Cass. n. 20921/2019

La valutazione compiuta dall’Amministrazione in materia è caratterizzata da ampia discrezionalità sia per l’attribuzione sia per la revoca del porto d’armi ed è finalizzata a prevenire, per quanto possibile, l’abuso delle armi da parte di soggetti non pienamente affidabili (vedi, di recente: Cons. Stato, Sez. III, 11 marzo 2015 n. 1270).

Pertanto il giudizio di “non affidabilità” è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma semplicemente contrarie alle regole di civile convivenza (C.d.S., Sez. III, 14 ottobre 2014, n. 5398 19 settembre 2013, n. 4666).

Inoltre, la licenza di porto d’armi può essere negata o revocata anche in assenza di pregiudizi e controindicazioni connessi al corretto uso delle armi, potendo l’Autorità amministrativa valorizzare, nella loro oggettività, sia fatti di reato, sia vicende e situazioni personali che non assumono rilevanza penale (e non siano attinenti alla materia delle armi), da cui si possa, comunque, desumere la non completa “affidabilità” del soggetto interessato all’uso delle stesse (C.d.S., Sez. III, 29 luglio 2013, n. 3979).

Quel che è certo, però, è che i provvedimenti con i quali si nega o si revoca il porto d’armi ad un agente di polizia municipale devono essere motivati, secondo le norme del giusto procedimento dettate dalla legge n. 241 del 1990 – che qui rilevano ex artt. 1175 e 1375 cod. civ. – al fine di consentire al destinatario di verificare la coerenza delle ragioni poste a base del provvedimento (nella specie di revoca) con quanto stabilito dalla relativa disciplina.

La motivazione è necessaria – tanto più che si tratta di provvedimenti d contenuto negativo per il destinatario – anche nell’ipotesi in cui il Comando di Polizia Municipale disponga il ritiro dell’arma “in caso di sospensione dal servizio”, come previsto da alcuni regolamenti comunali, perché le tipologie, le cause e la durata di simili provvedimenti sospensivi sono molteplici.