Cass. n. 12498/2020

Palesemente infondato è l’argomento secondo cui il distacco, in quanto istituto affermatosi nella prassi ma non disciplinato dalla legge e dalla contrattazione collettiva, dovrebbe essere ricondotto ad un trasferimento d’ufficio.

Infatti non si ravvisano disposizioni che impediscano al datore di lavoro pubblico, il quale esercita nella gestione del rapporto i medesimi poteri di quello privato, di disporre, in via momentanea e con il consenso del dipendente, l’assegnazione ad una sede diversa da quella di servizio e comunque, dall’asserita violazione di disposizioni inderogabili di legge o di contratto deriverebbe, semmai, la nullità del provvedimento, con la conseguente inidoneità dello stesso a produrre effetti giuridici, non già la conversione in un atto non rispondente alla volontà del datore e del quale non sussistevano i presupposti perché, come la stessa ricorrente finisce per riconoscere, il trasferimento doveva essere preceduto da una procedura mai attivata dal Ministero.

Il comando al quale si riferisce l’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001 è l’istituto originariamente disciplinato dall’art. 56 del d.P.R. n. 3/1957 ed è ravvisabile allorquando il dipendente viene destinato a prestare servizio, in via ordinaria e abituale, presso un’amministrazione diversa da quella di appartenenza, circostanza, questa, che determina una dissociazione fra titolarità del rapporto d’ufficio, che resta immutata, ed esercizio dei poteri di gestione, in quanto « fermo restando il cd. rapporto organico (che continua ad intercorrere tra il dipendente e l’ente di appartenenza), si modifica il cd. rapporto di servizio, atteso che il dipendente è inserito, sia sotto il profilo organizzativo- funzionale, sia sotto quello gerarchico e disciplinare, nell’amministrazione di destinazione, a favore della quale egli presta esclusivamente la sua opera» ( Cass. 8.9.2005 n. 17842).

Il distacco del quale qui si discute è, invece, un istituto invalso nella prassi, da non confondere con quello disciplinato dall’art. 30 del d.lgs. n. 276/2003, e comporta solo l’utilizzazione temporanea del dipendente pubblico presso un ufficio diverso da quello che costituisce la sua sede di servizio, distinguendosi dalla trasferta in quanto risponde ad esigenze di entrambe le parti del rapporto mentre quest’ultima è disposta unilateralmente dal datore di lavoro, nell’esclusivo suo interesse.

E’ evidente, pertanto, che la disposizione invocata dalla ricorrente non possa trovare applicazione, neppure in via analogica, perché il ricorso all’analogia è consentito dall’art. 12 delle preleggi solo quando manchi nell’ordinamento una specifica disposizione regolante la fattispecie concreta e si renda, quindi, necessario porre rimedio ad un vuoto normativo altrimenti incolmabile in sede giudiziaria (Cass. n. 2015/2656), mentre nella specie viene in rilievo il potere del datore di lavoro pubblico di assegnazione del dipendente ad una determinata sede di lavoro anziché ad altra, potere che è già compiutamente disciplinato dalla legge ( d.lgs. n. 165/2001, art. 2103 cod. civ.) e dalla contrattazione collettiva.


Cass. n. 10210/2020

La questione posta è stata già esaminata da questa Corte (per tutte: Cass. sez. lav. ordinanza n. 19039 del 2017 e giurisprudenza ivi citata) la quale ha ritenuto legittimo il riassorbimento negli aumenti retributivi successivi del trattamento di miglior favore già goduto dai docenti presso l’amministrazione di provenienza ed attribuito, all’atto del trasferimento all’INPS, a titolo di «assegno garanzia stipendio».

Si è rilevato che nelle procedure volontarie di mobilità nel pubblico impiego privatizzato— in difetto di disposizioni speciali che espressamente definiscano un determinato trattamento retributivo come non riassorbibile (o, comunque, ne prevedano la continuità indipendentemente dalle dinamiche retributive del nuovo comparto)— si applica il principio generale della riassorbibilità degli assegni «ad personam» attribuiti al fine di rispettare il divieto di «reformatio in peius» del trattamento economico acquisito.

Si è in particolare osservato che l’ argomentazione secondo cui la struttura stipendiale prevista tanto dal contratto della scuola che da quello dell’INPS prevede che nel trattamento retributivo fondamentale sia inserita la retribuzione individuale di anzianità non vale affatto ad escludere il riassorbimento della parte di stipendio denominata RIA nei successivi aumenti contrattuali previsti dalla contrattazione collettiva del comparto dell’ ente di destinazione.

La conservazione dell’anzianità di servizio, infatti, non significa niente di più che riconoscimento della continuità giuridica del rapporto e dell’anzianità fin dall’assunzione presso l’amministrazione di provenienza mentre la continuità giuridica del rapporto implica il mantenimento dell’anzianità ma con il rilievo che essa assume nella nuova organizzazione.

Neppure si ravvisa alcun contrasto tra il sistema della riassorbilità dell’ «assegno ad personam» nei successivi incrementi retributivi ed i principi affermati dalla CGUE nella sentenza 6 settembre 2011 Causa C- 108/10, non venendo in questione alcun peggioramento retributivo sostanziale rispetto alla posizione dei docenti in epoca immediatamente precedente al trasferimento all’INPS.


Cass. n. 6290/2020

In caso di “reinternalizzazione di funzioni o servizi esternalizzati” da parte di un ente pubblico, il riassorbimento delle unità di personale già dipendenti a tempo indeterminato da amministrazioni pubbliche e transitate alle dipendenze della azienda o società interessata dal processo di reinternalizzazione può avvenire facendosi applicazione della disciplina generale di cui all’art. 31 del d.lgs. n. 165 del 2001 e con esso dell’art. 2112 cod. civ. laddove — oltre al rispetto della regola del superamento di un pubblico concorso per l’accesso all’impiego da parte dei dipendenti interessati — risulti che alla vacanza nella pianta organica, alla disponibilità delle risorse e all’assenza di vincoli normativi ostativi all’assunzione, si accompagni l’ulteriore condizione della limitazione del passaggio ai soli dipendenti provenienti dallo stesso ente locale, transitati nella azienda o società partecipata a seguito del trasferimento dell’attività.

La suddetta situazione rappresenta, pertanto, una ipotesi particolare di trasferimento di personale da un’azienda o società partecipata (anche in house) all’ente pubblico di riferimento o ad altro ente pubblico.


Cass. n. 4389/2020

Le disposizioni normative e contrattuali finalizzate a garantire il mantenimento del trattamento economico e normativo acquisito, non implicano la totale parificazione del lavoratore trasferito ai dipendenti già in servizio presso il datore di lavoro di destinazione, perché la prosecuzione giuridica del rapporto se, da un lato, rende operante il divieto di reformatio in peius, dall’altro non fa venir meno la diversità fra le due fasi di svolgimento del rapporto medesimo, diversità che può essere valorizzata dal nuovo datore di lavoro, sempre che il trattamento differenziato non implichi la mortificazione di un diritto già acquisito dal lavoratore.

Muovendo da detta premessa si è evidenziato che l’anzianità di servizio, che di per sé non costituisce un diritto che il lavoratore possa fare valere nei confronti del nuovo datore, deve essere salvaguardata in modo assoluto solo nei casi in cui alla stessa si correlino benefici economici ed il mancato riconoscimento della pregressa anzianità comporterebbe un peggioramento del trattamento retributivo in precedenza goduto dal lavoratore trasferito (Cass. n. 18220/2015; Cass. n. 25021/2014; Cass. n. 22745/2011; Cass. n. 10933/2011; Cass. S.U. n. 22800/2010; Cass. n. 17081/2007).

L’anzianità pregressa, invece, non può essere fatta valere da quest’ultimo per rivendicare ricostruzioni di carriera sulla base della diversa disciplina applicabile al cessionario( Cass. S.U. n. 22800/2010 e Cass. n. 25021/2014 cit.), né può essere opposta al nuovo datore per ottenere un miglioramento della posizione giuridica ed economica, perché l’ordinamento garantisce solo la conservazione dei diritti, non delle aspettative, già entrati nel patrimonio del lavoratore alla data della cessione del contratto.

Il nuovo datore, pertanto, ben può ai fini della progressione di carriera valorizzare l’esperienza professionale specifica maturata alle proprie dipendenze, differenziandola da quella riferibile alla pregressa fase del rapporto ( Cass. n. 17081/2007; Cass. S.U. n. 22800/2010; Cass. n. 22745/2011 citate e, in relazione all’impiego privato, Cass. n. 7202/2009);


Cass. n. 3066/2020

In punto riassorbibilità dell’assegno ad personam a fronte del sopravvenire di aumenti retributivi presso l’amministrazione di destinazione, il regime inizialmente previsto dall’art. 202 del d.P.R. n. 3/1957 (c.d. Testo unico sugli impiegati civili dello Stato) per il quale “Nel caso di passaggio di carriera presso la stessa o diversa amministrazione agli impiegati con stipendio superiore a quello spettante nella nuova qualifica è attribuito un assegno personale utile a pensione, pari alla differenza fra lo stipendio già goduto ed il nuovo, salvo riassorbimento nei successivi aumenti per la progressione di carriera anche se semplicemente economica” risulta sostituito dall’art. 3, comma 57, I. n. 537/1993, secondo cui nei casi di passaggio di carriera di cui all’art. 202 del testo unico approvato con d.P.R. n. 3/1957 e alle altre analoghe disposizioni “al personale con stipendio o retribuzione pensionabile superiore a quello spettante nella nuova posizione è attribuito un assegno personale pensionabile, non riassorbibile e non rivalutabile, pari alla differenza fra stipendio o retribuzione pensionabile in godimento all’atto del passaggio e quello spettante nella nuova posizione”.

Peraltro, lo stesso art. 3, sanciva al successivo comma 58, che l’assegno personale di cui al comma 57 non è cumulabile con le indennità fisse e continuative, anche se non pensionabili, spettanti nella nuova posizione, salvo che per la parte eccedente.

Tale ultima previsione deve ritenersi tale da introdurre una condizione limitativa del beneficio della non riassorbibilità dell’assegno ad personam riconosciuto al comma precedente, il comma 57 dello stesso art. 3, I. n. 537/1993, a modifica del regime previgente di cui all’art. 202 d.P.R. n. 3/1957, condizione la cui operatività risulta, a tenore della previsione medesima, subordinata al caratterizzarsi delle voci retributive sopravvenute a comporre il trattamento economico spettante presso l’amministrazione di destinazione, come indennità fisse e continuative, anche se non pensionabili.


Cass. n. 988/2020

Vanno qui riportate, perché integralmente condivise, le argomentazioni svolta da questa Corte in analogo contenzioso definito con ordinanza 5 luglio 2018, n. 17686.

In quella sede si disse e va qui ribadito, precisandosi che in quella sede la pronuncia impugnata era stata di rigetto della domanda e che la numerazione dei singoli paragrafi motivazionali è quella propria della sentenza il cui contenuto viene qui riprodotto:

«che questa Corte ha più volte affermato il principio, condiviso dal Collegio, secondo cui ai fini della quantificazione dell’assegno personale riassorbibile vanno ricom presi nel concetto di retribuzione lo stipendio tabellare e le voci di carattere fisso e continuativo, con esclusione dei soli emolumenti variabili e/o provvisori, sui quali, per il loro essenziale carattere di precarietà e accidentalità, il dipendente non abbia ragione di riporre affidamento quali fonti di stabile e duraturo sostentamento per i bisogni usuali della vita (Cass. n. 18196/ 2017, 5959/2012) …;

che la disposizione contenuta nell’art. 3 c. 232 della legge 28.12.1995 n. 549, laddove dispone che l’assegno personale, non pensionabile e non rivalutabile, spettante ai dipendenti dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato trasferiti nei ruoli del Ministero delle Finanze è pari “all’eventuale differenza tra il trattamento accessorio complessivo in godimento all’atto del passaggio ed il trattamento accessorio complessivo spettante nella nuova posizione” e che tale assegno è “conservato fino al riassorbimento a seguito di futuri aumenti delle predette quote di retribuzione accessoria” deve essere letta nella sua interezza;

che l’espressione “in godimento” non ha altro significato che quello di individuare i due trattamenti stipendiali da comparare, quello già acquisito (in godimento) dal pubblico dipendente presso l’Amministrazione di provenienza e quello che spetta secondo la disciplina propria dei rapporti di lavoro dell’ente di destinazione e non quello di ricomprendere nel trattamento già acquisito (“in godimento”) anche emolumenti percepiti al momento del passaggio alla nuova Amministrazione ma che abbiano carattere di precarietà e di accidentalità;

che la garanzia del mantenimento del trattamento economico acquisito presso l’ente di provenienza, riconosciuta dall’ art. 3 c. 232 della legge 28 .12.1995 n. 549, per essere finalizzata ad evitare che a causa del passaggio presso il Ministero il trattamento economico complessivo già acquisito subisca decrementi, non puòoperare con riguardo ad indennità ed emolumenti la cui corresponsione da parte della precedente datrice – di lavoro sia stata eventuale in quanto correlata al ricorrere di particolari condizioni e determinata in relazione a particolari parametri di computo, con conseguente irrilevanza della circostanza che tali emolumenti al momento del passaggio siano stati percepiti;

che le clausole negoziali della contrattazione collettiva del Comparto Aziende Autonome dello Stato succedutasi nel tempo (CCNL del 5.4.1996: artt. 46 (lett. d) e art. 52; CCNL stesso comparto del 24.5.2000 art. 66 lett. a)), nel correlare il “compenso per la produttività collettiva” ai miglioramenti dell’efficacia ed efficienza dei servizi ed alla verifica del raggiungimento degli obiettivi, attestano in modo inconfutabile che detto compenso, pur previsto nell’ambito del trattamento economico accessorio, non ha carattere né fisso né continuativo ma, di contro, eventuale e subordinato al verificarsi di precise condizioni ed al rispetto dei parametri indicati dalla contrattazione collettiva;

che pertanto è corretta la statuizione impugnata che ha ritenuto che il compenso per la produttività collettiva ai sensi degli artt. 65 e 66 del CCNL 1998-2001 Comparto Aziende e Amministrazioni Autonome dello Stato, ricom preso nell’ambito del trattamento economico accessorio, non avendo carattere fisso e continuativo in quanto correlato alla realizzazione degli obiettivi e dei programmi di incremento della produttività ed essendo erogabile all’esito della verifica del raggiungimento dei risultati, esula dalla previsione contenuta nell’art. 3 c. 232 della L. n. 549 del 1995 e non è pertanto computabile ai fini dell’attribuzione dell’assegno “ad personam” e tanto a prescindere dalla circostanza che detto compenso sia stato di fatto erogato anche in assenza di tale verifica;

“il decisum” della sentenza impugnata [in quella sede, n.d.r.] poggia sulla considerazione, corretta per quanto innanzi osservato, che il carattere fisso e continuativo del compenso, necessario per la determinazione dell’assegno “ad personam”, prescinde dalla sua effettiva erogazione sicché altrettanto correttamente la Corte territoriale ha ritenuto irrilevante che esso fosse stato corrisposto al momento del passaggio dell’odierno ricorrente dall’ Azienda al Ministero;

che le argomentazioni spese [anche nella sentenza impugnata, n.d.r.] con riguardo alla indennità premio industriale sono prive di pregio giuridico atteso che tale indennità trova una sua compiuta disciplina nell’art. 63 [C.C.N.L. 24.5.2000, n.d.r.], che conferma per il personale in servizio, la corresponsione del premio per l’incremento del rendimento industriale di cui all’art. 54, comma 4 e dell’indennità di funzione di cui all’art. 55, comma 4 [ed, n.d.r.] istituisce il Fondo di cui all’art.65, lett. 17. che non vengono in rilievo i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 6106 del 2012, relativa a controversia avente ad oggetto la questione, diversa da quella dedotta nel presente giudizio, relativa al riassorbimento integrale operato dall’Agenzia delle Entrate dell'”assegno assorbibile” in godimento al personale transitato dall’ Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato con l’ammontare dell’indennità di agenzia di cui all’art. 87 CCNL 2002-2005, anziché con quella sola parte di effettivo incremento di retribuzione accessoria di cui al comma 2, lett. b);

che nella richiamata sentenza le Sezioni Unite hanno precisato che il raffronto deve essere riferito al trattamento “complessivo” anteriore alla data del passaggio nella nuova posizione lavorativa e al trattamento “complessivo” successivo a tale data».


Cass. n. 33146/2019

La garanzia del mantenimento del trattamento economico acquisito presso l’ente di provenienza, riconosciuta dall’ art. 3 c. 232 della legge 28 .12.1995 n. 549, per essere finalizzata ad evitare che a causa del passaggio presso il Ministero il trattamento economico complessivo già acquisito subisca decrementi, non può operare con riguardo ad indennità ed emolumenti la cui corresponsione da parte della precedente datrice – di lavoro sia stata eventuale in quanto correlata al ricorrere di particolari condizioni e determinata in relazione a particolari parametri di computo, con conseguente irrilevanza della circostanza che tali emolumenti al momento del passaggio siano stati percepiti.


Cass. n. 28110/2019

Il “passaggio diretto”, di cui all’art. 30 del d.lgs n. 165 del 2001, nella sua formulazione originaria, è riconducibile all’istituto civilistico della cessione del contratto, sicché detto passaggio è caratterizzato dalla conservazione dell’anzianità e dal mantenimento del trattamento economico goduto presso l’amministrazione di provenienza.

L’art. 16 della legge n. 246 del 2005 non ha natura di norma interpretativa per cui lo stesso, privo di efficacia retroattiva, non trova applicazione alle procedure di mobilità espletate antecedentemente alla sua entrata in vigore.

Il trattamento economico acquisito dal lavoratore deve essere determinato con il computo di tutti i compensi fissi e continuativi erogati al prestatore di lavoro, quale corrispettivo delle mansioni svolte ed attinenti, logicamente, alla professionalità tipica della qualifica rivestita.

Secondo le previsioni del CCNL del comparto scuola la retribuzione professionale docenti costituisce un compenso fisso e continuativo, in quanto corrisposto in misura non variabile e per dodici mensilità, e va quindi incluso nell’assegno personale, non potendo l’esclusione essere giustificata dal rilievo che il compenso fosse finalizzato alla valorizzazione professionale della funzione docente.

In caso di passaggio di personale da un’amministrazione all’altra, il mantenimento del trattamento economico, collegato al complessivo status posseduto dal dipendente prima del trasferimento, opera nell’ambito, e nei limiti, della regola del riassorbimento in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti dalle normative applicabili per effetto del trasferimento

Infatti, in assenza di diversa specifica indicazione normativa, il divieto di reformatio in peius giustifica la conservazione del trattamento più favorevole, attraverso l’attribuzione dell’assegno ad personam, solo sino a quando non subentri, per i dipendenti della amministrazione di destinazione (e quindi anche per quelli transitati alle dipendenze dell’ente a seguito della cessione) un miglioramento retributivo, del quale occorre tener conto nella quantificazione dell’assegno, poiché, altrimenti, il divario sarebbe privo di giustificazione.

Non è applicabile alla fattispecie la regola della non riassorbibilità dell’assegno, contenuta nella L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 57, riferibile alla diversa ipotesi, ormai residuale, dei passaggi di carriera disciplinati dal d.p.r. 10 gennaio 1957 n. 3.


Cass. n. 20362/2019

Dall’art. 3, co. 57, L. n. 537/1993, anche quale autenticamente interpretato dall’art. 1, co. 226, L. 266/2005, si evince pianamente che, nei casi di passaggi di carriera o trasferimento tra Amministrazioni, quello che viene garantito è il mantenimento del livello retributivo precedentemente percepito sulla base di trattamenti fissi e continuativi, con esclusione della retribuzione di risultato e di altre voci retributive comunque collegate al raggiungimento di specifici risultati o obiettivi.

Non esiste dunque un diritto a percepire la 14ma precedentemente versata in quanto tale, ma solo in quanto essa incida sul maturato economico di riferimento.


Cass. n. 20361/2019

A partire dalla sentenza n. 503 del 12 gennaio 2011 delle Sezioni Unite, si è consolidato l’orientamento secondo cui la L. n. 449 del 1997, art. 53, comma 10, prevedendo l’applicabilità delle disposizioni sulla mobilità volontaria o concordata tra pubbliche amministrazioni al personale dell’Ente poste italiane (ente pubblico economico, in quanto tale equiparato ai datori di lavoro privati) in posizione di comando o fuori ruolo presso pubbliche amministrazioni, ha inteso valorizzare ai fini in esame la precedente posizione di dipendenti da una Pubblica Amministrazione dei lavoratori postali in questione, configurando una sorta di transitoria ultrattività di tale posizione (v. altresì Cass., S.U., 10 novembre 2010, n.22800).

Sempre le S.U. hanno escluso che sui profili di inquadramento dei dipendenti in questione (regolamentati per i dipendenti postali dalla L. 22 dicembre 1981, n. 797 art. 3 e per i dipendenti degli enti pubblici non economici dal d.p.r. 1 marzo 1988, n. 285) possa operare autoritativamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri con D.P.C.M., atto avente natura amministrativa (in quanto proveniente da una autorità esterna al rapporto di lavoro) che non assolve la funzione di determinare la concreta disciplina del rapporto di lavoro (mancando un fondamento normativo all’esercizio di tale potere), ma ha l’unico scopo di dare attuazione alla mobilità (volontaria) tra pubbliche amministrazioni come previsto dalla L. n. 273 del 1995, art. 4 (che attribuì alla Presidenza del C.M. il solo compito di operare il trasferimento).


Cass. n. 15373/2019

Il passaggio diretto’, di cui all’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001, nella sua formulazione originaria, è riconducibile all’istituto civilistico della cessione del contratto, sicché detto passaggio è caratterizzato dalla conservazione dell’anzianità e dal mantenimento del trattamento economico goduto presso l’amministrazione di provenienza.

L’art. 16 della I. n. 246/2005 non ha natura di norma interpretativa per cui lo stesso, privo di efficacia retroattiva, non trova applicazione alle procedure di mobilità espletate antecedentemente alla sua entrata in vigore.

Il trattamento economico acquisito dal lavoratore deve essere determinato con il computo di tutti i compensi fissi e continuativi erogati al prestatore di lavoro, quale corrispettivo delle mansioni svolte ed attinenti, logicamente, alla professionalità tipica della qualifica rivestita.

Secondo le previsioni del c.c.n.l. del comparto scuola la retribuzione professionale docenti costituisce un compenso fisso e continuativo, in quanto corrisposto in misura non variabile e per dodici mensilità, e va quindi incluso nell’assegno personale, non potendo l’esclusione essere giustificata dal rilievo che il compenso fosse finalizzato alla valorizzazione professionale della funzione docente.

In caso di passaggio di personale da un’amministrazione all’altra, il mantenimento del trattamento economico, collegato al complessivo status posseduto dal dipendente prima del trasferimento, opera nell’ambito, e nei limiti, della regola del riassorbimento in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti dalle normative applicabili per effetto del trasferimento.

Infatti, in assenza di diversa specifica indicazione normativa, il divieto di reformatio in peius giustifica la conservazione del trattamento più favorevole, attraverso l’attribuzione dell’assegno ad personam, solo sino a quando non subentri, per i dipendenti della amministrazione di destinazione (e quindi anche per quelli transitati alle dipendenze dell’ente a seguito della cessione) un miglioramento retributivo, del quale occorre tener conto nella quantificazione dell’assegno, poiché, altrimenti, il divario sarebbe privo di giustificazione.

Non è applicabile alla fattispecie la regola della non riassorbibilità dell’assegno, contenuta nella L. n. 537/1993, art. 3, comma 57, riferibile alla diversa ipotesi, ormai residuale, dei passaggi di carriera disciplinati dal d.P.R. (cfr. fra le tante Cass. nn. 30909, 13259 e 10145 del 2018; nn. 17773 e 169 del 2017; Cass. 9917, 10063, 12442 del 2016, Cass. da 24724, 24729, 24889, 24890, 24949, 25017, 25018, 25160, 25245, 25246 del 2014) (conf. Cass. n. 6435/2020).


Cass. n. 15281/2019

In tema di passaggio di lavoratori ad una diversa amministrazione, le disposizioni normative che garantiscono il mantenimento del trattamento economico e normativo, non implicano la parificazione con i dipendenti già in servizio presso il datore di lavoro di destinazione (v. Cass. 3 agosto 2007 n. 17081; Cass. 17 luglio 2014, n. 16422).

La prosecuzione giuridica del rapporto, infatti, se da un lato rende operante il divieto di reformatio in peius, dall’altro non fa venir meno la diversità fra le due fasi di svolgimento del rapporto medesimo, diversità che può essere valorizzata dal nuovo datore di lavoro, sempre che il trattamento differenziato non implichi la mortificazione di un diritto già acquisito dal lavoratore.

L’anzianità di servizio, che di per sé non costituisce un diritto che il lavoratore possa fare valere nei confronti del nuovo datore, deve essere salvaguardata in modo assoluto solo nei casi in cui alla stessa si correlino benefici economici ed il mancato riconoscimento della pregressa anzianità comporterebbe un peggioramento del trattamento retributivo in precedenza goduto dal lavoratore trasferito (v. Cass. 17 settembre 2015, n. 18220; Cass. 25 novembre 2014, n. 25021; Cass. 3 novembre 2011, n. 22745; Cass. 18 maggio 2011, n. 10933; Cass., Sez. Un., 10 novembre 2010, n. 22800).

L’anzianità pregressa, invece, non può essere fatta valere da quest’ultimo per rivendicare ricostruzioni di carriera sulla base della diversa disciplina applicabile al cessionario (Cass., Sez. Un., n. 2280/2010 cit. e Cass. n. 25021/2014 cit.), né può essere opposta al nuovo datore per ottenere un miglioramento della posizione giuridica ed economica, perché l’ordinamento garantisce solo la conservazione dei diritti (non delle aspettative) già entrati nel patrimonio del lavoratore alla data della cessione del contratto.

Il nuovo datore, pertanto, ben può ai fini della progressione di carriera valorizzare l’esperienza professionale specifica maturata alle proprie dipendenze, differenziandola da quella riferibile alla pregressa fase del rapporto (v. Cass. n. 17081/2007; Cass., Sez. Un., n. 22800/2010; Cass. 22745/2011 citate e, in relazione all’impiego privato, Cass. 25 marzo 2009, n. 7202).


Cass. n. 14688/2019

Non sono computabili ai fini dell’assorbimento dell’assegno ad personam spettante, in funzione del mantenimento del trattamento economico maturato, al dipendente transitato per mobilità ad altra amministrazione gli emolumenti che non siano attribuibili in via generale dall’amministrazione ricevente a tutti i dipendenti aventi la medesima qualifica del dipendente trasferito.


Cass. n. 14499/2019

Con riguardo alla disposizione di cui all’art. 30 d.lgs. n. 165/2001, per cui quella disposizione (n.d.r.: la vicenda riguarda l’interpretazione dell’art. 30 d.lgs. n. 165/2001, dell’articolo unico, c. 226, I. n. 266/2005 e dell’art. 7 CCNL compatto scuola 15.3.2001 e 50 CCNL comparto scuola 26.5.1999)  da considerarsi nella formulazione anteriore alla novella di cui all’art. 16 comma 1, lett. c), I. n. 246/2005, insuscettibile di applicazione retroattiva, non osta a che al dipendente pubblico destinatario di un provvedimento di mobilità, in ossequio al principio che vieta la reformatio in peius del trattamento economico percepito, sia riconosciuto, ove quel trattamento ecceda la retribuzione spettante in base ai contratti collettivi del comparto cui appartiene l’amministrazione di destinazione, un assegno ad personam riassorbibile corrispondente alla differenza riscontrata, sia con riguardo alle norme collettive in relazione alle quali è giunta a definirne la natura di emolumento fisso e continuativo, come tale parte integrante della retribuzione propria della qualifica posseduta e da ricomprendere tra le voci retributive rilevanti ai fini della determinazione del differenziale stipendiale considerato ai fini dell’assegno ad personam.


Cass. n. 7656/2019

Le questioni di diritto che vengono in rilievo sono state più volte sottoposte all’esame di questa Corte (cfr. fra le tante Cass. nn. 30909, 13259 e 10145 del 2018; nn. 17773 e 169 del 2017; Cass. 9917, 10063, 12442 del 2016, Cass. da 24724, 24729, 24889, 24890, 24949, 25017, 25018, 25160, 25245, 25246 del 2014) che, a partire dalla sentenza n. 24724/2014, ha affermato, in estrema sintesi, che:

a) il ‘passaggio diretto’, di cui all’art. 30 del d.lgs. n. 165/2001, nella sua formulazione originaria, è riconducibile all’istituto civilistico della cessione del contratto, sicché detto passaggio è caratterizzato dalla conservazione dell’anzianità e dal mantenimento del trattamento economico goduto presso l’amministrazione di provenienza;

b) l’art. 16 della I. n. 246/2005 non ha natura di norma interpretativa per cui lo stesso, privo di efficacia retroattiva, non trova applicazione alle procedure di mobilità espletate antecedentemente alla sua entrata in vigore;

c) il trattamento economico acquisito dal lavoratore deve essere determinato con il computo di tutti i compensi fissi e continuativi erogati al prestatore di lavoro, quale corrispettivo delle mansioni svolte ed attinenti, logicamente, alla professionalità tipica della qualifica rivestita;

d) secondo le previsioni del c.c.n.l. del comparto scuola la retribuzione professionale docenti costituisce un compenso fisso e continuativo, in quanto corrisposto in misura non variabile e per dodici mensilità, e va quindi incluso nell’assegno personale, non potendo l’esclusione essere giustificata dal rilievo che il compenso fosse finalizzato alla valorizzazione professionale della funzione docente;

e) in caso di passaggio di personale da un’amministrazione all’altra, il mantenimento del trattamento economico, collegato al complessivo status posseduto dal dipendente prima del trasferimento, opera nell’ambito, e nei limiti, della regola del riassorbimento in occasione dei miglioramenti di inquadramento e di trattamento economico riconosciuti dalle normative applicabili per effetto del trasferimento;

f) infatti, in assenza di diversa specifica indicazione normativa, il divieto di reformatio in peius giustifica la conservazione del trattamento più favorevole, attraverso l’attribuzione dell’assegno ad personam, solo sino a quando non subentri, per i dipendenti della amministrazione di destinazione (e quindi anche per quelli transitati alle dipendenze dell’ente a seguito della cessione) un miglioramento retributivo, del quale occorre tener conto nella quantificazione dell’assegno, poiché, altrimenti, il divario sarebbe privo di giustificazione;

g) non è applicabile alla fattispecie la regola della non riassorbibilità dell’assegno, contenuta nella I. n. 537/1993, art. 3, comma 57, riferibile alla diversa ipotesi, ormai residuale, dei passaggi di carriera disciplinati dal d.P.R..


Cass. n. 7652/2019

Il motivo è infondato alla luce dell’orientamento già espresso da questa Corte che, pronunciando in fattispecie analoghe, ha respinto i ricorsi proposti dall’Agenzia delle Dogane, ritenendo che quest’ultima non potesse, in sede di inquadramento successivo al passaggio diretto, fare applicazione dell’art. 17 del CCNL Comparto Agenzie Fiscali 2002/2005, riferibile, invece, al solo accesso «dall’esterno» nell’area ( Cass. nn. 4619, 4537, 4435 e 33559 del 2018);

2.1. con le richiamate pronunce, alla cui motivazione si rinvia ex art. 118 disp. att. cod. proc. civ., si è osservato, in sintesi, che l’espressione di carattere atecnico «passaggio diretto», contenuta nell’art. 30 del d.lgs. n. 165 del 2001, non qualifica un particolare tipo contrattuale civilistico, ma solamente, nel campo pubblicistico, uno strumento attuativo del trasferimento del personale, da una Amministrazione ad un’altra, trasferimento caratterizzato da una modificazione meramente soggettiva del rapporto e condizionato da vincoli precisi concernenti la conservazione dell’anzianità, della qualifica e del trattamento economico, che è inquadrabile nella fattispecie della cessione di contratto disciplinata dagli artt. 1406 cod. civ. e segg., visto che comporta il trasferimento soggettivo del complesso unitario di diritti ed obblighi derivanti dal contratto, lasciando immutati gli elementi oggettivi essenziali;

2.2. si è aggiunto che l’individuazione del trattamento giuridico ed economico da applicare ai dipendenti trasferiti deve essere effettuata, sulla base dell’inquadramento presso l’ente di provenienza, nell’ambito della disciplina legale e contrattuale propria del comparto dell’amministrazione cessionaria, ed a tal fine occorre tener conto anche delle posizioni economiche differenziate, attraverso le quali si realizza, sia pure all’interno dell’area, una progressione di carriera;

2.3. il principio affermato trova conferma, quanto alla rilevanza delle posizioni economiche, nel d.P.C.M. 26 giugno 2015, con il quale è stata data attuazione all’art. 29 bis del d.lgs. n. 165/2001, decreto che, sebbene non applicabile alla fattispecie ratione temporis, ha individuato le corrispondenze, ai fini della mobilità intercompartimentale, valorizzando non i soli livelli iniziali di inquadramento ma anche i successivi sviluppi di carriera.


Cass. n. 14205/2018

In materia di procedure di mobilità nell’ambito delle pubbliche amministrazioni, il D.P.C.M. 5 agosto 1988, n. 325, art. 5, nel prevedere, al secondo comma, che il dipendente conserva, ove più favorevole, il trattamento economico in godimento all’atto del trasferimento mediante

L’attribuzione ad personam della differenza, non si riferisce a qualsiasi vantaggio economico, ma solo alle voci retributive certe, predeterminate e di necessaria erogazione (cui corrisponde, ai sensi del D.P.C.M. n. 428 del 1989, l’obbligo dell’ente di provenienza di trasferire i relativi fondi all’ente di nuova destinazione); pertanto, in caso di procedure di mobilità riguardanti dipendenti delle Ferrovie dello Stato, non può essere considerato il vantaggio economico derivante dalle concessioni di viaggio, di cui il dipendente abbia fruito anteriormente al trasferimento, trattandosi di benefici, comunque connessi alle particolari caratteristiche e modalità della prestazione svolta presso l’ente di provenienza (Cass. S.U. n. 14898/2010; Cass. n. 1600/2015; Cass.. n. 1914 del 03/02/2015).