Cass. n. 12039/2021

In considerazione della inderogabilità della disciplina dei rapporti convenzionali con il Servizio sanitario nazionale dettata dagli accordi collettivi nazionali resi esecutivi con decreti del Presidente della Repubblica, ed altresì del principio secondo cui il conferimento di incarichi professionali da parte della pubblica amministrazione richiede l’atto scritto ad substantiam, la circostanza che un incarico professionale di collaborazione con il Servizio sanitario nazionale violi la normativa di settore in tema di modalità e forma del relativo conferimento è sufficiente per ritenere esclusa una valida costituzione del rapporto convenzionale tra l’ente conferente e il professionista – la cui attività quindi assume rilevanza solo nei limiti degli effetti ricollegabili per legge al lavoro di fatto – e conseguentemente anche la fondatezza della pretesa dell’interessato di vedere riconosciuta l’esistenza di un rapporto a tempo indeterminato in applicazione di norme che prevedano la corrispondente trasformazione del rapporto a termine in presenza di determinati presupposti; ne’, con riferimento ai rapporti di lavoro autonomo, sia pure parasubordinato, può trovare applicazione il principio, relativo al lavoro subordinato, della trasformazione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato in caso di prosecuzione dello stesso dopo la scadenza del termine» (Cass. 24 aprile 2004, n. 7860, nonché in precedenza Cass. S.U. 18 dicembre 1998, n. 12712 e, successivamente, Cass., S.U., 31 gennaio 2006, n. 2044).

Non pertinente è invece il richiamo, contenuto nelle difese della controricorrente, a Cass. 29 luglio 2008, n. 20581, in quanto quella pronuncia ha affermato la non estensibilità alle prestazioni convenzionate della disciplina del pubblico impiego, in ragione della diversa natura dei rapporti, ma non ha di certo escluso che, una volta verificatasi la violazione delle normative di disciplina dei contratti convenzionati non possa operare la qualificazione del rapporto in ragione della prestazione resa.

Ne deriva, per un verso, che la trasformazione a tempo indeterminato di un rapporto convenzionale instaurato per ragioni sostitutive, anche se tali esigenze non fossero state sussistenti, risulta improponibile (Cass. 7860/2004 e altre conformi citt.) e che, come precisa sempre la citata giurisprudenza, in presenza di termini illegittimamente apposti, tutto si riporta alla fattispecie del lavoro di fatto, nelle qualificazioni, in tema di autonomia o subordinazione, che il giudice ritenga di adottare in ragione dell’assetto delle prestazioni e con le conseguenze che da tali qualificazioni derivano;


Cass. n. 11566/2021

Con l’art. 52, comma 27, della legge n. 289/2002 è stata istituita la struttura tecnica interregionale per la disciplina dei rapporti con il personale convenzionato, alla quale ha affidato il compito di rappresentare la parte pubblica in occasione dei rinnovi degli accordi collettivi.

Quanto alla procedura di contrattazione lo stesso art. 52, pur affidandone la definizione all’accordo da adottare in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano, ha richiamato gli artt. da 40 a 49 del d.lgs. n. 165/2001 (ad eccezione degli artt. 43 e 45) riconoscendo, quindi, alla contrattazione collettiva il medesimo ruolo centrale che la stessa riveste nell’ambito dell’impiego pubblico contrattualizzato.

Questo ruolo centrale degli accordi collettivi è stato, poi, ribadito dall’art. 2 nonies del d.l. n. 81/2004, convertito dalla legge n. 138/2004, secondo cui «il contratto del personale sanitario a rapporto convenzionale è garantito sull’intero territorio nazionale da convenzioni conformi agli accordi collettivi nazionali stipulati mediante il procedimento di contrattazione collettiva definito con l’accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano previsto dall’ articolo 4, comma 9, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, e successive modificazioni. Tale accordo nazionale è reso esecutivo con intesa nella citata Conferenza permanente, di cui all’ articolo 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281».

Attraverso il rinvio alla disciplina dettata dal d.lgs. n. 165/2001 il legislatore ha esteso al rapporto convenzionale il medesimo «equilibrato dosaggio di fonti regolatrici» (Corte Cost. nn. 313/1996 e 309/1997) che caratterizza l’impiego pubblico contrattualizzato, ed ha affidato la realizzazione dell’obiettivo della disciplina uniforme dei rapporti convenzionali alla «forte integrazione tra la normativa statale e la contrattazione collettiva nazionale, con una rigorosa delimitazione degli ambiti della contrattazione decentrata e con un limitato rinvio alla legislazione regionale per aspetti e materie ben definite» (Corte Cost. n. 157/2019 e Corte Cost. n. 186/2016).

Da ciò il giudice delle leggi ha tratto la conseguenza che, quanto ai limiti della potestà legislativa regionale, valgono i medesimi principi affermati per l’impiego pubblico e, pertanto, non è consentito alla legge regionale intervenire sulla fase esecutiva del rapporto in convenzione, ridisegnando i diritti ed i doveri delle parti relativamente alla percezione di compensi, perché all’adempimento delle obbligazioni, che rientra nell’ambito dell’ordinamento civile riservato al legislatore statale, si applicano gli istituti uniformi del diritto privato (cfr. le pronunce sopra richiamate).

A conclusioni non dissimili, circa la natura del rapporto convenzionale e degli atti che attengono alla gestione dello stesso, è pervenuta anche questa Corte la quale, con giurisprudenza costante, ha sottolineato che i rapporti tra i medici convenzionati e le aziende sanitarie locali, pur se costituiti allo scopo di soddisfare le finalità istituzionali del servizio sanitario nazionale in funzione della tutela della salute pubblica, hanno la natura di rapporti libero professionali parasubordinati, che si differenziano da quelli di pubblico impiego per il difetto del vincolo della subordinazione. L’ente pubblico opera, pertanto, nell’ambito esclusivo del diritto privato ed assume nei confronti del professionista gli obblighi che derivano dalla disciplina collettiva, alla quale la legge assegna un ruolo centrale, affidandole la funzione specifica di garantire, su base pattizia, “l’uniformità del trattamento economico e normativo del personale sanitario a rapporto convenzionale … sull’intero territorio nazionale”.

Si è, di conseguenza, sottolineato che la pubblica amministrazione non esercita nei confronti del medico convenzionato alcun potere autoritativo, all’infuori di quello di sorveglianza, né può incidere unilateralmente, limitandole o degradandole ad interessi legittimi, sulle posizioni di diritto soggettivo nascenti, per il professionista, dal “rapporto di lavoro autonomo, continuativo e coordinato”, sicché le iniziative delle parti ed i rispettivi comportamenti vanno valutati secondo i principi propri che regolano l’esercizio dell’autonomia privata ( Cass. S.U. n. 8632/1996; Cass. S.U. n. 813/1999; Cass. S.U. n. 20344/2005; Cass. S.U. n. 6574/2006; Cass. n. 13235/2009).

Muovendo da dette premesse le Sezioni Unite hanno, poi, affermato che il potere del giudice ordinario, al quale è riservata la cognizione delle controversie riguardanti le obbligazioni che dal rapporto scaturiscono, si modella anch’esso su quello disciplinato per l’impiego pubblico contrattualizzato dall’art. 63 del d.lgs. n. 165/2001 e, pertanto, qualora la domanda del professionista denunci, quale mezzo al fine della tutela dei diritti scaturenti dal detto rapporto, l’illegittimità di atti regolamentari o provvedimenti emessi dalla pubblica amministrazione, degli stessi è consentita la disapplicazione (cfr. le pronunce sopra richiamate).

Premesso, quindi, che la disciplina generale del rapporto convenzionale assegna un ruolo centrale alla contrattazione collettiva, non dissimile da quello a quest’ultima riconosciuto in relazione all’impiego pubblico contrattualizzato, occorre valutare l’incidenza, rispetto al delineato riparto delle fonti regolatrici, della normativa speciale dettata dal legislatore per il rientro da eccessivi disavanzi del sistema sanitario (a partire dal dl. n. 347/2001 e dalla legge finanziaria n. 448/2001.

Il potere unilaterale di intervento sulle materie riservate alla contrattazione integrativa è stato eccezionalmente attribuito al datore di lavoro pubblico dal d.lgs. n. 150/2009 ma solo alle condizioni previste dai commi 3 bis e 3 ter del modificato art. 40, ossia in via provvisoria e alla scadenza del termine fissato per la sessione negoziale in sede decentrata, dopo che le parti, in caso di mancato accordo, abbiano riassunto «le rispettive prerogative e libertà di iniziativa e decisione».

E’ significativo al riguardo evidenziare che il successivo d.lgs. n. 75/2017, nel rimarcare il carattere eccezionale del potere unilaterale di intervento, ha ritenuto necessario richiamare il principio, immanente in tema di obbligazioni contrattuali, del necessario rispetto della correttezza e della buona fede ed ha reso esplicito l’obbligo, già desumibile dall’attribuzione di un potere provvisorio, di proseguire le trattative «al fine di pervenire in tempi celeri alla conclusione dell’accordo».

Il potere unilaterale, lo si ripete eccezionale, è stato pensato dal legislatore, a partire dal d.lgs. n. 150/2009, al dichiarato fine di assicurare la funzionalità dell’azione amministrativa, ma è stato disciplinato in termini che non smentiscono il ruolo centrale attribuito alla contrattazione né consentono di ricondurre il potere stesso all’esercizio di potestà autoritativa.

Va, poi, aggiunto che il richiamato potere va esercitato nell’ambito della contrattazione di competenza, sicché lo stesso non può certo essere invocato per incidere su istituti contrattuali la cui disciplina sia riservata ad un altro livello di contrattazione.

l ricorso, pertanto, deve essere rigettato perché la sentenza impugnata è conforme ai principi di diritto di seguito enunciati:

a) Il rapporto convenzionale con il Servizio Sanitario Nazionale dei pediatri di libera scelta e dei medici di medicina generale è disciplinato, quanto agli aspetti economici, dagli accordi collettivi nazionali e integrativi ai quali devono conformarsi, a pena di nullità, i contratti individuali.

b) La disciplina dettata dall’art. 48 della legge n. 833/1978 e dall’art. 8 del d.lgs. n. 502/1992 non è derogata da quella speciale prevista per il rientro da eccessivi disavanzi del sistema sanitario e pertanto le esigenze di riduzione della spesa non legittimano la singola azienda sanitaria a ridurre unilateralmente i compensi previsti dalla contrattazione integrativa regionale.

c) Le esigenze di riduzione della spesa, sopravvenute alla valutazione di compatibilità finanziaria dei costi della contrattazione, devono essere fatte valere nel rispetto delle procedure di negoziazione collettiva e degli ambiti di competenza dei diversi livelli di contrattazione, e pertanto l’eventuale atto unilaterale di riduzione del compenso, adottato dalla P.A., non ha natura autoritativa perché il rapporto convenzionale si svolge su un piano di parità ed i comportamenti delle parti vanno valutati secondo i principi propri che regolano l’esercizio dell’autonomia privata».


Cass. n. 9317/2021

Gli ex medici condotti tuttora con rapporto non esclusivo con le A.S.L., in ragione della loro libera scelta di non esercitare la relativa opzione, permangono in una posizione giuridica differenziata rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale, mantenendo, in particolare, il trattamento retributivo onnicomprensivo originariamente previsto dall’art. 110 del d.P.R. 20 maggio 1987, n. 270, con esclusione degli ulteriori emolumenti previsti dalla contrattazione collettiva per i dirigenti medici del servizio sanitario nazionale con rapporto esclusivo di dipendenza con la A.S.L., tra cui l’indennità di specificità medica” (v. Cass. n. 1487/2014 e negli stessi termini in fattispecie sovrapponibili a quella oggetto di causa Cass. n. 16302/2017 e Cass. n. 16303/2017; cfr. anche Cass. n. 9810/2020; Cass. n. 8955/2020; Cass. n. 8449/2020; Cass. n. 29625/2019; Cass. n. 28833/2018, Cass. n. 27222/2017; Cass. n. 27221/2017; Cass. n. 26168/2017; Cass. n. 6057/2016).

Con le richiamate decisioni, alla cui motivazione si rinvia ex art. 118 disp. att. cod. proc. civ., si è rimarcata la posizione giuridica differenziata degli ex medici condotti, che non abbiano optato per il rapporto esclusivo, rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale e, pertanto, è stata esclusa l’eccepita violazione delle norme costituzionali e sovranazionali nonché del principio di parità di trattamento di cui all’art. 45 d.igs. n. 165/2001.

E’ stato evidenziato che gli ex medici condotti, in ragione di una loro libera scelta, sono titolari di un doppio rapporto, convenzionale e dipendente, sicché è razionale la scelta della contrattazione collettiva di mantenere il trattamento retributivo onnicomprensivo originariamente previsto dal d.P.R. n. 270/1987.

E’ stato richiamato il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, alla stregua del quale l’art. 45 del d.lgs. n. 165/2001 fa divieto al datore di lavoro pubblico di riconoscere trattamenti individuali migliorativi o peggiorativi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo, ma non costituisce parametro per giudicare delle eventuali differenziazioni operate in sede di contrattazione.

E’ stato osservato (v. in particolare Cass. 16303/2017 e Cass. 163202/2017 cit.) che non è pertinente il richiamo al d.P.R. n. 384 del 1990, art. 110, riguardante in generale le indennità del personale medico e veterinario, essendo il trattamento onnicomprensivo dei medici ex condotti disciplinato dal d.P.R. n. 270 del 1987, art. 110, e, conseguentemente, nessuna preclusione, sub specie di violazione del giudicato, può svolgere nel giudizio in esame la sentenza del Tar più volte invocata dalla parte ricorrente.

E’ stato rilevato (v. le già citate Cass. n. 16303/2017 e Cass. n. 16302/2017) che la più recente giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato sent. n. 4769/2013), nel decidere sulla domanda, già respinta dal T.A.R., di un exmedico condotto transitato alla A.S.L. che chiedeva il riconoscimento del diritto agli scatti di anzianità, in aggiunta al trattamento onnicomprensivo annuo di cui al d.P.R. n. 270 del 1987, art. 110, ha confermato l’interpretazione del giudice del merito precisando che la norma ora citata, attribuendo agli ex medici condotti che non abbiano scelto il ‘tempo pieno’ o il ‘tempo definito’, un trattamento del tutto peculiare, ‘onnicomprensivo’, esclude l’aggiunta di ulteriori emolumenti, anche se legati all’anzianità di servizio, e si giustifica, dal punto di vista sistematico con la diversità degli obblighi di servizio e le diverse potenzialità di produzione di reddito consentite dal mantenimento di rapporti convenzionali fino a 1400 assistiti.

E’ stato anche affermato (v. Cass. n. 29625/2019 cit.) che l’art. 1, comma 456 della I. n. 205/2017 nel prevedere che “in ottemperanza alle sentenze del tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio, sezione 1-bis, n. 640/1994, e del Consiglio di Stato, sezione IV giurisdizionale, n. 2537/2004, e per il completamento degli interventi perequativi indicati dal Ministero della salute con atto DGPROF/P/3/ I.8.d.n.1 del 16 giugno 2017, è autorizzata la spesa di 500.000 euro per l’anno 2018 e di un milione di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020. Il Ministero della salute, con apposito decreto, individua i criteri di riparto delle risorse tra i soggetti beneficiari nel limite della spesa autorizzata e assicura il relativo monitoraggio”, non ha riconosciuto il diritto degli ex medici condotti a percepire l’indennità della quale qui si discute, né ha impegnato le amministrazioni a liquidare l’indennità stessa con efficacia retroattiva, essendosi limitata a prevedere uno stanziamento di somme, da ripartire secondo criteri che il Ministero della Salute avrebbe dovuto individuare con finalità perequative e che, allo stato, non risultano precisati.

I principi affermati nelle decisioni sopra richiamate, condivisi dal Collegio, non sono scalfiti dalle prospettazioni difensive sviluppate nel ricorso.


Cass. n. 4891/2021

Giova premettere che questa Corte, con ordinanza 5 dicembre 2018 nr. 31502, ha già evidenziato che al rapporto dei medici che svolgono attività in regime di convenzione con le aziende sanitarie non sono applicabili le disposizioni che presuppongono la natura subordinata del rapporto di lavoro ed, in particolare, la norma di cui al D.P.R. 10 gennaio1957, n. 3, art. 97 sulla restitutio in integrum, di carattere eccezionale, relativa ai dipendenti statali.

Ivi è stata confermata la sentenza di merito, che aveva respinto la domanda del medico convenzionato di restitutio in integrum, in una fattispecie in cui la sospensione cautelare era stata disposta dalla Azienda Sanitaria nel periodo di esecuzione della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio della professione medica, applicata dalla autorità giudiziaria penale.

Nella fattispecie di causa non vengono in rilievo misure cautelari penali impeditive della prestazione medica. Trovano dunque applicazione i principi enunciati da Cass SU 3 giugno 1997 nr. 4955. Le Sezioni Unite hanno evidenziato che l’accordo collettivo di cui al DPR nr. 316/1990 non contiene alcuna previsione espressa che attribuisca alla amministrazione il potere di sospensione cautelare dei medici specialistici ambulatoriali titolari di convenzioni con le USL, in relazione alla proposizione di azioni disciplinari o penali nei loro confronti. Detta facoltà, tuttavia, deve essere riconosciuta alla amministrazione, tenuto conto dei poteri direttivi del committente nei rapporti di parasubordinazione, dei particolari rapporti di parasubordinazione intercorrenti tra le USL ed i medici convenzionati e della specifica disciplina degli articoli 17 e 18 del DPR nr. 316/1990, circa i poteri della amministrazione di organizzazione del lavoro e di emissione di direttive vincolanti per i medici titolari del rapporto.

La sospensione cautelare del medico convenzionato — ove risulti non ispirata da intenti discriminatori, coerente con gli obblighi generali di correttezza e buona fede ed effettivamente coordinata alle indicate evenienze ed esigenze— deve ritenersi, quindi, legittima. Tuttavia la mancanza di una norma regolatrice— di legge o della disciplina contrattata ex articolo 48 L. nr. 833/1978— fa sì che ove la amministrazione deliberi di disporla l’effetto sospensivo investirà la sola prestazione di lavoro e non anche l’obbligazione retributiva corrispettiva, secondo i medesimi principi enunciati nel lavoro subordinato privato.

Dal corretto inquadramento in iure della sospensione cautelare del medico convenzionato deriva, pertanto, la natura retributiva della azione proposta dal medico per il pagamento dei corrispettivi maturati nel periodo della sospensione.

Una volta escluso che la richiesta di pagamento del lavoratore abbia titolo risarcitorio, non trova applicazione il principio della compensatio lucri cum damno, su cui si fonda la detraibilità dell’aliunde perceptum ( Cassazione civile sez. lav., 14 maggio 2020, n.8950; Cassazione civile sez. lav., 11 novembre 2019, n.29092; Cass. sez.lav. 7 agosto 2019 nr. 21160).

Invero, il fondamento giuridico dell’istituto della compensatio lucri cum damno risiede nell’art. 1223 c.c., dal quale si ricava, in linea logica, che l’accertamento degli effetti pregiudizievoli dell’illecito debba tenere anche conto degli eventuali vantaggi ad esso collegati, al fine di impedire che il danneggiato ne tragga un ingiusto profitto, oltre i limiti della riparazione riconosciuta dall’ordinamento giuridico (per tutte: Cassazione, Sezioni Unite, 22 maggio 2018 N. 12565). A tale logica resta estranea la obbligazione corrispettiva, che trova titolo non in un fatto illecito ma nell’adempimento di quanto dovuto, nella misura stabilita dal contratto o dalla diversa fonte di cui alli articolo 1173 cod. civ.

La sentenza impugnata non si è conformata ai principi sin qui esposti, da un canto operando una non-consentita applicazione analogica dell’art. 97 DPR 10 gennaio 1957 nr. 3, dall’altro affermando che per la detraibilità dell’ aliunde perceptum sarebbe indifferente la natura retributiva o risarcitoria della azione proposta.

Nel rapporto di lavoro dipendente questa Corte ha già evidenziato che la sospensione cautelare è misura interinale con carattere di provvisorietà e rivedibilità, nel senso che solo al termine e secondo l’esito del procedimento disciplinare si potrà stabilire se la sospensione preventiva applicata resti giustificata ovvero debba venire caducata a tutti gli effetti ( per tutte: Cass., sez. lav., 19 marzo 2019 nr. 7675, punto 3 e giurisprudenza ivi citata).

Nella disciplina dei rapporti con gli specialisti ambulatoriali la sospensione per motivi disciplinari — richiamata dall’articolo 38, comma 6, DPR nr. 316/1990— è quella prevista dall’articolo 16 del medesimo DPR; trattasi di provvedimento adottato dalla Commissione di disciplina in caso di infrazione da parte del medico degli obblighi o dei doveri di comportamento professionale derivanti dall’Accordo, all’esito di un procedimento para-disciplinare. Come già osservato in riferimento al primo motivo, il DPR nr. 316/1990 non prevede, invece, l’istituto della sospensione cautelare; ad esso non sono riferibili le disposizioni dettate per la sospensione per motivi disciplinari, che, diversamente dalla sospensione cautelare, ha carattere di definitività e presuppone una affermazione di responsabilità per inadempimento del medico specialista, all’esito di una specifica procedura di verifica.

Il compenso è dunque dovuto, giacchè, come già si è detto in riferimento al primo motivo di ricorso, l’adozione della misura cautelare della sospensione non priva il lavoratore della retribuzione ( Cass. S.U. n. 4955/1997 citata e, nello stesso senso, Cass. nr. 2517/1996, nr. 12631/1999, nr. 89/2003, n. 15070/2008).


2020

Cass. n. 15922/2020

Tutti i contratti stipulati dalla pubblica amministrazione -anche quando essa agisca jure privatorum – richiedono la forma scritta ad substantiam, sicché che il contratto con la p.a., privo di detta rigorosa forma è nullo ed insuscettibile di qualsiasi forma di sanatoria, dovendosi, quindi, escludere l’attribuzione di rilevanza ad eventuali convalide o ratifiche successive, nonché a manifestazioni di volontà implicita o desumibile da comportamenti puramente attuativi.

In senso conforme, tra le altre, Cass. I civ. n. 7422 del 21/05/2002. V. altresì Cass. lav. n. 8471 del 21/06/2000, secondo cui il difetto della forma scritta, necessaria “ad substantiam” per tutti i contratti della pubblica amministrazione, determina la nullità del contratto di lavoro autonomo stipulato da un ente pubblico, senza che, pur in presenza degli elementi della parasubordinazione a norma dell’art. 409 n. 3 cod. proc. civ., possa trovare applicazione la regola della salvezza del diritto alla retribuzione dettata dall’art. 2126 cod. civ. con riferimento al lavoro subordinato).


Cass. n. 9490/2020

Ai sensi dell’art. 7, comma 6, del d.lgs. n. 165 del 2001, dettato per l’espletamento di esigenze cui non è possibile far fronte con il personale in servizio, la Pubblica Amministrazione può instaurare, mediante contratto, rapporti di lavoro autonomo, come tali retti dal diritto privato.

Questa Corte ha già affermato, con la sentenza n. 338/2017 che la stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con un’amministrazione pubblica, al di fuori dei presupposti di legge, non può mai determinare la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, potendo il lavoratore conseguire tutela nei limiti di cui all’art. 2126 cod. civ., qualora il contratto di collaborazione abbia la sostanza di rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto anche alla ricostruzione della posizione contributiva previdenziale.

Tali principi sono stati ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità con l’ordinanza n. 9591 del 2018.

La giurisprudenza di legittimità ha reiteratamente affermato che – ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando i i senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto aa termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni – (v. Cass., n. 3314 del 2019, che richiam Cass., nn. 28161 del 2018, 17101 del 2017, 1639 del 2012, 12749 del 2003, 20009 del 2005).

É stato anche affermato che la sussistenza dell’elemento della subordinazione nell’ambito di un contratto di lavoro va correttamente individuata sulla base di una serie dì indici sintomatici, comprovati dalle risultanze istruttorie, quali la collaborazione, la continuità della prestazione lavorativa e l’inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale, da valutarsi criticamente e complessivamente, con un accertamento in fatto insindacabile in sede di legittimità (Cass. nn. 28162 del 2008 e 14434 del 2015).

L’elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo è il vincolo di soggezione personale del lavoratore al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione e l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione, pur avendo natura meramente sussidiaria e non decisiva, possono costituire indici rivelatori della subordinazione idonei anche a prevalere sull’eventuale volontà contraria manifestata dalle parti, ove incompatibili con l’assetto previsto dalle stesse (Cass., n. 5645 del 2009).


Cass. n. 8448/2020

“Gli ex medici condotti tuttora con rapporto non esclusivo con le A.S.L., in ragione della loro libera scelta di non esercitare la relativa opzione, permangono in una posizione giuridica differenziata rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale, mantenendo, in particolare, il trattamento retributivo omnicomprensivo originariamente previsto dall’art. 110 del d.P.R. 20 maggio 1987, n. 270, con esclusione degli ulteriori emolumenti previsti dalla contrattazione collettiva per i dirigenti medici del servizio sanitario nazionale con rapporto esclusivo di dipendenza con la A.S.L., tra cui l’indennità di specificità medica” (Cass. n. 1487/2014 e negli stessi termini in fattispecie sovrapponibili a quella oggetto di causa Cass. n. 16303/2017; cfr. anche Cass. 29625/2019, Cass. n. 28833/2018, Cass. n. 27222/2017, Cass. n. 27221/2017, Cass. n. 26168/2017, Cass. n. 6057/2016).

Con le richiamate decisioni, alla cui motivazione si rinvia ex art. 118 disp. att. cod.proc. civ., si è rimarcata la posizione giuridica differenziata degli ex medici condotti, che non abbiano optato per il rapporto esclusivo, rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale e, pertanto, è stata esclusa l’eccepita violazione delle norme costituzionali e sovranazionali nonché del principio di parità di trattamento di cui all’art. 45 d.lgs. n. 165/2001.

E’ stato evidenziato che gli ex medici condotti, in ragione di una loro libera scelta, sono titolari di un doppio rapporto, convenzionale e dipendente, sicché è razionale la scelta della contrattazione collettiva di mantenere il trattamento retributivo onnicomprensivo originariamente previsto dal d.P.R. n. 270/1987.

E stato richiamato il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, alla stregua del quale l’art. 45 del d.lgs. n. 165/2001 fa divieto al datore di lavoro pubblico di riconoscere trattamenti individuali migliorativi o peggiorativi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo, ma non costituisce parametro per giudicare delle eventuali differenziazioni operate in sede di contrattazione.

E’ stato osservato (Cass. 16303/2017, Cass. 163202/2017) che non è pertinente il richiamo al D.P.R. n. 384 del 1990, art.110, riguardante in generale le indennità del personale medico e veterinario, essendo il trattamento omnicomprensivo di costoro disciplinato dal D.P.R. n. 270 del 1987, art. 110, e, conseguentemente, nessuna preclusione, sub specie di violazione del giudicato, può svolgere nel giudizio in esame la sentenza del Tar più volte invocata dalla parte ricorrente;

E’ stato rilevato (Cass. 16303/2017, Cass. 163202/2017) che la più recente giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato sent. n. 4769 del 2013), nel decidere sulla domanda, già respinta dal T.A.R., di un ex medico condotto transitato alla A.S.L. che chiedeva il riconoscimento del diritto agli scatti di anzianità, in aggiunta al trattamento omnicomprensivo annuo di cui al D.P.R. n. 270 del 1987, art. 110, ha confermato l’interpretazione del giudice del merito precisando che la norma ora citata, attribuendo agli ex medici condotti che non abbiano scelto il “tempo pieno” o il “tempo definito”, un trattamento del tutto peculiare, “omnicomprensivo”, esclude l’aggiunta di ulteriori emolumenti, anche se legati all’anzianità di servizio, e si giustifica, dal punto di vista sistematico con la diversità degli obblighi di servizio e le diverse potenzialità di produzione di reddito consentite dal mantenimento di rapporti convenzionali fino a 1400 assistiti;

E’ stato anche affermato (Cass. n. 29625/2019) che l’art. 1, comma 456 della L. n. 205/2017 nel prevedere che “in ottemperanza alle sentenze del tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio, sezione 1-bis, n.640/1994, e del Consiglio di Stato, sezione IV giurisdizionale, n. 2537/2004, e per il completamento degli interventi perequativi indicati dal Ministero della salute con atto DGPROF/P/3/ I.8.d.n.1 del 16 giugno 2017, e’ autorizzata la spesa di 500.000 euro per l’anno 2018 e di un milione di euro per ciascuno degli anni 2019 e 2020.

Il Ministero della salute, con apposito decreto, individua i criteri di riparto delle risorse tra i soggetti beneficiari nel limite della spesa autorizzata e assicura il relativo monitoraggio”, non ha riconosciuto il diritto degli ex medici condotti a percepire l’indennità della quale qui si discute, né ha impegnato le amministrazioni a liquidare l’indennità stessa con efficacia retroattiva, essendosi limitata a prevedere uno stanziamento di somme, da ripartire secondo criteri che il Ministero della Salute avrebbe dovuto individuare con finalità perequative e che, allo stato, non risultano precisati.


Cass. n. 6294/2020

Da tempo questa Corte ha affermato che i rapporti disciplinati dall’art. 48 della legge n. 833 del 1978 e dagli accordi collettivi nazionali stipulati in attuazione di tale norma, pur se costituiti in vista dello scopo di soddisfare le finalità istituzionali del servizio sanitario nazionale, corrispondono a rapporti libero-professionali che si svolgono di norma su un piano di parità, non esercitando l’ente pubblico nei confronti del medico convenzionato alcun potere autoritativo, all’infuori di quello di sorveglianza, né potendo incidere unilateralmente, limitandole o degradandole ad interessi legittimi, sulle posizioni di diritto soggettivo nascenti, per il professionista, dal rapporto di lavoro autonomo (Cass. 18975/2015, Cass. n. 20419/2012; Cass. n. 8457/2011; Cass. S.U. n. 20344/2005; Cass. S.U. n. 960/2001; Cass. S.U. n. 532/2000; Cass. S.U. n. 8632/1996).

Si è precisato che non esiste nell’ordinamento un principio generale, ancorché settoriale, «di assimilazione delle prestazioni svolte presso enti sanitari dai medici in base a convenzioni, stipulate secondo lo schema della L. n. 833 del 1978, art. 48, a quelle rientranti nell’ambito del rapporto di pubblico impiego, stante il fondamentale tratto di disomogeneità costituito dall’assenza del requisito della subordinazione nei rapporti d’opera professionale, ancorché di collaborazione coordinata e continuativa, che li assoggetta ad un regime giuridico completamente differenziato» ( Cass. n. 20581/2008).

Se ne è tratta la conseguenza dell’inapplicabilità di tutte le disposizioni che presuppongono la natura subordinata della prestazione, ivi compresa la disciplina del rapporto a tempo determinato, in relazione alla quale, con specifico riferimento al tema della conversione, le Sezioni Unite di questa Corte hanno osservato che «le affinità fra lavoro parasubordinato e lavoro propriamente subordinato non comportano alcuna osmosi delle rispettive discipline sostanziali, perché la parasubordinazione è sempre riconducibile all’area delle prestazioni autonome, di guisa che, ferma l’assimilazione disposta dal legislatore ai soli fini del trattamento processuale, non è ipotizzabile, in ragione della persistente differenza della natura e nel silenzio della legge, l’applicazione al primo di disposizioni dettate per il secondo» (Cass. S.U. n. 2045/2006).

Quanto, poi, al diritto dell’Unione, va detto che secondo la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia, formatasi principalmente in relazione all’interpretazione dell’art. 45 TFUE, la caratteristica essenziale del rapporto di lavoro è «la circostanza che una persona fornisca per un certo periodo di tempo a favore di un’altra e sotto la direzione di quest’ultima prestazioni in contropartita delle quali riceve una retribuzione » (Corte di Giustizia 20.9.2007, Kiiski, C-116/06, punto 25 e giurisprudenza ivi richiamata). E’ stato più di recente precisato che «un rapporto di lavoro presuppone l’esistenza di un vincolo di subordinazione tra il lavoratore e il suo datore di lavoro e che l’esistenza di un siffatto vincolo deve essere valutata caso per caso, in funzione di tutti gli elementi e di tutte le circostanze che caratterizzano i rapporti fra le parti» ( Corte di Giustizia 11.4.2019, Bosworth e Hurley, C-603/17, punto 26, che richiama Corte di Giustizia 10.9.2015, Holterman Ferho Exploitantie, C-47/14, punto 46, nonché Corte di Giustizia 20.11.2018, Sindicatul Familia Constanta, C-147/17, punto 42).

Sulla base dei principi sopra richiamati questa Corte ha già escluso, con la sentenza n. 8457/2011, che il rapporto intercorrente con i medici convenzionati ex art. 48 della legge n. 833 del 1978, in quanto non connotato da subordinazione, possa essere ricompreso nell’ambito di applicazione delle direttive che presuppongono la nozione comunitaria di lavoratore e detta conclusione, affermata in relazione alla direttiva 77/187/CE sul trasferimento di impresa, deve essere ribadita anche nella fattispecie, perché la normativa euro unitaria sul lavoro a tempo determinato presuppone, appunto, che si sia in presenza di «un contratto di assunzione o un rapporto di lavoro disciplinato dalla legge, dai contratti collettivi o dalla prassi in vigore di ciascuno Stato membro » (clausola 2, comma 1) e tale non può essere ritenuto il rapporto di parasubordinazione che si instaura con il medico convenzionato.


2019

Cass. n. 29288/2019

Il d.p.r. 272/2000, consequenziale alle previsioni primarie di cui agli artt. 43 L. 833/1978 e 8 d. Igs. 502/1992, è atto ricettivo dell’accordo collettivo nazionale per l’uniforme trattamento economico e normativo, nell’intero territorio nazionale, del personale sanitario a rapporto convenzionale, stipulati ai sensi dell’art. 8 del d.lgs. n. 502 del 1992.

Tali accordi, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, non costituiscono fonte negoziale diretta di disciplina del rapporto convenzionale considerato, siccome di per sé inidonei ad inserirsi nell’ordinamento con propria forza cogente, ma rappresentano soltanto la fase consensuale di un complesso procedimento di produzione normativa, che si conclude con l’intervento del solo potere pubblico avente la forma del decreto presidenziale ed il contenuto di un atto di normazione secondaria.

Ne consegue che tali atti non soggiacciono a oneri processuali di produzione né, per le censure attinenti alla loro interpretazione, a oneri di specificazione sotto il profilo del criterio ermeneutico violato, afferendo all’ambito delle necessarie conoscenze giudiziali (secondo il principio iura novit curia) e soggiacendo alle regole di interpretazione di cui all’art. 12 disp. prel.c.c.» (Cass. 9 novembre 2018, n. 28764).

Diversamente, come già ritenuto da Cass. 26 gennaio 2009, n. 1826, eventuali accordi regionali, seppure previsti dall’accordo nazionale di rango regolamentare, non possono, per difetto di sostegno nella normativa primaria, essere ritenuti fonti del diritto, trattandosi più semplicemente di accordi legittimati dalla norma di livello secondario (qui art. 54 dell’accordo recepito dal d.p.r. 272/200), ma che mantengono pur sempre carattere negoziale (cfr. Cass. 7 settembre 2016, n. 17716; Cass. 18 aprile 2016, n. 7671).

Ne deriva che essi non soggiacciono alla regola iura novit curia, ma ad oneri di produzione a cura di parte (Cass. 30 marzo 2018, n. 7981; Cass. 21 settembre 2011, n. 19227). e di censura secondo le regole proprie dell’ermeneutica contrattuale.


Cass. n. 28934/2019

In materia di disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale le Regioni possono regolare autonomamente solo gli aspetti collaterali a quelli già definiti con gli accordi nazionali, ma non possono contraddire le disposizioni contenute negli stessi accordi nazionali stessi (vedi, per tutte: Cass. SU 7 gennaio 2014, n. 67).

Ciò si desume dalla pertinente normativa, a partire dal d.lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, di riordino della disciplina in materia sanitaria, le cui disposizioni costituiscono principi fondamentali in materia di tutela della salute che tutte le Regioni e anche le Province autonome devono rispettare ai sensi dell’art. 117 Cost. (art. 19, comma 1, del d.lgs. citato e giurisprudenza costituzionale consolidata).

Infatti, proprio l’art. 2, comma 1, del citato d.lgs. n. 502 del 1992 (più volte modificato nel tempo), nel dettare le competenze regionali ha previsto che “spettano alle Regioni e alle Province autonome, nel rispetto dei principi stabiliti dalle leggi nazionali, le funzioni legislative ed amministrative in materia di assistenza sanitaria ed ospedalieria”.

Il successivo art. 8 del decreto ha, per primo, stabilito che il rapporto tra i sanitari di medicina generale ed il SSN è disciplinato da convenzioni standard definite a livello nazionale di durata triennale conformi agli accordi collettivi nazionali stipulati, ai sensi dell’art. 4, comma 9, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, con le organizzazioni sindacali di categoria maggiormente rappresentative in campo nazionale.

In continuità con tale disposizione, l’art. 2 nonies del d.l. 29 marzo 2004, n. 81, convertito dalla legge 26 aprile 2004, n. 138, ha previsto che “il contratto del personale sanitario a rapporto convenzionale è garantito sull’intero territorio nazionale da convenzioni conformi agli accordi collettivi nazionali stipulati mediante il procedimento di contrattazione collettiva definito con l’accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano previsto dall’art. 4, comma 9, della legge 30 dicembre 1991, n. 412”, precisando che tale accordo nazionale è reso esecutivo con intesa nella Conferenza permanente, di cui all’art. 3 del d.lgs. 28 agosto 1997, n. 281, art. 3.

Pertanto, nel settore della medicina convenzionata, la contrattazione collettiva risulta regolata da fonti normative di rango statale e sfocia nell’approvazione di un atto adottato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano.

Tale sistema è finalizzato a consentire di rendere operanti su tutto il territorio nazionale i principi di rango costituzionale afferenti la tutela della salute e il diritto all’assistenza sanitaria (Cass. SU n. 67 del 2014, cit.).


Cass. n. 18809/2019

L’inderogabilità dei limiti tariffari di categoria stabiliti per i professionisti, è circoscritta dall’art. 6 della legge 10 luglio 1977, n. 404, ai soli incarichi professionali privati, sicchè essa non opera per gli incarichi conferiti da enti pubblici, atteso che detta norma, interpretando autenticamente l’articolo unico della legge 5 maggio 1976, n. 340, – che sancisce l’inderogabilità dei minimi delle tariffe professionali degli ingegneri e degli architetti – ne ha limitato l’applicazione ai rapporti intercorrenti tra privati, con previsione che non viola l’art. 3 Cost., poiché la derogabilità dei minimi tariffari prevista dall’art. 6 legge cit. riguarda anche i professionisti privati (Cass., ord. n. 1184 del 2018, n. 14187 del 2011, n. 20296 del 2004, n. 9806 del 2001).


Cass. n. 18273/2019

Il contributo del 2% previsto dall’articolo 1, comma 39, legge 23 agosto 2004, n. 243, dovuto dalle società di capitali, ha come base di calcolo il fatturato annuo attinente prestazioni specialistiche rese per il (e rimborsate dal) Servizio sanitario nazionale ed effettuate con l’apporto di medici o odontoiatri operanti con le società in forma di collaborazione autonoma libero-professionale con l’abbattimento forfettario di legge per costo dei materiali spese generali ex d.p.r. 23 marzo 1988, nn. 119 e 120, con esclusione del fatturato attinente a prestazioni specialistiche rese senza l’apporto di medici o odontoiatri.


Cass. n. 16994/2019

Il c.d. “medico gettonato” si è affermato quale figura di medico, titolare di un rapporto di lavoro libero-professionale di tipo precario, nel periodo che va dal 1980 al 1997 ed è stato impiegato dai Direttori degli Istituti e delle Cliniche presso le Facoltà di Medicina e Chirurgia per esigenze assistenziali, comportanti lo svolgimento di attività medica “fianco a fianco” con i medici “dipendenti”, con una perfetta identità di funzione e ripartizione delle mansioni.

Copiosa giurisprudenza amministrativa, ha rilevato che tale rapporto, pur dovendo considerarsi nullo perché instaurato in violazione di norme imperative dell’epoca in materia di pubblico impiego – in quanto la normativa all’epoca vigente (legge 25 ottobre 1977, n. 808, art. 18; legge 19 febbraio 1979, n. 54; d.P.R. 11 luglio 1980, n. 382) stabiliva per le Università un chiaro divieto ad assumere personale in pianta stabile ed in violazione della procedura di reclutamento (concorso) – tuttavia era suscettibile dell’applicazione dell’art. 2126 cod. civ., perché il ricorso ai medici c.d. gettonati rispondeva allo scopo meritevole di fronteggiare le carenze endemiche di organico che si registravano nelle strutture assistenziali dei Policlinici universitari.

Di conseguenza, è stato riconosciuto agli interessati il diritto alle prestazioni retributive e previdenziali in applicazione dell’art. 2126 cod. civ. (vedi: Cons, Stato, sez. VI, 31 maggio 2005, n. 2850; Cons. Stato, sez. VI, 26 luglio 2001, n. 4134; T.A.R Campania, Sez. II, 17 settembre 2003, n. 11447).

Poi, con l’art. 19, comma 9-bis, del CCNL 17 luglio 1997 integrativo del CCNL 21 maggio 1996 Comparto Università, è stata dettata la disciplina per le assunzioni, da parte delle Università, a tempo parziale, per un periodo non superiore a tre anni, “anche in relazione a personale laureato medico ed odontoiatra e delle altre professionalità sanitarie.., per far fronte ad esigenze assistenziali di assoluta necessità… dando luogo alla trasformazione dei rapporti in essere” nonché con riferimento “al personale laureato… titolare alla data dell’i gennaio 1997 di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa con l’Università degli Studi Federico II di Napoli e con la Seconda Università degli studi di Napoli”.

Pertanto, la stessa giurisprudenza ha riconosciuto che il rapporto di lavoro con l’Università “è proseguito” senza soluzione di continuità a partire dal 2 gennaio 1998 in poi prima a tempo determinato e poi a tempo indeterminato (arg. ex T.A.R. Campania Napoli, Sez. II, sentenza 11 novembre 2010, n. 23782 e molte altre conformi).

In ordine all’individuazione della natura del rapporto dei c.d. medici gettonati, la giurisprudenza amministrativa, in un primo momento ha ritenuto che si trattasse di un rapporto assimilabile a quello dei ricercatori universitari – come originariamente affermato dal TAR Campania e dal Cons. Stato Sez. VI, 26 luglio 2001, n. 4134, ove in un obiter dictum si considerava, nel quadro mansionistico di settore, che la qualifica di più immediato riferimento a quella dei medici “gettonati” fosse quella corrispondente alla figura professionale dei ricercatori, poiché il parallelo riguardava l’aspetto della valutazione della congruità del gettone retributivo, escludendosi una piena equiparabilità tra le due categorie di personale, proprio a causa dell’assenza, per una di esse, delle funzioni di ricerca e didattica.

Nel corso del tempo, anche per effetto della riforma del pubblico impiego, la stessa giurisprudenza amministrativa (vedi: Cons. Stato, Sez. VI, 8 febbraio 2013, n. 710; Cons. Stato Sez. VI 28 gennaio 2013, n. 501; Cons. Stato, Sez. VI 27 novembre 2012, n. 5979), ha escluso che si trattasse di un rapporto di pubblico impiego.

Di conseguenza, l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (seguita dalla giurisprudenza amministrativa) per le questioni attinenti al periodo successivo al 30 giugno 1998 ha escluso la sussistenza della propria giurisdizione sulle controversie proposte dai c.d. medici gettonati perché introdotte.


Cass. n. 14802/2019

Gi ex medici condotti tuttora con rapporto non esclusivo con le A.S.L., in ragione della loro libera scelta di non esercitare la relativa opzione, permangono in una posizione giuridica differenziata rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale, mantenendo, in particolare, il trattamento retributivo omnicomprensivo originariamente previsto dall’art. 110 del d.P.R. 20 maggio 1987, n. 270, con esclusione degli ulteriori emolumenti previsti dalla contrattazione collettiva per i dirigenti medici del servizio sanitario nazionale con rapporto esclusivo di dipendenza con la A.S.L., tra cui l’indennità di specificità medica.» (conf. Cass. n. 15289/2019; Cass. n. 1487/2014 e negli stessi termini in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa Cass. n. 16303/2017; cfr. anche Cass. n. 28833/2018; Cass. n. 27222/2017; Cass. n. 27221/2017; Cass. n. 26168/2017; Cass. n. 6057/2016).

Con le richiamate decisioni si è rimarcata la posizione giuridica differenziata degli ex medici condotti, che non abbiano optato per il rapporto esclusivo, rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale e, pertanto, è stata esclusa l’eccepita violazione delle norme costituzionali e sovranazionali nonché del principio di parità di trattamento di cui all’art. 45 d.lgs. n. 165/2001.

Si è evidenziato che gli ex medici condotti, in ragione di una loro libera scelta, sono titolari di un doppio rapporto, convenzionale e dipendente, sicché è razionale la scelta della contrattazione collettiva di mantenere il trattamento retributivo onnicomprensivo originariamente previsto dal d.P.R. n. 270/1987.

Si è richiamato, inoltre, il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, alla stregua del quale l’art. 45 del d.lgs. n. 165/2001 fa divieto al datore di lavoro pubblico di riconoscere trattamenti individuali migliorativi o peggiorativi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo, ma non costituisce parametro per giudicare delle eventuali differenziazioni operate in sede di contrattazione.


Cass. n. 5436/2019

La sentenza C. Cost. 7.5.2015 n. 76, in un ipotesi riferita alla qualificazione del rapporto dell’incaricato di guardia infermieristica negli istituti di prevenzione e pena (con decisione di infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione all’art. 53 I. 9.10.1070 m- 740, con riferimento alla dedotta violazione dei parametri costituzionali dell’art. 3, comma 1, dell’art. 36, co. 1 e dell’ art. 38, co. 2, Cost.) ha sottolineato le peculiarità del rapporto degli infermieri incaricati, tali da conformare in modo legale e tipico il rapporto medesimo.

In particolare, ha precisato che la determinazione dei turni, la vigilanza esercitata sull’operato degli infermieri, l’obbligo di comunicare i giorni d’assenza, piuttosto che elementi emblematici della subordinazione, costituiscono modalità attraverso le quali si estrinseca il necessario coordinamento del lavoro con l’attività dell’amministrazione e con la complessa realtà del carcere, e quindi con le ragioni di sicurezza che questa impone; ha quindi escluso che la norma censurata, nella qualificazione del tipo negoziale, si prefigga una finalità elusiva della disciplina inderogabile che attiene al lavoro subordinato ed ha posto in evidenza le peculiarità di una prestazione d’opera sottoposta a vincoli di controllo del committente solo in ragione del luogo in cui la prestazione stessa si svolge, e non già in forza di un potere direttivo, tipico della subordinazione.

Sul punto, ha precisato che “il potere direttivo, pur nelle multiformi manifestazioni che presenta in concreto a seconda del contesto in cui si esplica e delle diverse professionalità coinvolte, si sostanzia nell’emanazione di ordini specifici, inerenti alla particolare attività svolta e diversi dalle direttive d’indole generale, in una direzione assidua e cogente, in una vigilanza e in un controllo costanti, in un’ingerenza idonea a svilire l’autonomia del lavoratore. Tali elementi caratteristici del potere direttivo, che non può sbiadire in mero coordinamento della prestazione, esulano dalla fattispecie del lavoro degli infermieri incaricati”.


Cass. n. 3315/2019

Ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando in senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni” (Cass. 28161/2018, 17101/2017, 1639/2012, 12749/2008, 20009/2005).

L’obbligo di versamento della contribuzione previdenziale ed assistenziale discende dall’art. 2126 c.c. in conseguenza dell’avvenuto svolgimento alle dipendenze della PA di un rapporto di lavoro che si era connotato di fatto in termini di subordinazione e non di autonomia.

La statuizione di condanna della odierna ricorrente al versamento dei contributi previdenziali, parametrati ai compensi percepiti dalla lavoratrice, non è in contraddizione con la affermata infondatezza della pretesa relativa alle differenze retributive, posto che l’assenza di allegazioni idonee a ricostruire le retribuzioni spettanti in ragione dello svolgimento di attività di lavoro subordinato alle dipendenze della P.A., non esclude affatto che la contribuzione doveva essere corrisposta, quanto meno, in relazione alla entità dei compensi effettivamente percepiti.


Cass. n. 1200/2019

Nelle ipotesi di violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni, grava sul lavoratore l’onere di provare il danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative e di fornire gli elementi fattuali indispensabili a ricostruire le retribuzioni correlate alla prestazione di fatto prestata e dovute in virtù del principio di corrispettività di cui all’art. 2126 c.c. ( Cass. Cass. SSUU 8519/2012, 26829/2009; Cass. 7586/2018, 13940/2017, 24120, 23743, 23645, 22671, 22670, 22669, 6263 del 2016, 6266/2015,17091/2016, 7680/2014, 200009/2005, 12749/2008).


2018

Cass. n. 32503/2018

La qualificazione giuridica di contratto d’opera o per prestazioni professionali data dall’amministrazione è sempre suscettibile di verifica giurisdizionale, atteso che una diversa esegesi risulterebbe costituzionalmente illegittima (cfr. Corte cost. n. 115/94). In altre parole, non esiste una presunzione relativa (o, men che meno, assoluta) di conformità della natura giuridica del rapporto al nomen iuris attribuitogli dall’amministrazione. A sua volta la difformità tra qualificazione giuridica del rapporto e suo reale svolgimento può emergere indifferentemente dalla prova diretta dell’elemento della subordinazione o da quella indiziaria attraverso indici rivelatori (cfr., ex aliis, Cass. n. 10971 del 2002; Cass. n. 5214 del 1998).


Cass. n. 31502/2018

Il rapporto dei medici, che svolgono attività in regime di convenzione con le aziende sanitarie, configura un rapporto privatistico di lavoro autonomo-professionale con i connotati della cosiddetta parasubordinazione ed esula dall’ambito del pubblico impiego (Cass. S.U. 2955 del 1984).

Corollario di tale configurazione è l’inapplicabilità al suddetto rapporto di disposizioni che presuppongono la natura subordinata del rapporto di lavoro (così, è stata esclusa l’applicabilità del disposto dell’art. 36 Cost., in tema di proporzionalità e adeguatezza della retribuzione, norma ritenuta dalla prevalente dottrina e dalla giurisprudenza applicabile unicamente ai rapporti di lavoro subordinato; cfr. proprio in relazione proprio ai medici in regime di convenzione: Cass. n. 10168 del 2004, Cass. n. 531 del 1998 e Cass. n. 11057 del 1992).

Priva di fondamento giuridico è la pretesa di vedere applicati ai medici professionisti che prestato attività di collaborazione in regime di convenzione con il servizio sanitario gli istituti propri del regime ordinamentale che regola il rapporto di pubblico impiego. Già in precedenti occasioni, questa Corte aveva affermato che la fattispecie di cui all’art. 97 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 è norma di carattere eccezionale, relativa ai soli dipendenti statali, in quanto “..inidonea ad assurgere a principio generale dell’ordinamento …” (Cass. 6557 del 2014). Tale rilievo ha carattere assorbente di ogni altra considerazione.


Cass. n. 28251/2018

La stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con una P.A., al di fuori dei presupposti di legge, non può mai determinare la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, potendo il lavoratore conseguire tutela nei limiti dell’articolo 2126 c.c., qualora il contratto di collaborazione abbia la sostanza di rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto anche alla ricostruzione della posizione contributiva previdenziale » (Cass. 9591 del 2018, nonché Cass. n. 3384 del 2017) (conf. Cass. n. 32503/2018 – n. 9592/2018).

Con le richiamate pronunce si è evidenziato che l’art. 2126 cod. civ. ha applicazione generale e riguarda tutte le ipotesi di prestazione di lavoro alle dipendenze di una pubblica amministrazione, salvo il caso in cui l’attività svolta risulti illecita perché in contrasto con norme imperative attinenti all’ordine pubblico e poste a tutela di diritti fondamentali della persona.

Si è precisato anche che il trattamento retributivo e previdenziale spettante al lavoratore è quello proprio «di un rapporto di impiego pubblico regolare» (in motivazione Cass. n. 12749/2008) e, quindi, quello previsto ex art. 2 d.lgs. n. 165/2001 dal contratto collettivo di comparto (conf. Cass. nn. 29941/201829779/2018).