Cass. n. 12502/2020

Come già affermato da questa Corte, con orientamento al quale va data continuità, la distribuzione dell’orario della prestazione, con riferimento al giorno, alla settimana, al mese e all’anno, integra il nucleo del contratto di lavoro a tempo parziale e la ragion d’essere della particolare garanzia costituita dalla forma scritta, preordinata ad evitare che il datore di lavoro, avvalendosi della carente o generica pattuizione sull’orario, possa modificarla a proprio piacimento a fini di indebita pressione sul lavoratore, conseguendone la nullità del contratto di lavoro part time che non rechi l’indicazione scritta della distribuzione oraria della prestazione e l’esclusione dal beneficio contributivo previsto dall’art. 5, comma 5, del d.l. n. 726 del 1984 (v., fra le altre, Cass. n.1430 del 2012 e Cass. n.20104 del 2014).

Alla garanzia della forma scritta non può sopperire neanche l’asserita predeterminazione dell’orario giornaliero evinta dal contesto organizzativo della società, come assume la società ricorrente, non potendo darsi, all’evidenza, conoscibilità e consapevolezza, nel lavoratore, di un peculiare contesto organizzativo, al momento della conclusione del contratto di lavoro a tempo parziale.

In tema di disciplina applicabile al contratto a tempo parziale, e di successione delle norme regolatrici del tipo contrattuale, si sono già espresse le Sezioni unite della Corte, con la sentenza n. 12269 del 2004, affermando che le nuove norme contenute nel decreto legislativo n. 61 del 2000 non si applicano ai rapporti a tempo parziale conclusi prima dell’entrata in vigore del decreto, non avendo esse efficacia retroattiva.

Nella specie, come statuito dalla Corte di merito, nessun contratto risulta concluso dopo il 5 aprile 2000, derivandone l’inapplicabilità del citato decreto legislativo n. 61 del 2000.

La condotta del datore di lavoro si inscrive nell’evasione contributiva essendo consolidato il principio di diritto secondo cui, giusta il disposto dell’art. 116, comma 8, legge n. 388 del 2000, tale ipotesi ricorre allorché il datore di lavoro ometta di denunciare all’INPS rapporti di lavoro in essere e relative retribuzioni corrisposte, dovendo ravvisarsi la più lieve ipotesi dell’omissione solo qualora l’ammontare dei contributi di cui sia stato omesso o ritardato il pagamento sia rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie (cfr., fra le altre, Cass. n. 5281 del 2017; Cass. n. 17119 del 2015).


Cass. n. 14797/2019

La disciplina introdotta dal D.L. n. 726 del 1984 contiene una serie di previsioni, quali l’obbligo di forma scritta ad substantiam, il diritto di prelazione in favore dei dipendenti part time, la possibilità di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto di lavoro a tempo parziale solo previo “accordo delle parti risultante da atto scritto, convalidato dall’ufficio provinciale del lavoro sentito il lavoratore interessato”, che denotano il favore del legislatore dell’epoca per il contratto ordinario di lavoro, ed il carattere eccezionale delle forme flessibili ivi previste, risultando logicamente, oltre che giuridicamente, incompatibile in tale contesto la soluzione di nullità totale del contratto, come adottata dalla Corte di merito.

Con specifico riferimento al contratto part time, questa Corte (Cass. n. 24476 del 2011, in motivazione; n. 5330 del 2006) ha già avuto modo di affermare che “la nullità della clausola sul tempo parziale, per difetto di forma scritta, anche sulla scorta delle indicazioni offerte con la sentenza della Corte costituzionale n. 283 del 2005, non implica…l’invalidità dell’intero contratto…e comporta, per il principio generale di conservazione del negozio giuridico colpito da nullità parziale, che il rapporto di lavoro deve considerarsi a tempo pieno”.

Nella sentenza n. 283 del 2005 la Corte Costituzionale aveva ritenuto possibile un’interpretazione costituzionale orientata, già indicata dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 210 del 1992, secondo la quale la nullità per vizio di forma della clausola sulla riduzione dell’orario di lavoro non è comunque idonea a travolgere integralmente il contratto, ma ne determina la c.d. conversione in un “normale contratto di lavoro”, o meglio determina “la qualificazione del rapporto come normale rapporto di lavoro, in ragione dell’inefficacia della pattuizione relativa alla scelta del tipo contrattuale speciale” (cfr. anche Cass. n. 1375 del 2018; cfr. Cass., S.U. n. 12269 del 2004 che ha esaminato la questione della contribuzione previdenziale applicabile al contratto di lavoro a tempo parziale che abbia avuto esecuzione pur essendo nullo per difetto di forma).

Da tali premesse discende che, in caso di nullità del contratto part time per difetto della forma scritta prevista ad substantíam dal D.L. n. 726 del 1984, art. 5, il rapporto di lavoro debba considerarsi come un ordinario rapporto full time, con conseguente diritto del lavoratore alla retribuzione parametrata ad un orario a tempo pieno, previa messa in mora del datore di lavoro quanto alle residue energie lavorative.

Sul tema specifico della necessità della cd. mora accipiendí, è sufficiente richiamare l’ampia elaborazione della giurisprudenza di legittimità che, in base alla regola generale di effettività e corrispettività delle prestazioni nel contratto di lavoro, ha precisato come la retribuzione spetti al lavoratore soltanto se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di “mora accipiendi” (cfr. Cass. n. 20316 del 2008; n. 11741 del 2007; n. 24886 del 2006; cfr. anche Cass., S.U. n. 2990 del 2018).

Da quanto premesso discende che, in ipotesi di nullità del contratto part time per difetto dei requisiti di contenuto o forma previsti da norme imperative di legge, deve ritenersi costituito un ordinario rapporto di lavoro full time, previa eliminazione della clausola nulla; con conseguente diritto del lavoratore al risarcimento del danno, commisurato alle differenze retributive rispetto all’orario full time non svolto, solo ove risulti la mora accipiendi di parte datoriale, in coerenza col principio di corrispettività delle prestazioni.


Cass. n. 14684/2019

Il rapporto di lavoro subordinato, in assenza della prova di un rapporto part – time, nascente da atto scritto, si presume a tempo pieno ed è onere del datore di lavoro, che alleghi invece la durata limitata dell’orario di lavoro ordinario, fornire la prova della consensuale riduzione della prestazione lavorativa (Cass. 18 marzo 2004, n. 5518; Cass. 23 febbraio 2000, n. 2033) (conf. Cass. n. 28290/2019).

In ordine poi alla variazione in diminuzione dell’orario lavorativo, si ritiene che il datore di lavoro non possa unilateralmente ridurre o sospendere l’attività lavorativa e specularmente rifiutare di corrispondere la retribuzione: diversamente incorrendo nell’inadempimento contrattuale previsto in linea generale dalla disciplina delle obbligazioni corrispettive, secondo cui il rifiuto di eseguire la prestazione può essere opposto da un contraente (nella specie il datore di lavoro) soltanto se l’altra parte (il lavoratore) ometta di effettuare la prestazione da lui dovuta; ma non già quando questa sia impedita dalla volontà datoriale unilaterale, salva la prova a carico del medesimo di una impossibilità sopravvenuta, a norma degli artt. 1256, 1463 e 1464 c.c., fondata sull’inutilizzabilità della prestazione lavorativa per fatti non addebitabili al predetto, perché non prevedibili, ne’ evitabili, ne’ riferibili a carenze di programmazione o di organizzazione aziendale ovvero ad un calo di commesse o a crisi economiche o congiunturali o strutturali e “salvo comunque un eventuale accordo tra le parti” (cfr., in tali termini, Cass. 19.1.2018 n. 1375, con richiamo a Cass. 16 aprile 2004, n. 7300).

In merito alla prova di un tale accordo, il differente regime formale del rapporto a tempo pieno rispetto a quello a tempo parziale comporta una diversa e coerente modulazione dell’onere della prova.

Esso può, infatti essere assolto, quanto alla modifica delle originarie condizioni contrattuali per facta concludentia, e ciò anche se il contratto sia stato stipulato per iscritto (Cass. 14 marzo 2006, con specifico riferimento agli aspetti retributivi, fermo restando il divieto di unilaterale riduzione)” e che “appare corretto, sotto il profilo di diritto, il ragionamento probatorio svolto” … ritenendosi “la variazione in riduzione dell’orario di lavoro, in assenza di pattuizione scritta, consensualmente concordata tra le parti in base al loro comportamento concludente, così come accertato”.

In una tale prospettiva, è stato correttamente utilizzato il principio di effettività, alla cui stregua, al di fuori delle espresse deroghe legali o contrattuali, la retribuzione spetta soltanto se la prestazione di lavoro venga eseguita, salvo che il datore di lavoro versi in una situazione di mora credendi nei confronti dei dipendenti: con la conseguenza della validità, in linea di principio, dei patti conclusi tra i lavoratori e il datore di lavoro per la sospensione del rapporto di lavoro.

E tali patti non hanno ad oggetto diritti di futura acquisizione né concretano rinunzia alla retribuzione, invalida a norma dell’art. 2113 c.c., atteso che la perdita del corrispettivo discende dalla mancata esecuzione della prestazione (cfr. Cass. 19.1.2018 n. 1375, con richiamo a Cass. 19 maggio 2003, n. 7843; Cass. 5 febbraio 2008, n. 2734; Cass. 21 aprile 2009, n. 9475).


Cass. n. 9271/2019

Con riferimento alla ritenuta mancata prova della ricorrenza di un lavoro a tempo parziale, vale ricordare che questa Corte ha affermato il principio secondo cui la mancanza della forma scritta per il contratto di lavoro part-time ( sia pure richiesto solo ad probationem e con le conseguenze sul rapporto di lavoro previste dall’art. 8 del d.Lgs. 25 febbraio 2000 n. 61) è di per sé preclusiva del riconoscimento del regime contributivo agevolato (Cass. n. 16586 del 5 luglio 2017; Cass.n. 1186 del 18/01/2017; nella vigenza dell’art. 5, comma 5, del D.L. 30 ottobre 1984 n. 726 convertito con modificazioni in L. 19 dicembre 1984 n. 351: Cass. n. 20591/2014; Cass.11584/11; Cass. n. 52/09; Cass. n. 11011/08; Cass. n. 16670/04; Cass. S.U. n. 12269/04).

L’assenza della forma scritta non può essere superata dalle dichiarazioni contenute in un verbale di conciliazione sottoscritto dalle parti, anche in sede di conciliazione monocratica, in quanto il predetto verbale non può assumere un contenuto ricognitivo.


Cass. n. 8309/2019

Relativamente al regime antecedente all’entrata in vigore del D.L. n. 726 del 1984, convertito con modificazioni nella L. n. 863 del 1984, all’art. 5, comma 10, la pattuizione della la riduzione dell’orario di lavoro può  desumersi da un comportamento concludente delle parti, come quello consistente nella prolungata osservanza di un orario sempre identico, senza necessità della pattuizione scritta, introdotta dal predetto decreto.