Cass. n. 18809/2019

L’inderogabilità dei limiti tariffari di categoria stabiliti per i professionisti, è circoscritta dall’art. 6 della legge 10 luglio 1977, n. 404, ai soli incarichi professionali privati, sicchè essa non opera per gli incarichi conferiti da enti pubblici, atteso che detta norma, interpretando autenticamente l’articolo unico della legge 5 maggio 1976, n. 340, – che sancisce l’inderogabilità dei minimi delle tariffe professionali degli ingegneri e degli architetti – ne ha limitato l’applicazione ai rapporti intercorrenti tra privati, con previsione che non viola l’art. 3 Cost., poiché la derogabilità dei minimi tariffari prevista dall’art. 6 legge cit. riguarda anche i professionisti privati (Cass., ord. n. 1184 del 2018, n. 14187 del 2011, n. 20296 del 2004, n. 9806 del 2001).


Cass. n. 18273/2019

Il contributo del 2% previsto dall’articolo 1, comma 39, legge 23 agosto 2004, n. 243, dovuto dalle società di capitali, ha come base di calcolo il fatturato annuo attinente prestazioni specialistiche rese per il (e rimborsate dal) Servizio sanitario nazionale ed effettuate con l’apporto di medici o odontoiatri operanti con le società in forma di collaborazione autonoma libero-professionale con l’abbattimento forfettario di legge per costo dei materiali spese generali ex d.p.r. 23 marzo 1988, nn. 119 e 120, con esclusione del fatturato attinente a prestazioni specialistiche rese senza l’apporto di medici o odontoiatri.


Cass. n. 16994/2019

Il c.d. “medico gettonato” si è affermato quale figura di medico, titolare di un rapporto di lavoro libero-professionale di tipo precario, nel periodo che va dal 1980 al 1997 ed è stato impiegato dai Direttori degli Istituti e delle Cliniche presso le Facoltà di Medicina e Chirurgia per esigenze assistenziali, comportanti lo svolgimento di attività medica “fianco a fianco” con i medici “dipendenti”, con una perfetta identità di funzione e ripartizione delle mansioni.

Copiosa giurisprudenza amministrativa, ha rilevato che tale rapporto, pur dovendo considerarsi nullo perché instaurato in violazione di norme imperative dell’epoca in materia di pubblico impiego – in quanto la normativa all’epoca vigente (legge 25 ottobre 1977, n. 808, art. 18; legge 19 febbraio 1979, n. 54; d.P.R. 11 luglio 1980, n. 382) stabiliva per le Università un chiaro divieto ad assumere personale in pianta stabile ed in violazione della procedura di reclutamento (concorso) – tuttavia era suscettibile dell’applicazione dell’art. 2126 cod. civ., perché il ricorso ai medici c.d. gettonati rispondeva allo scopo meritevole di fronteggiare le carenze endemiche di organico che si registravano nelle strutture assistenziali dei Policlinici universitari.

Di conseguenza, è stato riconosciuto agli interessati il diritto alle prestazioni retributive e previdenziali in applicazione dell’art. 2126 cod. civ. (vedi: Cons, Stato, sez. VI, 31 maggio 2005, n. 2850; Cons. Stato, sez. VI, 26 luglio 2001, n. 4134; T.A.R Campania, Sez. II, 17 settembre 2003, n. 11447).

Poi, con l’art. 19, comma 9-bis, del CCNL 17 luglio 1997 integrativo del CCNL 21 maggio 1996 Comparto Università, è stata dettata la disciplina per le assunzioni, da parte delle Università, a tempo parziale, per un periodo non superiore a tre anni, “anche in relazione a personale laureato medico ed odontoiatra e delle altre professionalità sanitarie.., per far fronte ad esigenze assistenziali di assoluta necessità… dando luogo alla trasformazione dei rapporti in essere” nonché con riferimento “al personale laureato… titolare alla data dell’i gennaio 1997 di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa con l’Università degli Studi Federico II di Napoli e con la Seconda Università degli studi di Napoli”.

Pertanto, la stessa giurisprudenza ha riconosciuto che il rapporto di lavoro con l’Università “è proseguito” senza soluzione di continuità a partire dal 2 gennaio 1998 in poi prima a tempo determinato e poi a tempo indeterminato (arg. ex T.A.R. Campania Napoli, Sez. II, sentenza 11 novembre 2010, n. 23782 e molte altre conformi).

In ordine all’individuazione della natura del rapporto dei c.d. medici gettonati, la giurisprudenza amministrativa, in un primo momento ha ritenuto che si trattasse di un rapporto assimilabile a quello dei ricercatori universitari – come originariamente affermato dal TAR Campania e dal Cons. Stato Sez. VI, 26 luglio 2001, n. 4134, ove in un obiter dictum si considerava, nel quadro mansionistico di settore, che la qualifica di più immediato riferimento a quella dei medici “gettonati” fosse quella corrispondente alla figura professionale dei ricercatori, poiché il parallelo riguardava l’aspetto della valutazione della congruità del gettone retributivo, escludendosi una piena equiparabilità tra le due categorie di personale, proprio a causa dell’assenza, per una di esse, delle funzioni di ricerca e didattica.

Nel corso del tempo, anche per effetto della riforma del pubblico impiego, la stessa giurisprudenza amministrativa (vedi: Cons. Stato, Sez. VI, 8 febbraio 2013, n. 710; Cons. Stato Sez. VI 28 gennaio 2013, n. 501; Cons. Stato, Sez. VI 27 novembre 2012, n. 5979), ha escluso che si trattasse di un rapporto di pubblico impiego.

Di conseguenza, l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato (seguita dalla giurisprudenza amministrativa) per le questioni attinenti al periodo successivo al 30 giugno 1998 ha escluso la sussistenza della propria giurisdizione sulle controversie proposte dai c.d. medici gettonati perché introdotte.


Cass. n. 14802/2019

Gi ex medici condotti tuttora con rapporto non esclusivo con le A.S.L., in ragione della loro libera scelta di non esercitare la relativa opzione, permangono in una posizione giuridica differenziata rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale, mantenendo, in particolare, il trattamento retributivo omnicomprensivo originariamente previsto dall’art. 110 del d.P.R. 20 maggio 1987, n. 270, con esclusione degli ulteriori emolumenti previsti dalla contrattazione collettiva per i dirigenti medici del servizio sanitario nazionale con rapporto esclusivo di dipendenza con la A.S.L., tra cui l’indennità di specificità medica.» (conf. Cass. n. 15289/2019; Cass. n. 1487/2014 e negli stessi termini in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa Cass. n. 16303/2017; cfr. anche Cass. n. 28833/2018; Cass. n. 27222/2017; Cass. n. 27221/2017; Cass. n. 26168/2017; Cass. n. 6057/2016).

Con le richiamate decisioni si è rimarcata la posizione giuridica differenziata degli ex medici condotti, che non abbiano optato per il rapporto esclusivo, rispetto al restante personale medico del servizio sanitario nazionale e, pertanto, è stata esclusa l’eccepita violazione delle norme costituzionali e sovranazionali nonché del principio di parità di trattamento di cui all’art. 45 d.lgs. n. 165/2001.

Si è evidenziato che gli ex medici condotti, in ragione di una loro libera scelta, sono titolari di un doppio rapporto, convenzionale e dipendente, sicché è razionale la scelta della contrattazione collettiva di mantenere il trattamento retributivo onnicomprensivo originariamente previsto dal d.P.R. n. 270/1987.

Si è richiamato, inoltre, il principio, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, alla stregua del quale l’art. 45 del d.lgs. n. 165/2001 fa divieto al datore di lavoro pubblico di riconoscere trattamenti individuali migliorativi o peggiorativi rispetto a quelli previsti dal contratto collettivo, ma non costituisce parametro per giudicare delle eventuali differenziazioni operate in sede di contrattazione.


Cass. n. 5436/2019

La sentenza C. Cost. 7.5.2015 n. 76, in un ipotesi riferita alla qualificazione del rapporto dell’incaricato di guardia infermieristica negli istituti di prevenzione e pena (con decisione di infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione all’art. 53 I. 9.10.1070 m- 740, con riferimento alla dedotta violazione dei parametri costituzionali dell’art. 3, comma 1, dell’art. 36, co. 1 e dell’ art. 38, co. 2, Cost.) ha sottolineato le peculiarità del rapporto degli infermieri incaricati, tali da conformare in modo legale e tipico il rapporto medesimo.

In particolare, ha precisato che la determinazione dei turni, la vigilanza esercitata sull’operato degli infermieri, l’obbligo di comunicare i giorni d’assenza, piuttosto che elementi emblematici della subordinazione, costituiscono modalità attraverso le quali si estrinseca il necessario coordinamento del lavoro con l’attività dell’amministrazione e con la complessa realtà del carcere, e quindi con le ragioni di sicurezza che questa impone; ha quindi escluso che la norma censurata, nella qualificazione del tipo negoziale, si prefigga una finalità elusiva della disciplina inderogabile che attiene al lavoro subordinato ed ha posto in evidenza le peculiarità di una prestazione d’opera sottoposta a vincoli di controllo del committente solo in ragione del luogo in cui la prestazione stessa si svolge, e non già in forza di un potere direttivo, tipico della subordinazione.

Sul punto, ha precisato che “il potere direttivo, pur nelle multiformi manifestazioni che presenta in concreto a seconda del contesto in cui si esplica e delle diverse professionalità coinvolte, si sostanzia nell’emanazione di ordini specifici, inerenti alla particolare attività svolta e diversi dalle direttive d’indole generale, in una direzione assidua e cogente, in una vigilanza e in un controllo costanti, in un’ingerenza idonea a svilire l’autonomia del lavoratore. Tali elementi caratteristici del potere direttivo, che non può sbiadire in mero coordinamento della prestazione, esulano dalla fattispecie del lavoro degli infermieri incaricati”.


Cass. n. 3315/2019

Ai fini della qualificabilità come rapporto di pubblico impiego di un rapporto di lavoro prestato alle dipendenze di un ente pubblico non economico, rileva che il dipendente risulti effettivamente inserito nella organizzazione pubblicistica ed adibito ad un servizio rientrante nei fini istituzionali dell’ente pubblico, non rilevando in senso contrario l’assenza di un atto formale di nomina, né che si tratti di un rapporto a termine, e neppure che il rapporto sia affetto da nullità per violazione delle norme imperative sul divieto di nuove assunzioni” (Cass. 28161/2018, 17101/2017, 1639/2012, 12749/2008, 20009/2005).

L’obbligo di versamento della contribuzione previdenziale ed assistenziale discende dall’art. 2126 c.c. in conseguenza dell’avvenuto svolgimento alle dipendenze della PA di un rapporto di lavoro che si era connotato di fatto in termini di subordinazione e non di autonomia.

La statuizione di condanna della odierna ricorrente al versamento dei contributi previdenziali, parametrati ai compensi percepiti dalla lavoratrice, non è in contraddizione con la affermata infondatezza della pretesa relativa alle differenze retributive, posto che l’assenza di allegazioni idonee a ricostruire le retribuzioni spettanti in ragione dello svolgimento di attività di lavoro subordinato alle dipendenze della P.A., non esclude affatto che la contribuzione doveva essere corrisposta, quanto meno, in relazione alla entità dei compensi effettivamente percepiti.


Cass. n. 1200/2019

Nelle ipotesi di violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni, grava sul lavoratore l’onere di provare il danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di disposizioni imperative e di fornire gli elementi fattuali indispensabili a ricostruire le retribuzioni correlate alla prestazione di fatto prestata e dovute in virtù del principio di corrispettività di cui all’art. 2126 c.c. ( Cass. Cass. SSUU 8519/2012, 26829/2009; Cass. 7586/2018, 13940/2017, 24120, 23743, 23645, 22671, 22670, 22669, 6263 del 2016, 6266/2015,17091/2016, 7680/2014, 200009/2005, 12749/2008).


Cass. n. 32503/2018

La qualificazione giuridica di contratto d’opera o per prestazioni professionali data dall’amministrazione è sempre suscettibile di verifica giurisdizionale, atteso che una diversa esegesi risulterebbe costituzionalmente illegittima (cfr. Corte cost. n. 115/94). In altre parole, non esiste una presunzione relativa (o, men che meno, assoluta) di conformità della natura giuridica del rapporto al nomen iuris attribuitogli dall’amministrazione. A sua volta la difformità tra qualificazione giuridica del rapporto e suo reale svolgimento può emergere indifferentemente dalla prova diretta dell’elemento della subordinazione o da quella indiziaria attraverso indici rivelatori (cfr., ex aliis, Cass. n. 10971 del 2002; Cass. n. 5214 del 1998).


Cass. n. 31502/2018

Il rapporto dei medici, che svolgono attività in regime di convenzione con le aziende sanitarie, configura un rapporto privatistico di lavoro autonomo-professionale con i connotati della cosiddetta parasubordinazione ed esula dall’ambito del pubblico impiego (Cass. S.U. 2955 del 1984).

Corollario di tale configurazione è l’inapplicabilità al suddetto rapporto di disposizioni che presuppongono la natura subordinata del rapporto di lavoro (così, è stata esclusa l’applicabilità del disposto dell’art. 36 Cost., in tema di proporzionalità e adeguatezza della retribuzione, norma ritenuta dalla prevalente dottrina e dalla giurisprudenza applicabile unicamente ai rapporti di lavoro subordinato; cfr. proprio in relazione proprio ai medici in regime di convenzione: Cass. n. 10168 del 2004, Cass. n. 531 del 1998 e Cass. n. 11057 del 1992).

Priva di fondamento giuridico è la pretesa di vedere applicati ai medici professionisti che prestato attività di collaborazione in regime di convenzione con il servizio sanitario gli istituti propri del regime ordinamentale che regola il rapporto di pubblico impiego. Già in precedenti occasioni, questa Corte aveva affermato che la fattispecie di cui all’art. 97 del d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 è norma di carattere eccezionale, relativa ai soli dipendenti statali, in quanto “..inidonea ad assurgere a principio generale dell’ordinamento …” (Cass. 6557 del 2014). Tale rilievo ha carattere assorbente di ogni altra considerazione.


Cass. n. 28251/2018

La stipulazione di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con una P.A., al di fuori dei presupposti di legge, non può mai determinare la conversione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, potendo il lavoratore conseguire tutela nei limiti dell’articolo 2126 c.c., qualora il contratto di collaborazione abbia la sostanza di rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto anche alla ricostruzione della posizione contributiva previdenziale » (Cass. 9591 del 2018, nonché Cass. n. 3384 del 2017) (conf. Cass. n. 32503/2018 – n. 9592/2018).

Con le richiamate pronunce si è evidenziato che l’art. 2126 cod. civ. ha applicazione generale e riguarda tutte le ipotesi di prestazione di lavoro alle dipendenze di una pubblica amministrazione, salvo il caso in cui l’attività svolta risulti illecita perché in contrasto con norme imperative attinenti all’ordine pubblico e poste a tutela di diritti fondamentali della persona.

Si è precisato anche che il trattamento retributivo e previdenziale spettante al lavoratore è quello proprio «di un rapporto di impiego pubblico regolare» (in motivazione Cass. n. 12749/2008) e, quindi, quello previsto ex art. 2 d.lgs. n. 165/2001 dal contratto collettivo di comparto (conf. Cass. nn. 29941/201829779/2018).