seguirsi in tema di prova per presunzioni si articola  in due momenti valutativi: in primo luogo occorre che il giudice esamini analiticamente gli elementi indiziari, per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e per selezionare quelli che presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, egli deve procedere a una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati e accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuni degli indizi; con la conseguenza che il giudice non può negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non siano in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di vicendevole completamento (cfr. Cass. n. 13819/2003; Cass. n. 19894/2005; Cass. n. 722/2007; Cass. n. 9108/2012; Cass. n. 23201/2015; Cass. n. 5374/2017).


Cass. n. 28754/2018

Nella prova per presunzioni semplici il giudice del merito per giungere alla conclusione della sussistenza del fatto ignoto è investito del più ampio potere discrezionale nella scelta degli elementi che ritiene maggiormente attendibili e meglio rispondenti all’accertamento del fatto e nella valutazione della loro gravità e concludenza e, pertanto, è evidente che anche un solo fatto, qualora presenti i requisiti della gravità e precisione, può essere idoneo per una tale deduzione e costituire, quindi, la fonte della presunzione (cfr., tra le molte, Cass. nn. 2082/2014; 6556/1995).


Cass. n. 18822/2018

Occorre premettere che, in materia di prova presuntiva, compete alla Corte di cassazione, nell’esercizio della funzione nomofilattica, il controllo che i principi contenuti nell’art. 2729 c.c. siano applicati alla fattispecie concreta al fine della ascrivibilità di questa a quella astratta. Se è vero che è devoluta al giudice di merito la valutazione della ricorrenza dei requisiti enucleabili dagli artt. 2727 e 2729 c.c. per valorizzare gli elementi di fatto quale fonte di presunzione, tuttavia, tale giudizio non può sottrarsi al controllo in sede di legittimità, ai sensi dell’art. 360, -comma 1, n. 5, c.p.c.,se risulti che, violando i criteri giuridici in tema di formazione della prova critica, il giudice si sia limitato a negare valore indiziario a singoli elementi acquisiti in giudizio, senza accertarne l’effettiva rilevanza in una valutazione di sintesi (così Cass. 5/5/2017 n.10973 che ben può applicarsi alla ipotesi qui considerata di evocazione di un error in judicando).

E’ stato poi precisato con riferimento alle modalità di svolgimento del procedimento di inferenza logica, come nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., non occorra che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità; occorre, al riguardo, che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possono verificarsi secondo regole di esperienza (vedi Cass.31/10/2011 n.22656).

Al lume delle suesposte premesse, deve ritenersi che la pronuncia impugnata non sia conforme a diritto giacché, dopo aver esaminato atomisticamente la serie di indizi raccolti in sede istruttoria, anche relativi al giudizio penale, ed oggetto di disamina da parte del giudice di prima istanza, ha escluso la possibilità di valutarli complessivamente al fine di ponderarne la valenza probatoria, in quanto privi dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.

Ed invero, come questa Corte insegna, in tema di prova ex art. 2729 c.c., è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova. Non è, invece, consentita l’operazione contraria, vale a dire un apprezzamento atomistico, parcellizzato, di un indizio per volta.

In altre parole, costituisce violazione di legge il negare • valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand’anche – in ipotesi – singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non siano in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, ben potendo ognuno rafforzare e trarre vigore dall’altro in un rapporto di reciproco completamento (vedi ex plurimis, Cass. 8/1/2015 n.63, Cass. 6/6/12 n. 9108; Cass. S.U. 11/1/08 n. 584).


Cass. n. 7830/2018

In tema di licenziamento, l’art. 5 della I. n. 604 del 1966 pone inderogabilmente a carico del datore di lavoro l’onere di provare la sussistenza della giusta causa o del giustificato motivo, sicché il giudice non può avvalersi del criterio empirico della vicinanza alla fonte di prova, il cui uso è consentito solo quando sia necessario dirimere un’eventuale sovrapposizione tra fatti costitutivi e fatti estintivi, impeditivi o modificativi, oppure quando, assolto l’onere probatorio dalla parte che ne sia onerata, sia l’altra a dover dimostrare, per prossimità alla suddetta fonte, fatti idonei ad inficiare la portata di quelli dimostrati dalla controparte (cfr. Cass. 16.8.2016 n. 17108).