A) CREDITI DIVERSI DAL TFR

Cass. n. 2230/2020

Avuto riguardo al principio di effettività della tutela enunciato dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea nella sentenza 10 luglio 1997 (causa C 272/95 – Maso ed altri, Gazzetta ed altri c. INPS e Repubblica Italiana) e con interpretazione costituzionalmente orientata al rispetto del principio di ragionevolezza, il termine di dodici mesi decorrente a ritroso dalla data di inizio dell’esecuzione forzata ex art. 1, comma 1, lett. b) del d.lgs. cit. va calcolato senza tener conto del lasso di tempo intercorso fra la data di proposizione dell’atto di iniziativa volto a far valere in giudizio i crediti del lavoratore (siccome necessario per la precostituzione del titolo esecutivo e, quindi, per dare inizio all’esecuzione forzata) e la data di formazione del titolo esecutivo stesso (cfr Cass. n 22011/2008).


Cass. n. 34462/2019

La garanzia apprestata dalla legge n. 297/1982 deve intendersi non come un intervento volto al recupero del credito retributivo maturato, bensì come una provvidenza di carattere lato sensu previdenziale, intesa a sostenere, con il mettere a disposizione del lavoratore una quota del credito maturato, il reddito del medesimo, venuto meno in conseguenza della cessazione del rapporto.

Detta situazione non è configurabile allorché il rapporto prosegua con la procedura, nei confronti della quale il lavoratore, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, mantiene la medesima garanzia, cui non contraddice il regime di prededuzione che assiste il credito retributivo vantato nei confronti della procedura, non rappresentando la prededucibilità garanzia di soddisfazione del credito rimasto inadempiuto.


Cass. n. 24892/2019

Il d. Lgs. 27/01/1992, n. 80, in coerenza con la Direttiva 20/10/1980, n. 80/987/CEE,  tutela i lavoratori subordinati in caso di insolvenza del datore di lavoro, assicurando il pagamento delle retribuzioni relative agli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro che si collochino nell’ambito della fascia temporale ivi individuata.

Il legislatore ha delimitato la fascia temporale protetta, valorizzando alcuni momenti dai quali far decorrere a ritroso il periodo di dodici mesi e distinguendolo a seconda che il lavoratore abbia o meno continuato a prestare attività lavorativa dopo l’apertura della procedura concorsuale (maturando quindi il diritto alla retribuzione).

Per coloro la cui l’attività lavorativa sia cessata prima di detta apertura, il Fondo di garanzia interviene – lettera a) – in sostituzione del datore di lavoro insolvente ed eroga la prestazione previdenziale allorché le ultime tre mensilità di retribuzione non adempiute si collochino nei dodici mesi antecedenti la data della presentazione della domanda diretta all’apertura di una di esse (così Cass. n. 1885 del 01/02/2005, che richiama la sentenza della Corte di Giustizia UE del 10 luglio 1997, nella causa C – 373\95).

Per i lavoratori che abbiano invece continuato a prestare attività lavorativa anche dopo l’ammissione ad una procedura concorsuale per effetto della continuazione dell’attività d’impresa, il Fondo interviene – lettera c) – a condizione che le ultime tre mensilità di retribuzione non adempiute si collochino nei dodici mesi anteriori alla data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio o di revoca dell’autorizzazione alla continuazione all’esercizio di impresa o, come nel caso, qualora la cessazione del rapporto di lavoro sia intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa, alla data di licenziamento o di dimissioni del lavoratore.

Tale interpretazione si ricava dal chiaro tenore letterale della norma e risponde alla logica secondo la quale la copertura previdenziale apprestata dal Fondo resta collocata in un arco temporale relativamente prossimo alla cessazione dell’attività lavorativa, in tal senso dovendosi escludere la violazione dei parametri costituzionali costituiti dagli artt. 3 e 38 Cost.

Essa è coerente con il dettato della già richiamata Direttiva 20/10/1980, n. 80/987/CEE il cui art. 3, come sostituito dall’art. 1 della Direttiva 2002/74/CE, successivamente abrogato dall’art. 16 della Direttiva 2008/94/CE.


Cass. n. 24890/2019

Questa Corte ha già ritenuto nell’ordinanza del 12/06/2017, n. 14559 che la natura risarcitoria – o “indennitaria”, come hanno ritenuto le Sezioni Unite con la sentenza n. 7914 del 29 settembre 1994 – dell’indennità di preavviso, esclude che la stessa possa rientrare tra i crediti di lavoro inerenti egli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, per i quali opera, ai sensi degli artt. 1 e 2 del d.lgs. n. 80 del 1992, il Fondo di garanzia.

A tale soluzione deve darsi continuità, considerato che gli artt. 1 e 2 del d.lgs n. 80 del 1992, che prevedono il pagamento da carico del Fondo di garanzia dei «crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro», si pone in coerenza con l’art. 3 della Direttiva 20/10/1980, n. 80/987/CEE , di cui il cennato d.lgs n. 80 del 1992 costituisce attuazione, come sostituito dall’articolo 1 della direttiva 2002/74/CE e successivamente abrogato dall’articolo 16 della direttiva 2008/94/CE che tuttavia all’art. 3 contiene una disposizione di tenore sovrapponibile, che prevede che la garanzia debba riguardare le «retribuzioni non pagate», e dunque il corrispettivo dell’attività prestata in tale periodo, sicché resta esclusa la ricomprensione degli importi aventi natura non retributiva ma risarcitoria.

Inoltre, l’ indennità di mancato preavviso neppure costituisce retribuzione inerente gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro, e dunque corrispettivo del lavoro in tale periodo prestato , in quanto, sebbene sorge con la manifestazione della volontà datoriale di intimazione del licenziamento, è finalizzata ad indennizzare il lavoratore del mancato guadagno per un periodo ulteriore rispetto alla data nella quale il rapporto si è interrotto, in modo da fronteggiare la situazione di improvvisa perdita della situazione occupazionale (Cass. 21/09/2016, n. 18508).

In merito all’indennità sostitutiva delle ferie, questa Corte ha avuto modo di evidenziarne la natura mista, sia risarcitoria che retributiva (Cass. n. 20836/2013, n. 1757/2016, n. 14599/2017) . Si è, infatti, chiarito che l’indennità sostitutiva delle ferie non fruite è volta a compensare il danno derivante dalla perdita del periodo di riposo, ma è anche connessa al sinallagma contrattuale e costituisce il corrispettivo dell’attività lavorativa resa in periodo che, pur essendo di per sé retribuito, avrebbe dovuto essere non lavorato, in quanto destinato al godimento delle ferie annuali.

Da tali considerazioni questa Corte ha fatto discendere l’assoggettamento a contribuzione previdenziale a norma dell’art. 12 della I. n. 153 del 1969 (Cass. n. 13473 del 29/05/2018), nonché l’inclusione nella base di calcolo per l’indennità di fine rapporto (Cass. n. 20836 del 11/09/2013).

La funzione di tutela del lavoratore cui è predisposto il Fondo di garanzia deve comunque condurre a valorizzare la natura retributiva dell’indennità, sicché deve ritenersi componente dell’obbligazione del Fondo l’ indennità sostitutiva delle ferie, per la parte maturata nel trimestre di riferimento ( e non, come avverte Cass. 12/06/2017, n. 14559, maturata nel corso dell’intero rapporto), così come ritenuto dalla Corte territoriale.


Cass. n. 15553/2019

Le indennità di anzianità spettanti ai dipendenti delle imprese sottoposte ad amministrazione straordinaria, cessati dal rapporto di lavoro successivamente al provvedimento di continuazione dell’esercizio dell’impresa, sono considerate, per l’intero importo, in applicazione dell’art. 4 del D.L. 31 luglio 1981 n. 414, convertito in legge 2 ottobre 1981 n. 544, debiti contratti per la continuazione dell’esercizio, secondo la previsione dell’art. 111 n. 1 legge fall.. (cfr. sent. cit. che richiama Cass. n. 582 del 1994). Pertanto, siffatti crediti costituiscono debiti di massa e spettano in prededuzione dalla data di cessazione del rapporto» (sent. cit. che richiama Cass. n. 2716 del 1992 e n. 4378 del 1985).


Cass. n. 14065/2019

L’indennità supplementare prevista dall’Accordo sulla risoluzione del rapporto di lavoro nei casi di crisi aziendale” allegato al CCNL dei dirigenti aziendali, costituisce – a prescindere dalla sua natura retributiva o indennitaria – un credito da ammettere al passivo in prededuzione ex art. 111 I.fall., per i dirigenti di imprese sottoposte ad amministrazione straordinaria che siano cessati dal rapporto di lavoro solo successivamente al provvedimento di ammissione alla procedura, essendo la sua prosecuzione indubitabilmente funzionale alle esigenze di continuazione dell’attività di impresa.

E’ stato osservato che la prededuzione del credito in questione si fonda sulla indubitabile funzionalità della prosecuzione del rapporto di lavoro alle esigenze della continuazione dell’esercizio di impresa, con l’inevitabile conseguenza che ogni credito che trova origine e causa in detto rapporto – a prescindere dalla sua natura, strettamente retributiva o anche indennitaria, secondo l’unitario regime economico e normativo ad esso applicabile – ne ripete quello stesso vincolo di funzionalità alla continuazione dell’esercizio dell’impresa che giustifica la sua prededucibilità, ai sensi del combinato disposto dell’art. 8, d.l. 347/2003, conv. con mod. dalla I. 39/2004, e degli artt. 20 e 52, d. Lgs. n. 270/1999 (in tal senso., Cass. n. 29735 del 2018, in motivazione).

Si è osservato che pure «Le indennità di anzianità spettanti ai dipendenti delle imprese sottoposte ad amministrazione straordinaria, cessati dal rapporto di lavoro successivamente al provvedimento di continuazione dell’esercizio dell’impresa, sono considerate, per l’intero importo, in applicazione dell’art. 4 del D.L. 31 luglio 1981 n. 414, convertito in legge 2 ottobre 1981 n. 544, debiti contratti per la continuazione dell’esercizio, secondo la previsione dell’art. 111 n. 1 legge fall.. (cfr. sent. cit. che richiama Cass. n. 582 del 1994). Pertanto, siffatti crediti costituiscono debiti di massa e spettano in prededuzione dalla data di cessazione del rapporto» (sent. cit. che richiama Cass. n. 2716 del 1992 e n. 4378 del 1985).


Cass. n. 9670/2019

In caso di fallimento del datore di lavoro, il pagamento del trattamento di fine rapporto da parte del fondo di garanzia richiede, secondo la disciplina della L. n. 297 del 1982, art. 2, che il lavoratore assolva all’onere di dimostrare che è stata emessa la sentenza dichiarativa di fallimento e che il suo credito è stato ammesso allo stato passivo, senza che questo requisito possa essere escluso a seguito della dimostrazione, da parte del lavoratore, che la mancata insinuazione nel passivo fallimentare del suo credito è addebitabile alla incolpevole non conoscenza da parte sua dell’apertura della procedura fallimentare, poiché la legge fallimentare contiene una serie di disposizioni che assicurano ai terzi la possibilità di conoscenza in relazione ai diversi atti del procedimento e svolgono, quindi, la funzione di una vera e propria pubblicità dichiarativa (Cass. ordinanza n. 3640/2012; Cass. n. 17079/2004; Cass. n. 294/2000; Cass. n. 5878 del 2014).

Questa Corte ha ritenuto (cfr. sentenze n. 7585 del 2011, n. 15662 del 2010, n. 1178 del 2009, n. 7466 del 2007) che una lettura della legge nazionale orientata nel senso voluto dalla direttiva CE n. 987 del 1980 consente, secondo una ragionevole interpretazione, l’ingresso ad un’azione nei confronti del Fondo di garanzia, quando l’imprenditore non sia in concreto assoggettato al fallimento e l’esecuzione forzata si riveli infruttuosa.

Nel caso in cui il lavoratore non dimostri di essere stato ammesso al passivo del fallimento e tale ammissione sia resa impossibile dalla chiusura della procedura fallimentare per insufficienza dell’attivo prima dell’esame di una domanda tardiva di insinuazione, il lavoratore è tenuto a procedere ad esecuzione forzata nei confronti del datore di lavoro tornato in bonis.


Cass. n. 26809/2018

Questa Corte di cassazione, affermando principi di diritto relativi al Fondo in questione e alle obbligazioni a carico dello stesso (Cass. n. 16617 del 2011,n. 8265 del 2010, Cass. n. 27917 del 19 dicembre 2005) ha ritenuto che nel caso in cui si controverta di crediti di cui al d.lgs. n. 80 del 1992, art. 2, comma 1 -vale a dire “crediti di lavoro, diversi da quelli spettanti a titolo di trattamento di fine rapporto, inerenti gli ultimi tre mesi del rapporto di lavoro rientranti nei dodici mesi che precedono: a) la data del provvedimento che determina l’apertura di una delle procedure indicate nell’art. l, comma 1; b) la data di inizio dell’esecuzione forzata; c) la data del provvedimento di messa in liquidazione o di cessazione dell’esercizio provvisorio ovvero dell’autorizzazione alla continuazione dell’esercizio di impresa per i lavoratori che abbiano continuato a prestare attività lavorativa, ovvero la data di cessazione del rapporto di lavoro, se questa e’ intervenuta durante la continuazione dell’attività dell’impresa.”- il diritto del lavoratore di ottenere dall’I.N.P.S., in caso di insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del T.F.R. a carico dello speciale fondo di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 2, ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale ed è perciò distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro, restando esclusa, pertanto, la fattispecie di obbligazione solidale, il diritto si perfeziona non con la cessazione del rapporto di lavoro ma al verificarsi dei presupposti previsti da detta legge (insolvenza del datore di lavoro, verifica dell’esistenza e misura del credito in sede di ammissione al passivo, ovvero all’esito di procedura esecutiva).

Il Fondo di garanzia costituisce attuazione di una forma di assicurazione sociale obbligatoria, con relativa obbligazione contributiva posta ad esclusivo carico del datore di lavoro, con la sola particolarità che l’interesse del lavoratore alla tutela è consegUito mediante l’assunzione da parte dell’ente previdenziale, in caso d’insolvenza del datore di lavoro, di un’obbligazione pecuniaria il cui quantum è determinato con riferimento al credito di lavoro nel suo ammontare complessivo.

Il diritto alla prestazione del Fondo nasce, quindi, non in forza del rapporto di lavoro, ma del distinto rapporto assicurativo – previdenziale, in presenza dei già ricordati presupposti previsti dalla legge: 1.- insolvenza del datore di lavoro e accertamento del credito nell’ambito della procedura concorsuale, secondo le regole specifiche di queste; 2.- formazione di un titolo giudiziale ed esperimento non satisfattivo dell’esecuzione forzata (conf. Cass. n. 32/2020.

In sostanza il Fondo di garanzia è istituito presso l’I.N.P.S. con lo scopo di sostituirsi al datore di lavoro in caso di insolvenza del medesimo nel pagamento del trattamento di fine rapporto, di cui all’art. 2120 cod. civ., spettante ai lavoratori o loro aventi diritto. Il finanziamento avviene mediante contribuzione obbligatoria a carico dei datori di lavoro.

Per ottenere la prestazione è necessaria una domanda amministrativa, domanda che può essere presentata solo dopo la verifica dell’esistenza e della misura del credito, in sede di ammissione al passivo fallimentare o della liquidazione coatta amministrativa, ovvero, in caso di datore di lavoro non assoggettato a procedure concorsuali, dopo la formazione di un titolo esecutivo e l’esperimento infruttuoso, in tutto o in parte, dell’esecuzione forzata.

La prescrizione del diritto alla prestazione decorre, ai sensi dell’art. 2935 cod. civ., dal perfezionarsi della fattispecie attributiva, che condiziona la proponibilità della domanda all’I.N.P.S. (in tal senso la giurisprudenza della Corte si è già espressa con la sentenza 26 febbraio 2004, n. 3939; Cass. n. 26819 del 2016) e si è pure affermato che il termine di prescrizione di un anno non resta interrotto nei confronti del Fondo durante la procedura fallimentare a carico del datore di lavoro (cfr. al riguardo Cass. 10.5.2016 n. 9495, 13 ottobre 2015, nn. 20547 e 20548, 9 giugno 2014 il n. 12971, 9 settembre 2013, n. 20675, 10 maggio 2013, a 10875, 23 luglio 2012, n. 12852) .


B) TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO

Cass. n. 25682/2019

Le prestazioni a carico del Fondo di garanzia costituito presso l’INPS hanno natura previdenziale  (Cass. n. 27465 del 2017; Cass. 21595 del 2004)  con la consequenziale applicazione delle norme sulle modalità per conseguire le prestazioni previdenziali.

Inoltre, si è affermato (Cass. n. 12971 del 2014; Cass. n. 20547 del 2015) che il diritto di credito a tale prestazione previdenziale si perfeziona non con la cessazione del rapporto di lavoro ma al verificarsi dei presupposti previsti da detta legge (insolvenza del datore di lavoro, verifica dell’esistenza e misura del credito in sede di ammissione al passivo, ovvero all’esito di procedura esecutiva), ed è distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro (restando esclusa, pertanto, la fattispecie di obbligazione solidale).

La giurisprudenza di questa Corte di legittimità (Cass. 23 luglio 2012 n. 12852 ed anche nn. 10875, 20675 del 2013; 12971 del 2014) ha operato un inquadramento sistematico della disciplina del Fondo di garanzia che, attraverso il riconoscimento di una finalità esclusivamente assicurativa e previdenziale funzionale alla pienezza di protezione dei lavoratori dal rischio dell’insolvenza del proprio datore di lavoro, ha svincolato l’operatività del meccanismo di garanzia dal legame con i presupposti concreti delle obbligazioni retributive rimaste inadempiute a causa dell’insolvenza che, dunque, diventano l’oggetto della diversa ed autonoma prestazione previdenziale che risponde ad una finalità che lo Stato deve obbligatoriamente perseguire.

Dunque, poiché ai sensi dell’art. 2, comma settimo seconda parte, I. n. 297 del 1982, < […] Il fondo e’ surrogato di diritto al lavoratore o ai suoi aventi causa nel privilegio spettante sul patrimonio dei datori di lavoro ai sensi degli articoli 2751-bis e 2776 del codice civile per le somme da esso pagate>, è evidente che tale surrogazione consegue all’intervento dell’ente previdenziale imputabile al fatto del datore di lavoro resosi inadempiente all’obbligo di corrispondere il T.f.r. a causa della propria insolvenza, e ciò secondo principi desumibili dagli artt. 1886 e 1916 c.c..

Da ciò deriva che in sede di azione surrogatoria il Fondo non deve dimostrare al datore di lavoro inadempiente la sussistenza degli elementi costitutivi della autonoma fattispecie previdenziale, ma deve provare l’avvenuta erogazione della prestazione assicurativa ai lavoratori ed il diritto al t.f.r. in capo ai lavoratori cui il Fondo e cioè l’Inps è surrogato per legge.


Cass. n. 10335/2019

Si è affermato in svariate occasioni (Cass. 31 marzo 2015, n.6480; Cass. 10824 del 2015; Cass. n. 129 del 2014) che il diritto del lavoratore di ottenere dall’INPS, in caso di insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del TFR a carico del fondo di garanzia previsto dall’art. 2 legge n. 297 del 1982, ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale, distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro;

L’autonomia del diritto comporta che l’oggetto della prestazione assicurativa, per quanto corrispondente al medesimo credito lavorativo costituito dal t.f.r., non si confonde con il diritto al t.f.r. dovuto dall’unico datore di lavoro, rimasto inadempiente, ma va considerato in concorso con la contemporanea presenza degli altri presupposti previsti dall’ art. 2 della legge n. 297 del 1982;

Né può dirsi che laddove, come nel caso di specie, nel corso dell’unico rapporto di lavoro si siano succedute per effetto della variazione di inquadramento del datore di lavoro due diverse coperture assicurative entrambe riferite al pagamento del t.f.r. tale circostanza implichi l’estensione della copertura assicurativa offerta dal Fondo di garanzia di cui si discute perché i due obblighi non possono sovrapporsi avendo la medesima finalità ed oggetto.

Se è vero che per le prestazioni economiche a carico del fondo, deve escludersi che il diritto del lavoratore resti condizionato all’effettivo adempimento dell’obbligazione contributiva da parte del datore di lavoro, o alla mancata prescrizione della stessa, ove non adempiuta, in quanto una tale limitazione contrasterebbe con le finalità di tutela del lavoratore, (Cass. 15589 del 2017 ), non vi è dubbio che l’operatività di tale principio sia pur sempre necessariamente connesso all’inadempimento di un obbligo contributivo esistente anche se non adempiuto o prescritto, cosa che non può dirsi per il periodo del rapporto di lavoro in cui, ai sensi dell’art. 2, primo comma n.4), I. n. 1655 del 1962, nei riguardi di ENPAIA è previsto l’obbligo di versamento del “contributo per il fondo di accantonamento dell’indennità, di anzianità […] stabilito nella vigente misura dell’8 per cento della retribuzione ed èposto ad esclusivo carico dei datori di lavoro”.


Cass. n. 9119/2019

In materia di insinuazione allo stato passivo, il lavoratore ha legittimazione alla domanda di ammissione per le quote di t.f.r. maturate dopo il 10 gennaio 2007 e non versate dal datore di lavoro fallito al Fondo Tesoreria dello Stato gestito dall’INPS, ai sensi dell’art. 1, comma 755, della I. n. 296 del 2006, poiché il datore di lavoro non è un mero adiectus solutionis causa e nonperde quindi la titolarità passiva dell’obbligazione di corrispondere il t.f.r. stesso (Cass. nn. 12007, 12008 e 12009 del 2018, con la copiosa giurisprudenza ivi citata, cui adde Cass. nn. 2152, 2780 e 3884 del 2018).


Cass. n. 28136/2018

L’odierna vertenza riguarda la problematica se l’obbligo del Fondo di garanzia di cui all’art. 2 della legge n. 297 del 1982, valutate tutte le ricadute sul sistema, possa scaturire, incondizionatamente, dalla sola ammissione al passivo della domanda del lavoratore. La questione, ad avviso del Collegio, non può non trovare risposta nei termini indicati dalla sentenza impugnata, seppure dei precedenti di questa Corte nn. 24730 e 23258 del 2015 vanno condivise le premesse relative alla ricostruzione sistematica dell’istituto di cui all’art. 2 della legge n. 297 del 1982.

I precedenti resi dalla Corte (cfr. in termini Cass. 23 luglio 2012 n. 12852 ed anche nn. 10875, 20675 del 2013; 12971 del 2014). non hanno mai affrontato la specifica questione appena indicata, giacché non era prospettata in tali occasioni la carenza di taluno degli elementi costitutivi della stessa fattispecie di cui all’ art. 2 della legge n. 297 del 1982, ma si discuteva della relazione giuridica esistente tra l’obbligo retributivo del datore di lavoro insolvente e l’obbligo del fondo di sostituirsi al medesimo datore di lavoro, con particolare riferimento al regime della prescrizione ed al termine iniziale del suo decorso, alla eventuale soggezione alla decadenza prevista per le prestazioni previdenziali, al regime degli atti interruttivi della prescrizione, alla disciplina degli accessori in caso di ritardo, all’eventuale regime di solidarietà esistente con il datore di lavoro al fine di fare applicazione dell’art. 1310 cod. civ. etc..

Va affermato il principio secondo cui, l’art. 2 della legge n. 297 del 1982 e l’art. 2 del d.lgs. n. 82 del 1990, si riferiscono all’ipotesi in cui sia stato dichiarato insolvente ed ammesso alle procedure concorsuali il datore di lavoro che è tale al momento in cui la domanda di insinuazione al passivo viene proposta ed, inoltre, poiché il t.f.r. diventa esigibile solo al momento della cessazione del rapporto, il fatto che (erroneamente) il credito maturato per t.f.r. fino al momento della cessione d’azienda sia stato ammesso allo stato passivo nella procedura fallimentare del datore di lavoro cedente non può vincolare l’Inps, che è estraneo alla procedura e che perciò deve poter contestare il credito per t.f.r. sostenendo che esso non sia ancora esigibile, neppure in parte, e quindi non opera ancora la garanzia dell’art. 2 I. 297/1982 .


Cass. n. 19278/2018

Il diritto del lavoratore di ottenere dall’Inps, in caso d’insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del TFR a carico dello speciale Fondo di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 2, ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale, ed è, perciò, distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro (restando esclusa, pertanto, la fattispecie di obbligazione solidale), diritto che si perfeziona (non con la cessazione del rapporto di lavoro ma) al verificarsi dei presupposti previsti da detta legge (insolvenza del datore di lavoro, verifica dell’esistenza e misura del credito in sede di ammissione al passivo, ovvero all’esito di procedura esecutiva), con la conseguenza che, prima che si siano verificati tali presupposti, nessuna domanda di pagamento può essere rivolta all’Inps, e, pertanto, non può decorrere la prescrizione del diritto del lavoratore nei confronti del Fondo di garanzia” (cfr. in termini Cass. 23 luglio 2012 n. 12852 ed anche nn. 10875, 20675 del 2013; 12971 del 2014).

Il richiamo all’art. 2120 cod. civ., contenuto nell’art. 2 della L. n. 297/1982, rende palese la necessità, affinché sorgano i presupposti per l’intervento del Fondo, che : a) sia venuto ad esistenza l’obbligo di pagamento del t.f.r. fissato dall’art. 2120 cod.civ. in capo al datore di lavoro; b) egli, in tale momento, si trovi in stato di insolvenza.

Dunque, sempre ai sensi del disposto dell’art. 2120 cod. civ. citato è necessario, innanzi tutto, che sia intervenuta la risoluzione del rapporto di lavoro. Ciò, non solo perché il t.f.r. non può essere preteso se non alla cessazione del rapporto di lavoro ( vd. da ultimo Cass. n. 2827 del 2018) ma anche in quanto è la stessa fattispecie di cui all’art. 2 della legge n. 297 del 1982 che include la risoluzione del rapporto, espressamente, fra i presupposti di applicazione della tutela.


C) CREDITI CONTRIBUTIVI – PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Cass. n. 4626/2019

La questione più delicata, che interessa il caso di specie, è indubbiamente quella del conferimento del T.f.r., che comporta l’adesione alle forme pensionistiche complementari, nella duplice modalità espressa o tacita [(art. 8, settimo comma, lett. a), b), L. 252/2005].

Ed infatti, nell’ipotesi di insolvenza del datore di lavoro che abbia provveduto ad accantonare il T.f.r. conferito al fondo di previdenza complementare, senza tuttavia versarlo, si pone il problema di individuare, nell’ambito del rapporto associativo tra lavoratore e fondo, intermediato dal datore di lavoro quale debitore delle quote tempo per tempo maturate, il soggetto che abbia diritto ad insinuare allo stato passivo la pretesa creditoria (tenuto anche conto della previsione di intervento del Fondo di Garanzia dell’Inps, a norma dell’art. 5, secondo comma d.Ig. 80/1992, nel caso di omissione contributiva del datore di lavoro soggetto a procedura concorsuale).

E ciò anche per l’espressione atecnica di “conferimento”, che deve essere qualificata giuridicamente e che, se si vuole, costituisce un sintomo ulteriore, sotto il profilo della libertà di selezione dello strumento negoziale, del favor per l’autonomia privata in tale ambito previdenziale rispetto a quello obbligatorio.

Sicchè, per una tale qualificazione della posizione individuale del lavoratore rispetto al fondo cui prestata la propria adesione, liberamente negoziabile tra le parti, occorre accertare la natura e la funzione del mezzo di volta in volta utilizzato: se una delegazione di pagamento, con incarico conferito dal lavoratore al datore di versare le quote di T.f.r. al fondo, ovvero di loro cessione, quale credito futuro, direttamente dal lavoratore al fondo, o strumenti ad essi assimilabili. E ciò comporta evidenti effetti diversi, in ordine alla titolarità del credito nei confronti del datore fallito (da insinuare allo stato passivo della procedura concorsuale), a seconda dell’opzione negoziale adottata.


D) REVOCA DEL FALLIMENTO E DECORRENZA DELLA PRESCRIZIONE

Cass. n. 990/2020

La revoca del fallimento (…) lascia salvi gli effetti prodotti dalle domande di ammissione al passivo sul decorso del termine di prescrizione dei relativi crediti, non rilevando in proposito il disposto dell’art. 21 I.fall, che si riferisce agli atti degli organi della procedura, non a quelli compiuti nei confronti di essa.

Nè la revoca comporta l’estinzione della procedura fallimentare, con la conseguenza che trova applicazione la regola di cui al secondo comma dell’art. 2945 c. c., con la sospensione del corso della prescrizione, e non quella di cui al terzo comma della medesima norma, che fa salvo, nel caso di estinzione del processo, il solo effetto interruttivo prodotto dalla domanda giudiziale (cfr. Cass. 06/09/2006 n. 19125).

La regola generale è quella che l’effetto interruttivo opera per tutto il corso del processo, sino al passaggio in giudicato della sentenza che lo definisce (art. 2945, comma 2, cod. civ.), a prescindere dalle ragioni che sovrintendono alla chiusura del processo stesso e quale conseguenza del fatto che «il giudizio, in cui viene esplicitata la pretesa sostanziale, esprime di per sé la volontà della parte di esercitare il diritto».

L’unica eccezione è costituita dall’estinzione (art. 2945 terzo comma cod. civ.), quale «pronuncia priva di statuizioni che incidano sui rapporti tra le parti».

Certamente la revoca della dichiarazione di fallimento non può ricondursi ad una pronuncia di estinzione, in quanto essa è semmai è da assimilare al rigetto (di merito) della pretesa esecutiva in forma concorsuale oppure, osservando l’operatività del fenomeno, alla chiusura di un procedimento che ha comunque prodotto effetti, la cui retrattabilità, almeno dal punto di vista patrimoniale, va apprezzata in ragione della struttura della fattispecie volta a volta interessata e quindi, qui, in riferimento alle citate norme sulla relazione tra processo e prescrizione.

E’ del resto consolidato il principio per cui l’istanza di insinuazione al passivo ha portata interruttiva della prescrizione, con effetti permanenti fino alla chiusura del procedimento concorsuale (Cass. 25/11/2013 n. 17995, 20/11/2002 n. 16380 ed anche Cass. 19/04/ 2018 n. 17995).


E) QUESTIONI PROCESSUALI

Cass. n. 1887/2020

Benché questa Corte abbia recentemente affermato che la verifica da parte del tribunale fallimentare della non assoggettabilità a fallimento dell’imprenditore, ex art. 15, ult. co ., I. fall., costituisca un presupposto necessario, unitamente alla insufficienza delle garanzie patrimoniali a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata, per l’accesso alle prestazioni del Fondo per il pagamento del TFR e dei crediti di lavoro di cui all’art. 2, I. n. 297/1982 (Cass. nn. 21734 del 2018, cui ha dato continuità Cass. n. 3667 del 2019), reputa il Collegio che l’anzidetto orientamento non possa essere condiviso in ragione del principio generale desumibile dalla previsione di cui all’art. 34 c.p.c., secondo cui il giudice adito procede in via incidentale a tutti gli accertamenti preliminari rispetto alla risoluzione della controversia pendente innanzi a sé, salvo che, «per legge o per esplicita domanda di una delle parti», sia necessario «decidere con efficacia di giudicato una questione pregiudiziale che appartiene alla competenza per materia o per valore alla competenza di un giudice superiore», nel qual caso «rimette tutta la causa a quest’ultimo, assegnando alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa davanti a lui».

Va premesso, al riguardo, che questa Corte ha ormai consolidato il principio di diritto secondo cui le prestazioni erogate dal Fondo di garanzia gestito dall’INPS hanno natura previdenziale e non retributiva (così, tra le più recenti, Cass. n. 25016 del 2017): si tratta infatti di obbligazioni affatto autonome rispetto a quelle gravanti sul datore di lavoro e inserite nell’ambito di un rapporto assicurativo contributivo- previdenziale, ancorché nella loro misura coincidenti, per ciò che specialmente riguarda il TFR, con le obbligazioni di cui è debitore il datore di lavoro, di talché il loro sorgere è connesso ad un fatto costitutivo differente rispetto a quello che ne media la genesi nell’ambito del rapporto di lavoro.

Più precisamente, per ciò che riguarda il pagamento del TFR (rectius: della prestazione previdenziale modulata sul TFR spettante al lavoratore assicurato), tale fatto costitutivo consiste non già nella cessazione del rapporto di lavoro, ma nel verificarsi dei presupposti previsti dall’art. 2, I. n. 297/1982, che sono rispettivamente, da un lato, la verifica del credito del lavoratore mediante l’insinuazione al passivo del fallimento del datore di lavoro (art. 2, commi 2° ss.) e, dall’altro lato, qualora il datore di lavoro non sia soggetto alle disposizioni della legge fallimentare, il previo esperimento dell’esecuzione forzata per la realizzazione del credito, da cui risulti l’insufficienza, totale o parziale, delle garanzie patrimoniali del datore di lavoro stesso (art. 2, comma 5°).

Con riguardo a tale ultima fattispecie, che è quella che rileva ai fini del presente giudizio, questa Corte ha precisato che l’espressione «non soggetto alle disposizioni del R.D. 16 marzo 1942, n. 267», di cui all’art. 2, comma 5°, cit., va interpretata nel senso che l’azione nei confronti del Fondo di garanzia deve trovare ingresso quante volte il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi perché appartenente ad una categoria di imprenditori non sottoponibili neanche in abstracto ad una procedura concorsuale, vuoi perché, in concreto, il fallimento non è o non è più esperibile per ragioni oggettive (cfr. fra le più recenti, Cass. n. 24767 del 2017), tra le quali rilevano adesso quelle di cui all’art. 1, comma 2°, I. fall., nel testo modificato dall’art. 1, comma 1, d.lgs. n. 169/2007.

Ciò premesso, è evidente che, rispetto alla domanda giudiziale concernente la prestazione previdenziale cui è tenuto il Fondo di garanzia, la verifica della non assoggettabilità del datore di lavoro alle procedure concorsuali costituisce una tipica questione pregiudiziale in senso logico, che nessuna norma di legge impone che debba essere definita con efficacia di giudicato; di più, è una questione che nessuna delle parti del processo potrebbe validamente chiedere che sia decisa con efficacia di giudicato, dal momento che, svolgendosi la controversia previdenziale tra il lavoratore assicurato e l’ente previdenziale chiamato al pagamento ed essendo il datore di lavoro terzo estraneo a tale vicenda, l’accertamento che in essa dovesse essere compiuto circa la sua non assoggettabilità a fallimento non potrebbe mai far stato nei suoi confronti, in considerazione dei limiti soggettivi del giudicato stesso.

Non induce a diverse conclusioni l’argomentazione di Cass. n. 21734 del 2018, cit., che, al fine di affermare il necessario previo adito del giudice fallimentare, valorizza la circostanza che determinate situazioni che in concreto legittimerebbero l’esclusione della procedura concorsuale (quali, nel caso ivi deciso, «una soglia di rilevanza dell’insolvenza riferita all’indebitamento complessivo dell’impresa e non alla posizione del creditore istante per il fallimento») possono essere accertate soltanto in sede fallimentare, cioè con il concorso degli altri creditori: questo è piuttosto un problema di prova, nel senso che, ad es., non si potrebbe ritenere provata la non assoggettabilità a fallimento di un imprenditore commerciale sulla base della mera allegazione, da parte del lavoratore assicurato che chieda l’intervento del Fondo, di un credito di importo inferiore alla soglia definita dall’art. 15, ult. co ., I. fall.; in questo senso, anzi, va senz’altro rimarcato che il lavoratore assicurato, che adducendo una situazione di concreta non assoggettabilità al fallimento del proprio datore di lavoro chieda l’intervento del Fondo di garanzia, resta pur sempre onerato della prova delle circostanze costitutive del fatto che ha dato luogo al sorgere del rapporto previdenziale, tra le quali appunto la non assoggettabilità a fallimento del proprio datore di lavoro, sia essa predicabile in abstracto o in concreto, e il mancato o insufficiente assolvimento di tale onere non potrà che comportare il rigetto della domanda.

Va comunque rimarcato che nel sistema delineato dall’art. 2, I. n. 297/1982, il previo conseguimento di un titolo esecutivo nei confronti del datore di lavoro insolvente costituisce un presupposto non solo letteralmente, ma anche logicamente necessario, giacché l’accertamento giurisdizionale della misura del TFR dovuto in esito all’ammissione allo stato passivo ovvero la sua consacrazione in un titolo esecutivo conseguito nei confronti del datore di lavoro rappresentano la modalità necessaria per l’individuazione della misura stessa dell’intervento solidaristico del Fondo di garanzia, essendo l’ente previdenziale terzo rispetto al rapporto di lavoro inter partes ed essendo nondimeno la sua obbligazione modulata sul TFR maturato in costanza di rapporto di lavoro. Proprio per ciò, nessun rilievo può avere in casi del genere un’eventuale non contestazione da parte dell’INPS dell’an e del quantum del TFR dovuto al lavoratore, non esistendo in generale alcun onere di contestazione di fatti che siano ignoti alla parte (così, da ult., Cass. n. 87 del 2019).

Si aggiunga che contrari argomenti non possono trarsi da Cass. nn. 11379 del 2008, 9108 del 2007 e 14447 del 2004, che pure si menzionano nella sentenza impugnata a sostegno della tesi qui oggetto di censura: ciò che in quei casi è stato escluso, in dipendenza delle loro peculiarità, è la necessità del preventivo esperimento di un’azione esecutiva di volta in volta mobiliare o immobiliare, non anche la necessità che il lavoratore assicurato si munisca di un titolo esecutivo nei confronti del proprio datore di lavoro.