Cass. n. 22487/2019

Il requisito della stabilità reale, che consente il decorso della prescrizione quinquennale dei diritti del lavoratore in costanza di rapporto di lavoro, va verificato alla stregua del concreto atteggiarsi del rapporto stesso.

Ne consegue che, con riferimento a rapporti di lavoro costituiti in violazione del divieto di intermediazione ed interposizione di cui all’art. 1 della legge 23 ottobre 1960, n. 1369 (applicabile “ratione temporis”), la suddetta verifica deve essere effettuata sulla base delle concrete modalità, anche soggettive, di svolgimento del rapporto, senza che assumano rilievo la disciplina che l’avrebbe regolato ove fosse sorto “ah initio” con il datore di lavoro effettivo ovvero la qualificazione attribuita in sede giudiziale (Cfr Cass. 04/06/2014 n. 12553).


Cass. n. 20918/2019

Nel caso che tra le stesse parti si succedano due o più contratti di lavoro a termine, ciascuno dei quali legittimo ed efficace, il termine prescrizionale dei crediti retributivi, di cui agli artt. 2948, numero 4, 2955, numero 2, e 2956, numero 1, cod. civ., inizia a decorrere, per i crediti che sorgono nel corso del rapporto lavorativo dal giorno della loro insorgenza e, per quelli che si maturano alla cessazione del rapporto, a partire da tale momento, dovendo – ai fini della decorrenza della prescrizione – i crediti scaturenti da ciascun contratto considerarsi autonomamente e distintamente da quelli derivanti dagli altri e non potendo assumere alcuna efficacia sospensiva della prescrizione gli intervalli di tempo correnti tra un rapporto lavorativo e quello successivo, stante la tassatività della elencazione delle cause sospensive previste dagli artt. 2941 e 2942 cod. civ., e la conseguente impossibilità di estendere tali cause al di là delle fattispecie da quest’ultime norme espressamente previste (Cass. S.U. 575/2003).

Con la richiamata pronuncia le Sezioni Unite hanno osservato che il metus, ritenuto dal Giudice delle leggi motivo decisivo per addivenire alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, presuppone l’esistenza di un rapporto a tempo indeterminato nel quale non sia prevista alcuna garanzia di continuità.

Invece, nel contratto a termine legittimamente stipulato, poiché il lavoratore ha solo diritto a che il rapporto venga mantenuto in vita sino alla scadenza concordata e l’eventuale risoluzione ante tempus non fa venir meno alcuno dei diritti derivanti dal contratto, non è configurabile quel metus costituente ragione giustificatrice della regolamentazione della prescrizione nel rapporto a tempo indeterminato non assistito dal regime di stabilità reale ( negli stessi termini Cass. n. 8996/2018 cit., Cass. n. 14827/2018; Cass. n.22146/2014).


Cass. n. 20793/2019

L’eccezione di prescrizione deve sempre fondarsi su fatti allegati dalla parte ed il debitore che la solleva ha l’onere di allegare e provare il fatto che, permettendo l’esercizio del diritto, determina l’inizio della decorrenza del termine, ai sensi dell’art. 2935 c.c., restando escluso che il giudice possa accogliere l’eccezione sulla base di un fatto diverso ( Cass. n. 14135 del 23 maggio 2019; Cass. n. 15991 del 2018);


Cass. n. 20363/2019

“Nell’ipotesi di illecito civile costituente reato, qualora, ai sensi dell’art. 2947, comma 3, c. c., occorra fare riferimento al termine di prescrizione stabilito per il reato e questo sia stato modificato dal legislatore rispetto al termine previsto al momento dellaconsumazione dell’illecito, deve applicarsi il termine di prescrizione del momento della consumazione del reato, valendo il principio di irretroattività della norma e non rilevando, agli effetti civilistici, il principio della norma più favorevole” (Cass. n. 13407/2012; conf. Cass. 6333/2018).


Cass. n. 16423/2019

In materia di previdenza e assistenza obbligatoria, per i contributi dovuti agli enti previdenziali dai lavoratori e datori di lavoro, relativi a periodi anteriori all’entrata in vigore della legge 8 agosto 1995, n. 335 (che ha ridotto il termine prescrizionale da dieci a cinque anni) e per i quali, a tale data, non sia ancora integralmente maturato il quinquennio dalla scadenza, il precedente termine decennale di prescrizione può operare solo nel caso in cui la denuncia prevista dall’art. 3, comma 9, della legge n. 335 del 1995 sia intervenuta nel corso del quinquennio dallo loro scadenza.» (Sez. U, n. 15296 del 04/07/2014 e confermato da successive decisioni , da ultimo cfr. Cass. n. 9467 del 4 aprile 2019).

Ed infatti, le sezioni unite hanno chiarito che occorre distinguere tra i contributi dovuti in relazione al periodo antecedente alla data di entrata in vigore – il 17 agosto 1995 – della L. n. 335 del 1995 e quello successivo: per i primi, alla stregua della giurisprudenza richiamata, il recupero del termine decennale di prescrizione è condizionato alla denunzia del lavoratore intervenuta nel corso del quinquennio dalla data di relativa scadenza, ; per i contributi maturati dopo il 1 gennaio 1996, opera la prescrizione quinquennale.


Cass. n. 15157/2019

Al trattamento di fine rapporto non si applica la prescrizione triennale presuntiva, ma quella quinquennale, trattandosi di una retribuzione differita, ma soprattutto trattandosi di un’ indennità di fine rapporto, che non viene erogata o corrisposta periodicamente, solo essendo riconosciuta annualmente nel suo importo progressivamente maturato.

Non è ammissibile l’eccezione di prescrizione presuntiva del credito al trattamento di fine rapporto di lavoro ( cfr da ultimo Cass. 6522/2017), in quanto la prescrizione del diritto ad ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro e tale diritto non va confuso col diritto, maturante anche nel corso del rapporto, all’accertamento della quota temporaneamente maturata: l’uno ha per oggetto una condanna mentre l’altro ha per oggetto un mero accertamento.

La diversità di contenuto e di maturazione temporale dei due diritti soggettivi comporta il diverso regime della prescrizione, senza che la diversità stessa possa essere esclusa dalla loro connessione, data dalla parziale comunanza di elementi costitutivi (così Cass.8191/2006 e da ultimo Cass. 1684/2017).

Le prescrizioni presuntive, che trovano il proprio fondamento solo in quei rapporti che si svolgono senza particolari formalità in relazione ai quali il pagamento suole avvenire senza dilazione né rilascio di quietanza scritta, non operano quando il contratto sia stato stipulato per iscritto ( cfr Cass.n.1392/2016; Cass.n.11145(2012,Cass. n.8200/2006, Cass. n. 1304/1995).

E poiché l’onere della prova del fatto che consente l’applicabilità di una data eccezione incombe su chi la solleva, è il datore di lavoro a dover eccepire e provare in sede di merito (cosa che non risulta essere avvenuta nel caso di specie) che il contratto di lavoro sia stato stipulato verbalmente e non per iscritto e si sia sempre svolto senza rilascio di quietanze scritte ( cfr Cass. n.13792/2016 ).


Cass. n. 14498/2019

Ai crediti riconducibili alle provvigioni si applica la prescrizione quinquennale, atteso che tale voce di credito rientra in quelle di cui all’art. 2948 comma 1. n.4 cod.civ. . Si tratta infatti di somme pagabili “periodicamente ad anno o intermini più brevi” (cfr Cass. n.11124/2007), diversamente da quanto invece previsto per l’ indennità di cessazione del rapporto di agenzia regolata dall’art.1751 cod.civ., questa sì soggetta al termine ordinario di prescrizione decennale in quanto non rientrante nell’ ipotesi di cui al comma 1 n.5 dell’art.2948 cod.civ., che invece è riferita espressamente alle sole indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro.


Cass. n. 14410/2019

“In tema di iscrizione a ruolo dei crediti degli enti previdenziali in forza dell’art. 1 del d.lgs. n. 462 del 1997, l’Agenzia delle entrate svolge, a norma dell’art. 36 bis del d.P.R. n. 600 del 1973 (a partire dalle dichiarazioni del 1999, ossia per i redditi del 1998), un’attività di controllo sui dati denunciati dal contribuente, richiedendo anche il pagamento dei contributi e premi omessi o evasi, con successiva trasmissione all’INPS, sicché ove il maggior contributo previdenziale dovuto sia accertato dall’Agenzia delle entrate prima dello spirare del termine di prescrizione, la notifica dell’avviso di accertamento incide sia sul rapporto tributario che su quello contributivo previdenziale, determinando l’interruzione della prescrizione anche in favore dell’INPS” (Cass. n. 17769 del 08/09/2015).

L’operatività della causa di sospensione della prescrizione, di cui all’art. 2941, n. 8), cod. civ., ricorre quando sia posta in essere dal debitore una condotta tale da comportare per il creditore una vera e propria impossibilità di agire, e non una mera difficoltà di accertamento del credito, e, quindi, quando sia posto in essere dal debitore un comportamento intenzionalmente diretto ad occultare al creditore l’esistenza dell’obbligazione; con la conseguenza che tale criterio non impone neppure di far riferimento ad un’impossibilità assoluta di superare l’ostacolo prodotto dal comportamento del debitore, ma richiede di considerare l’effetto dell’occultamento in termini di impedimento non sormontabile con gli ordinari controlli (Cass. n. 9113del 17/04/2007 ).

Nel caso in questione, ed in applicazione dei richiamati principi, va pertanto affermato che la mancata denuncia del reddito non equivalga ne ad un doloso e preordinato occultamento del debito contributivo da corrispondere all’INPS, né che essa configuri impedimento assoluto, non scongiurabile con i normali controlli che l’Istituto può invece sempre attivare e sollecitare anche rivolgendosi all’Agenzia dell’Entrate (Cass. Cass. 19640 del 24 luglio 2018 ; Cass. n.17769/2015; Cass. n. 21567 del13/10/2014).


Cass. n. 14426/2019

L’azione di ripetizione di indebito per la restituzione di somme corrisposte mensilmente è soggetta all’ ordinaria prescrizione decennale e non a quella quinquennale prevista dall’art. 2948, n. 4, c.c., in quanto la frequenza mensile assume rilievo come occasionale conseguenza delle singole indebite percezioni e non come causa, stabilita ex ante, dell’attribuzione patrimoniale (Cass. n. 21962 del 10/09/2018).

Occorre infatti distinguere l’ipotesi in cui i presupposti costitutivi di un determinato credito si collochino periodicamente nel tempo da quella in cui, in conseguenza di un rapporto di durata, si debbano avere pagamenti periodici.

La fattispecie riguardata dall’art. 2948 n. 4 c.c. è esclusivamente la seconda, come è reso evidente dal richiamo della norma non tanto al mero sorgere periodico del credito, quanto a «ciò che deve pagarsi» periodicamente, ovverosia ad una situazione propria dei casi in cui «soltanto con il protrarsi dell’adempimento nel tempo si realizza la causa del rapporto obbligatorio» in relazione ad uno specifico interesse del creditore che si soddisfa «attraverso la ricezione di più prestazioni» messe, in regolare cadenza temporale, a (q7 disposizione del creditore (v. Cass. 21 luglio 2000, n. 9627, Cass. 6 dicembre 2006, n. 26161, Cass. 20 dicembre 2017, n. 30546, e, da ultimo, Cass. 10 settembre 2018 n. 21962, cit.).

Diverso è dunque il caso di specie, in cui il credito restitutorio è sorto nel momento in cui vi sono state le indebite erogazioni, rispetto all’ipotesi, propria dell’art. 2948 n. 4 c.c., in cui è stabilita ex ante, in ragione della causa dell’attribuzione patrimoniale, la necessità di pagamenti a cadenze temporali prefissate. Pertanto l’obbligo restitutorio oggetto di causa soggiace alla prescrizione ordinaria decennale in relazione a ciascuna delle indebite erogazioni.

Nel caso di percezioni di redditi, da lavoro autonomo o dipendente, nel periodo di percezione del trattamento di integrazione salariale, il credito restitutorio sorge nel momento in cui l’istituto ha provveduto all’erogazione del trattamento non dovuto, ed è dunque da tale momento che decorre la relativa prescrizione decennale. Non ha rilievo ai fini della decorrenza della prescrizione il diverso e successivo momento in cui l’istituto venga a conoscenza della natura indebita dell’erogazione effettuata, restando salva la possibilità di configurare la ricorrenza dell’ipotesi di sospensione della prescrizione di cui all’art. 2941 n. 8 c.c.. nel mancato inoltro di comunicazioni obbligatorie da parte del beneficiario della prestazione.

Vale anche qui infatti la consolidata regola secondo cui «l’impossibilità di far valere il diritto, alla quale l’art. 2935 c. c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio, e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 c.c. individua specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto, né il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento» (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026).


Cass. n. 12779/2019

In tema di contributi a percentuale, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito (Conf. Cass. n. 16304/2019 – Cass. 29 maggio 2017, n. 13463).

Pur sorgendo il credito sulla base della produzione del reddito, la decorrenza del termine di prescrizione dipende dall’ulteriore momento in cui la corrispondente contribuzione è dovuta e quindi dal momento in cui scadono i termini di pagamento di essa, in armonia, del resto, con il principio generale in ambito di assicurazioni obbligatorie secondo cui la prescrizione corre appunto dal momento in cui « i singoli contributi dovevano essere versati» (art. 55 r.d.l. n. 1827 del 1935).

La diversa data offerta dal legislatore al contribuente, attraverso un’onerosa facilitazione di pagamento di un debito già maturo e scaduto – tant’è che all’obbligazione contributiva si aggiunge l’obbligazione accessoria del pagamento degli interessi corrispettivi in misura predeterminata per legge – non muta il termine di scadenza dell’obbligazione principale e neanche connota diversamente la condotta inadempiente, non trattandosi di un termine alternativo per l’adempimento dell’obbligazione contributiva.


Cass. n. 12532/2019

L’impossibilità di far valere ildiritto, alla quale l’art. 2935 c. c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 c.c. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto, né il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento» (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026).


Cass. n. 11117/2019

In tema di assicurazione della responsabilità civile, la prescrizione breve del diritto all’indennizzo decorre dal momento in cui l’assicurato riceve la richiesta risarcitoria del danneggiato, perché a partire da tale momento il responsabile è in condizione ed è tenuto ad attivare il proprio assicuratore (avendo acquisito la consapevolezza di aver subito lesioni di una certa gravità, sebbene non ne sia ancora nota la specifica consistenza, assumendo rilievo non il fatto che l’infortunio indiscutibilmente rientri fra quelli coperti dalla assicurazione, nna che possa ragionevolmente rientrarvi: Cass. 18 settembre 2014, n. 19660).

Si deve infatti considerare che il concreto accertamento della riconducibilità del sinistro nell’ambito della copertura assicurativa è preliminare soltanto alla liquidazione dello stesso, ma non incide sulla decorrenza del termine di prescrizione (Cass. 6 ottobre 2017, n. 25430).


Cass. n. 10571/2019

Dal rapporto pensionistico di origine contrattuale non scaturisce una singola complessiva obbligazione, avente ad oggetto una prestazione unitaria da assolvere ratealmente, ma una serie di obbligazioni a cadenza periodica, ciascuna delle quali realizza l’intera prestazione dovuta in quel determinato periodo.

Ne consegue che, trattandosi di una prestazione da pagarsi periodicamente, la prescrizione applicabile è quella prevista dall’art. 2948 n. 4 cod. civ., decorrente dalla scadenza dei singoli ratei (v. Cass. n. 8484 del 28/05/2003 Cass. n. 9771 del 14/06/2012 e successive conformi, tra cui n. 17834 del 2014).


Cass. n. 9467/2019

Ai fin della determinazione del regime della prescrizione occorre distinguere tra i contributi dovuti in relazione al periodo antecedente alla data di entrata in vigore- il 17 agosto 1995- della L. n. 335 del 1995 e quello successivo (Cass. S.U. n. 15296 del 4 luglio 2014).

Per i primi, alla stregua della giurisprudenza richiamata, il recupero del termine decennale di prescrizione è condizionato alla denunzia del lavoratore intervenuta nel corso del quinquennio dalla data di relativa scadenza, circostanza questa pacificamente non verificatasi per i contributi anteriori al novembre 1994 in quanto la denunzia del lavoratore risale all’anno 1999 ed è pertanto successiva al detto termine; per i contributi maturati tra il dicembre 1994 ed il dicembre 1995, la denuncia sortisce l’effetto di recuperare il termine decennale di prescrizione con scadenza al più al dicembre 2005, dunque anteriore al primo atto di effettiva valenza interruttiva del gennaio 2007; quanto ai contributi successivi al 1 gennaio 1996 assoggettati, per come pacifico, al termine quinquennale di prescrizione, la denunzia medesima non può sortire effetti nel senso di determinare la trasformazione dell’originario termine quinquennale di prescrizione in decennale, in quanto tale astratta possibilità è riferita esclusivamente ai crediti previdenziali maturati da epoca anteriore al 1 1.1996.

Va escluso, in contrasto con l’assunto adombrato dall’INPS, che a tale denunzia possa connettersi l’effetto interruttivo del decorso del temine prescrizionale, avendo Cass. SS.UU. n. 15296 del 2014,  definitivamente chiarito che la denunzia del lavoratore non è configurabile quale atto interruttivo della prescrizione, sia in quanto non proveniente dal creditore, sia perché il suo effetto non è quello di fare iniziare un nuovo periodo di prescrizione ex art. 2944 cod. civ., ma, in sostanza, di raddoppiare fin dall’inizio il termine da cinque a dieci anni.


Cass. n. 9269/2019

La sospensione della prescrizione prevista dall’art. 38, comma 7, della L. n. 289 del 2002 non può essere estesa ai casi di omissione contributiva accertata a seguito di accertamento ispettivo, ma opera limitatamente ai contributi dovuti per l’anno 1998, quali risultanti dall’estratto contributivo inviato a ogni assicurato ai sensi dell’art. 1, comma 6, della I. 8 agosto 1995 n. 335.

Detta sospensione concerne, infatti, il termine connesso alla denuncia che il lavoratore destinatario dell’estratto può presentare allo scopo di raddoppiare i termini prescrizionali di cui all’art. 3, comma 9, della I. n. 335 del 1995 ed è stata introdotta per ovviare agli inconvenienti derivanti dai ritardi nell’accredito della contribuzione per l’anno 1998, a seguito dell’istituzione dell’obbligo di presentazione, per opera dell’art. 4 del d. Lgs. 9 luglio 1997 n. 241, della dichiarazione unica modello 770 anche ai fini dei contributi dovuti all’Inps e dei premi dovuti all’Inail (Cass. n. 21058 del 11/09/2017).


Cass. n. 9270/2019

In tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito ex art. 1, comma 4 della I. n. 233/1990, quand’anche l’efficacia del predetto fatto sia collegata ad un atto amministrativo di ricognizione del suo avveramento; ne consegue che il momento di decorrenza della prescrizione dei contributi in questione, ai sensi dell’art. 3 della I. n. 335 del 1995, deve identificarsi con la scadenza del termine per il loro pagamento e non con l’atto, eventualmente successivo – ed avente solo efficacia interruttiva della prescrizione anche a beneficio dell’Inps – con cui l’Agenzia delle Entrate abbia accertato, ex art. 1 del d.lgs. n. 462 del 1997, un maggior reddito (Cass. n. 19640 del 24/07/2018).

Ne discende, quindi, l’infondatezza della tesi fatta valere dall’INPS ed accolta dalla Corte territoriale secondo cui il diritto ai contributi a percentuale sul reddito sarebbe sorto solo quando l’Istituto ha avuto contezza del suo credito e cioè solo dopo la dichiarazione dei redditi dell’assicurato


Cass. n. 9276/2019

I n tema di prescrizione annuale del diritto di ottenere dal Fondo di garanzia gestito dall’INPS il pagamento delle retribuzioni relative agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, secondo la previsione dell’art. 2, comma quinto, D.Lgs. n. 80 del 1992, la presentazione della prescritta domanda, secondo le norme che regolano il conseguimento delle prestazioni previdenziali, ai sensi degli art. 25 e 46 legge n. 88 del 1989, oltre a costituire atto interruttivo della prescrizione, determina l’apertura del procedimento amministrativo preordinato alla liquidazione, cosicché il decorso della prescrizione resta sospeso fino alla sua conclusione (che, nel caso di silenzio dell’Istituto e di mancata proposizione nei termini del ricorso amministrativo, si ha dopo duecentodieci giorni, di cui centoventi dalla domanda e novanta fissati per la proposizione del ricorso, ai sensi dell’art. 46 della citata legge n. 88 del 1989) in base all’art. 46, commi 5 e 6, della legge n. 88 del 1989.

Da tale massima si ricava che:

a) il periodo di sospensione può avere la durata massima di 300 giorni – nel caso in cui il provvedimento negativo dell’Ente non intervenga, con il formarsi del silenzio rifiuto, entro 120 giorni dalla domanda amministrativa ex art. 7 della legge 533/1973, indi l’assicurato ha il termine massimo di 90 giorni per proporre il ricorso amministrativo (in tal senso disponeva l’art. 98 del citato r.d.l. n. 1827 del 1935, e dispone adesso l’art. 46, quinto comma, della legge n. 88 del 1989) e, quindi, dopo altri 90 giorni senza che l’Istituto si sia pronunciato sul ricorso, si determina il silenzio- rigetto (art. 98, terzo comma, del r.d.l. 1827/1935 e art. 46, comma 6, della legge 88/1989);

b) ovvero una durata inferiore, ove l’assicurato non presenti tempestivamente ricorso amministrativo (cosicché il procedimento deve ritenersi concluso dopo 90 giorni dalla scadenza dei 120 giorni dalla domanda) oppure qualora l’Inps risponda prima dei 120 giorni, l’assicurato proponga ricorso ancor prima della scadenza dei 90 giorni che gli sono concessi e l’Ente emetta un provvedimento ancor prima della scadenza dei 90 giorni (cfr. Cass. 10 giugno 2003, n. 3286).


Cass. n. 7850/2019

La prescrizione decorre, in materia di risarcimento del danno patito in conseguenza degli effetti indotti da malattia di origine professionale , decorre non dal giorno in cui il terzo abbia determinato la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si sia manifestata all’esterno, bensì da quello in cui essa venga percepita o possa essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche (Cass. s.u. 11 gennaio 2008, n. 579; Cass. 2 luglio 2013, n. 16550; Cass. 3 maggio 2016, n. 8645; Cass. 22 settembre 2017, n. 22045; Cass. 31 maggio 2018, n. 13745).


Cass. n. 6942/2019

Il termine di prescrizione del diritto alla restituzione delle somme corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado comincia a decorrere dalla data di pubblicazione della sentenza di riforma, a mente dell’articolo 2935 cod.civ. e non dal momento, successivo, del passaggio in giudicato della stessa sentenza”; a tanto si previene sul rilievo che l’eliminazione, per effetto della legge 26 novembre 1990 nr. 353, dell’inciso «con sentenza passata in giudicato» dal testo dell’articolo 336, comma 2, cod. proc. civ., ha comportato una immediata efficacia della sentenza di riforma (e di cassazione) sugli atti di esecuzione dipendenti dalla sentenza di primo grado riformata (ovvero d’appello cassata).


Cass. n. 6677/2019

L’operatività della causa di sospensione della prescrizione di cui all’art. 2941, n.8 cod. civ. («tra il debitore che ha dolosamente occultato l’esistenza del debito e il creditore, finché il dolo non sia stato scoperto») ricorre quando sia posta in essere, dal debitore, una condotta tale da comportare, per il creditore, una vera e propria impossibilità di agire, e non una mera difficoltà di accertamento del credito, e dunque quando sia posto in essere dal debitore un comportamento intenzionalmente diretto ad occultare, al creditore, l’esistenza dell’obbligazione (cfr., tra le tante, Cass. 18 ottobre 2018, n.26269; Cass. 11 settembre 2018, n. 22072; Cass. 7 marzo 2012, n.3584).


Cass. n. 6347/2019

L’impossibilità di far valere il diritto, quale fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione ai sensi dell’art. 2935 c.c., è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, in relazione ai quali il successivo art. 2941 c.c. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione della prescrizione: tra le quali, salva l’ipotesi di occultamento doloso del debito, non rientra l’ignoranza da parte del titolare del fatto generatore del suo diritto, né il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto o il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 11 settembre 2018, n. 22072).


La domanda di accertamento negativo del credito contributivo non è idonea a determinare la sospensione della prescrizione del diritto al conseguimento dei contributi, che non é prevista da alcuna disposizione specifica né trova fondamento nella normativa codicistica, essendo inammissibile l’interpretazione estensiva o l’applicazione analogica delle disposizioni previste dagli artt. 2941 e 2942 c.c..

Tale domanda non comporta inoltre l’interruzione della prescrizione, che l’art. 2943 c.c. fa discendere soltanto da atti tipici e specificamente enumerati contenenti l’esplicitazione di una pretesa e l’intimazione o la richiesta scritta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto obbligato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora (così Cass. n. 9589 del 18/04/2018 ).

Nella materia previdenziale, a differenza che in quella civile, il regime della prescrizione è sottratto, ai sensi dell’art. 3 commi 9 e 10 della I. n. 335 del 1995, alla disponibilità delle parti, sicché essa opera di diritto ed è pure rilevabile d’ufficio.

Ne consegue che nessuna preclusione per la rilevabilità della prescrizione nel corso del giudizio poteva ritenersi intervenuta per il fatto che con il ricorso introduttivo la parte avesse fatto valere solo quella già maturata al momento della proposizione della domanda (v. Cass. n. 21830 del 15/10/2014, Cass. S.U. n. 23397 del 17/11/2016, Cass. n. n. 9600 del 18/4/2018).


Cass. n. 5637/2019

Con riferimento a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce soltanto l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito, ma non determina anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ..

Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo. La prescrizione dei contributi previdenziali dunque nel caso è e resta quinquennale, ai sensi dell’art. 3 comma 9 della I. n. 335 del 1995 (Cass. S.U. n. 23397/2016).


Cass. n. 5379/2019

La prescrizione dei contributi dovuti alla gestione separata decorre dal momento in cui scadono i termini per il relativo pagamento e non dalla data di presentazione della dichiarazione dei redditi ad opera del titolare della posizione assicurativa (v. Cass. n. 27950 del 31/10/2018).

Ciò in quanto anche per i contributi dovuti alla gestione separata opera la regola, fissata dal d.lgs. 9 luglio 1997, n. 241, art. 18, comma 4, secondo cui “i versamenti a saldo e in acconto dei contributi dovuti agli enti previdenziali da titolari di posizione assicurativa in una delle gestioni amministrate da enti previdenziali sono effettuati entro gli stessi termini previsti per il versamento delle somme dovute in base alla dichiarazione dei redditi”.

La relativa prescrizione decorre quindi dal momento in cui “in cui i singoli contributi dovevano essere versati” (R.D.L. n. 1827 del 1935, art. 55), e non dalla data di presentazione della dichiarazione dei redditi che, quale dichiarazione di scienza (tra le molte, Cass. 4 febbraio 2011, n. 2725) non è il presupposto del credito contributivo, così come non lo è rispetto all’obbligazione tributaria, in quanto il fatto costitutivo resta, come detto, la produzione di redditi rilevante ai sensi di legge.


Cass. n. 4687/2019

Con riguardo alle retribuzioni periodiche (salari, stipendi, ma anche mensilità aggiuntive, gratifiche annuali) vale il richiamo a tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi contenuto nell’art. 2948 c.c..

E’ bene altresì rimarcare che i crediti di lavoro relativi ai singoli emolumenti retributivi periodici, soggetti alla prescrizione quinquennale ai sensi dell’art.2948 n. 4 e n. 5 c.c. (riferito quest’ultimo alle indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro), sono sottoposti anche alla concorrente prescrizione presuntiva prevista dagli artt. 2955 c.c. n.2 (un anno per le retribuzioni corrisposte a periodi non superiori al mese) e 2956 c.c. (tre anni per le retribuzioni corrisposte per periodi superiori al mese).

Tale istituto, incontestabilmente ritenuto applicabile, anche se decisamente in via residuale, ai crediti di lavoro, non costituisce prescrizione in senso proprio, non comportando l’estinzione del ‘diritto, giacchè si limita ad integrare – a fronte del decorso del tempo stabilito ex lege – una presunzione legale del suo soddisfacimento, che può essere superata fornendo in giudizio la prova contraria nei limiti ammessi dallo stesso codice civile.

La presunzione può essere infatti, vinta sia attraverso la confessione giudiziale del datore di lavoro, sia attraverso il deferimento al medesimo datore di lavoro del giuramento decisorio (ex artt.2959 e 2960 c.c., ferme restando le implicazioni di carattere penale ed anche risarcitorio a carico del datore che abbia giurato il falso – ex art.2738 c.c.).

Ed in tal senso rinviene, quindi, ragione la coesistenza fra le due tipologie di prescrizione dei diritti di credito scaturenti dal contratto di lavoro.

Sulla scia di tali principi, è stato quindi osservato (vedi Cass. 9/4/2003 n.5535) come le prescrizioni contemplate dagli artt. 2954 e ss. c.c. trovino il loro fondamento sul presupposto che in numerosi rapporti della vita quotidiana il pagamento suole avvenire con una certa immediatezza sicché il decorso di un breve periodo di tempo (sei mesi, un anno o tre anni) fa presumere l’estinzione del debito, determinando una inversione dell’onere della prova con la possibilità che tale presunzione sia vinta mediante gli strumenti processuali descritti (confessione giudiziale del datore di .lavoro o deferimento allo stesso del giuramento decisorio).

Proprio in ragione della ripetitività dei pagamenti, e della ratio che sottende la norma, volta a risolvere questioni attinenti a rapporti commerciali, professionali o di lavoro, mediante la predisposizione del descritto meccanismo processuale, deve escludersi che il T.F.R. possa ritenersi assoggettato alla invocata prescrizione presuntiva.

Si tratta, infatti, di pagamento che si esaurisce in un unico atto al momento di cessazione del rapporto, non ha natura periodica e non è strettamente connesso all’esecuzione della prestazione, in quanto tale.

L’emolumento considerato non appare, pertanto, assoggettabile alla disciplina invocata dalla ricorrente, come del resto anche affermato in recenti approdi da questa Corte, secondo cui non è ammissibile l’eccezione di prescrizione presuntiva del credito al trattamento di fine rapporto di lavoro (vedi Cass. 14/3/2017 n.6522, ed in motivazione, Cass. n.9509/2012).

A non conformi conclusioni è dato, invece, addivenire, in ordine al riconoscimento delle cd. mensilità aggiuntive.

Ricorrendo la medesima ratio enunciata in precedenza come sottesa all’istituto della prescrizione presuntiva, deve ritenersi che l’ordinamento anche con riferimento a tale categoria di crediti – onde assicurare una fondamentale esigenza di certezza nella gestione dei rapporti commerciali e di lavoro fra privati – abbia inteso consentire l’applicazione dei termini prescrizionali sanciti dall’art.2956 c.c..

Si versa, infatti, in ipotesi di pagamenti, connessi all’espletamento della prestazione lavorativa, che vengono calcolati su periodi superiori al mese ed erogati sempre con cadenza superiore al mese.

Deve, quindi, concludersi che la prescrizione presuntiva triennale disciplinata dalla disposizione da ultimo richiamata, può essere invocata anche in relazione alle mensilità aggiuntive, fermo restando che resta escluso che da ciò possa derivare un pregiudizio per il lavoratore, la cui posizione resta garantita dalla declaratoria di incostituzionalità della norma operata con la sentenza n.63 del 1966 della Corte Costituzionale.


Cass. n. 4609/2019

In materia di interruzione della prescrizione ex art. 2943 cod. civ. un atto, per avere efficacia interruttiva, deve contenere, oltre alla chiara indicazione del soggetto obbligato (elemento soggettivo), l’esplicitazione di una pretesa e l’intimazione o la richiesta scritta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto, nei confronti del soggetto indicato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora (elemento oggettivo).

Quest’ultimo requisito non è soggetto a rigore di forme, all’infuori della scrittura, e, quindi, non richiede l’uso di formule solenni né l’osservanza di particolari adempimenti, essendo sufficiente che il creditore manifesti chiaramente, con un qualsiasi scritto diretto al debitore e portato comunque a sua conoscenza, la volontà di ottenere dal medesimo il soddisfacimento del proprio diritto; ne consegue che non è ravvisabile tale requisito in semplici sollecitazioni prive di carattere di intimazione e di espressa richiesta di adempimento al debitore (v. Cass. 14 giugno 2018, n. 15714; Cass. 25 agosto 2015, n. 17123; Cass. 3 dicembre 2010, n. 24656; Cass. 12 febbraio 2010, n. 3371).


Cass. n. 3661/2019

Quanto alla specifica questione della individuazione degli atti idonei ad interrompere il decorso del termine prescrizionale del credito contributivo, in coerenza con la struttura bilaterale dell’obbligazione contributiva e con la esclusiva legittimazione attiva dell’INPS, si è affermato che in relazione al disposto di cui all’art. 55 del R.D.L. 4 ottobre 1935 n. 1827, l’effetto interruttivo della prescrizione dei contributi di assicurazione obbligatoria (il cui decorso preclude la possibilità di effettuare versamenti a regolarizzazione dei contributi arretrati) si verifica solo per effetto degli atti, indicati dall’art. 2943 cod. civ., posti in essere dall’INPS (titolare del relativo diritto di credito), e non quando anche uno di tali atti sia posto in essere dal lavoratore, come nell’ipotesi di azione giudiziaria da questi proposta nei confronti del datore di lavoro ( Cass. n. 7104 del 1992).


Cass. n. 430/2019

In relazione all’art. 2953 cc (cfr., Cass., n. 2003 del 2017) la sentenza passata in giudicato, che si aziona con l’actio iudicati, per poter determinare la conversione del termine di prescrizione, deve essere “di condanna”, come esplicitamente sancito dalla medesima disposizione codicistica e cioè consistere in un provvedimento giudiziale definitivo che imponga, a chi vi è obbligato, l’esecuzione della prestazione dovuta per il soddisfacimento del diritto altrui, con conseguente esclusione, dall’ambito di applicabilità della norma, delle sentenze di mero accertamento.

La suddetta sentenza afferma che l’azione promossa per il risarcimento dei danni, una volta annullati gli atti illegittimi, è soggetta non più al termine quinquennale di cui all’art. 2947 c.c., ma al termine decennale di prescrizione dell’actio iudicati, termine decorrente da quando la sentenza, che quella illegittimità ha riconosciuto e dichiarato, è diventata incontestabile.


Cass. n. 31345/2018

Nella materia previdenziale, a differenza che in quella civile, il regime della prescrizione già maturata è sottratto alla disponibilità delle parti; detto principio – che attualmente è fissato dall’art. 3, comma nono, della legge n. 335 del 1995 ed è desumibile, per il periodo precedente l’entrata in vigore di tale disposizione, dall’art. 55, comma secondo, del R.D.L. n. 1827 del 1935- vale per ogni forma di assicurazione obbligatoria e, in base al comma decimo del citato art. 3 della legge n. 335 del 1995, si applica anche per i contributi prescritti prima dell’entrata in vigore della medesima legge.

La relativa eccezione non rientra fra quelle la cui proposizione per la prima volta in appello è vietata dall’articolo 437 c.p.c.; ed invero il divieto di nuove eccezioni in appello di cui all’articolo 345 c.p.c. e specificamente all’articolo 437, comma 2 c.p.c. per il rito del lavoro, concerne soltanto l’eccezione in senso proprio relativa a fatti impeditivi, modificativi o estintivi del diritto fatti valere in giudizio, non rilevabili d’ufficio e non può quindi inerire all’eccezione di prescrizione in discorso.


Cass. n. 30125/2018

In tema di prescrizione, con riferimento alla idoneità degli atti ad acquisire efficacia interruttiva, va affermato che l’atto di interruzione della prescrizione non deve necessariamente consistere “in una richiesta o intimazione” (essendo questa una caratteristica riconducibile all’istituto della costituzione in mora), ma può anche emergere da una dichiarazione che, esplicitamente o per implicito, manifesti, puramente e semplicemente, l’intenzione di esercitare il diritto spettante al dichiarante, in tal guisa dovendosi interpretare estensivamente il disposto dell’articolo 2943, comma quarto, cod. civ., in sinergia ermeneutica con la più generale norma dettata, in tema di prescrizione, dall’articolo 2934 cod. civ. (Cass. n. 15766/2006, conf. Cass.n. 1166/2018; Cass.n. 24054/2015).

Questa corte ha altresi’ soggiunto che “In tema di interruzione della prescrizione, ai sensi dell’art. 2943 cod. civ., perché un atto abbia efficacia interruttiva è necessario che lo stesso contenga l’esplicitazione di una precisa pretesa e l’intimazione o la richiesta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto, nei confronti del soggetto obbligato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora” (Cass.n. 24656/2010; Cass. n. 3371/2010; conf. Cass. n. 17123/2015).

I principi richiamati, se pur con differenti sfumature, richiedono comunque che il documento idoneo ad interrompere la prescrizione contenga la precisazione del diritto azionato al fine di rendere esplicita la reale volontà del soggetto interessato.


Cass. n. 29400/2018

Il requisito della stabilità reale, che consente il decorso della prescrizione quinquennale dei diritti del lavoratore in costanza di rapporto di lavoro, va verificato alla stregua del concreto atteggiarsi del rapporto stesso (cfr tra le tante Cass. n. 11644/2004, Cass. n. 23227/2004; Cass.n. 1147/2012).

Ne consegue che, con riferimento a rapporti di lavoro costituiti in violazione del divieto di intermediazione ed interposizione di cui all’art. 1 della legge23 ottobre 1960, n. 1369 (applicabile “ratione temporis“), la suddetta verifica deve essere effettuata sulla base delle concrete modalità, anche soggettive, di svolgimento del rapporto, in questo caso quello formale, senza che assuma rilievo la disciplina che l’avrebbe regolato ove fosse sorto “ah initio” con il datore di lavoro effettivo (cfr. Cass.n.4551/1990, da ultimo Cass. n. 12553/2014).


Cass. n. 27950/2018

Si è recentemente affermato, ed è qui condiviso, che in tema di contributi cd. “a percentuale”, il fatto costitutivo dell’obbligazione contributiva è costituito dall’avvenuta produzione, da parte del lavoratore autonomo, di un determinato reddito (Cass. 29 maggio 2017, n. 13463).

E’ peraltro chiaro che, pur sorgendo il credito sulla base della produzione del reddito, la decorrenza del termine di prescrizione dipende dall’ulteriore momento in cui la corrispondente contribuzione è dovuta e quindi dal momento in cui scadono i termini di pagamento di essa, in armonia del resto con il principio generale in ambito di assicurazioni obbligatorie secondo cui la prescrizione corre appunto dal momento in cui «in cui i singoli contributi dovevano essere versati» (art. 55 r.d.l. 1827/1935).

Non è vero infatti quanto affermato dalla Corte territoriale, ovverosia che il diritto dell’ente previdenziale sorgerebbe solo nel momento in cui il professionista si iscriva alla Gestione Separata, in quanto l’obbligo di iscrizione, trattandosi di previdenza obbligatoria, non dipende dall’iniziativa dell’interessato, ma dal maturare dei corrispondenti fatti costitutivi; e quindi anche il termine di prescrizione dei conseguenti crediti matura con il sopravvenire del termine di esigibilità di tali crediti.

D’altra parte, allorquando non vi sia stata previa iscrizione e non siano ancora intervenuti atti ricognitivi (dichiarazione dei redditi, contenente l’indicazione dell’obbligo contributivo) o di controllo della dichiarazione da parte degli enti tributari o previdenziali, nulla vieta che si possa in ipotesi avere – in particolare tra il momento della scadenza dell’obbligo di pagamento a saldo e quello di scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi – un accertamento tributario da cui possano emergere, ai sensi dell’art. 1 ss. del d.lgs. n. 462 del 1997 i presupposti del diritto dell’ente previdenziale, il che conferma l’esclusione del ricorrere di un caso di impedimento giuridico.

Vale dunque la consolidata regola secondo cui «l’impossibilità di far valere il diritto, alla quale l’art. 2935 c. c. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 c.c. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, tra le quali, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8 del citato articolo, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, il dubbio soggettivo sull’esistenza di tale diritto, né il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento» (Cass. 26 maggio 2015, n. 10828; Cass. 6 ottobre 2014, n. 21026).


Cass. n. 23778/2018

Il diritto al trattamento di fine rapporto sorge alla cessazione del rapporto di lavoro e solo da questa data decorre il termine di prescrizione, mentre concorrono a determinarne l’ammontare anche gli accantonamenti relativi a retribuzioni per le quali il diritto sia ormai prescritto, poiché quelle retribuzioni rilevano solo come base di computo del t.f.r. e non come componenti del relativo diritto (v. Cass. 4340/2018, con richiamo a Cass. n. 21239 del 2007, n. 9695 del 2009, n. 3894 del 2010 ed, altresì, Cass. n. 11579 del 23/05/2014) .


Cass. n. 21962/2018

Ai fini della determinazione del regime prescrizionale applicabile non va  sovrapposta l’ipotesi generica in cui i presupposti costitutivi di un determinato credito si collochino periodicamente nel tempo, con quella, più specifica, in cui, in conseguenza di un rapporto di durata, si debbano avere pagamenti periodici.

La fattispecie riguardata dall’art. 2948 n. 4 c.c. è esclusivamente la seconda, come è reso evidente dal richiamo della norma non tanto al mero sorgere periodico del credito, quanto al riferimento a «ciò che deve pagarsi»periodicamente, ovverosia ad una situazione propria dei casi in cui «soltanto con il protrarsi dell’adempimento nel tempo si realizza la causa del rapporto obbligatorio» in relazione ad uno specifico interesse del creditore che si soddisfa«attraverso la ricezione di più prestazioni» (così Cass. 6 dicembre 2006, n. 26161 e, più di recente, Cass. 20 dicembre 2017, n. 30546) messe, in regolare cadenza temporale, a disposizione del creditore (Cass. 21 luglio 2000, n. 9627).

Diverso è dunque il caso, come quello di specie (contestazione dell’indebita percezione della rendita INAIL a seguito di infortunio), in cui la frequenza mensile viene in evidenza come occasionale conseguenza del risalire dell’effetto restitutorio fin ai singoli momenti in cui vi sono state le indebite percezioni, rispetto all’ipotesi, propria dell’art. 2948 n. 4 c.c., in cui è stabilita ex ante, in ragione della causa dell’attribuzione patrimoniale, la necessità di pagamenti a cadenze temporali prefissate.


Cass. n. 20665/2018

Spetta al datore di lavoro il quale deduca la prescrizione (quinquennale) del credito del lavoratore in costanza di rapporto, provare che questo è presidiato dai necessari requisiti di stabilità reale, requisiti da verificarsi con riferimento alle dimensioni dell’unità produttiva cui è addetto il lavoratore medesimo (vedi per tutte, Cass. 1/7/1998 n.6441, cui adde Cass. 16/5/2012 n.7640), con la precisazione che la prescrizione quinquennale concernente le azioni dirette ad ottenere le differenze retributive, decorre anche quando il diritto a tali differenze venga fatto valere contemporaneamente al diritto all’attribuzione alla qualifica superiore, soggetto alla prescrizione decennale (in tali sensi, vedi Cass. 26/10/2016 n.21645, Cass. 8/4/2011 n.8057) .


Cass. n. 20611/2018

La rilevabilità della prescrizione dell’azione esperita dall’attore non è esclusa dal fatto che il convenuto, eccependo in ordine a detta azione l’avvenuto decorso del termine previsto dalla legge, l’abbia qualificato come termine di decadenza invece che di prescrizione, spettando al giudice la qualificazione giuridica delle deduzioni delle parti (Cass. n. 1814 del 1987; cfr. anche Cass. 6101 del 1998; Cass. n. 7192 del 1986).


Cass. n. 19857/2018

Come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, a partire dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 10955 del 25 luglio 2002, “in tema di prescrizione estintiva, elemento costitutivo della relativa eccezione è l’inerzia del titolare del diritto fatto valere in giudizio, mentre la determinazione della durata di questa, necessaria per il verificarsi dell’effetto estintivo, si configura come una “quaestio iuris” concernente l’identificazione del diritto stesso e del regime prescrizionale per esso previsto dalla legge.

Ne consegue che la riserva alla parte del potere di sollevare l’eccezione implica che ad essa sia fatto onere soltanto di allegare il menzionato elemento costitutivo e di manifestare la volontà di profittare di quell’effetto, non anche di indicare direttamente o indirettamente (cioè attraverso specifica menzione della durata dell’inerzia) le norme applicabili al caso di specie, l’identificazione delle quali spetta al potere – dovere del giudice.

Di guisa che, da un lato, non incorre nelle preclusioni di cui agli artt. 416 e 437 cod. proc. civ. la parte che, proposta originariamente un’eccezione di prescrizione quinquennale, invochi nel successivo corso del giudizio la prescrizione ordinaria decennale, o viceversa, e, dall’altro lato, il riferimento della parte ad uno di tali termini non priva il giudice del potere officioso di applicazione (previa attivazione del contraddittorio sulla relativa questione) di una norma di previsione di un termine diverso.

Tale linea interpretativa è da ritenere consolidata, essendo il principio stato riaffermato nelle successive sentenze in materia di prescrizione (Cass. n. 16573 del 2004, n.10736 del 2006, n. 11843 del 2007, n. 6549 del 2009, n. 21752 del 2010, n. 1064 del 2014, n. 15631 del 2016) .


Cass. n. 19729/2018

Relativamente alla proposizione dell’eccezione di prescrizione (quinquennale) non può essere accettata  nella sua assolutezza, la tesi secondo cui non sarebbe configurabile il fatto notorio in merito al numero di dipendenti di un datore di lavoro, rilevante al fine di stabilire se il rapporto di lavoro sia connotato dal regime di stabilità c.d. reale, la quale, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale in materia, consente la decorrenza della prescrizione anche in relazione alle rivendicazioni retributive di un lavoratore dipendente.

Infatti, vi possono essere imprese (o, più in genere, datori di lavoro) le cui dimensioni e il cui tipo di struttura organizzativa sono di adeguata comune conoscenza a livello nazionale o locale, in maniera tale che non vi è ragione di ritenere che non possano sussistere al riguardo gli elementi caratterizzanti del fatto notorio, cioè del fatto di comune conoscenza (Cass. n. 20897/2004) .


Cass. n. 19640/2018

L’impossibilità di far valere un diritto, alla quale l’art. 2935 cod. civ. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione, è solo quella che deriva da cause giuridiche che ne ostacolino l’esercizio e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto, per i quali il successivo art. 2941 cod. civ. prevede solo specifiche e tassative ipotesi di sospensione, nel cui ambito, salva l’ipotesi di dolo prevista dal n. 8, non rientra l’ignoranza, da parte del titolare, del fatto generatore del suo diritto, né il dubbio soggettivo sulla esistenza di tale diritto od il ritardo indotto dalla necessità del suo accertamento (cfr. sentenze n. 21026/2014 e n. 10828/2015) .


Cass. n. 19091/2018

Costituisce infatti ius receptum, qui condiviso perché fondato sull’evidente presupposto che solo un diritto conoscibile può essere esercitato e quindi soggiacere a prescrizione, quello per cui, anche ai fini della decorrenza del termine ordinario di prescrizione del diritto al risarcimento del danno correlato a malattia professionale, il termine di prescrizione decorre dal momento in cui uno o più fatti concorrenti forniscano certezza dell’esistenza dello stato morboso e della sua conoscibilità da parte dell’assicurato, in relazione anche alla sua eziologia professionale (Cass. 28 giugno 2011, n. 14281; Cass. 8 maggio 2007, n. 10441; per analoghi principi nel contiguo ambito di domanda di indennizzo I.N.A.I.L., v. più di recente, Cass. 15 gennaio 2016, n. 598 e Cass. 6 febbraio 2018, n. 2842, in quest’ultimo caso con la precisazione espressa per cui non si può identificare «la conoscenza dell’origine professionale della malattia … con l’esistenza della stessa») .


Cass. n. 18743/2018

La mera “stabilità obbligatoria” – costituita dalla possibilità di una sentenza che, ritenendo illegittimo il licenziamento, importi per l’imprenditore soltanto l’obbligo di riassunzione in alternativa a quello del risarcimento in favore del lavoratore – non è parificabile alla (più ampia ed incisiva) tutela “reale” accordata dall’art. 18 della legge n. 300 del 1970 e, pertanto, non vale a far decorrere la prescrizione quinquennale dei crediti del lavoratore anche in pendenza del rapporto di lavoro (principio riferito alla fattispecie del licenziamento nella versione antecedente alla riforma di cui alla L. n. 92/2012, a far data dal 18 luglio 2012) .


Cass. n. 17989/2018

Per costante giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 5934 del 2002; Cass. n. 5494 del 1997), “deve ritenersi assistito dalla garanzia di stabilità il rapporto di lavoro regolato da una disciplina la quale, sul piano sostanziale, subordini la legittimità e l’efficacia della sua risoluzione alla sussistenza di circostanze oggettive e predeterminate e che sul piano processuale, affidi al giudice il sindacato su tali circostanze e la possibilità di rimuovere gli effetti del licenziamento illegittimo; il che, in via generale, va ora riconosciuto allorquando il posto di lavoro – quale che sia la natura, pubblica o privata del datore di lavoro – possa essere oggetto di una tutela cosiddetta reale che consenta cioè, non soltanto il risarcimento del danno di fronte all’illegittimo licenziamento, così come previsto dall’art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, bensì la specifica reintegrazione del lavoratore secondo quanto previsto dall’art. 18, comma primo, legge 20 maggio 1970, n. 300, ma può anche realizzarsi ogniqualvolta siano applicabili altre disposizioni che comunque garantiscono la stabilità”.

Si è ulteriormente precisato, nelle pronunce richiamate, come il presupposto della stabilità reale debba “essere verificato in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto stesso ed alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento, dipendendo da ciò l’esistenza, o meno, della effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore”, condizione”negativamente incidente sulla possibilità dell’esercizio dei diritti scaturenti dal rapporto di lavoro in costanza di esso, ..che costituì la ratio decidendi dellaCorte costituzionale nelle note pronunce del 10 giugno 1996, n. 63, 20 novembre 1969, n. 143 e 12 dicembre 1972, n. 174″.

Pur dando atto delle peculiarità impresse al rapporto del socio lavoratore di cooperativa dal descritto collegamento unidirezionale del vincolo associativo col rapporto di lavoro, deve tuttavia rilevarsi come la risoluzione del rapporto associativo, alle cui sorti è legato il rapporto di lavoro, sia subordinata a requisiti di legittimità ed efficacia, specificamente previsti dal codice civile (art. 2533 c.c. e disposizioni ivi richiamate) e dall’atto costitutivo (art. 2521, n. 7 c.c.), integranti “circostanze oggettive e predeterminate” di cui alla giurisprudenza sopra richiamata, a conoscenza del socio lavoratore fin dall’inizio del rapporto, e come tali idonee a garantire il predetto contro condotte lesive del suo interesse alla conservazione dello status di socio e del rapporto di lavoro.

Sul piano processuale, il diritto alla tutela restitutoria, affermato dalle Sezioni Unite (Cass. S.U. n. 27436/2017), consente di superare le obiezioni alla operatività del decorso della prescrizione in costanza di rapporto basate sulla inapplicabilità dell’art. 18, L. n. 300 del 1970, in quanto conferma l’esistenza del potere assegnato al giudice di sindacare i provvedimenti di risoluzione e di rimuoverne gli effetti ove ritenuti illegittimi, con ricostituzione insieme al vincolo associativo, del rapporto di lavoro, e ciò peraltro a prescindere dai requisiti occupazionali a cui era subordinata la cd. tutela reale.

La maggiore onerosità per il conseguimento della tutela restitutoria, legata, oltre che all’impugnativa del licenziamento, anche alla tempestiva opposizione alla delibera di esclusione, non può, di per sé, definirsi equivalente ad una condizione di metus caratterizzante lo svolgimento del rapporto lavorativo e tale da indurre il socio lavoratore a non esercitare i propri diritti per timore di perdere il posto di lavoro.

Deve quindi affermarsi il seguente principio di diritto: in caso di licenziamento intimato al socio lavoratore di cooperativa, l’onere del predetto di proporre opposizione alla contestuale delibera di esclusione, ai fini della tutela restitutoria, non esclude che il rapporto di lavoro sia assistito dalla garanzia di stabilità e quindi non preclude il decorso della prescrizione in costanza di rapporto.


Cass. n. 16690/2018

Il presupposto della stabilità reale del rapporto di lavoro deve essere verificato in relazione al concreto atteggiarsi del rapporto stesso ed alla configurazione che di esso danno le parti nell’attualità del suo svolgimento (dipendendo da ciò l’esistenza, o meno, della effettiva situazione psicologica di metus del lavoratore) e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto in astratto regolare il rapporto ove questo fosse sorto con le modalità e la disciplina che il giudice, con un giudizio necessariamente ex post, riconosce applicabili nella specie, con effetto retroattivo per il lavoratore” (Cass. 22 settembre 2009, n. 22172; Cass. 23 gennaio 2009, n. 1717) .


Cass. n. 16581/2018

Al credito di trattamento di fine rapporto non è applicabile la prescrizione presuntiva, essendo ciò escluso dal consolidato orientamento espresso in sede di legittimità (Cass. 14.3.2017 n. 6522; Cass. n. 15798/2008), cui si intende dare seguito .


Cass. n. 16139/2015

In caso di cessazione del rapporto di lavoro, le indennità spettanti sono assoggettate alla prescrizione quinquennale ex art. 2948, n. 5, cod. civ. e non all’ordinario termine decennale, a prescindere dalla natura, retributiva o previdenziale, dell’indennità medesima, ovvero dal tipo di rapporto, subordinato o parasubordinato, in essere, in ragione dell’esigenza di evitare le difficoltà probatorie derivanti dall’eccessiva sopravvivenza dei diritti sorti nel momento della chiusura del rapporto; ne consegue che, anche con riguardo all’indennità sostitutiva del preavviso di licenziamento, nonché di esonero agevolato per inidoneità al lavoro, si applica la prescrizione breve” (in termini Cass. n. 15798 del 2008), la quale evidentemente decorre “dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere” (art. 2935 c.c.) e cioè dalla cessazione del rapporto di lavoro, non assumendo certo rilievo l’epoca in cui quel diritto sia stato eventualmente giudizialmente accertato .


Cass. n. 14531/2018

L’atto ha efficacia interruttiva della prescrizione, quando contiene l’esplicitazione della pretesa, ovvero una intimazione o richiesta scritta di adempimento, idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto passivo, sicché la richiesta di tentativo di conciliazione comunicata al datore di lavoro è idonea ad interrompere il decorso della prescrizione solo qualora sia specifica e si riferisca in modo espresso al diritto poi fatto valere in giudizio.


Cass. n. 10767/2018

Con riferimento alle prestazioni assicurative da infortunio sul lavoro e malattia professionale, si è affermato che il termine triennale di prescrizione del diritto è interrotto dalla proposizione del ricorso giurisdizionale, a far data dal deposito e non dalla sua notifica, e che tuttavia l’effetto interruttivo di tale atto rimane solo istantaneo, se il processo si estingue, e il nuovo periodo di prescrizione inizia a decorrere dal verificarsi dell’evento interruttivo (Cass. 16 aprile 2004 n. 7295; n. 10212 del 2007) .


Cass. n. 9729/2018

Le eccezioni di interruzione e di sospensione della prescrizione sono da intendere come eccezioni in senso lato (v. in tal senso Cass. sez. lav. n. 18250 del 12.2.2009, n. 13783 del 13.6.2007, n. 16542 del 14.7.2010 per l’eccezione di interruzione, nonché Cass. sez. 2, n. 21929 del 15/10/2009 e Sez. 3, n. 24680 del 24/11/2009 per l’eccezione di sospensione), come tali rilevabili anche d’ufficio.

Le Sezioni Unite (S.U, Ordinanza n. 10531 del 7.5.2013) hanno affermato che “il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati “ex actis”, in quanto il regime delle eccezioni si pone in funzione del valore primario del processo, costituito dalla giustizia della decisione, che resterebbe svisato ove anche le questioni rilevabili d’ufficio fossero subordinate ai limiti preclusivi di allegazione e prova previsti per le eccezioni in senso stretto”

L’atto stragiudiziale di costituzione in mora del debitore, anche al fine dell’interruzione della prescrizione, inviato al debitore con raccomandata a mezzo del servizio postale si presume giunto a destinazione – sulla base dell’attestazione della spedizione da parte dell’ufficio postale, pur in mancanza dell’avviso di ricevimento -, sicché solo a seguito di contestazione del destinatario sorge l’onere, per il mittente di provare il ricevimento, né è censurabile il provvedimento del giudice di appello che consenta alla parte di produrre la ricevuta di ritorno di una raccomandata già ritualmente prodotta con gli atti introduttivi del giudizio.


Cass. n. 1166/2018

In tema di prescrizione e con riferimento alla idoneità degli atti ad acquisire efficacia interruttiva, l’atto di interruzione della prescrizione non deve necessariamente consistere “in una richiesta o intimazione” (essendo questa una caratteristica riconducibile all’istituto della costituzione in mora), ma può anche emergere da una dichiarazione che, esplicitamente o per implicito, manifesti, puramente e semplicemente, l’intenzione di esercitare il diritto spettante al dichiarante, in tal guisa dovendosi interpretare estensivamente il disposto dell’articolo 2943, comma quarto, cod. civ., in sinergia ermeneutica con la più generale norma dettata, in tema di prescrizione, dall’articolo 2934 cod. civ.; il relativo accertamento costituisce indagine di fatto, riservata all’apprezzamento del giudice del merito e non sindacabile in sede di legittimità ove immune da errori giuridici e/o vizi logici (Cass. 19359/2007) .


Cass. n. 1159/2018

Gli atti interruttivi della prescrizione riconducibili alla previsione dell’art. 2943, quarto comma, cod. civ., consistono in atti recettizi, con i quali il titolare del diritto manifesta al soggetto passivo la sua volontà non equivoca, intesa alla realizzazione del diritto stesso.

Essi, pertanto, possono produrre tale effetto limitatamente ai diritti ai quali corrisponde nel soggetto passivo un dovere di comportamento e non anche per i diritti potestativi, ai quali fa riscontro una situazione di mera soggezione, anziché di obbligo, nel soggetto controinteressato (vedi Cass. 21/12/2010 n.25861 con specifico riferimento all’azione proposta dal lavoratore subordinato per l’annullamento delle dimissioni comunicate al datore di lavoro, cui adde, Cass. 8/1/2016 n.121, Cass. 2/12/2016 n.24675 in tema di azione giudiziale di annullamento del licenziamento illegittimo, nonché Cass. 17/3/2017 n.6974 in tema di rescissione del contratto).

Nell’ottica descritta la prescrizione dell’azione di annullamento, di natura costitutiva, è da ritenersi insuscettibile di interruzione mediante atto di messa in mora, essendo all’uopo necessaria la proposizione della azione in sede giudiziaria che, nella fattispecie qui scrutinata, non risulta proposta.