Cass. n. 12788/2019

Il ritardo nella contestazione può costituire un vizio del procedimento disciplinare solo ove sia tale da determinare un ostacolo alla difesa effettiva del lavoratore, tenendo anche conto che il prudente indugio del datore di lavoro, ossia la ponderata e responsabile valutazione dei fatti, può e deve precedere la contestazione anche nell’interesse del prestatore di lavoro, che sarebbe palesemente colpito da accuse avventate o comunque non sorrette da una sufficiente certezza da parte del datore di lavoro (Cass. n. 1101 del 2007; n. 241 del 2006; n. 5308 del 2000).

Ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito della tempestività della contestazione, in caso di intervenuta sospensione cautelare di un lavoratore sottoposto a procedimento penale, la contestazione disciplinare per i relativi fatti ben può essere differita dal datore di lavoro in relazione alla pendenza del procedimento penale stesso, anche in ragione delle esigenze di tutela del segreto istruttorio (cfr. Cass. n. 27069 del 2018; Cass. n. 14103 del 2014; n. 4502 del 2008).

“Il principio dell’immediatezza della contestazione rispetto al fatto è compatibile con l’intervallo necessario all’accertamento della condotta del lavoratore ed alle adeguate valutazioni di questa, cosicché deve escludersi che incorra nella violazione di tale principio il datore di lavoro che, ai fini di un corretto accertamento del fatto, anziché procedere a proprie indagini, scelga di attendere l’esito degli accertamenti svolti in sede penale” (Cass. n. 24769 del 2009).


Cass. n. 12366/2019

In materia di licenziamento disciplinare, l’immediatezza della contestazione integra elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro in quanto, per la funzione di garanzia che assolve, l’interesse del datore di lavoro all’acquisizione di ulteriori elementi a conforto della colpevolezza del lavoratore non può pregiudicare il diritto di quest’ultimo ad una pronta ed effettiva difesa, sicché, ove la contestazione sia tardiva, resta precluso l’esercizio del potere e la sanzione irrogata è invalida (cfr. tra le altre Cass. n. 19115/2013).

Il principio dell’immediatezza della contestazione mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività, così da consentirgli il pronto allestimento del materiale difensivo per potere contrastare più efficacemente il contenuto degli addebiti e, dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore -in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile (cfr. Cass. n. 13167 del 2009).

Come più volte ha avuto occasione di affermare questa Corte, il criterio dell’immediatezza va inteso in senso relativo, poiché si deve tenere conto delle ragioni che possono far ritardare la contestazione, tra cui il tempo necessario per l’espletamento delle indagini dirette all’accertamento dei fatti, la complessità dell’organizzazione aziendale, e la valutazione in proposito compiuta dal giudice di merito è insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata priva di vizi logici (cfr. tra le altre Cass. 12.1.2016 n. 281).


Cass. 10565/2019

L’immediatezza del provvedimento espulsivo rispetto alla mancanza addotta a sua giustificazione ovvero a quello della contestazione, si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore, con la precisazione che detto requisito va inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo (v. tra le altre, tra l’altro Cass. lav. n. 20719/2013; Cass. n. 15649 del 2010).

In tema di licenziamento disciplinare, ove sussista un rilevante intervallo temporale tra i fatti contestati e l’esercizio del potere disciplinare, la tempestività di tale esercizio deve essere valutata in relazione al tempo necessario per acquisire conoscenza della riferibilità del fatto, nelle sue linee essenziali, al lavoratore medesimo, la cui prova è a carico del datore di lavoro, senza che possa assumere autonomo ed autosufficiente rilievo la denunzia dei fatti in sede penale o la pendenza stessa del procedimento penale, considerata l’autonomia tra i due procedimenti, l’inapplicabilità, al procedimento disciplinare, del principio di non colpevolezza, stabilito dall’art. 27 Cost. soltanto in relazione al potere punitivo pubblico, e la circostanza che l’eventuale accertamento dell’irrilevanza penale del fatto non determina di per sé l’assenza di analogo disvalore in sede disciplinare (v. in senso analogo, tra le varie, anche Cass. n. 7410 del 26/03/2010).

In tema di licenziamento disciplinare, la rilevanza penale dei fatti contestati, e la conseguente denuncia all’autorità inquirente, non fanno venire meno l’obbligo d’immediata contestazione, in considerazione della rilevanza che esso assume rispetto alla tutela dell’affidamento e del diritto di difesa dell’incolpato, sempre che i fatti riscontrati facciano emergere, in termini di ragionevole certezza, significativi elementi di responsabilità a carico del lavoratore. Ne consegue che il differimento dell’incolpazione è giustificato soltanto dalla necessità, per il datore di lavoro, di acquisire conoscenza della riferibilità dei fatti, nelle linee essenziali, al lavoratore e non anche dall’integrale accertamento degli stessi (Cass. n. 4724 del 27/02/2014).


Cass. n. 10239/2019

Il principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare, la cui “ratio” riflette l’esigenza dell’osservanza della regola della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, non consente all’imprenditore-datore di lavoro di procrastinare la contestazione medesima in modo da rendere difficile la difesa dei dipendente o perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto, mirando a tutelare il legittimo affidamento del prestatore – in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile.

In tal senso l’immediatezza della contestazione è stato configurato dalla giurisprudenza di questa Corte, quale elemento costitutivo del díritto di recesso del datore di lavoro (vedi ex plurimis,Cass. 25.1.2016 n. 1248, Cass. 10.9.2013 n. 20719).

Peraltro, non va sottaciuto che il criterio di immediatezza va inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, che è tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale; la relativa valutazione del giudice di merito è poi insindacabile in sede di legittimità se sorretta da motivazione adeguata e priva di vizi logici” (cfr. Cass. 26.6.18, n. 16841, Cass. 12.1.16, n. 281, Cass. cit. n. 1248/2016).


Cass. n. 8291/2019

Il requisito dell’immediatezza della contestazione è posto a tutela del lavoratore ed è inteso a consentirgli un’adeguata difesa, onde il ritardo nella contestazione può costituire un vizio del procedimento disciplinare solo ove sia tale da determinare un ostacolo alla difesa effettiva del lavoratore (cfr. Cass. 23 gennaio 2015, n. 1247; Cass. 17 giugno 2002, n. 8730; Cass. 22 aprile 2000, n. 5308).

Il prudente indugio del datore di lavoro, ossia la ponderata e responsabile valutazione dei fatti, può e deve precedere la contestazione anche nell’interesse del prestatore di lavoro, che sarebbe palesemente colpito da accuse avventate o comunque non sorrette da una sufficiente certezza da parte del datore di lavoro (v. Cass. 18 gennaio 2007, n. 1101).

La valutazione circa l’immediatezza della contestazione costituisce, poi, giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato (v. ex multis Cass. 12 gennaio 2016, n. 281; Cass. 23 gennaio 2015, n. 1247; Cass. 8 marzo 2010, n. 5546; Cass. 17 dicembre 2018, n. 29480; Cass. 20 giugno 2006, n. 14113).


Cass. n. 6268/2019

L’immediatezza della contestazione integra elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro in quanto, per la funzione di garanzia che assolve, l’interesse del datore di lavoro all’acquisizione di ulteriori elementi a conforto della colpevolezza del lavoratore non può pregiudicare il diritto di quest’ultimo ad una pronta ed effettiva difesa, sicché, ove la contestazione sia tardiva, resta precluso l’esercizio del potere e la sanzione irrogata è invalida (cfr. tra le altre Cass. n. 19115/2013).

Il principio dell’immediatezza della contestazione mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività, così da consentirgli il pronto allestimento del materiale difensivo per potere contrastare più efficacemente il contenuto degli addebiti e, dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore – in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile (cfr. Cass. n. 13167 del 2009).


Cass. n. 5174/2019

In materia di licenziamento disciplinare, l’immediatezza della contestazione va intesa in senso relativo, dovendosi dare conto delle ragioni che possono cagionare il ritardo, quali il tempo necessario per l’accertamento dei fatti o la complessità della struttura organizzativa dell’impresa, fermo restando che la valutazione delle suddette circostanze è riservata al giudice del merito” (Cass. n. 281/2016; conf. Cass.n. 16841/2018).

In continuità ai principi esposti, deve sottolinearsi che, trattandosi di una valutazione rimessa al giudice del merito, se ne può in sede di legittimità valutare la sola corrispondenza ai criteri sopra indicati e dunque la correlazione dell’illecito con il tempo necessario al suo accertamento.


Cass. n. 4234/2019

La valutazione della tempestività della contestazione costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato” (Cass n. 1247 del 2015; Cass. n. 5546 del 2010; Cass. n. 29480 del 2008; Cass. n. 14113 del 2006).


Cass. n. 31077/2018

Ove sussiste un rilevante intervallo temporale tra i fatti contestati e l’esercizio del potere disciplinare,  la tempestività di tale esercizio deve essere valutata in relazione al tempo necessario per acquisire conoscenza della riferibilità del fatto, nelle sue linee essenziali, al lavoratore medesimo, la cui prova è a carico del datore di lavoro (Cass. n. 7410 del 2010).

La valutazione relativa alla tempestività della contestazione costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato (Cass. n. 19115 del 2013).


Cass. n. 30904/2018

La non immediata irrogazione della sanzione dopo l’avvio del procedimento disciplinare può fare intendere che il ritardo possa essere ragionevolmente inteso come espressione della scelta del datore di lavoro di soprassedere al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore (cfr. tra le altre Cass. 10/09/2013 n. 20719) (n.d.r.: in ragione di detto vizio la Corte ha confermato l’illegittimità del licenziamento ed ha disposto la tutela di cui all’art. 18, c. 5, St. Lav., con il riconoscimento dell’indennità risarcitoria pari a n. 18 mensilità) .


Cass. n.  29927/2018

Nel licenziamento per motivi disciplinari il principio dell’immediatezza della contestazione dell’addebito e della tempestività del recesso datoriale, la cui ratio riflette l’esigenza di osservanza della regola della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, deve essere inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo necessario, in relazione al caso concreto ed alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, per una adeguata valutazione della gravità dell’addebito mosso al dipendente e della validità o meno delle giustificazioni da questi fornite (cfr. Cass. n. 11933 del 2003; Cass. n. 10997 del 2001, Cass. n. 9253 del 2001, 14415 del 2000, Cass. n. 5308 del 2000).

Il ritardo nella contestazione, oltre a determinare un ostacolo alla difesa effettiva del lavoratore, potrebbe indurre quest’ultimo a ritenere che il datore di lavoro abbia inteso soprassedere al licenziamento considerando non grave o, comunque, non meritevole della sanzione espulsiva l’addebito mosso (Cass., S.U., n. 30985 del 2017; Cass. n. 8200 del 2000).

Una simile deduzione, nonostante il differimento della contestazione o del recesso per un ragionevole lasso di tempo, non è ammissibile in presenza di specifiche manifestazioni della permanente volontà del datore di lavoro di perseguire la violazione e di irrogare la sanzione del licenziamento (Cass. n. 5751 del 1997).

La valutazione in ordine al rispetto del principio di immediatezza si sostanzia in un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e insindacabile in cassazione se sorretto da motivazione immune da errore e priva di vizi logici (cfr. Cass. n. 10997 del 2001, Cass. n. 9253 del 2001, Cass. n. 14415 del 2000).


Cass. n. 29627/2018

Va premesso che, proprio in quanto il potere disciplinare è un diritto potestativo contrattuale del datore di lavoro, l’esercizio di tale potere che lo pone un una posizione non paritetica rispetto al lavoratore, deve essere improntato ai canoni di correttezza e buona fede, ciò significando anche che va esercitato nel rispetto di alcuni presupposti imprescindibili che lo legittimano, quali appunto l’immutabilità della contestazione e la sua tempestività.

Come più volte rilevato da questa corte (cfr per tutte Cass. n. 13167/2009) il requisito dell’immediatezza della contestazione è posto a tutela del lavoratore ed ha la finalità di consentire una difesa adeguata in relazione agli addebiti contestati ed altresì di tutelare il legittimo affidamento del medesimo dipendente, in presenza di un ritardo nella contestazione, sulla mancanza di rilievo disciplinare attribuito dal datore alla condotta inadempiente.

Inoltre come precisato da Cass. n. 13482/2004, uno dei fondamenti del principio di immediatezza della contestazione disciplinare è costituito dal rispetto del concreto esercizio del diritto di difesa del lavoratore; sicché più approfondite indagini del datore di lavoro sui fatti passibili di responsabilità disciplinare non contraddicono tale esercizio, anzi lo rafforzano, ma il datore di lavoro deve contestare i fatti addebitati al dipendente non appena ne venga a conoscenza e gli stessi appaiano ragionevolmente sussistenti ( così da ultimo anche Cass. n. 7839/2018).

Ancora deve rilevarsi che il principio di tempestività dell’azione disciplinare va messo in relazione con il tempo necessario al datore per acquisire una compiuta e meditata conoscenza dei fatti oggetto di addebito, nonché della loro riconducibilità al lavoratore.

Conseguentemente “il ritardo nella contestazione può costituire un vizio del procedimento disciplinare solo ove sia tale da determinare un ostacolo alla difesa effettiva del lavoratore, tenendo anche conto che il prudente indugio del datore di lavoro, ossia la ponderata e responsabile valutazione dei fatti, può e deve precedere la contestazione anche nell’interesse del prestatore di lavoro, che sarebbe palesemente colpito da incolpazioni avventate o comunque non sorrette da una sufficiente certezza da parte del datore di lavoro” (Cass. 3 maggio 2017, n. 10688; v. anche Cass. n. 1101/2007, Cass. n. 241/2006; Cass. n. 5308/2000) .


Cass. n. 29398/2018

L’applicazione in senso relativo del principio di immediatezza non può svuotare di efficacia il principio medesimo, dovendosi reputare che, tra l’interesse del datore di lavoro a prolungare le indagini in assenza di una obbiettiva ragione e il diritto del lavoratore ad una pronta ed effettiva difesa, prevalga la posizione di quest’ultimo, tutelata “ex lege”, senza che abbia valore giustificativo, a tale fine, la complessità dell’organizzazione aziendale (nella specie, relativa ad un dipendente bancario, in applicazione dell’anzidetto principio, è stata quindi esclusa l’immediatezza della contestazione, intervenuta dopo oltre tre mesi dalla ricezione delle risultanze acquisite dall’ispettorato interno).


Cass. n. 27659/2018

In tema di licenziamento disciplinare, nel valutare l’immediatezza della contestazione occorre tener conto dei contrapposti interessi del datore di lavoro a non avviare procedimenti senza aver acquisito i dati essenziali della vicenda e del lavoratore a vedersi contestati i fatti in un ragionevole lasso di tempo dalla loro commissione.

Ne consegue che l’aver presentato a carico di un lavoratore denunzia di un fatto penalmente rilevante connesso con la prestazione di lavoro non consente al datore di attendere gli esiti del processo penale sino alla sentenza irrevocabile prima di procedere alla contestazione dell’addebito, dovendosi valutare la tempestività di tale contestazione in relazione al momento in cui i fatti a carico del lavoratore appaiano ragionevolmente sussistenti”, (Cass. n. 4502 del 2008; Cass. n. 1101 del 2007).

Con la precisazione (Cass. n. 8914 del 2004) che, in pendenza di un procedimento penale a carico del lavoratore, il datore di lavoro, dopo aver proceduto alla contestazione immediata dell’illecito disciplinare, può sospendere il relativo procedimento fino all’esito del giudizio penale

La tempestività della contestazione di cui all’art. 7, secondo comma, legge n. 300 del 1970 va valutata in relazione al momento in cui i fatti a carico del lavoratore, costituenti illecito disciplinare, appaiono ragionevolmente sussistenti.

Quando il fatto costituente illecito disciplinare ha anche rilevanza penale, il principio dell’immediatezza della contestazione non può considerarsi violato quando il datore di lavoro, in assenza di elementi che rendano ragionevolmente certa la commissione del fatto da parte del dipendente, porti la vicenda all’esame del giudice penale, sempre che lo stesso si attivi non appena la comunicazione dell’esito delle indagini svolte in sede penale gli faccia ritenere ragionevolmente sussistente l’illecito disciplinare, non dovendo egli attendere la conclusione del processo penale”, (Cass. n. 7983 del 2008).


Cass. n. 27238/2018

In materia di licenziamento disciplinare, l’immediatezza della contestazione si configura quale elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo l’addebito non grave o comunque non meritevole della massima sanzione (Cass. n. 19115 del 2013; Cass. n. 15649 del 2010; Cass. n. 19424 del 2005; Cass. n. 11100 del 2006).

Si è inoltre sottolineato come il criterio dell’immediatezza, esplicazione del generale precetto di correttezza e buona fede nell’esecuzione del rapporto di lavoro, vada inteso in senso relativo, potendo, nei casi concreti, esser compatibile con un intervallo di tempo più o meno lungo, necessario per l’accertamento e la valutazione dei fatti, specie quando il comportamento del lavoratore consista in una serie di atti convergenti in un’unica condotta, ed implichi pertanto una valutazione globale ed unitaria, ovvero quando la complessità dell’organizzazione aziendale e della relativa scala gerarchica comportino la mancanza di un diretto contatto del dipendente con la persona titolare dell’organo abilitato ad esprimere la volontà imprenditoriale di recedere, sicché risultano ritardati i tempi di percezione e di accertamento dei fatti e, quindi, di adozione dei relativi provvedimenti (Cass. n. 15649 del 2010; Cass. n. 22066 del 2007; Cass. n. 19159 del 2006; Cass. n. 6228 del 2004; Cass. n. 12141 del 2003).

Va segnalato che, sempre secondo consolidato orientamento di questa Corte, la valutazione relativa alla tempestività della contestazione costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato (Cass. n. 19115 del 2013 ed altre sopra citate).


Cass. n. 23769/2018

La tempestività, la cui «ratio» riflette l’esigenza di osservanza della regola di buona fede e correttezza nell’attuazione dei rapporto di lavoro, deve essere intesa in senso relativo, potendo essere compatibile, in relazione al caso concreto e alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, con un intervallo di tempo necessario per l’accertamento e la valutazione dei fatti contestati, così come per la valutazione delle giustificazioni fornite dal dipendente (ex plurimis, Cass. nr. 20121 del 2015; nr. 9903 del 2015; nr. 1247 del 2015; nr. 20823 del 2013; nr. 20719 del 2013); nella fattispecie, la conoscenza dei fatti conseguiva all’indagine ispettiva «aperta» nel 2011, sicché « il tempo trascorso tra la contestazione disciplinare ( febbraio 2012), le susseguenti giustificazioni del lavoratore (marzo 2012) e l’irrogazione della sanzione ( agosto 2012) non (era) configurabile come indice di rinuncia all’esercizio del potere disciplinare, in considerazione tanto della complessità della struttura aziendale, quanto dell’esigenza di valutazione (ponderata) di una pluralità di addebiti»  (conf. Cass. n. 2376724354/2018).


Cass. n. 21665/2018

La valutazione relativa alla tempestività o meno della sanzione costituisce un giudizio di merito insindacabile in sede di legittimità se non in caso di motivazione inadeguata sotto il profilo logico giuridico, questa Corte ha espresso un orientamento più volte confermato (conf. Cass. n. 4435/2004; Cass. n. 14113/2006, Cass. n.281/2016), secondo cui il concetto di immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richiedano uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso.

Nel caso in esame la corte distrettuale, facendo riferimento proprio alla struttura ed alle dimensioni ampie della società datrice di lavoro – e quindi anche a procedure disciplinari con tempi e modalità necessariamente più articolati in quanto di competenza di strutture aziendali ad esse precipuamente affidate – ha ritenuto, con motivazione priva di vizi logico giuridici, che il lasso di tempo di circa quattro mesi, trascorso tra la conoscenza dell’addebito presso l’ufficio di appartenenza del lavoratore e la sua contestazione, non potesse ritenersi eccessivo.


Cass. n. 11644/2018

In tema di licenziamento disciplinare, l’immediatezza del provvedimento espulsivo rispetto alla mancanza addotta a sua giustificazione ovvero a quello della contestazione, si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, in quanto la non immediatezza della contestazione o del provvedimento espulsivo induce ragionevolmente a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento ritenendo non grave o comunque non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore, con la precisazione che detto requisito va inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto che in concreto giustificano o meno il ritardo (Nella specie, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha ritenuto corretta la declaratoria di illegittimità del licenziamento di un lavoratore postale – irrogato a due mesi di distanza dalla contestazione – tenuto conto che il dipendente si era assunto la responsabilità dell’ammanco di denaro, già compiutamente ripianato prima della contestazione, e che, anche dopo quest’ultima, lo stesso era stato adibito – quasi a conferma della fiducia del datore di lavoro – nelle medesime mansioni di sportello comportanti una responsabilità di cassa) (cfr. Cass. 10/09/2013 n. 20719 e vedi successivamente Cass. 25/01/2016 n. 1248).

Il principio dell’immediatezza della contestazione trova fondamento nell’art. 7, terzo e quarto comma, legge 20 maggio 1970, n. 300 e mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività, così da consentirgli il pronto allestimento del materiale difensivo per poter contrastare più efficacemente il contenuto degli addebiti, e, dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore – in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile, con la conseguenza che, ove la contestazione sia tardiva, si realizza una preclusione all’esercizio del relativo potere e l’invalidità della sanzione irrogata.

Né può ritenersi che l’applicazione in senso relativo del principio di immediatezza possa svuotare di efficacia il principio medesimo, dovendosi reputare che, tra l’interesse del datore di lavoro a prolungare le indagini in assenza di una obbiettiva ragione e il diritto del lavoratore ad una pronta ed effettiva difesa, prevalga la posizione di quest’ultimo, tutelata “ex lege”, senza che abbia valore giustificativo, a tale fine, la complessità dell’organizzazione aziendale.


Cass. n. 8411/2018

L’immediatezza della contestazione integra un elemento costitutivo del diritto di recesso riflettendo l’esigenza dell’osservanza della regola della correttezza e buona fede nell’attuazione del rapporto. In conseguenza, l’interesse del datore di lavoro all’acquisizione di ulteriori elementi a conforto della colpevolezza del lavoratore non può pregiudicare il diritto di quest’ultimo ad una pronta ed effettiva difesa, sicché, ove la contestazione sia tardiva, resta precluso l’esercizio del potere e la sanzione irrogata è invalida (cfr. tra le altre Cass. 9 agosto 2013, n. 19115).

Il principio dell’immediatezza della contestazione mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività, così da consentirgli il pronto allestimento del materiale difensivo per potere contrastare più efficacemente il contenuto degli addebiti e, dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore – in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile (cfr. Cass. 8 giugno 2009, n. 13167).

Come più volte questa Corte ha avuto occasione di affermare, il criterio dell’immediatezza va inteso in senso relativo, poiché si deve tenere conto delle ragioni che possono far ritardare la contestazione, tra cui il tempo necessario per l’espletamento delle indagini dirette all’accertamento dei fatti, la complessità dell’organizzazione aziendale (fermo restando che la valutazione delle suddette circostanze è riservata al giudice del merito: cfr., per tutte e da ultimo, Cass. 25 gennaio 2016, n. 1248 e Cass. 12 gennaio 2016, n. 281).


Cass. S.U. n. 30985/2017

Il principio della tempestività della contestazione può risiedere anche in esigenze più importanti del semplice rispetto delle regole, pur esse essenziali, di natura procedimentale, vale a dire nella necessità di garantire al lavoratore una difesa effettiva e di sottrarlo al rischio di un arbitrario differimento dell’inizio del procedimento disciplinare.

Si è, infatti, affermato che, in materia di licenziamento disciplinare, il principio dell’immediatezza della contestazione mira, da un lato, ad assicurare al lavoratore incolpato il diritto di difesa nella sua effettività, così da consentirgli il pronto allestimento del materiale difensivo per poter contrastare più efficacemente il contenuto degli addebiti, e, dall’altro, nel caso di ritardo della contestazione, a tutelare il legittimo affidamento del prestatore – in relazione al carattere facoltativo dell’esercizio del potere disciplinare, nella cui esplicazione il datore di lavoro deve comportarsi in conformità ai canoni della buona fede – sulla mancanza di connotazioni disciplinari del fatto incriminabile.

A ben vedere il fondamento logico-giuridico della regola generale della tempestività della contestazione disciplinare non soddisfa solo l’esigenza di assicurare al lavoratore incolpato l’agevole esercizio del diritto di difesa, quando questo possa essere compromesso dal trascorrere di un lasso di tempo eccessivo rispetto all’epoca di accertamento del fatto oggetto di addebito, ma appaga anche l’esigenza di impedire che l’indugio del datore di lavoro possa avere effetti intimidatori, nonché quella di tutelare l’affidamento che il dipendente deve poter fare sulla rinuncia dello stesso datore di lavoro a sanzionare una mancanza disciplinare allorquando questi manifesti, attraverso la propria inerzia protratta nel tempo, un comportamento in tal senso concludente

La tardività della contestazione determina un vizio funzionale e non genetico della fattispecie sanzionatoria, per cui non è condivisibile l’orientamento (Cass. sez. lav. n. 2513 del 31.1.2017) secondo cui il fatto non tempestivamente contestato dal datore di lavoro dovrebbe essere considerato insussistente, con violazione radicale dell’art. 7 dello statuto dei lavoratori che impedirebbe al giudice di valutare la commissione effettiva dello stesso fatto anche ai fini della scelta tra i vari regimi sanzionatori.

Al contrario, il fatto oggetto di addebito disciplinare è pur sempre valutabile dal giudicante, il quale dovrà solo verificare se l’inadempienza al generale principio dell’immediatezza della contestazione finisca per inficiare la validità del licenziamento, per individuare poi il tipo di tutela applicabile.

Quindi, nelle ipotesi (come quella oggetto di causa) in cui sia accertata la sussistenza dell’illecito disciplinare posto a base del licenziamento, ma questo non sia stato preceduto da tempestiva contestazione, si è fuori dalla previsione di applicazione della tutela reale nella forma attenuata di cui al quarto comma del novellato art. 18 dello Statuto dei lavoratori (estesa anche all’ipotesi di cui al comma settimo concernente il licenziamento per giustificato motivo oggettivo) che è, invece, contemplata per il caso di licenziamento ritenuto gravemente infondato in considerazione dell’accertata insussistenza (o manifesta insussistenza per l’ipotesi di cui al settimo comma dell’art. 18, St. Lav.) del fatto.

Quindi, la violazione derivante dalla tardività notevole e ingiustificata della contestazione disciplinare è sanzionabile alla stregua del quinto comma del citato art. 18, da ritenersi espressione della volontà del legislatore di attribuire alla c.d. tutela indennitaria forte una valenza di carattere generale, secondo il quale il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all’anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attivita’ economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.


Cass. n. 24812/2016

Il principio di tempestività della contestazioni va inteso in senso relativo, dovendosi dare conto delle ragioni che possono cagionare il ritardo, quali il tempo necessario per l’accertamento dei fatti (Cass. n. 20719 del 10/09/2013, n. 13955 del 19/06/2014, n. 281 del 12/01/2016). È pacifico poi che l’immediatezza debba essere valutata con riferimento al tempo in cui i fatti sono conosciuti dal datore di lavoro, e non a quello in cui essi sono avvenuti, e che la conoscenza debba tradursi nella ragionevole configurabilità dei fatti oggetto dell’inadempimento, inteso nelle sue caratteristiche oggettive, nella sua gravità e nella sua addebitabilità al lavoratore (da ultimo in proposito Cass. n. 16683 del 2015, Cass. n. 4724 del 2014, n. 7410 del 2010). La valutazione delle suddette circostanze è riservata al giudice del merito, e la contestazione sul punto operata in ricorso si traduce in mera contrapposizione valutativa (conf. Cass. n. 16841/2018; Cass. 14516/2018).


Cass. n. 20743/2018

Il principio di immediatezza della contestazione disciplinare è stato definito come “pluridirezionale”, nel senso che accanto alla fondamentale funzione di garantire il diritto di difesa del lavoratore, agevolato nell’addurre elementi di giustificazione a breve intervallo di tempo dall’infrazione, vi è quella di non perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto, sicché esso non può essere pregiudicato neppure nel caso di fatti aventi rilievo penale (in motivazione, vedi Cass. 11/8/2015 n.16683) (conf. Cass. n. 7208/2018).

La ratio del principio riflette l’esigenza dell’osservanza della regola della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, e non consente all’imprenditore-datore di lavoro di procrastinare la contestazione medesima in modo da rendere difficile la difesa del dipendente o perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto, in quanto nel licenziamento per giusta causa l’immediatezza della contestazione si configura quale elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro.

Questa ragione giustificativa della regola di immediatezza (del licenziamento e della contestazione) è dunque coincidente con quella che connette l’onere di tempestività al principio di buona fede oggettiva e più specificamente al dovere di non vanificare la consolidata aspettativa, generata nel lavoratore, di rinuncia all’esercizio del potere disciplinare (vedi Cass. 17/12/2008 n.29480).

Peraltro, è stato sottolineato con orientamento privo di contrasti, come il criterio di immediatezza vada inteso in senso relativo, dovendosi tener conto della specifica natura dell’illecito disciplinare, nonché del tempo occorrente per l’espletamento delle indagini, tanto maggiore quanto più è complessa l’organizzazione aziendale, con l’ulteriore specificazione che la relativa valutazione del giudice di merito è insindacabile in sede di /-/ legittimità se sorretta da motivazione adeguata e priva di vizi logici ( ex / aliis, vedi, di recente, Cass. 25/1/2016 n.1248, Cass. 12/1/2016 n. 281) .


Cass. n. 19023/2018

La valutazione relativa alla tempestività degli addebiti rispetto alla attuazione della condotta oggetto di incolpazione, costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato (cfr. Cass. cit. n.29480/2008).


Cass. n. 18172/2018

Il requisito della immediatezza deve essere valutato con riferimento al tempo in cui i fatti sono conosciuti dal datore di lavoro, e non a quello in cui essi sono avvenuti e che la conoscenza debba tradursi nella ragionevole configurabilità dei fatti oggetto dell’inadempimento, inteso nelle sue caratteristiche oggettive, nena sua gravita e nella sua addebitabilità al lavoratore (Cass. 27/02/2014 n. 4724, Cass. 26/3/2010 n. 7410), ammettendosi anche che il datore di lavoro possa allo scopo procedere alle preliminari necessarie verifiche (Gas-s. 8/3/2010 n. 5546, Cass. cit. n. 29480/2008) .


Cass. n. 17505/2018

Il principio dell’immediatezza della contestazione dell’addebito e della tempestività del recesso datoriale, che si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso; in ogni caso, la valutazione relativa alla tempestività costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato ( Cass. 17/12/2008 n. 29480; Cass. 06/09/2007 n. 18711) .


Cass. n. 14195/2018

La valutazione sulla tempestività della contestazione disciplinare costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione se adeguatamente motivato (Cass. 8.3.2010 n. 5546; Cass. 17.12.2008 n. 29480).

Il datore di lavoro ha il potere, ma non l’obbligo, di controllare in modo continuo i propri dipendenti, contestando loro immediatamente qualsiasi infrazione al fine di evitarne un possibile aggravamento, atteso che un simile obbligo, non previsto dalla legge né desumibile dai principi di cui agli artt. 1175 e 1375 cc, negherebbe in radice il carattere fiduciario del lavoro subordinato, sicché la tempestività della contestazione disciplinare va valutato non in relazione al momento in cui al datore avrebbe potuto accorgersi dell’infrazione ove avesse controllato assiduamente l’operato del dipendente, ma con riguardo all’epoca in cui ne abbia acquisito piena conoscenza (cfr. Cass. 17.5.2016 n. 10069) .


Cass. n. 11999/2018

Il termine per la conclusione del procedimento disciplinare dettato dalla contrattazione collettiva è finalizzato a garantire la certezza delle situazioni giuridiche, con la conseguenza che è sufficiente che il datore abbia tempestivamente manifestato entro il termine previsto la volontà di irrogare la sanzione, a nulla rilevando che quest’ultima sia portata a conoscenza del lavoratore successivamente alla scadenza del predetto termine (cfr. Cass. n. 20566 del 2010, Cass. n. 5093 del 2011; Cass. n. 15102 del 2012; Cass. n.5714 del 2015, Cass. n. 21260 del 2017) (n.d.r.: si segnala che la sentenza è stata resa relativamente ad un licenziamento irrogato antecedentemente all’entrata in vigore della riforma dell’art. 18, di cui alla L. n. 92/2012) .


Cass. n. 9131/2018

La obiettiva gravità dei fatti oggetto di addebito, non può ingenerare alcun affidamento nel lavoratore circa la intenzione della società datrice di lavoro di soprassedere all’esercizio del potere disciplinare., seppure la stessa non ha proceduto ad adottare un provvedimento di sospensione del rapporto di lavoro in coincidenza con l’inizio della custodia cautelare del dipendente (poi condannato per estorsione aggravata dalle finalità mafiose).

Tale valutazione, sorretta da motivazione congrua e logica riferita alle concrete circostanze ed al particolare contesto ambientale nel quale si sono svolti i fatti, non è suscettibile di sindacato di parte del giudice di legittimità, come ripetutamente affermato da questa Corte la quale ha chiarito che l’accertamento relativo alla tempestività della contestazione costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato ( cfr., tra le altre, Cass. 12/01/2016, n. 281; Cass. 19/06/2014 , n. 13955; Cass. 01/07/2010 n. 15649) .


Cass. n. 7839/2018

Non può considerarsi viziato dalla tardività il procedimento disciplinare nell’ambito del quale tra la conclusione dell’indagine ispettiva e la formale contestazione disciplinare sia intercorso un lasso temporale di quasi quattro mesi, violandosi, in tal modo, i principi di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c..

Deve muoversi dal principio ripetutamente affermato da questa Corte- e qui condiviso- secondo cui la tempestività della contestazione deve essere valutata partendo dal momento dell’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dell’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi (Cass. nr. 10356 del 2016; nr. 26304 del 2014; nr. 25070 del 2013; nr. 23739 del 2008; nr. 21546 del 2007) .

La tempestività della contestazione e del licenziamento, poi, la cui”ratio” riflette l’esigenza di osservanza della regola di buona fede e correttezza nell’attuazione dei rapporto di lavoro, devono essere intesi in senso relativo, potendo essere compatibili, in relazione al caso concreto e alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, con un intervallo di tempo necessario per l’accertamento e la valutazione dei fatti contestati, così come per la valutazione delle giustificazioni fornite dal dipendente ( ex plurimis, Cass. nr. 20121 del 2015; nr. 9903 del 2015; nr. 1247 del 2015; nr. 20823 del 2013; nr. 20719 del 2013).

In sostanza, il datore di lavoro deve procedere alla formale contestazione dei fatti addebitabili al lavoratore dipendente non appena ne venga a conoscenza e gli stessi appaiano ragionevolmente sussistenti  .


Cass. n. 7735/2018

Il principio di immediatezza della contestazione deve essere inteso in senso relativo e obbliga l’imprenditore a portare a conoscenza del lavoratore i fatti contestati non appena essi gli appaiono ragionevolmente sussistenti.

In sostanza occorre tener conto del momento di effettiva conoscenza datoriale dell’inadempimento contestato al dipendente (Cass. 15/07/2014 n. 16138) e se non è consentito dilazionare la contestazione fino al momento in cui ritiene di avere la assoluta certezza dei fatti, tuttavia nel momento in cui la contestazione viene elevata essa deve essere sufficientemente precisa e dettagliata, in modo da consentire al lavoratore di difendersi adeguatamente.

Pertanto il requisito della tempestività va bilanciato con quello della specificità che deve del pari essere rispettato (cfr. sul carattere relativo della nozione di tempestività cfr. Cass. 13/02/2013 n. 3532, 20/09/2013 n. 21633, 20/06/2014 n. 14103, 12/01/ 2016 n. 281 e di nuovo, recentemente, 01/03/2017 n. 5273) .


Cass. n. 7424/2018

Poiché l’incolpazione ritardata, siccome pregiudizievole al diritto dell’incolpato a difendersi, si traduce nell’illegittimità del conseguente licenziamento, l’incolpazione tempestiva è elemento costitutivo del diritto di licenziare (ex plurimis vedi Cass. 6/9/2006 n. 19159, Cass. 20/6/2006 n.14113, Cass. 17/12/2008 n.29480) e ciò esclude che sul lavoratore gravi l’onere di provare lo specifico pregiudizio difensivo e comporta al contrario che questo ben possa essere ravvisato dal giudice attraverso l’officioso e prudente apprezzamento delle circostanze.

Il lasso temporale tra i fatti e la contestazione, ai fini della valutazione dell’immediatezza del provvedimento espulsivo, deve decorrere dall’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dall’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi (vedi Cass. 15/10/2007 n.21546) .